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Come incontrarlo

 

NPG. Dossier 240. Verso l'incontro con Cristo, 33 (1999), n. 01, pp. 9-39

Carmine Di Sante

 

Attraverso la bibbia


Incontrare Gesù oggi è possibile attraverso una serie di piccoli libri che di lui parlano direttamente o indirettamente e nei quali la coscienza cristiana delle origini ha «impresso» la sua identità tramandandone il messaggio alle generazioni future e all’umanità. Spesso si pensa ai libri come a «oggetti morti» i cui segni, complessi ed enigmatici, restano muti e impotenti. In realtà è il contrario perché, lungi dall’essere muto e impotente, il libro è parola viva ed eloquente che invece di rivolgersi solo a quelli che si trovano «qui e ora» alla presenza del soggetto che la pronuncia, è udibile da tutti in ogni tempo e in ogni spazio. Ma c’è di più. Il libro non solo universalizza la parola del soggetto che la pronuncia, facendone un contemporaneo del lettore di tutti i tempi, ma crea nei suoi confronti il giusto «distanziamento» che ne permette l’ascolto e la recezione nella libertà, al di là della seduzione o della minaccia. A differenza della parola parlata, infatti, la parola scritta non esercita violenza perché di fronte ad essa il lettore ha tempo e «prende tempo» – il tempo dell’attesa, della critica e del giudizio – e si trova nella situazione più adatta per decidere se accoglierla o rifiutarla.

Quindi Gesù oggi può essere incontrato attraverso la parola scritta che, rispetto alla sua parola parlata, non è un «meno» ma un «più» che favorisce una comprensione più profonda del suo messaggio e un’adesione più libera al suo appello. Questa parola scritta che consente a ogni generazione l’incontro con Gesù si dà in una pluralità di parole che, raccolte e sistematizzate organicamente in un periodo di tempo che va dal primo secolo al terzo secolo dell’era cristiana, hanno dato luogo al canone neotestamentario: un insieme di piccoli libri fondativi e normativi (per questo chiamati «canone», termine ebraico che vuol dire «canna», strumento di misurazione e quindi di misura nell’antichità) che, per la tradizione cattolica, sono ventisette e che per questo vengono chiamati «bibbia», forma plurale che in greco vuol dire «libri».

Tra questi ventisette libri un posto del tutto particolare occupano i quattro vangeli, quattro scritti attribuiti rispettivamente a Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Per la loro importanza questi quattro scritti sono stati collocati all’inizio del canone cristiano anche se, dal punto di vista della datazione storica, sarebbero da collocare piuttosto alla fine, essendo stati composti, secondo la maggior parte degli studiosi, verso la fine del primo secolo dell’era cristiana, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo. Questi piccoli volumetti hanno una struttura quasi identica, e molti materiali narrativi in essi riportati (ad esempio parole pronunciate da Gesù, racconti di miracoli o parabole) si ritrovano quasi allo stesso modo in tutti e quattro. Questa rassomiglianza è accentuata particolarmente tra i primi tre libretti, quelli di Matteo, di Marco e di Luca, che per questo vengono chiamati «sinottici», termine che deriva da «sinossi» e che vuol dire «sguardo d’insieme» perché, se disposti su colonne parallele, appaiono così simili da poter essere seguiti insieme con un solo colpo d’occhio.

In realtà però a parlare di Gesù non sono solo i quattro vangeli ma anche gli altri libri del canone cristiano: gli atti degli apostoli, le tredici lettere di Paolo (una lettera ai romani, due ai corinti, una ai galati, una agli efesini, una ai filippesi, una ai colossesi, due ai tessalonicesi, due a Timoteo, una a Tito, una a Filemone), la lettera agli ebrei, le due lettere di Pietro, le tre lettere di Giovanni, una lettera di Giacomo, una di Giuda (non Giuda il traditore ma un altro che si dice «fratello di Giacomo») e la cosiddetta Apocalisse (termine che di per sé non vuol dire «catastrofe» ma rivelazione divina) di Giovanni. Questi testi, che insieme ai quattro vangeli raggiungono il numero di ventisette, parlano tutti di Gesù rispondendo alla domanda del «chi egli è stato» per l’umanità. Gesù lo si incontra quindi non solo attraverso i vangeli ma anche attraverso gli altri libri del canone cristiano, ognuno dei quali coglie aspetti particolari del suo mistero.

Ventisette sono quindi i testi con cui confrontarsi per incontrare Gesù e lasciarsi sorprendere dal suo mistero e dal suo fascino. Ma poiché Gesù è ebreo e i testi canonici cristiani parlano di lui alla luce delle scritture ebraiche (l’insieme cioè dei libri, una quarantina circa, in cui il popolo d’Israele narra come Dio è entrato nella sua storia e quale il suo disegno d’amore per l’umanità) ne consegue che non è possibile incontrare Gesù senza incontrare necessariamente le scritture del suo popolo al cui interno si è autocompreso e di cui, secondo Matteo, è stato l’inveramento: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non son venuto per abolire ma per dare compimento» (Mt 5, 17). Appunto perché non è possibile comprendere Gesù al di fuori delle scritture ebraiche, la chiesa ha da sempre letto i suoi libri canonici insieme con quelli dell’ebraismo, chiamando i primi Antico Testamento o Primo Testamento (termine che vuol dire «patto», alleanza», la categoria che sta al centro della storia d’Israele come storia dell’incontro tra Dio e l’uomo) e i secondi Nuovo Testamento o Secondo Testamento. L’insieme dei libri del Primo e Secondo Testamento formano nel loro insieme la bibbia cristiana, un insieme di 70 libri circa che, tra tutti i libri dell’umanità, sono tra i più misteriosi, originali e affascinanti: non solo per i credenti che in essi leggono la storia di Dio con l’umanità, ma anche per i non credenti, che nelle sue pagine vedono una delle realizzazioni più alte e creative dello spirito umano.

