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«Libertà vo cercando». I giovani e la libertà


I giovani e la libertà

Gioia Quattrini

(NPG 2012-02-6) 


I giovani del nostro paese. La generazione dei nati liberi. Nati quando tutto quello che c’era da liberare era stato liberato, tutto quello che c’era da conquistare era stato conquistato, tutto quello che era da correggere sembrava corretto. Insomma il lavoro sporco era stato già fatto da qualcun altro. La generazione per la quale il re e la regina sono i protagonisti di una fiaba o ancora meglio di una rivista di gossip, la generazione che guarda ai dittatori come ad animali strani, che ha conosciuto soltanto la democrazia e che vive spensieratamente quella serenità frutto delle lotte per l’emancipazione che nonni e genitori hanno combattuto senza tregua. La vivono serenamente grazie ad un’epopea dai contorni sfumati, senza più alcuna spinta né alcuno spessore. Un racconto che è venuto a noia di quando fermarsi per strada a parlare con il vicino significava violare la legge, cospirare. A volte sembrano vivere costretti in un mondo banale e insapore, del quale non riescono a godere le conquiste perché non ne hanno mai conosciuto a fondo i dolori. Senza desideri, voglie, interessi. Hanno la sensazione di poter vedere, sapere, avere tutto. Nell’era della comunicazione globale e del grande fratello quale curiosità potrai mai animarli, quale dubbio sospingerli, quale sospetto, quale ambizione esortarli a scrutare oltre la scenografia di questo meraviglioso mondo da fiction.

Così a parlargli della libertà, viene da sorridere. Sarà mica per loro un falso problema, l’uovo di Colombo, l’ovvio.

Il mio canto libero

Parto dalla musica, più facile come approccio per la generazione che, si dice, legga molto meno di quella che l’ha preceduta. Nonostante questo, qualche testa comincia a ciondolare, qualche sguardo sfugge, qualche bocca resta spalancata e tu capisci che sono questi i connotati del vuoto, del vuoto assoluto. «Ma io non sento le parole – mi dice qualcuno – sento la musica».
E poi, una voce dice FREE BIRD dei Lynyrd Skynyrd.
E poi PEZZI DI VETRO di De Gregori: «Non conosce paura l’uomo che salta e vince sui vetri e spezza bottiglie»…
Ma benedetti figlioli, non eravate nemmeno nati quando l’inconfondibile sound di tre chitarre faceva tremare noi che c’eravamo con uno dei più lunghi assoli per chitarra nella storia del rock e quando il Principe cantava questa canzone strepitosa Ma chi ve ne ha parlato? Ma come lo sapete? Vostro padre o vostra madre, di certo. Queste sono eredità che si affidano per amore.
Mentre un’altra, più calata nel suo tempo ma comunque efficace: LIBERO di Fabrizio Moro. Questo giovane cantautore che rifiuta l’etichetta di musicista impegnato e ogni tanto nei suoi versi le tira giù dure. E così la giovanetta canticchia: «Voglio sentirmi libero da quest’onda, libero dalla convinzione che la terra è tonda, libero davvero non per fare il duro, libero dalla paura del futuro».
Ed ancora qualcuno accenna un paio di versi e non sa neanche lui che sono le parole di BELLS OF FREEDOM di Bon Jovi.
Che a sentire questi titoli uno potrebbe dire che le risposte siano preparate se non fosse per i molti del gruppo che guardano con gli occhi vuoti, quelli che dicevamo i connotati del nulla.
Allora questa libertà? domando. Tornare a qualsiasi ora la notte, uscire con chi vogliamo, impiegare il tempo libero a proprio piacimento. Vorrei vivere da solo per sperimentare fin dove posso arrivare solo con le mie forze. Senza regole imposte dagli altri. Senza pressioni o rimproveri. E poi qualcun altro: trasgredire.
Ed ancora: essere EMO. Un modo di vestirsi, frangia lunga e sguincia, occhi truccati di nero, uno stile di vita – qualcuno mi precisa subito che si riferisce al pop punk o all’alternative rock, parole che solo a scriverle mi domando quale infernali segreti nascondano e poi sorrido all’idea che i miei nonni pensarono così probabilmente anche di quei capelloni dei Beatles.
Allora su ragazzi. Provo a farla sottile. Mi cimento nello spaccare in due il capello. Pensate alla libertà da e alla libertà di. Sguardi e silenzio. Libertà da qualcosa e quindi mai più soggetto a umiliazioni o sfruttamenti o repressioni. Libertà di fare, finalmente in grado di esprimere i propri talenti e le proprie qualità nel modo più completo. Entrambi hanno bisogno di autogestione, responsabilità e indipendenza. Silenzio e sguardi. Sguardi e silenzio. Avete ragione, così è complesso.

