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Il morire di Gesù

 

NPG. Dossier 240. Verso l'incontro con Cristo, 33 (1999), n. 01, pp. 9-39

Carmine Di Sante

 

Una fine tragica


Gesù guarisce e Gesù parla riattivando nella storia la logica divina della misericordia.

Ma per i racconti evangelici non è la sua prassi terapeutica e neppure la sua parola evangelizzatrice ciò che definisce in profondità la storia e l’identità di Gesù, bensì la sua fine ignominiosa e la sua morte infame sulla croce.

Quel Gesù che aveva speso la sua vita andando «attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4, 23), finisce infatti crocifisso su un legno, insieme a dei malfattori, nell’ignominia e nell’abbandono.

Ora è proprio questa morte ignominiosa e infamante ciò che si trova al centro dei racconti evangelici, occupando quasi la metà dei materiali narrativi, per cui giustamente, come nota lo studioso M. Kähler, i vangeli sono la storia della passione, con l’attività terapeutica e la predicazione di Gesù come introduzione.

Non si capisce nulla dei vangeli se non si penetra il mistero abissale di questo paradosso che, al centro del racconto neotestamentario, pone l’infamia della croce: infamia che, invece di essere rimossa, occultata o negata, al contrario è affermata, tematizzata e collocata a fondamento stesso della fede.

La fine di Gesù è ignominiosa e infamante non solo per la sua condanna a morte e neppure solo per la modalità con cui fu eseguita – la crocifissione –, ma soprattutto per il triplice fallimento di cui veniva a rivestirsi agli occhi degli spettatori e dei suoi seguaci.

Il fallimento innanzitutto di Gesù stesso e della causa di cui si era fatto portatore.

 

La sua morte sulla croce non smentiva infatti quel regno della misericordia e dell’amore che aveva annunciato con le sue opere e la sua parola nell’intero arco della sua vita?

Ma se Gesù fallisce, non falliscono pure tutti coloro – discepoli, seguaci e ammiratori – che avevano riposto in lui la loro speranza, certi che in lui il regno di Dio si sarebbe realizzato?

Ma se Gesù e i suoi discepoli hanno fallito e per questo sono dei falliti, non dipende ciò dal fatto che quel Dio che il nazareno annunciava e nel cui nome diceva di guarire e di parlare, era lui stesso fallito, cioè inesistente e illusorio?

O che comunque quel Dio di cui lui si fidava e si affidava invece di confermarlo lo smentiva, consegnandolo impotente nelle mani dei nemici e schierandosi così dalla parte dei carnefici, come sospettano i passanti quando lo vedono crocifisso?

E quelli che passavano là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!». Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso: è il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo (Mt 27, 39-44).

 

Perché Gesù è stato ucciso

Stando al racconto del processo subito nel Sinedrio, alla presenza del sommo sacerdote Caifa, Gesù fu condannato a morte per motivi religiosi, per essersi ritenuto superiore al tempio, cioè a Dio, e proclamato messia e figlio di Dio:

I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte, ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due che affermarono: «Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni». Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».

Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto», gli rispose Gesù... Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte» (Mt 26,59-66).

Stando però al racconto del processo subito davanti a Pilato, il governatore romano a cui era riservato il diritto di comminare la pena capitale, Gesù fu condannato a morte per essersi proclamato re dei giudei:

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici» (Mt 27, 11).

Questa ragione della condanna fu scritta formalmente anche sul legno sul quale Gesù fu giustiziato:

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei giudei».

Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto» (Gv 19, 17-22).

Per quanto sia oggettivamente difficile ricostruire le ragioni storiche per le quali Gesù fu giustiziato (difficile perché i vangeli non sono documenti storiografici ma testimonianze di fede, come si è notato), i racconti evangelici lasciano comunque intendere che esse furono di ordine religioso e di ordine politico.

Gesù fu giustiziato perché il suo agire e il suo parlare destabilizzavano l’ordine religioso rappresentato dalle autorità giudaiche e l’ordine politico garantito dall’autorità romana. Alla radice della condanna a morte di Gesù i vangeli vedono all’opera l’alleanza perversa tra questi due poteri che si danno la mano per autogarantirsi. Ma per quanto queste ragioni e il loro intreccio siano importanti, non è comunque su di esse che il racconto neotestamentario pone l’accento.

