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Le dieci stanze del rito cristiano /7. La stanza della comunione

 

Alla riscoperta del senso della messa

Carmine Di Sante

 

(NPG 01-09-04)

 

 

LA STANZA DELLA COMUNIONE

 

La ragione per la quale, nel rito cristiano, si fa memoria di ciò che Gesù ha fatto nella sua ultima cena, non è di ordine contemplativo o riflessivo, perché ad esempio si comprenda e approfondisca il senso del suo gesto, ma di ordine «nutritivo», perché ci si alimenti del suo pane e del suo vino che, non più pane e non più vino, sono il suo stesso «corpo» e il suo stesso «sangue», cioè il suo io, secondo il significato ebraico dell’endiadi «corpo» e «sangue» (come pure secondo un’elementare fenomenologia) da intendere non come le due parti biologiche del corpo umano, ma come sinonimo della soggettività in quanto pensante e soprattutto agente e amante. Il rito cristiano – e il memoriale che ne è l’anima – è finalizzato a questo «mangiare» e a questo «bere», come ha ribadito il Vaticano II al quale si deve la riscoperta della celebrazione eucaristica come banchetto (parlare di «banchetto eucaristico» è divenuto comune negli ultimi anni) e dell’importanza delle parole dell’istituzione dove Gesù, parlando della sua presenza nel pane e nel vino, non dice: «guardate» e «adorate», ma «prendete e mangiate», «prendete e bevete». È per questo che al momento della preghiera eucaristica segue il momento della comunione vera e propria, da intendere non come parte successiva al racconto memoriale della croce, bensì come suo compimento, e non come parte riservata solo al celebrante, come avveniva fino al Vaticano II, dove i partecipanti erano tenuti a comunicarsi solo una volta all’anno, ma a tutti indistintamente.

Se banchetto, dove Gesù dice: «prendete e mangiate, questo è il mio corpo», «prendete e bevete, questo è il mio sangue», la celebrazione eucaristica esige che ci si nutra di questo pane e si beva di questo sangue, e non farlo sarebbe incoerente, come accettare l’invito a pranzo di un amico e poi rifiutarsi di mangiare. E così, parlando dell’eucaristia come banchetto, siamo già entrati nella settima stanza del rito cristiano dove è incisa la parola comunione, la parola più conosciuta e amata del rito cristiano, e familiare anche a chi, col tempo, se ne è allontanato, perché il «fare la prima comunione» è stata – e ancora è per molti – l’unica modalità di conoscenza e di adesione alla tradizione cristiana. Parola la più conosciuta e amata e, ermeneuticamente, anche la più profonda perché introduce, con immediatezza, al significato vertiginoso di quel «mangiate e bevete, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», che Gesù ha lasciato ai suoi come volontà testamentaria e che, ieri come oggi, non cessa di sorprendere e scandalizzare.

Nel termine comunione – e nel verbo «fare» che l’accompagna, per cui si tratta non di essere in comunione ma di fare la comunione – c’è la piccola porta attraverso la quale entrare per capire il senso sconvolgente di ciò che Gesù ha inteso quando ha comandato ai suoi di mangiare del suo corpo e di bere il suo sangue. E ciò che Gesù ha inteso con il suo ordine scioccante è che i suoi discepoli, quanti ascoltano la sua parola e intendono seguirlo, non sono né devono essere suoi ammiratori, ma imitatori che fanno ciò che lui ha fatto. Ciò che lui ha fatto, lo ha fatto per riaprire, nella storia, la possibilità di farlo. Nutrirsi della sua «carne» e nutrirsi del suo «sangue» – linguaggio nello stesso tempo simbolicamente ardito e realissimo – è far scorrere nel proprio sangue il suo, che vuol dire costituire una sola soggettività dove l’io vuole ciò che egli vuole, per cui non ci sono più due volontà – la mia e la sua – ma soltanto la sua che diventa anche la mia. E poiché la volontà di Gesù è volontà di amore che ama l’estraneo e il nemico e preferisce addossarsi la violenza piuttosto che riprodurla, fare propria la sua volontà è assumere il suo amore di alterità come paradigma, sostituendo al proprio cuore il suo, e così realizzando l’inaudita profezia – sogno o utopia – di Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36, 26-28).

