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3. La vita quotidiana

come grande sacramento

Riccardo Tonelli

Il titolo suona di sicuro abbastanza strano, anche alle orecchie delle persone che sono abituate al linguaggio ecclesiastico.
La parola “sacramento” fa pensare immediatamente ai sette sacramenti. Conosciamo quali sono e almeno alcuni li abbiamo già sperimentati. Il battesimo, la cresima, l’eucaristia, la riconciliazione sono i sacramenti offerti dalla Chiesa a tutti i cristiani. Ce ne sono poi altri, conosciuti, sperimentati direttamente o attraverso amici: il matrimonio, il sacerdozio, l’unzione degli infermi.
Questi sono i “sette sacramenti”.
Adesso… ce ne è un altro da aggiungere? E poi… perché “grande” sacramento? Se quello della vita quotidiana è il sacramento “grande”, vuol dire che gli altri sette sono solo “piccoli” sacramenti?
Come si vede, le difficoltà non sono poche. Capirci non è facile. Ma è la condizione per poter valutare la proposta e, una volta condivisa, scoprire che siamo alla radice della proposta di spiritualità, una radice che spalanca a grandi conseguenze.

Cosa vuol dire “sacramento”?

Sappiamo tutti elencare i sette sacramenti della vita cristiana. Forse facciamo qualche fatica in più a comprendere bene il senso della parola “sacramento”. La fatica di comprensione va però fatta.
Sacramento è una parola complicata che può essere tradotta con quella, più semplice e più familiare di “segno”. Lo ricorda anche un’espressione imparata al catechismo: i sacramenti sono i “segni” efficaci della grazia di Dio. Dunque: sacramento e segno sono, grosso modo, la stessa cosa. La definizione appena riportata aggiunge un particolare importantissimo. Non toglie il diritto di considerare che il sacramento è un segno; ma aggiunge una sottolineatura sulla sua funzione. I sacramenti della vita cristiana sono segni “efficaci” della presenza di Dio per la nostra salvezza. Essi producono ciò che significano, per la potenza misteriosa dello Spirito di Gesù: questo vuol dire “efficaci”.

Tutta la vita è piena di segni
I segni fanno parte della nostra esistenza quotidiana.
Quando vogliamo esprimere la gioia di incontrare una persona cara, diamo un bacio. Il bacio è il segno convenzionale dell’amore.
Se vediamo del fumo spuntare in un angolo della casa, ci preoccupiamo subito pensando alla presenza del fuoco. Il fumo è segno del fuoco.
I gesti, le parole, l’insieme dei riti che caratterizzano i sacramenti rendono presente, in modo efficace, il mistero di Dio, che si fa vicino per darci i suoi doni: la gioia di essere figli suoi, il perdono, un progetto di futuro, una responsabilità nella vita della Chiesa. Vediamo qualcosa, che possiamo descrivere, registrare, raccontare e, nello stesso tempo, “sperimentiamo” in modo efficace la presenza di Dio.

Tra ciò che si vede e ciò che non si vede
Ripensiamo a due esempi appena fatti. Io vedo il bacio e penso all’amore che non vedo. Constato il fumo e mi preoccupo del fuoco, anche se non lo vedo.
La stessa cosa vale per i sacramenti: non solo i sette sacramenti ma per tutta la trama della sacramentalità.
Di alcune solenni celebrazioni di sacramento (la cresima, il matrimonio, l’ordinazione sacerdotale…) facciamo le fotografie a ricordo. Le foto fanno rivivere tutta l’apparato esterno del segno: quello che si vede e si può riprodurre fotograficamente. Il segno sacramentale è anche questo. Ma, certamente, non solo questo: quello che si vede serve a rendere efficacemente presente il dono di Dio, che non si vede.
Tutto questo lo si capisce molto bene quando pensiamo a Gesù. Ed è per questo che lo chiamiamo, giustamente, il sacramento efficace della presenza di Dio che salva. Non è un sacramento in più, ma la radice e la ragione dei sette sacramenti.
I suoi contemporanei l’hanno visto e incontrato, hanno sentito la sua voce. Noi ricordiamo i suoi gesti e le sue parole. Tutto questo si porta dentro e rende manifesto Dio per noi. Dio non lo vediamo. Ne vediamo il volto e ne sentiamo la parola, nel volto e nella parola di Gesù. Dunque: è un sacramento della presenza di Dio. Anzi, è il sacramento fondamentale e fondante.
Siamo nella prospettiva del segno, con tutte le sue conseguenze.