Per quanto determinanti, queste ragioni restano per l’evangelo irrilevanti, intra-vedendo e denunciando, oltre e dentro di esse, una ragione più radicale, diffusa e universale: il peccato. Per il racconto neotestamentario è questo, il peccato, la ragione della morte di Gesù, come esprime lapidariamente il credo cristiano: «morì per i nostri peccati» (1 Cor 15, 3).

Che vuol dire: a causa dei nostri peccati e per togliere i nostri peccati. Il «peccato», che per la bibbia è negazione di Dio e conseguentemente negazione dell’uomo, è sia la ragione per la quale Gesù muore, sia il fine per cui muore: per detronizzarlo e dichiararne la morte. Gesù muore a causa di una umanità che negando Dio nega pure l’uomo. La sua morte, prima che del potere romano e del potere religioso, è il frutto di questa volontà negatrice di Dio e dell’uomo, di cui il potere politico e il potere religioso sono una espressione, ma non l’unica né la più diffusa e radicale.


Gesù assume la sua morte

Per questo i racconti evangelici, più che sulle cause storiche per cui Gesù muore, pongono l’accento sulla sua volontà con cui l’assume liberamente fino a desiderarla ardentemente:

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme (Lc 9, 51).

Gerusalemme, il luogo-simbolo della sua morte, non è, per Gesù, un «incidente» o una disgrazia che gli accade, ma è da lui voluta come fine del suo stesso agire e dire:

Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno (Mt 16, 21ss).

 

Ma come è possibile volere la propria morte e volerla «decisamente», come sottolinea esplicitamente il testo evangelico? Ci troviamo di fronte a una affermazione inquietante, non solo perché Gesù non sfugge alla morte e la ricerca consapevolmente, bensì soprattutto perché la morte alla quale egli va incontro non è la morte naturale, che sarebbe saggezza accogliere come sorella, secondo l’insegnamento di Francesco d’Assisi, ma la morte ingiusta e violenta alla quale sarebbe giusto sottrarsi e ribellarsi.

Come è possibile volere una morte ingiusta e violenta e volerla «decisamente»? Come è possibile voler «soffrire molto», facendo del soffrire e del patire l’oggetto di una scelta e di una decisione? E perché volere la sofferenza, come se fosse un positivo da preferire e non piuttosto un negativo da rifiutare?

A interrogativi come questi, pesanti come macigni, può rispondere solo un’ermeneutica attenta che, senza fare della sofferenza un valore in sé, sappia cogliere la ragione paradossale per cui Gesù, nonostante tutto, la ricerca «decisamente».

Ora il motivo per cui Gesù si dirige «decisamente» verso la violenza che si scatenerà ingiustamente su di lui a Gerusalemme, non è perché egli la ami masochisticamente, né perché la trasfiguri illusoriamente cercandovi un positivo che la giustifichi e la riscatti dal di dentro.

Niente di tutto questo. La sofferenza alla quale Gesù va incontro è una sofferenza ingiusta e, in quanto ingiusta, al di fuori dello spazio dell’«è giusto», non può essere desiderata e giustificata ma solo contestata.

Ma si ripropone allora la domanda: perché Gesù si dirige «decisamente» verso Gerusalemme, il luogo della sua sofferenza ingiusta e della sua morte violenta? Proviamo ad abbozzare la risposta in questi termini: non perché egli ami quella sofferenza ingiusta e quella morte violenta, bensì perché vuole portarvi dentro l’antidoto che ne infrange la logica e la sconfigge.

Un incendio all’improvviso avvolge la casa minacciando gli abitanti e i passanti. Per evitare il peggio, si richiede qualcuno che si getti tra le fiamme per spegnerle e individuarne la causa e eliminarla. «Si getti»: non perché ami l’incendio ma perché voglia spegnerlo; e non per provare a se stesso quanto sia coraggioso o incurante del pericolo ma per amore, perché sollecito della sorte di chi è minacciato dalla morte e mosso dalla compassione per la sua sofferenza.

