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1. Verso nuovi modelli

di spiritualità

Riccardo Tonelli 

Qualche anno fa, un giovane, bravo e riflessivo, che aveva partecipato ad un incontro in cui si parlava di Gesù, mi ha aspettato quando ormai molti se ne erano andati, e a bruciapelo mi ha detto: “Senti, quello che ci hai detto su Gesù mi piace. Me l’hai fatto incontrare simpatico e importante per la mia vita. Dimmi: se io gli dico di sì e mi affido a lui, cosa mi capita? Come devo diventare?”.
Mi ha messo in crisi.
È facile parlare di Lui: basta farlo parlare, evitando di moltiplicare le nostre parole più o meno sapienti. È difficile parlare di noi dalla sua parte, secondo il suo progetto, raccontando eventualmente le storie di quelli che l’hanno scelto come il Signore della loro vita.
Non ricordo bene cosa gli ho risposto. Mi ricordo però che sono arrivato alla conclusione di dover approfondire decisamente l’esperienza dei discepoli di Gesù, per trovare racconti di vita, parole e raccomandazioni, capaci di risuonare ancora come bella notizia proprio per coloro che sono rimasti affascinati dalla bella notizia che è Gesù.
È fuori discussione l’urgenza di evangelizzazione. Ma, in una stagione come è la nostra, è egualmente urgente la ricerca e la proposta di modelli affascinanti di esistenza cristiana. Come dirò alla fine di queste riflessioni, oggi abbiamo un grave problema di “spiritualità”.

Tra fede e cultura

Noi non conosciamo Gesù di esperienza diretta e immediata. Conosciamo Carlo, Pasquale, Caterina, nelle GMG abbiamo incontrato Giovanni Paolo II e tanti altri amici. Questi li conosciamo quasi direttamente. Di Gesù conosciamo solo quello che ci hanno raccontato i suoi primi discepoli: quel gruppo di persone coraggiose che ha accolto l’invito a piantare tutto per andare con lui. Quelli che gli hanno detto di sì sono poi cresciuti vicino a lui e hanno avuto il coraggio di dare la loro vita a conferma delle parole che dicevano.
Quando parlo di qualche mio amico, ci metto sempre un poco del mio: le mie attese, i miei sogni, le mie esperienze, i miei desideri. E così il racconto diventa un intreccio difficile da districare, perché è pieno della persona di cui parlo e della sensibilità personale di chi ne parla.
All’inizio, chi parlava di Gesù aveva un vantaggio sconfinato rispetto a coloro che poi hanno continuato a parlare di lui. Lo Spirito di Gesù li assisteva in questa impegnativa comunicazione. Ci mettevano certamente del proprio nelle cose che dicevano. Ma lo Spirito di Gesù assicurava che erano parole autentiche, capaci di coinvolgere altre persone in modo sicuro, secondo il misterioso progetto di Dio. Così sono nati i Vangeli e gli “Atti degli Apostoli”.
Poi però… ci siamo trovati più soli, con il rischio di mescolare eccessivamente l’evento di Gesù e la nostra esperienza. Parlavamo di Gesù, mescolando il suo nome e la sua storia con i modelli di vita che dominavano in una certa stagione o con quelli che funzionavano come innovativi.
Ritorno alla domanda che mi ha rivolto quel giovane di cui ho parlato all’inizio: Cosa mi capita se dico di sì a Gesù? Le riflessioni che ho appena condiviso sono per me molto importanti, proprio per costruire e valutare la risposta a questa grande domanda.
Ho scoperto che spesso quando diciamo, con troppa sicurezza, “I discepoli di Gesù fanno questo e quello, vivono così e non cosà…” corriamo il rischio di mescolare la persona di Gesù, le esigenze radicali che ci propone… e i modelli di comportamento e gli stile di vita di una certa stagione culturale. Possiamo scegliere quelli dominanti o quelli alternativi… ma non è certo eccessivamente corretto far coincidere con gli uni o con gli altri le esigenze radicali dell’essere discepoli di Gesù.
Provocato dalla domanda sono stato costretto a scoprire che nella vita cristiana si realizza sempre un profondo intreccio di eventi e di cultura, di fede coraggiosa in Gesù e di modelli di comportamento legati a scelte di vita personali e sociali.
Con un gruppo di amici, convinti di questa situazione, ci siamo messi a pensare. Non pretendevamo di trovare un’alternativa… impossibile e pericolosa. Volevamo, molto più modestamente, immaginare uno stile di vita che ci permettesse di essere fedeli discepoli di Gesù e dei suoi amici più coraggiosi, restando gente di questo tempo, capaci di condividere seriamente le gioie, le speranze, le tristezze e i dolori di tutti i bravi giovani di oggi.
Sapevamo che l’impegno era gravoso. Non si tratta di cambiare griffe per restare alla moda. Non sono in gioco aspetti esterni, facilmente identificabili. In gioco c’è una questione molto più inquietante: discernere l’irrinunciabile dalle sue espressioni culturali e cercare di riesprimerlo fedelmente dentro altre espressioni culturali.
Ci siamo messi al lavoro. Qualcuno ci guardava un poco storto, preoccupato della nostra presunzione. Non pochi però ci incoraggiavano e si dichiaravano disponibili a collaborare. È nato così un piccolo movimento di ricerca sulla “spiritualità”. Spero di riuscire, nelle riflessioni che seguiranno in questa rubrica, a condividerne qualche frutto felice.

