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L'operare di Gesù

 

NPG. Dossier 240. Verso l'incontro con Cristo, 33 (1999), n. 01, pp. 9-39

Carmine Di Sante

 

Priorità dell’agire

 

Leggendo i vangeli, una cosa che sorprende è l’agire di Gesù. Egli parla ma soprattutto agisce.

Parla e agisce, in un intreccio continuo dove la parola porta all’azione e l’azione rimanda alla parola. Un agire, il suo, non incentrato sull’io, sui suoi progetti o desideri, bensì sul bisogno altrui sul quale vigilare; soprattutto un agire motivato e finalizzato all’eliminazione del dolore e della sofferenza altrui. Secondo una formula felice dei teologi della liberazione latinoamericani del dopo Concilio, l’agire di Gesù è un agire di liberazione e la sua prassi è una prassi liberatrice.

«Che ve ne pare? – chiese un giorno Gesù ad alcuni suoi interlocutori – Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, Signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli» (Mt 21, 28-31).

L’agire è così importante che è da esso, per Gesù, che si è giustificati di fronte a Dio, per il quale conta non la parola con cui l’uomo lo riconosce esplicitamente, dicendogli «Sì, Signore», bensì il gesto di liberazione con cui promuove l’altro, andandogli incontro anche senza riconoscerlo. È in questo senso che «i pubblicani e le prostitute passano avanti ai credenti nel regno dei cieli»: non per il loro essere «pubblicani» (cioè peccatori) e prostitute, ma perché la condizione per entrarvi è l’agire concreto e solidale, più importante della stessa professione di fede in quanto tale, e possibilità riservata non a chi crede in Dio ma aperta a tutti indistintamente.

In un’altra pagina gli evangelisti riportano queste parole di fuoco pronunciate un giorno da Gesù:

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno [il giorno del giudizio come giorno di disvelamento della verità]: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me voi operatori di iniquità. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande (Mt 7, 21-27).

Ciò che è risolutivo per Gesù è l’agire conforme alla volontà di Dio: l’agire sottratto all’insignificanza e fondato sulla roccia. Di questo agire, misura e norma all’agire umano, Gesù è l’incarnazione stessa e il paradigma.


L’agire terapeutico

Il tratto specifico dell’agire di Gesù è l’andare incontro ai sofferenti e ai malati. Matteo, il primo evangelista, così riassume i due o tre anni di attività pubblica di Gesù:

Venuta la sera gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie (Mt 8, 16-1).

Marco, il secondo evangelista (anche se in realtà il primo in ordine cronologico), scrive ugualmente:

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare perché lo conoscevano (Mc 1, 29-31).

Con parole simili Luca:

Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano demoni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo (Lc 4, 40-41).

Questi tre brani, nei quali è facile individuare notevoli somiglianze espressive e contenutistiche (che, per questo, rimandano a una fonte redazionale unica, molto probabilmente quella di Marco), vengono considerati dagli studiosi dei sommari o sintesi dell’attività pubblica di Gesù: brani, quindi, che non riferiscono tanto ciò che Gesù ha fatto solo eccezionalmente, ma piuttosto ciò che egli ha sempre fatto, nella ordinarietà di tutti i suoi giorni. Il suo agire terapeutico non è per lui una attività tra le altre, e neppure più importante rispetto ad altre, ma l’attività costitutiva che lo identifica e definisce.

Tre gli aspetti da sottolineare, stando a questi sommari neotestamentari.

Il primo riguarda l’arco delle malattie che Gesù guarisce, «infermi colpiti da mali di ogni genere» (cf Lc 4, 40): fisici, psichici, spirituali, sociali o di natura ancora indefinita, come ad esempio la epilessia che la bibbia attribuisce a delle forze negative soprannaturali («demoni» o «spiriti») ignorando le cause che la producevano. Ma al di là delle malattie Gesù vede all’opera la malattia che egli mira ad aggredire e sconfiggere.

Nelle malattie infatti egli coglie l’oggettivarsi di una malattia più radicale che è la disintegrazione dell’ordine soggettivo, che è l’ordine della corporeità, e curandole Gesù ricostituisce l’ordine al cui interno l’io ritrova la sua armonia e verità.