Per amore

Per il Nuovo Testamento Gesù è questo «qualcuno», impensabile dall’uomo e pensabile e pensato solo da Dio (e, per questo figlio di Dio e Dio lui stesso), che «si getta» nel cuore della violenza, che l’uccide per introdurvi dentro il principio-evento dell’amore, della bontà, del perdono e della nonviolenza, l’unico principio-evento capace di spezzarla dal di dentro, mettendone in discussione la logica e il determinismo.

È qui che si attinge la ragione escatologica, cioè ultima, per cui Gesù accetta la morte violenta che l’attende: per far esplodere e dischiudere, dentro la violenza che patisce e lo aggredisce, la potenza dell’amore che la vince, «spodestando» la violenza dal suo trono, dalla pretesa di appartenere all’ordine veritativo e di essere il principio del reale, e (ri)aprendo lo spazio della misericordia, del perdono e della comunione, dove l’umano muore alla sua alienazione e inautenticità e nasce alla sua bellezza e verità.

È questa la ragione per la quale il racconto neotestamentario legge la morte di Gesù sulla croce come evento dell’amore divino per eccellenza.

Evento dell’amore innanzitutto: perché quella morte oggettivamente violenta non è per Gesù la ragione sufficiente per negare l’amicizia a chi lo uccide, ma il tempo propizio, cioè il kairòs, per farla esplodere in tutta la sua potenza sconvolgente:

Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? (Mt 5, 46-47).

La morte di Gesù sulla croce è evento di amore perché gesto amicale che, non rispondendo all’inimicizia con l’inimicizia, abolisce lo spazio dell’inimicizia e riapre al nemico lo spazio dell’amicizia.

Evento dell’amore, ma divino, si diceva: perché in un mondo dove tutti sono avvolti dalla logica inimicale solo chi proviene da «altrove» può metterla in discussione e contestarla. Per questo, nella lettura giovannea, Gesù dice di sé di non essere «di questo mondo» (Gv 8, 23; 17, 14.16) e che il suo regno non è «di questo mondo» (Gv 18, 36). Egli non è di questo mondo e viene da altrove perché introduce nel mondo umano dell’inimicizia il gesto amicale impensabile per l’umano. L’altrove dal quale egli proviene non è l’altrove geografico, bensì l’altrove della misericordia e del perdono.


Il segno del suo amore

Questo «altrove dell’amore», posto a fondamento della sua morte ingiusta e violenta, è stato Gesù stesso a disvelarlo apertamente ai suoi discepoli prima di essere giustiziato, e ad affidarlo alla sua chiesa perché ne facesse memoria in tutti i tempi:

Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 19-20).

Prima di morire, durante una cena, pronunciando la preghiera di benedizione sul pane e sul vino, simboli del mondo, dono di Dio all’uomo, con un gesto inaudito e sconvolgente Gesù disse, svelandolo e anticipandolo, che la sua morte imminente sulla croce sarebbe stata, da parte sua, il luogo della donazione della sua vita per amore: «Questo è il mio corpo che è dato per voi»; «questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». Quel pane spezzato e quel vino versato, nella cui oggettività la preghiera di benedizione proclamava incarnato l’amore di Dio, per la parola instauratrice di Gesù si riveste di un ulteriore significato: non più solo espressione dell’amore con cui Dio provvede all’uomo essere-di-bisogno, bensì disvelamento dell’amore con cui egli dona la sua vita all’umanità peccatrice, cioè violenta, ponendo un gesto amicale nel cuore dell’inimicizia. Il «pane spezzato» e il «vino versato» vengono così a significare, ovvero a disvelare, il senso della sua morte imminente: non scacco ma amore, non fallimento ma donazione, non impotenza per la vita che gli è sottratta bensì potenza per la sua vita che liberamente dona. Di qui l’insistenza: «il mio corpo che è dato per voi»; «il mio sangue che viene versato per voi».

Questa libertà d’amore con cui Gesù assume la sua morte violenta, rendendola manifesta nel pane «spezzato» e nel vino «versato» dell’ultima sua cena, costituisce il cuore stesso della chiesa che per questo, per volontà esplicita del suo Signore, lo ricorda e lo attualizza ogni giorno: «Fate questo in memoria di me». Credere in Gesù è «fare memoria» del suo gesto di amore e di perdono riproducendolo nei giorni e nelle notti di tutti i tempi.

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