«Fare la comunione» vuol dire quindi volere l’amore senza ritorno – che è bontà, gratuità, disinteressamento, pazienza e misericordia – in Gesù esploso sulla croce e che attende, in ogni istante, di essere riprodotto per la redenzione del mondo. Volerlo e realizzarlo con il proprio «corpo» (che, come si è precisato, è sinonimo della soggettività umana nella sua concretezza), ma in comunione con il suo «corpo», in una misteriosa e realissima unità dove si è il suo stesso corpo, secondo la stupenda immagine paolina ripresa nelle varie preghiere eucaristiche dove, dopo le parole della istituzione, ci si rivolge a Dio invocandolo: «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo» (Preghiera eucaristica II); «Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua Chiesa la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Preghiera eucaristica III): «Guarda con amore, o Dio, la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa; e a tutti coloro che mangeranno di quest’unico pane e berranno di quest’unico calice, concedi che, riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo, a lode della tua gloria» (Preghiera eucaristica IV).

Diventare un «solo corpo» con il Cristo non è un momento – per quanto importante – dell’azione rituale cristiana, ma ne è il fine stesso, per cui tutto ciò di cui si è parlato fino adesso, a partire da questo fine, acquista una luce nuova. Nella stanza della lode, parlando della benedizione, se ne era presentata la struttura a trittico precisando che le ragioni per le quali Dio va benedetto sono legate all’ordine della creazione (perché egli ha creato il mondo), della rivelazione (perché si è manifestato nella sua parola e nel suo Figlio, parola fatta carne) e della redenzione (perché in forza di questa parola parlata e fatta carne, è possibile, per l’uomo, redimere il mondo).

Ma è arrivato ora il momento di precisare che, per il racconto neotestamentario, Gesù non solo è colui per il quale si rende grazie al Padre, perché lo ha donato al mondo come rivelatore e redentore, ma soprattutto perché è colui in forza del quale è possibile lodare Dio e redimere il mondo. Per il racconto neotestamentario più che motivazione della benedizione, Gesù è il principio stesso della benedizione, e in tanto ne è anche motivazione in quanto, a monte, ne è prima il principio o la fonte. È questa la ragione per la quale, nella preghiera eucaristica, il tema della lode a Dio ad un certo punto si interrompe e si volge in duplice invocazione: la prima perché il pane e il vino si trasformino nel corpo di Gesù («Manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri»); la seconda perché, nel suo corpo, la comunità celebrante diventi un solo corpo («Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua chiesa la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi… dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito»).

Una duplice invocazione che in realtà è una sola, il cui senso è che nel «corpo» di Cristo si diventi un «solo corpo» e che la propria soggettività faccia tutt’uno con la sua soggettività, capace di gratuità fino alla morte in croce.

La vera invocazione a Dio – rispetto alla quale tutte le altre diventano ambigue e irrilevanti – è solo questa: che egli ci elevi all’altezza dell’amore gratuito esploso sulla croce, nel quale Dio – o la verità – si disocculta, l’uomo ritrova la sua vocazione originaria e la storia umana si riattiva disalienandosi.

Si diceva che, di fronte a Dio, questa è l’invocazione o richiesta per eccellenza: non che egli risponda ai nostri bisogni o desideri, ma che ci conformi all’amore gratuito di suo figlio sulla croce, facendoci, nel suo corpo, un solo corpo.

A questa invocazione la liturgia riserva un termine particolare: epiclesi, dal termine epi-kaleo, invocazione, con cui si chiede a Dio di trasformare, con la potenza del suo spirito, il pane e il vino nel corpo di Gesù perché nel suo corpo l’assemblea diventi un solo corpo, capace di amore gratuito e di perdono come lui. Invocazione, l’epiclesi è l’unica vera invocazione che, lungi dal rinchiudere l’io nel cerchio del suo egoismo, lo libera da sé ed apre all’altro veramente altro – lo straniero e il nemico – elevandolo all’altezza della bontà o santità.

Se il sogno di Dio sull’umanità è che gli uomini si amino dello stesso amore gratuito di Gesù, diventando il suo «corpo» di cui lui è il capo, come vuole l’immagine paolina (cf 1 Cor 12,12), si capisce perché il rito cristiano è incentrato sulla presenza di Gesù, intesa non come oggetto dell’evento celebrativo ma come il soggetto stesso, come precisa il Vaticano II nella Costituzione liturgica dove si trova la definizione teologica più densa della liturgia:

«Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, ‘Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti’ (Concilio di Trento), sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza, è Cristo stesso che battezza (S. Agostino).

È presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, Lui che ha promesso: ‘Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro’ (Mt 18,20)… Giustamente perciò la liturgia è ritenuta come l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi propria, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato, dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (n. 7).

 

 

 

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