Il secondo riguarda il legame tra la malattia da una parte e la presenza dei «demoni» o degli «spiriti» dall’altra. Secondo la mentalità comune alla maggior parte dei popoli primitivi, le malattie di cui non si conoscevano le cause venivano attribuite a forze superiori, soprattutto le malattie di origine neurologica o psichiatrica, che solo in questo secolo sono divenute oggetto di conoscenza.

Quando pertanto nei vangeli si parla di «spiriti» e di «demoni», non bisogna cedere alla tentazione di pensare a delle potenze cattive soprannaturali che, esterne all’uomo, prendono possesso della sua anima sfigurandola. Il linguaggio demonologico comunque contiene un profondo insegnamento anche per noi oggi.

Esso dice che ogni malattia, soprattutto quando se ne ignorano le cause e si sottrae al controllo della cura («conoscere» è potere appunto perché è dominio!), sprigiona una potenza negativa di fronte alla quale il soggetto si coglie indifeso e impotente, alla mercé di forze avverse che lo sovrastano e minacciano. Guarire per Gesù non è solo curare il corpo, ma è soprattutto restituire al soggetto umano, provato dalla malattia, la libertà di fronte ad essa: non più succube del suo potere ma sovrano che ne contesta il dominio e la sconfigge.

Il terzo elemento infine, esplicitato dal sommario di Matteo, è il legame costitutivo tra il soffrire di Gesù da una parte e il soffrire dei malati dall’altra:

Egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie (Mt 8, 16-1).

Legame contrastante e paradossale: per togliere la sofferenza Gesù soffre lui stesso personalmente, assumendo le infermità dell’uomo e addossandosene le malattie, secondo l’oracolo del profeta Isaia (in realtà, secondo gli studiosi, un discepolo di Isaia, per questo chiamato Deutero-Isaia, cioè Secondo Isaia) che nel capitolo 53, noto come «il quarto canto del servo di Dio», descrive la sorte di un personaggio misterioso attraverso il cui patire Dio redime il patire umano. In questo misterioso personaggio Matteo e la chiesa delle origini leggono prefigurata la storia di Gesù che attraverso il suo agire e soprattutto il suo soffrire redime la sofferenza umana. Capire in che senso e come Gesù redima il dolore con il dolore è un’affermazione misteriosa su cui si rifletterà nelle due ultime parti dedicate al suo patire e al suo risorgere.


L’agire compassionevole

Il tratto specifico dell’agire terapeutico, con cui Gesù sana i corpi reintegrandoli nell’ordine e armonia, è la compassione: il sentire la sofferenza altrui come propria e mettersi a suo servizio per eliminarla. La ragione per la quale i vangeli iniziano la storia di Gesù con la sua attività taumaturgica, dispiegando narrativamente una serie di guarigioni e di miracoli, va individuata proprio qui: non per dire che Gesù è un «guaritore» straordinario dotato di poteri di cui sono privi i normali medici o terapeuti, non per provare che egli è figlio di Dio per cui è giocoforza credere in lui, alla sua proposta e al suo messaggio, bensì per svelare l’intenzione ultima e radicale che è sotteso al suo agire e che, pur dentro il suo agire, è comunque sempre oltre, invisibile e indimostrabile come tutto ciò che appartiene all’ordine dell’intenzionale.

I racconti di guarigione sono quindi racconti dis-velativi o rivelativi dell’intenzione ultima e radicale (escatologica, in termini di teologia classica) di Gesù. Tutto quello che egli fa e pensa, lo fa e pensa mosso dalla compassione. Al di là del suo «fare» e al di là del suo «pensare», c’è un «oltre» e un «aldilà» che è il «compatire», e che del suo «fare» e del suo pensare» ne fa il dispiegamento esistenziale. Per capire Gesù e accedere al suo mistero è necessario andare oltre la sua «prassi» e il suo «pensiero», attingendo a quel livello dove originano l’una e l’altro e che, per i racconti evangelici, è la compassione: l’andare verso l’altro non per coglierne il valore di cui appropriarsi e colmarsi, come la mano si appropria e coglie il frutto dell’albero per nutrirsene, bensì l’andare verso l’altro per chinarsi sul suo dis-valore (carenza, sofferenza, malattia, emarginazione, povertà, ecc.) ed eliminarlo:

Udito ciò [che Giovanni Battista era stato giustiziato], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati (Mt 14, 13-14).

