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Le dieci stanze del rito cristiano /10. La stanza del «Fiat voluntas tua»

 

Alla riscoperta del senso della messa

Carmine Di Sante

(NPG 2001-09-4)

 


LA STANZA DEL «FIAT VOLUNTAS TUA»

C’è una preghiera al centro del rito cristiano, il «Padre Nostro», incastonata tra la preghiera di benedizione e la comunione e insegnata direttamente da Gesù ai suoi discepoli, secondo quanto narra Luca: «Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli’. Ed egli disse loro: quando pregate dite: Padre…» (Lc 11, 1ss). Se nell’edizione lucana la preghiera si compone di cinque petizioni (la «santificazione del nome», l’«avvento del regno», la «donazione del pane», il «perdono dei peccati» e la «sottrazione alla tentazione»), queste, nell’edizione di Matteo, fatta propria dalla liturgia, sono portate a sette: la «santificazione del nome», l’«avvento del regno», l’«obbedienza alla volontà divina», la «donazione del pane», la «remissione dei debiti», la «sottrazione alla tentazione» e la «liberazione dal male». Delle tre aggiunte di Matteo, la prima introduce un nuovo tema («sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra») formalmente assente nel testo lucano; mentre la seconda («rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori») riguarda una sfumatura lessicale che alla categoria del perdono privilegiato da Luca («perdonaci i nostri peccati»), preferisce quella – ma contenutisticamente identica – della «remissione dei debiti»; la terza infine («liberaci dal male») si presenta come una esplicitazione della tentazione, perché sottrarsi ad essa è essere liberi dal male. Tre aggiunte, ma il cui senso non è di modificare ciò che, per Luca, Gesù ha detto, ma di rendere esplicito ciò che in Luca è implicito, di dire in forma dispiegata (esplicitare vuol dire aprire un foglio che, fino a quando è piegato e ripiegato, nasconde i messaggi che vi sono scritti impedendone la lettura) ciò che Luca formula con linguaggio più essenziale e condensato.
E ciò che Matteo, rispetto a Luca, esplicita è l’orizzonte escatologico, cioè ultimo e intrascendibile, oltre il quale non è possibile andare, perché oltre non c’è più nulla da attingere o raggiungere. Questo orizzonte, dal quale e nel quale ogni preghiera nasce e fa ritorno, è la voluntas Dei o volontà di Dio che, intesa biblicamente, non è la volontà impersonale e insindacabile della dura necessità o del destino, ma il suo progetto d’amore personale con cui si prende cura singolarmente di ogni essere umano: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?» (Mt 6,26). Il Dio al quale ci si rivolge perché «sia santificato il suo nome», «venga il suo regno», «ci dia oggi il nostro pane quotidiano», «rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», «non ci induca in tentazione» e «ci liberi dal male» è il Dio la cui volontà è volontà di amore che ama a tal punto da incarnarsi nella storia umana per condividerne la sofferenza e la violenza preferendo addossarsele per infrangerne la logica e interromperle.
All’inizio del suo viaggio in Paradiso, a Dante viene incontro una figura femminile luminosa e trasparente – Piccarda Donati – che, rispondendo alla domanda del poeta sui diversi gradi di felicità dei santi in cielo («Ma, dimmi: voi che siete qui felici, / desiderate voi più alto loco / per più vedere o per più farvi amici»?), gli spiega in cosa consista la beatitudine:
«E 'n la sua voluntate è nostra pace.
Ell’è quel mare, al quale tutto si move
Ciò ch’ella cria e che natura face» (III, 85-87).
Queste parole, in cui Dante condensa tutta la sapienza biblica, sono il commento più profondo al fiat voluntas tua del Padre Nostro che, al termine del nostro viaggio, vediamo incise sul frontespizio dell’ultima stanza dell’edificio rituale cristiano e in cui si riassume e custodisce il segreto – la volontà di Dio appunto – di cui la celebrazione eucaristica è la messa in luce e nella quale l’uomo trova la sua pace: la realizzazione dei suoi sogni, desideri ed utopie. Questa infatti – la volontà di Dio – è il luogo non luogo presente in ogni luogo, dove si placa la ricerca inquieta del cuore umano e dove tutto ciò per cui si è lottato o pianto finalmente trova appagamento. Voluntas che è «come il mare» nelle cui acque tutto torna e trova accoglienza e vita, sia ciò che essa crea direttamente («ciò ch’ella cria») che ciò che essa crea indirettamente, con il concorso delle mediazioni naturali («e che natura face»).
Fare la volontà di Dio vuol dire volere il suo volere sostituendo al proprio il suo. E poiché il volere di Dio è volere di amore – volere che vuole l’amore ed è l’amore stesso – aderire al volere divino non è solo essere nell’amore ma anche nella beatitudine o pace che esso promette e invoca.
La felicità è essere dentro questa volontà d’amore che tutto e tutti avvolge e coinvolge, come vuole sempre Piccarda Donati, costretta a lasciare il monastero controvoglia per un matrimonio non voluto:
«Anzi è formale ad esto beato esse
Tenersi dentro alla divina voglia,
Per ch’una fansi nostre voglie stesse»
(III, 79-81).