La spiritualità

Ho introdotto una parola che ha davvero bisogno di essere compresa e precisata. L’ho fatto apposta, per non dare come scontato quello che richiede riflessione e approfondimento.
“Spiritualità” è una parola che, a prima vista, può avere sapore di vecchio e, quindi, in ultima analisi, fare a pugni proprio con la sostanza del nostro progetto.
Ce lo siamo detti subito, ai primi passi della nostra ricerca. Parlando di spiritualità, troppe persone pensano ad una serie di pratiche e di modi di fare che riguardano il mondo dei monaci o di quei gruppi di cristiani, innegabilmente bravissimi, ma un poco isolati dalla trama complessa delle vicende di tutti i giorni.
I nostri problemi sono concreti: la scuola, il lavoro, gli amici, il divertimento e lo sport… E poi ci sono quelli che attraversano l’esistenza di tante persone: la difficoltà di sopravvivere in un mondo pieno di imbrogli e di ingiustizie, l’incertezza del domani e il rischio di vedere crollare, in un baleno, quello che era stato costruito a fatica e con speranza. Con tutto questo… la spiritualità cosa ha da spartire? Per pensare alla spiritualità, dobbiamo mettere tra parentesi – almeno per un momento – questi nostri interessi e cambiare provvisoriamente dimora? Oppure – ed è molto peggio – chiamare in causa la spiritualità quando non ho più buone ragioni da produrre?
All’inizio, infatti, volevamo cercare un altro termine, per evitare cattive interpretazioni, correndo così il rischio di finire in questa rete intricata.
Poi, per fortuna, abbiamo conservato il nome, con decisione: l’abbiamo riscoperto, ripulendolo un poco da qualche incrostazione successiva.
La parola “spiritualità” fa riferimento immediato a “spirito”. I discepoli di Gesù lo scrivono con la maiuscola, perché pensano immediatamente allo Spirito di Gesù, al dono impensabile e sconvolgente che Gesù ci ha fatto, poco prima di morire, il dono del suo Spirito, che ci accompagna e modifica profondamente la nostra esistenza quotidiana. Nello Spirito siamo diventati persone radicalmente nuove: quelle di prima e di sempre… con una presenza interiore che ci ha trasformati, come una fiamma di amore che rende diversi e fa vedere tutto in modo nuovo e vivere tutto in una esperienza originale. È la stessa esperienza originale che faceva dire a don Bosco: “Basta che siate giovani e io vi voglio bene”.
Spiritualità vuole dire qualità della vita quotidiana secondo lo Spirito di Gesù. La spiritualità non propone cose da aggiungere o da togliere, più o meno strane, e neppure chiede di cambiar casa per passare da quella di tutti i giorni ad una abitazione speciale. Propone solo un modo di vivere la vita quotidiana, rinnovato dallo Spirito, per manifestare con i fatti la novità che lo Spirito di Gesù ha prodotto in noi.
Alla domanda con cui ho aperto la mia riflessione e su cui ho scatenato problemi e approfondimenti, la prima fondamentale risposta è: il discepolo di Gesù è un tipo come tutti gli altri, che fa la fatica quotidiana di vivere secondo lo Spirito. E, per questo, alla fine è anche originale e strano.
Un bravo teologo diceva che il cristiano è uno che siede a mensa con tutti “da solitario”. Non ha posti speciali né pretende un tavolo riservato nelle piazze delle città di tutti o nell’avventura della vita quotidiana. Però, ogni tanto, sul più bello, si estranea, preso dalle sue preoccupazioni e impegnato in scelte radicali, nello stile della croce di Gesù che contesta ogni pretesa di sapienza. Dà l’impressione di essere uno che vive in questo mondo, come se fosse di un altro mondo.

