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Il risorgere

di Gesù

Carmine Di Sante

(NPG 99-01-09) 

 

Gesù muore ma, per il racconto evangelico, non è la morte l’ultima parola di Gesù e su Gesù, perché, tre giorni dopo, accade l’inaudito. Una delle pagine più celebri del vangelo così presenta questo inaudito:

Ed ecco in quello stesso giorno [il primo giorno dopo il sabato] due di loro [= discepoli] erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discutevano e discorrevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.

Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino?». Si fermarono col volto triste; uno di loro, di nome Cléopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24, 13-35).

Davvero il Signore è risorto

L’inaudito del racconto evangelico è che quel Gesù che era stato giustiziato sulla croce con una morte tanto infame da sancirne il totale fallimento agli occhi dei passanti e soprattutto dei discepoli, che per questo se ne tornarono alle loro case disillusi («col volto triste») e senza più speranza («noi speravamo che fosse lui a liberare Israele», e invece ci siamo sbagliati!), quel Gesù in realtà non era morto: «davvero il Signore è risorto ed è apparso a Pietro».

Questa affermazione mirabile e sconvolgente («davvero il Signore è risorto») è la sostanza stessa della fede cristiana, per la quale credere è proclamare che Gesù è risorto, che egli cioè vive e accompagna il cammino degli uomini e delle donne anche se questi, come i discepoli di Emmaus, non lo riconoscono.

Nei racconti evangelici il primo a testimoniare che Gesù è risorto non è qualcuno dei discepoli ma un inviato celeste, cioè un angelo che appare a due donne che per prime, dopo la sua sepoltura, si recano al sepolcro per rendergli omaggio:

Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dov’era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli (Mt 28, 1-8).

Ma poiché le donne, secondo il racconto lucano, non furono prese sul serio dagli Undici («Quelle parole [che Gesù era risorto] parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse»: Lc 24, 11), allora Gesù stesso si fece presente a loro:

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualcosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (Lc 24, 36-42).

Alcuni decenni prima di questi racconti, Paolo nella lettera ai Corinti aveva così sintetizzato l’annuncio della risurrezione da lui ricevuto e tramandato:

Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti, apparve anche a me come un aborto... Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto (1 Cor 15, 3-11).

Cosa vuol dire che Gesù è risorto

La fede cristiana è proclamazione della morte e della risurrezione di Gesù, e di questa proclamazione i racconti evangelici sono la narrazione fondativa. Ma cosa vuol dire che Gesù è morto e risorto? E quale il legame tra la sua morte fallimentare sulla croce e la sua risurrezione di cui i discepoli sono testimoni? Domande come queste non possono essere eluse perché, se il racconto è sempre donazione di senso offerto all’intelligenza come compito da pensare, questo è ancora più vero per i racconti di risurrezione, principio e centro dell’evangelo e della fede cristiana.

Ad un primo livello la proclamazione della risurrezione di Gesù vuol dire che Dio era con lui e non l’ha quindi abbandonato nella e alla sua morte, ma lo ha «risuscitato», reintegrandolo nello spazio della vita: «Gli uomini del Nuovo Testamento sono sorretti, affascinati dalla certezza che l’Ucciso non è rimasto nella morte, ma vive, e che quanti lo seguono con perseveranza vivranno anch’essi». Pertanto la morte ingiusta subita da Gesù sulla croce non è stata l’ultima parola della sua vita, né la smentita della sua causa, né la prova del carattere illusorio della sua missione, perché Dio, con la sua potenza, si è chinato su di essa, riscattandola.

Ad un livello però più profondo, la risurrezione, per i vangeli, più che proclamazione della vita che si dischiude per Gesù dopo la sua morte ingiusta sulla croce, è piuttosto il disvelamento del senso positivo di quella morte, che, se agli occhi dell’uomo era e poteva essere solo un fallimento, agli occhi di Dio era suprema fedeltà e compimento.

Agli occhi dell’uomo, cioè alla logica umana: quella del potere politico e religioso che lo aveva condannato, quella dei passanti sotto la croce (la logica del buon senso!) che lo schernivano, quella dei discepoli che, dopo la sua condanna a morte, si erano dati alla fuga, forse quella stessa di Gesù quando sulla croce, sentendosi abbandonato dal Padre, gridò: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato» (Mt 27, 46), oppure quando nel Getsemani, prima di essere arrestato, rivolgendosi ai discepoli, confidò loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me» (Mt 26, 38).