Ciò che è essenziale (formale) alla beatitudine (esto beato esse: questo essere beato) è «tenersi dentro alla divina voglia», per cui le nostre volontà diventano, in essa, una sola volontà: «Per ch’una fansi nostre voglie stesse».
Il senso ultimo del rito cristiano è nella messa in luce di questa volontà che il credente è chiamato a fare in ogni istante, nella consapevolezza che la sua pace è nascosta e condensata in questo fare. Là dove ad un uomo accade di fare la volontà di Dio lì fiorisce, per lui e intorno a lui, «la pace», la pienezza della vita e il senso dell’esistenza.
Fare la volontà di Dio vuol dire in primo luogo ascoltare ciò che egli dice attraverso la coscienza e attraverso la pluralità dei volti che del suo Volto sono la traccia imperativa, dove egli appare e si rivela come comandamento:
«Gli uomini e le donne della Bibbia raramente leggono e raramente scrivono (si pensi allo stesso Gesù, cui è attribuita dai Vangeli una sola frase per iscritto che non conosciamo, e per di più tracciata sul labile solco della sabbia…), ma tutti, o quasi, ascoltano, e/o sono disponibili ad ascoltare: ad ascoltare la parola dell’altro, il richiamo dell’amico, la voce di Dio, la canzone del creato, o la poesia del silenzio. Dall’ascolto nascono le relazioni e i rapporti interpersonali, dall’ascolto sgorga la passione amorosa, dall’ascolto dei bisogni altrui deriva la corretta azione politica; ma noi fatichiamo, ogni giorno di più, ad ascoltare, e perfino ad ascoltarci (se non sappiamo ascoltarci, è considerazione ovvia ma non banale, non sapremo neppure ascoltare gli altri). Questa è la grande distanza che ci separa dalla gente della Bibbia, dagli uomini dell’ascolto (più che della visione)» (B. Salvarani, Tra il leggere e lo scrivere, l’ascoltare, in «Il Foglio» n. 281/2001, pp. 1.8).
L’autore conclude osservando:
«Accanto all’educazione al leggere e allo scrivere occorrerebbe dunque, oggi – mi pare – investire nella formazione all’ascolto, ad ascoltare e ad ascoltarci, pena il rischio di ritrovarci tutti a subire passivamente la nostra esistenza come monadi mute o dementi, incapaci di comunicare qualunque messaggio a chicchessia» (ivi).
In secondo luogo fare la voluntas Dei è acconsentirvi, ispirando ad essa il proprio agire e incarnandola nella vita, per cui il «cuore», la «testa», le «mani» e i «piedi» non sono più la messa in opera della volontà dell’io ma della volontà divina, della sua benevolenza creatrice e ricreatrice. «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore, ma non andò. Rivoltosi al secondo gli disse lo stesso: Ed egli rispose: Non ne ho voglia: ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?’ Dicono: ‘l’ultimo’» (Mt 21, 28-31)».
C’è un ascolto che è pseudoascolto dove il sentire ciò che l’altro dice resta esterno all’io, per cui il suo sentire non è un a-con-sentire. La parabola che Gesù narra smaschera questo pseudoascolto e, per lui, il vero ascolto, è quello dove il dire coincide con il fare e dove il fare è il dire primo e più importante. E poiché la volontà di Dio è volontà di amore, fare la sua volontà è amare come lui ama, gratuitamente e disinteressatamente, donando ciò che si ha, come vuole l’apostolo Giovanni, il discepolo che Gesù amava, il quale scrive: «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1 Gv 3, 17-18).
Ma al di là dell’ascoltare e al di là dell’acconsentire, la volontà di Dio esige soprattutto di consegnarsi ad essa, fidandosi e affidandosi al suo amore, al di là di ogni verifica, merito e comprensione, come ha scritto il teologo Pierre De Locht parlando del mistero incomprensibile della morte:
«La tappa finale della vita, segnata dai propri limiti crescenti, dalla propria maggiore dipendenza in rapporto agli altri, fino alla morte che per certi aspetti appare scandalosa per un vivente dotato di coscienza, non ha forse per il ‘credente’ un significato fondamentale? Mi chiedo se questa fase ultima dell’esistenza, in cui non si può personalmente più nulla, in cui si è solo totale dipendenza, non sia indispensabile per aprirsi alla pienezza di Dio. Tutto, in questa tappa, lascia posto al silenzio. La nostra implicazione personale, i nostri meriti e le nostre virtù, i nostri ‘sedicenti’ diritti ad una ricompensa, e anche le nostre idee sull’aldilà, su una beatitudine eterna, tutto ciò non ha più peso. È il silenzio, ed anche forse un certo silenzio di Dio, necessario perché non sussista, in tale momento, che la fiducia. Senza più alcun viatico o provvista per il cammino. Si tratta di dare fiducia, una fiducia che nulla viene ad offuscare, guastare, indebolire, limitare. Fiducia spinta all’estremo. Perché, in definitiva, di fronte a Dio, solo l’accoglienza, e un’accoglienza piena, ha senso. Ogni restrizione a questa accoglienza, e un’accoglienza che potrebbe essere indotta dal collegamento a dei meriti o a cose del genere, porrebbe un qualche ostacolo all’assoluto della fiducia» (in «Concilium» 4/1992; corsivo mio).
Celebrazione della voluntas Dei, il rito cristiano è la messa in luce di questa fiducia assoluta alla quale il credente è chiamato in ogni istante della sua vita a consegnarsi: «Perché, in definitiva, di fronte a Dio, solo l’accoglienza, e un’accoglienza piena, ha senso».

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