L’intenzionalità di compassione, messa in luce dai racconti evangelici di guarigione, va intesa in senso radicale: non un’intenzionalità che convive con altre e vi resta accanto, bensì un’intenzionalità che si vuole come assoluta; un’intenzionalità pertanto non aggiuntiva o saltuaria bensì costitutiva e originaria. Ciò che i racconti evangelici delle guarigioni intendono dirci e insegnare non è che Gesù di tanto in tanto è compassionevole, per cui, oltre che pensare a se stesso, pensa anche agli altri commuovendosi di fronte alla loro sofferenza (e chi di noi non si è sentito commuovere qualche volta per il dolore altrui?), bensì che egli è la Compassione stessa, e che in ogni suo agire e in ogni suo pensare è mosso sempre e solo dalla intenzionalità di compassione.

Ma è possibile un agire che sia sempre e solo compassione, motivato non dal proprio bisogno da riempire ma dal vuoto dell’altro da colmare? E non è l’uomo costitutivamente e dannatamente essere di bisogno che, come vuole l’antropologia moderna, in ogni suo agire e in ogni suo pensare ricerca e vuole solo se stesso ostinatamente? I racconti di guarigione dell’evangelo mettono in discussione l’assolutezza e l’intrascendibilità di un modello antropologico così inteso, e in Gesù dischiude un umano non come l’io-per-l’io bensì come l’io-per-altro: un umano, per questo, sovrumano o divino. È questa la ragione per cui Gesù meriterà il nome di soggetto divino («figlio di Dio» e «Dio»), e una pensatrice originale come Simone Weil scriverà che solo Dio può avere compassione e «fare attenzione a uno sventurato».


Diverse figure dell’agire compassionevole

Con la sua prassi terapeutica Gesù guarisce diverse malattie, tante quante sono le forze negative che lacerano il corpo, lo spazio in cui si incarna la soggettività umana.

Anche se le figure della sofferenza umana sono di per sé indefinite e indefinibili, perché legate alla irripetibilità del soggetto umano e perché dipendenti da diversi contesti socioculturali, i racconti evangelici delle guarigioni presentano comunque delle figure ricorrenti che conservano un valore paradgimatico anche per noi oggi.

La prima figura di malattia è quella corporea o fisica, dove il corpo è lacerato nella sua dimensione espressiva e funzionale: una mano incapace di indicare o accarezzare, un occhio chiuso per sempre ai colori e alle forme, un udito sordo alle parole e alla musica, un piede impossibilitato a correre e a saltare.

Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito nel giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: «Stendi la mano!». La stese e la sua mano fu risanata (Mc 3, 1-6).

Il paralitico al centro di questo brano marciano è una di quelle categorie di malati fisici che, insieme ai muti, sordi, ciechi, storpi e zoppi, Gesù guarisce.

La seconda figura di malattia è quella psichica, intendendo con questa il cattivo rapporto del soggetto con se stesso, a differenza della malattia fisica dove il cattivo rapporto si gioca soprattutto con il corpo segnato dalla carenza o handicap. Anche se l’evangelo non conosce la categoria della malattia psichica, i racconti incentrati intorno alla figura dell’indemoniato o degli indemoniati (cf Mt 8, 28-34; Mc 5, 1-20; Lc 8, 26-39; ecc.), chiamati «lunatici» per i loro comportamenti imprevedibili e mutevoli come la luna (cf Mt 17, 15), rimandano comunque a questo tipo di malati. Quelle che la scienza moderna chiama infatti «malattie psichiche», caratterizzate da sofferenze e disagio di cui si ignorano ancora le cause fisiche, nell’antichità venivano spiegate con il ricorso a forze «demoniache», forze straordinarie che l’uomo non poteva dominare e dalle quali era dominato. Guarendo persone «indemoniate», Gesù le reintegra nella loro dignità, non più vittime di forze oscure, ma soggettività riconsegnate alla loro libertà di scelta e di decisione; e in questo modo insegna che nella storia non esistono più, per l’uomo, potenze negative o poteri distruttivi che lo determinano irreversibilmente. Il senso profondo dei racconti di guarigione incentrati sugli indemoniati va colto proprio qui: non nell’esistenza di forze extraumane messe in fuga dalla potenza soprannaturale di Gesù, bensì nella coscienza (ri)dischiusa e (ri)donata che nella storia non esistono, per l’uomo, potenze negative e poteri distruttivi, perché per lui si riapre, in Gesù, lo spazio della libertà e della responsabilità.