Agli occhi di Dio, cioè alla logica di Dio: quella del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe al quale Gesù si era affidato, quella del Dio dell’Esodo che si era rivelato come Dio della misericordia e della grazia, quella del Dio della compassione che si era manifestato nella sua prassi terapeutica e nella sua predicazione, quella del perdono che si palesava nell’amore con cui rispondeva all’inimicizia con l’amicizia.

Se questo è vero, i racconti di risurrezione, più che esprimere un cambiamento di passaggio di Gesù dalla morte alla vita, esprimono un cambiamento di interpretazione dei discepoli da una comprensione sbagliata di Gesù («è stato un fallito») a una comprensione veritativa («è il vero vivente»). La risurrezione è il disvelamento di chi Gesù è stato veramente: non lo sconfitto del potere e della violenza (tutto questo resta vero a livello fenomenico degli accadimenti), bensì il vincitore della morte e della inimicizia.

Da questa prospettiva ermeneutica derivano alcuni criteri fondamentali nella lettura dei racconti di risurrezione e del vangelo in genere:

– i tre giorni che intercorrono tra la morte di Gesù e la sua risurrezione vanno interpretati come il tempo/simbolo, per il discepoli, della presa di coscienza del senso salvifico e luminoso della croce;

– le apparizioni di Gesù e il sepolcro vuoto come mediazione narrativa dell’oggettività della risurrezione: non produzione del desiderio dei discepoli o della loro volontà apologetica, bensì evento oggettivo che li precede, li sorprende e li «converte»;

– i vangeli scritti non come narrazione di quello che Gesù ha fatto e ha detto prima della sua risurrezione, bensì come rilettura, da parte dei discepoli, della sua esistenza a partire dall’evento della risurrezione.

La vittoria sulla morte

Il senso profondo della risurrezione di Gesù non è quindi che egli dopo morte entra nella vita eterna, dove non regna più la morte, bensì che egli entro la sua morte ha posto un gesto che è oltre la morte e introduce per questo alla vita eterna, la vita che più non muore. Il mistero luminoso e abissale della croce è questo paradosso scandaloso e sconvolgente, per cui il Gesù che pende sulla croce è il Gesù Risorto: non il Perdente ma il Vincente, non l’Umiliato ma l’Innalzato, non l’Ignominioso ma il Glorioso, non il Morto ma il Vivente.

Più radicalmente ancora: è il Perdente Vincente, l’Umiliato Innalzato, l’Ignominioso Glorioso, il Morto Vivente.

È questa la ragione per la quale il quarto evangelista legge la croce e l’intera vicenda di Gesù con la categoria della gloria: perché in essa vede sprigionarsi una luce che è la luce stessa dell’umanità.

Il gesto che Gesù pone dentro la sua morte e che ne cambia la cifra transustanziandola da sconfitta a vittoria, è l’atteggiamento interiore con cui egli l’assume: in obbedienza a Dio e per amore dei fratelli. Sulla croce cioè Gesù porta a compimento la sua accettazione della volontà del Padre, che è volontà di amore per l’umanità peccatrice. Cioè: egli assume la sua morte ingiusta con un gesto di amore che è quello stesso di Dio, offrendo il perdono a chi l’uccide e l’amicizia a chi lo nega. Sulla croce ac-cade e si rivela questo amore divino che il Nuovo Testamento chiama agàpe, perché altro dall’amore di desiderio, e nuovo amore che non passa per la realizzazione dell’io ma per il suo svuotamento o kénosis, secondo il linguaggio paolino.

La ragione per la quale la morte in croce non costituisce, per Gesù, il suo fallimento ma il suo compimento, è perché egli fa di quella morte l’espressione del suo amore di agape: il luogo e l’apice dove il suo amore si fa escatologico, raggiunge cioè la sua trasparenza e visibilità ultima. Gesù muore assumendo la sua morte con agape. Ma porre un gesto di agape nel mondo della morte è – miracolo ed evento – collocarsi fuori dello spazio della morte! Movimento divino, l’amore di agape è amore la cui potenza si sottrae alla potenza della morte, dichiarandone l’impotenza.

Nella prima lettera ai Corinti Paolo, parlando della «risurrezione dei corpi» che Gesù dischiude all’umanità, ne parla come passaggio dal corpo mortale e corruttibile a quello immortale e incorruttibile:

Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è o morte la tua vittoria? Dov’è o morte il tuo pungiglione... Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 15, 54-55).