Gli argini del fiume

Facciamola più semplice. Ho letto da qualche parte un esempio carino davvero: è come il fiume che ha bisogno degli argini per fare il suo corso. Dentro gli argini può fare salti e rotolare da cascate, scorrere lentamente o in modo impetuoso. Se gli argini non tengono, il fiume straripa, forse andrà dove vuole ma senza costruire nulla. Solo guai. Solo fango.
Ma finalmente va dove vuole.
Già, dico io, ma devasta, allaga, uccide.
Certo ma finalmente è libero.
Ma libero di che fare?
Di devastare, allagare, uccidere.
E che razza di libertà è?
È libertà di tutto.
Vorrei abbracciarlo forte e dirgli che la libertà è proprio sapersi dare dei limiti. Non essere schiavi delle passioni ma essere padroni di se stessi. Vorrei dirgli che è la nostra società che ci ha illuso, sussurrando che soltanto se potremo soddisfare ogni nostro capriccio, saremo realmente liberi.
Come quell’uomo che tanto ha desiderato di possedere un’arma e che, una volta ottenuta, la usa sparando all’impazzata tra la folla, a caso, senza alcun criterio. Nulla si possiede senza ragione, consapevolezza e disciplina. È necessario mettere ordine nel caos dei nostri desideri tanto volubili quanto incalzanti. Vorrei dirgli che non se ne farebbe nulla di una tale libertà, imparando con fatica che è l’amore a far girare il mondo.
Vorrei dirgli tutto questo ma un giovanotto mi precede:
Ma lo hai visto Braveheart, guarda che la libertà è una cosa seria e nobile.
Fa tenerezza: la libertà seria e nobile. Come avrei potuto dirlo meglio?
Libertà non è soltanto fare tutto quello che vogliamo ma anche rinunciare a farlo. È necessario accettare i nostri limiti perchè non tutto è alla nostra portata. Serenamente. Certo le possibilità sembrano infinite, ma dobbiamo sentirci obbligati a trovare una collocazione della nostra misura.
Cristina lo dice con leggerezza, ma io resto davvero sorpresa.
Lei continua: essere liberi significa assumersi delle responsabilità. Non si tratta solo di diritti ma anche di doveri. Perché poi la libertà devi difenderla, la devi sostenere. Quando ci penso, devo confessarvi che sento salire una certa ansia: mi sembra davvero un impegno enorme.
Cerco di stemperare la tensione: forza ragazzi, la libertà in un verbo.
Sandro: andare.
Moira: pensare.
Antonio: fare.
Anna: credere.
La concretezza degli uomini e la filosofia delle donne. La libertà è un progetto, un’intenzione, un bersaglio da raggiungere, ciò che darà alla nostra vita connotati unici e immutabili. Un emblema. Un sigillo. Un simbolo.
Arriva Alessia: andare nudi e senza capelli.
Certo pensa di aver lanciato una provocazione e se la sta ridendo sotto i baffi. Magari non si è accorta che con un solo sberleffo ha infranto secoli di sovrastrutture, facendo a pezzi l’insinuante regno dell’apparire, del sembrare. L’importante sarà solo essere puliti. Senza trucchi e senza orpelli. Liberi di essere quello che siamo senza sentirci spinti ad assumere connotati che ci rendano piacevoli al mondo e meno a noi stessi. Senza dover essere per forza belli o brutti, buoni o cattivi, tristi o felici. Senza vestiti alla moda, capelli patinati di gel, atteggiamenti impavidi.
Liberi di avere paura. Liberi di tirarci indietro. Liberi di esitare e rimandare. Basta nascondersi per timore di non essere sufficientemente belli.
Lo aggiunge Carola. È evidente che sia questo il suo punto dolente.
«Il genere più importante di libertà è di essere ciò che si è davvero». Liana cita il suo mito: Jim Morrison. Non proprio un conservatore.
Prende la parola Luca: camminare sulla spiaggia, lentamente. Cam­minare e camminare. Dipendere solo dai miei piedi. Poi immergermi nel mare. Se penso alla libertà, mi viene in mente questo.

Liberi come l’aria

La voglia di essere nel mondo, con il mondo, non di passaggio. La voglia di guardare, riflettere e credere. La necessità di sentirsi in rapporto diretto, a contatto con la pelle del mondo. Che farsene della libertà infarcita di palazzi alti che rubano il cielo, di vie strette senza fuga, di bande fonoassorbenti? Rinunciare al traffico, agli autobus sovraffollati, al rumore del flusso che incalza. Velocità forsennate che cancellano in un istante differenze e ricchezze. Il mondo ci scorre davanti come un film accelerato. Che te ne fai? Allora per dispetto io rallento. Io scandisco la mia vita, non è lei a trascinarmi. Cambio andatura. Mi soffermo. Cerco di comprendere. Finalmente calato nel ritmo della mia esistenza e non condotto a forza come fardello.
Forse la parola libertà è una parola collettiva. Cristina ha qualche difficoltà a spiegarsi. La tranquillizzo e la convinco ad andare avanti.
Mio padre canticchia spesso una canzone che dice… la libertà è partecipazione.
(Il papà di Cristina deve amare Giorgio Gaber). Penso che sia una bella idea. Tutti insieme, ognuno a garantire l’altro. Libero tu, libera io. Decidiamo insieme dove possiamo arrivare per il bene collettivo. Noi non più stranieri ma complici. Bello no?
Il gruppo annuisce insieme. Anche quelli che di tutto questo hanno capito poco.
Sorrido e mi penso bambina mentre la mia mamma per l’ennesima volta cerca di infilarmi le pantofole. Lei gira lo sguardo e io le sfilo di nuovo. La mamma è più testarda di me così non posso vincere, ma come ultimo atto di ribellione penso: sarò grande e camminerò scalza tutto il tempo che vorrò. Sembrerà incredibile ma dopo tanti anni per me è ancora così: quando penso alla libertà sfilo le calze e tolgo le scarpe.
Diceva Luigi Sturzo: «La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca si muore».

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