La terza figura di malattia è quella sociale, in cui si trascrivono una sofferenza e un disagio che non ineriscono al corpo o alla psiche bensì al rapporto con gli altri.

Qui il soffrire non rimanda al cattivo rapporto con il proprio corpo o con la propria psiche, bensì a quello con gli altri. E poiché l’uomo non è un essere individuale ma costitutivamente relazionale, il cattivo rapporto con gli altri produce ugualmente ferite e sofferenze. Per questo Gesù, secondo i racconti di guarigione riportati dai vangeli, oltre che su chi soffre fisicamente o psichicamente, si china anche su chi soffre socialmente: gli esclusi, gli emarginati e i segnati a dito, che invece dell’integrazione e dell’accoglienza conoscono il giudizio e il rifiuto. Le categorie evangeliche più comuni dell’esclusione sociale sono quelle delle prostitute, messe al bando per il loro comportamento morale, i «pubblicani», votati al disprezzo per il loro mestiere di esattori di imposte e i lebbrosi, espulsi dalla convivenza civile per la loro malattia contagiosa. Gesù, accogliendo con amore persone come queste, le reintegra nello spazio della comunione e della relazione, abolisce i codici della separatezza e della esclusione, e insegna che la dignità della persona umana risplende solo a quel livello dove si è amati gratuitamente, al di là del giudizio e della condanna.

La quarta figura di malattia assume, nei racconti evangelici, la forma della povertà, che consiste nella carenza o insufficienza dei beni materiali e culturali, senza i quali l’esistenza umana si dispiega come esistenza incompiuta e infelice. La povertà intesa come assenza dei beni necessari all’uomo, per l’evangelo è la più grave forma di «malattia» che mina alle basi il convivere umano, ed essa non viene attribuita all’avarizia della natura incapace di nutrire i suoi figli, e tanto meno alla volontà di Dio che è volontà d’amore che ha creato il mondo per sfamare chi vi abita (cf Sal 147, 7ss), bensì alla ingiustizia degli uomini accecati dalla volontà di possesso e di accaparramento e incapaci di condivisione solidale. Per questo la principale attività terapeutica di Gesù si dispiega, nei racconti evangelici, attraverso la moltiplicazione dei pani con cui viene sconfitta la povertà e ristabilito l’ordine della fraternità:

Sbarcando [Gesù] vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi riferirono: «Cinque pani e due pesci». Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani e i due pesci levò gli occhi al cielo, pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini (Mc 6,34ss).

Questo racconto, noto come «moltiplicazione dei pani» e riferito nei testi evangelici per ben sei volte (Mt 14,13-21; 15, 32-33; Mc 6,31-44; 8, 1-9; Lc 9, 10-17; Gv 6,1-15), è il racconto della potenza terapeutica di Gesù che vince la miseria e ristabilisce la giustizia e l’uguaglianza.

La quinta figura di malattia dalla quale Gesù guarisce è spirituale, intendendo con questo il cattivo rapporto che l’uomo ha con Dio, per cui quest’ultimo è percepito estraneo o ostile, e il primo solo e abbandonato. Il nome biblico per questo tipo di malattia è il «peccato» e chi ne è colpito è «peccatore»: colui che, nel suo pensare e nel suo agire, si trova fuori dello spazio della «grazia». Nell’evangelo due sono le categorie di peccatori per eccellenza: da una parte i pagani, ignari del Dio vero e idolatri; dall’altra quegli ebrei che, pur avendo la rivelazione e adorando il Dio di Abramo, ne tradivano l’alleanza. Gli uni e gli altri guardati con disprezzo ed emarginati per il loro comportamento indegno e immorale.

Se Gesù guarisce tutte le malattie, è però soprattutto su quest’ultima dove, secondo i racconti evangelici, si concentra la sua attività terapeutica, mangiando con i peccatori e i pubblicani, andando a casa loro e sfidando il giudizio e la condanna dei benpensanti, e preferendoli ai giusti e agli osservanti (cf Mt 9, 10-13).

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