L’agape, gesto di amore e di perdono nel cuore della inimicizia e della violenza, è il gesto che fa del «corpo corruttibile» dell’uomo un «corpo incorruttibile». Nel linguaggio paolino il «corpo corruttibile» è la soggettività autocentrata avvinghiata al proprio io, mentre il «corpo incorruttibile» la soggettività redenta che non si vive più come io per sé ma come io per l’altro. Ogni volta che, nella storia umana segnata dalla inimicizia e dalla violenza, si pone un gesto di amore, lì il «corpo corruttibile» risorge in «corpo vestito di incorruttibilità». Che vuol dire: l’io entra nello spazio della «vita eterna», come vuole la parabola del buon samaritano.

La rigenerazione della storia

È qui che va colto il senso radicale della risurrezione di Gesù: principio e paradigma della risurrezione umana. La potenza narrativa dei vangeli non è tanto nell’annunciare che Gesù è risorto, quanto soprattutto che nella sua risurrezione l’umanità intera finalmente risorge.

Più che della risurrezione di Gesù in sé, i racconti evangelici si interessano della sua risurrezione come principio della risurrezione umana. Per questo Paolo rimprovera i Corinti di vanificare la risurrezione di Gesù se non credono nella loro:

Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede... e voi siete ancora nei vostri peccati (1 Cor 15, 12ss).

La risurrezione di Gesù è principio di risurrezione dell’umanità, non nel senso di annunciare che l’uomo dopo la morte invece che al nulla accede alla vita eterna (per una affermazione come questa non era necessaria la risurrezione di Gesù, essendo comune l’idea di una vita dopo morte, sia alla filosofia greca, con la categoria dell’immortalità dell’anima, sia all’apocalittica giudaica contemporanea al Nuovo Testamento), bensì nel senso di svelare il segreto attraverso il quale la storia umana da storia di «peccato» – storia di violenza e di sofferenza – torna a essere storia di amicizia e di fraternità. Questo segreto è l’agape: il perdono nell’inimizia, la misericordia nella violenza, la tenerezza nel rifiuto. Introdurre nel regno della inimicizia, della violenza e del rifiuto il movimento contrario del perdono, della misericordia e della tenerezza è sospendere la storia come storia di peccato per rigenerarla come regno di Dio e creazione.

Alla morte e risurrezione di Gesù i racconti evangelici fanno seguire il dono dello Spirito che Luca, autore degli Atti oltre che terzo evangelista, presenta in un quadro narrativo a parte come discesa dello Spirito nel giorno di pentecoste (At 2, 1ss). L’effusione dello spirito, che per Luca scende sui discepoli cinquanta giorni dopo la risurrezione di Gesù, per Giovanni, il quarto evangelista, coincide con la morte stessa di Gesù sulla croce il quale, dopo aver ricevuto l’aceto, disse: «’Tutto è compiuto’. E chinato il capo spirò» (Gv 19, 30). Mirabile testo, per la sua concentrazione teologica e soprattutto per i suoi «doppi sensi» così cari a Giovanni. Gesù facendo della sua morte l’espressione del suo amore di agape porta a termine la sua opera («tutto è compiuto») e manda il suo spirito. Letteralmente: «emise lo spirito», che vuol dire sia «esalò lo spirito», nel senso di morire, sia «mandò il suo spirito», nel senso di farne dono ai discepoli e, tramite i discepoli, all’umanità.

Il racconto del dono dello spirito (termine che nel greco biblico vuol dire «forza» ed «energia» trasformatrice e ordinatrice la quale, però, come il vento, resta impossedibile) vuol dire che il gesto di agape compiuto da Gesù sulla croce non è, per i discepoli, oggetto di contemplazione («come è bello che Gesù ci ha amati fino in fondo donando la sua vita per noi!»), bensì principio di comportamento e di azione: «poiché siamo stati amati da Gesù, dobbiamo anche noi amare allo stesso modo». Ciò vuol dire che l’agape che Gesù rivela sulla croce con il dono della sua vita è «forza» ed «energia», che si fa per l’uomo imperativo e comandamento: «vi ho dato infatti l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi».

Lo spirito è il linguaggio con cui la bibbia da una parte dice la forza imperativa dell’amore di agape apparso sulla croce, e dall’altra la sua potenza di trasformazione della storia umana. È questa la ragione per la quale, dopo la morte e risurrezione di Gesù, si apre, per la storia, il tempo della redenzione e della riconciliazione. Di questo tempo, il tempo della chiesa è linguaggio e segno.


H. Küng, Essere cristiani, Mondadori, 1976, p. 399.

Cf il mio Responsabilità. L’io per l’altro, Ed. Lavoro, Roma 1996.

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