I sacramenti sono una “vocazione”
Bisogna subito aggiungere un’altra indicazione. Ci può aiutare a comprendere un poco più in profondità la realtà di cui stiamo parlando. Soprattutto coinvolge la nostra vita concreta. Infatti, nell’esistenza cristiana, le cose non si capiscono con la testa, come fossero un teorema di matematica, ma con la vita. Gli eventi della nostra fede sono sempre una vocazione.
Nel­la Rivelazione è importante distinguere tra il dono di Dio e il modo con cui questo dono si rende presente, vicino, provocante. La presenza di Dio è sempre mistero santo, sottratto ad ogni possibilità di manipolazione e di comprensione esaustiva. Dal dono di Dio scaturisce l’appel­lo al­la libertà e responsabilità di ogni uomo. Tutto questo investe innegabilmente il dia­logo diretto e immediato tra Dio e ogni uomo e tocca le profondità dell’e­sistenza. Dono e chiamata si realizzano però in parole umane: assumono cioè una dimensione di visibilità storica e quotidiana: vediamo qualcosa di concreto, che possiamo interpretare e riprodurre, e, nello stesso tempo, siamo avvolti nel mistero di Dio che ci chiama, ci sollecita ad una risposta personale, sostiene e incoraggia questa stessa risposta.
Quello che si vede e si può constatare diventa, misteriosamente, la voce di Dio che proviene dal silenzio e si fa vicina proprio per chiederci di scegliere e di decidere, incoraggiando e travolgendo la nostra stessa risposta, in una esperienza di amore.

Sacramenti – Gesù sacramento – vita quotidiana

Ho cercato di precisare con qualche battuta il contenuto logico evocato dalla parola “sacramento”. Ho visto così la condizione di base per comprendere il rapporto esistente tra i sette sacramenti della vita cristiana, Gesù di Nazareth, la vita quotidiana.
Facciamo assieme un passo in avanti. Qualcosa possiamo ancora comprendere; molto lo accogliamo proprio nel gioco misterioso tra ciò che si capisce e il mistero che si porta dentro.

Gesù, volto e parola di Dio
La fede cristiana ci ricorda un dato fondamentale e decisivo: Gesù è volto e parola di Dio nella grazia della sua umanità. Chi viveva vicino a lui vedeva la sua umanità, sentiva le parole che lui diceva, si misurava con i gesti che faceva. Se voleva essere nella verità non poteva accontentarsi di constatare questi dati visibili, ma era impegnato ad arrivare, attraverso essi, al Dio misterioso e inaccessibile, che Gesù rendeva vicino e incontrabile. Per questo, Gesù è il sacramento di Dio: in lui c'è qualcosa che si vede e che ci permette di arrivare al mistero che non si vede.
L’incontro con Gesù, nella grazia della sua umanità, è l’incontro con Dio che ama e salva. Produce quella radicale novità di esistenza, che ci restituisce la gioia di chiamare ancora Dio con il nome di Padre, nonostante i nostri tradimenti.
Gesù è quindi sacramento di salvezza, in modo totale e radicale. Ci fa incontrare Dio. Ci permette di accogliere il suo invito. Ci chiama alla conversione e ci affida responsabilità grandi per il servizio ai fratelli.
Realizza tutto questo non in un modo magico… quasi bastasse un contatto inconsapevole con lui o la ripetizione di alcune formule speciali. Gesù ci “propone” la presenza di Dio. Possiamo accoglierlo, cercando la soluzione dei nostri problemi in una utilizzazione suicida della nostra libertà e responsabilità. O possiamo – felicemente – affidarci a lui, consegnando tutto noi stessi a Dio in lui. Egli è dunque un “segno” di chi è Dio per noi. È un segno efficace: se ci affidiamo a lui, siamo radicalmente trasformati.
L’umanità concreta di Gesù è il segno, concreto e visibile, del mistero di Dio. Per riprendere l’esempio fatto sopra… è come il bacio rispetto all’amore che due persone si portano.