Una spiritualità “giovanile”

Aggiungo un’ultima riflessione, per dare una specie di quadro generale del cammino che sto progettando.
Chi si imbarca per un viaggio, deve, in qualche modo, scegliere i compagni di viaggio. I mezzi di locomozione che privilegia, il passo che intende assumere, i ritmi del suo procedere… determinano i compagni di viaggio, al di là di ogni dichiarazione di principio. Questa ricerca sulla spiritualità… chi cerca come “compagni di viaggio”?
Non voglio privilegiare il gruppo fortunato di ragazzi bravi, disposti a tutto, impegnati fino allo spasimo, a cui è gratificante pensare quando ci si interroga sui giovani di oggi e sui loro problemi. Preferisco invece mettere in primo piano i più poveri, di pane e di speranza, di cose necessarie e di ragioni per non temere la morte. In questo spostamento di prospettive, coloro che di cose non ne hanno neppure a sufficienza e quelli che ne hanno troppe e muoiono di noia, gridano finalmente così forte da sopraffare i canti devoti degli altri.
Sono pochi i ragazzi che ci lanciano domande come quelle ricordate in apertura. Essi, gridando o con voce soffocata e disturbata, ci chiedono prima di tutto ragioni di vita e di speranza.
Per molti diventa impresa impossibile "vivere" una vita, così co­me il Dio della storia l'ha progettata per gli uomini e le donne che chiama figli suoi.
Molti hanno superato l'emergenza sulla possibilità della vita. Ma si trovano alla ricerca, disperata o rassegnata, di una qualità che la renda vivibile.
Su tutti preme l'ombra della morte: quella quotidiana, che ci ac­compagna come un nemico invisibile e pervasivo, e quella violenta e conclusiva, che sembra bruciare ogni progetto. Non sappiamo più bene dove radicare la nostra speranza. Abbiamo troppe proposte; e appena ne prendiamo qualcuna per buona, ce la vediamo scoppiare tra le mani, come se la morte ci prendesse gusto a far esplodere i palloncini colorati che allietano la festa della vita. Siamo, un po' tutti, in emergenza sul senso della vita.
Sono fortemente convinto che nel profondo di questo grido ci sia un estremo bisogno di spiritualità, così come ho cercato di immaginarla. I giovani vogliono veramente vedere e incontrare Gesù, per trovare speranza e gioia di vivere. E ci chiedono di proporlo loro con coraggio, per confortare la loro attesa. Per questo il problema è “nostro”, di noi educatori cristiani; e non dei giovani soltanto. Sarebbe triste dare un sasso a chi ci chiede un pezzo di pane o uno scorpione a chi stende la mano per avere un buon pesce.
Mi piace molto pensare a quello che ha combinato Pietro, quando ha incontrato lo zoppo alla Porta Bella del Tempio. Lo zoppo gli chiedeva quattro spiccioli di elemosina. Pietro gli ha parlato di Gesù, restituendo salute e robustezza alle sue gambe rattrappite. E lo zoppo guarito è diventato entusiasta di Gesù.
Avrà pensato: per fortuna che quel giorno Pietro era in bolletta… se no mi avrebbe dato una buona elemosina… e io sarei ancora zoppo.
Cerco un progetto di esistenza cristiana, di “spiritualità”, che sia capace di accogliere la domanda di vita e sappia raccontare, con forza e coraggio, la storia di Gesù, l’unico nome che aiuta veramente a vivere.

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