La vita quotidiana come grande sacramento
In Gesù, possiamo anche ricomprendere perché e in che senso… anche la nostra vita quotidiana diventa sacramento.
L’ho appena ricordato: Gesù dà volto e parola a Dio nella sua umanità… come uno di noi, che parla, interviene, condivide e fa proposte. Quello che si vede e si costata, si porta dentro la presenza, reale ed efficace, di Dio per noi.
L’umanità di Gesù è la nostra stessa umanità. In lui ha raggiunto il livello più grande e impensabile. Ma la differenza non è di sostanza ma di qualità. I discepoli di Gesù sono da sempre invitati a riconoscere che Gesù, Dio con noi, è veramente uomo come siamo noi.
Per questa ragione, ci dà tanta gioia scoprire che proprio nella nostra quotidiana esistenza, di uomini e donne alle prese con i problemi di tutti i giorni, noi continuiamo a dare volto e parola a Dio.
Purtroppo spesso lo sfiguriamo o ne parliamo male.
Per fortuna però ci sono tanti uomini e donne che danno un bel volto a Dio e lo rendono parola dolce e gradevole.
Il mistero santo di Dio si fa vicino a noi, per chiamarci a vita nuova, restituendoci la gioia di riconoscerlo ancora Padre che ci ama, proprio attraverso quello che siamo, diciamo e facciamo: la nostra quotidiana esistenza.
Non è merito nostro… di sicuro. Le cose vanne così, in Gesù e grazie a lui. Ma… vanno così: e questo è bello, riempie di gioia e di responsabilità.
In questo senso, mi piace affermare che la vita quotidiana è il grande sacramento della presenza di Dio nella nostra storia personale e collettiva. Si può dire con altre parole: l’umanità di Gesù e la nostra è il luogo della vicinanza di Dio nella nostra storia. Per questo, è un sacramento… anzi il fondamento di ogni sacramento: il “grande sacramento”, appunto.
Siamo dentro un processo di sacramentalità: anche nella nostra vita c'è qualcosa che vediamo, di cui ci sentiamo responsabili, per cui sentiamo il bisogno di chiedere perdono. Tutto questo ha un senso in sé ma nello stesso tempo spalanca verso un senso più grande. Parlando di “sacramentalità diffusa”, vogliamo solo ricordarci che in tutta la nostra esistenza (in modo “diffuso”) è reso presente e incontrabile il Dio di Gesù.

E i sette sacramenti?
Dentro questa visione in cui cogliamo la centralità di Gesù e la funzione della nostra umanità, possiamo riscoprire i “sette sacramenti” (i sacramenti in senso stretto e specifico).
Dire le cose in questo modo, non significa svalutare i sacramenti. Significa invece ritrovarne quella prospettiva teologica che ci permette di scoprire il rapporto tra la nostra esistenza e la salvezza di Dio e ci carica di responsabilità, per noi stessi e per gli altri.
Quello che vediamo e costatiamo, quello che costruiamo e possiamo verificare diventa il luogo dove possiamo incontrare Dio che ci chiama e ci salva. Non lo incontriamo in astratto, tra le stelle, ma nel tessuto concreto dei gesti e degli atteggiamenti che fanno la nostra vita. Essi dicono la verità del gesto sacramentale e, in qualche modo, ne condizionano l’efficacia.
Possiamo infatti arrivare al volto e alla partola di Dio solo se quello che siamo, facciamo, viviamo… spalanca in modo autentico a Dio: arriviamo a Dio attraverso il sacramento solo se nella vita quotidiana è presente una disponibilità alla condivisione, all'accoglienza, al perdono, al bisogno di riconciliazione. Purtroppo, se celebro l'eucaristia o partecipo al sacramento della riconciliazione, senza un minimo di qualità di vita il gesto che compio, è un gesto soltanto formale: ciò che faceva dire a Paolo, scrivendo agli abitanti di Corinto: “Il pane che voi condividete è un pane di morte, perché mentre celebrate l'Eucaristia il vostro cuore è pieno di egoismo e di sopraffazione”.

Una spiritualità della “sacramentalità diffusa”

Questa riflessione ci porta verso un progetto di spiritualità giovanile, in cui la funzione sacramentale che abitualmente si riserva solo ai sette sacramenti tradizionali, è allargata a tutta la vita.
Mi piace parlare, come ho fatto in qualche battuta precedente, di “sacramentalità diffusa”. Con questa espressione invito a constatare come nella nostra vita quotidiana rendiamo visibile e incontrabile Gesù e di conseguenza il Dio di Gesù. Questo è un segno efficace della salvezza, dunque è un sacramento.
Ne parleremo negli interventi successivi.

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