Per incontrare Gesù allora è necessario incontrare la bibbia: non solo i vangeli, non solo gli altri libri del Nuovo Testamento ma anche quelli del Primo Testamento. Tutta la bibbia è come una sublime (e, per chi crede, divina) sinfonia, dove dalla prima pagina della Genesi all’ultima dell’Apocalisse si narra della storia mirabile dell’incontro di Dio con l’umanità e all’interno di questa storia del significato peculiare e unico avuto in essa da Gesù.


Cos’è l’evangelo

 

Tra tutti i libri della bibbia, i vangeli restano i più importanti per incontrare Gesù e capirne il mistero. Essi sono chiamati «vangeli» dal contenuto che come un ritornello, più volte esplicitamente, altre volte implicitamente, li attraversa e li sostanzia: il contenuto di un annuncio inatteso che irrompe e produce sorpresa e gioia inaudite: come quando a un condannato a morte è annunciata la sospensione della esecuzione, a un malato di tumore la fine della devastazione fisica e psichica o a un popolo in guerra la liberazione dall’invasore per la sua sconfitta. Vangelo infatti vuol dire «buona notizia», dal greco eu-angelion, che letteralmente vuol dire annuncio (angelion) bello o buono (eu), nel senso che produce felicità e gioia. È un peccato che nel termine italiano non sia rimasta traccia della prima parte dell’originale greco, e sarebbe da (re)introdurla, come hanno fatto i fratelli protestanti, i quali amano parlare di «evangelo» piuttosto che di «vangelo», intendendo con il primo l’annuncio di liberazione che esso esprime, con il secondo i quattro libri (i quattro vangeli appunto) in cui questo annuncio prende corpo narrativamente.

Per il racconto biblico Gesù è colui che porta al mondo questo «evangelo», questa «buona notizia». Anzi: colui che è lui stesso questo «evangelo» o «buona notizia» che cambia radicalmente l’esistenza di chi l’incontra. Per capire chi è Gesù e in cosa consiste la potenza inaudita di novità che egli dischiude, bisogna recuperare il senso profondo dell’evangelo come «buona notizia», al di là dell’uso scontato e abituale che ne viene fatto. Sulle parole infatti, come su un quadro o un mosaico, si deposita la polvere del tempo che le scolora o deforma, per cui occorre sempre esercitare su di esse la vigilanza critica.

Immagina di trovarti nella situazione del condannato a morte o del malato terminale, e immagina l’abisso di abbandono e di angoscia che, come nebbia impenetrabile, ti avvolge e ti sconquassa. Anche se fortunatamente mai o solo difficilmente può capitarti una cosa simile, cerca lo stesso di rappresentarti una situazione come questa, mettendoti nei panni di chi, ad esempio, nei lager viveva in attesa di entrare nelle camere a gas o ai condannati che in questo preciso instante stanno per entrare nel braccio della morte per essere giustiziati. Ma ecco che all’improvviso – continua ancora a immaginare – inattesa ti giunge la notizia che la tua condanna è sospesa o la tua malattia vinta. Immagina cosa proveresti a questa notizia e come cambierebbe la tua vita: altra, diversa, miracolata e graziata, inondata da una gioia indicibile, rappresentabile solo come esperienza di ritorno dalla morte alla vita. Questo è l’«evangelo», per gli autori del Nuovo Testamento. E questa è la potenza di novità e di liberazione che le sue pagine custodiscono e offrono al lettore, ieri come oggi.


Perché i vangeli sono quattro

 

L’evangelo è la «buona notizia» che in Gesù è data a ogni uomo la possibilità della «ri-creazione» o del rinnovamento dell’esistenza, paragonabile a quella di chi nasce una seconda volta, secondo la storia di Nicodemo, o di un ritorno dalla morte, secondo la storia di Lazzaro. Questo «evangelo» o «buona notizia» non si dà in un solo racconto ma in una molteplicità di racconti che, nel loro insieme, costituiscono il Nuovo Testamento, al cui interno i quattro vangeli occupano un posto del tutto particolare, per la loro somiglianza di struttura e di organizzazione narrativa e teologica. Per questo l’evangelo è «quadrifome», come amano ripetere i padri della chiesa, i primi teologi cristiani: si offre cioè con quattro «forme» o «volti» contemporaneamente «simili» e «difformi». Simili perché i quattro vangeli o le quattro «forme», come le note di una sinfonia che si rincorrono, riproducono e cantano tutti lo stesso tema: che in Gesù l’uomo incontra l’«evangelo», la «buona notizia» della liberazione e della gioia. Difformi perché i quattro vangeli o le quattro «forme» non sono riproduzioni uniformi ma creative che, dell’unico evangelo, mettono in luce aspetti sempre nuovi.

La ragione di questa «quadriformità» è duplice: da una parte la profondità insondabile dell’evangelo che nessuna traduzione narrativa può esaurire; dall’altra l’unicità del soggetto umano che, «toccato» dall’evangelo, lo interpreta personalmente, cogliendone aspetti che lui e solo lui, nella sua irriducibile singolarità, può cogliere. L’atto dell’interpretare infatti non è gesto passivo che lascia il soggetto recettivo, come se fosse un vaso da riempire, bensì attivo con cui, come un musicista di fronte al testo musicale, si sveglia o risveglia alle sue potenzialità dando il meglio di sé e della sua creatività. È qui che va individuata la ragione profonda della pluriformità con cui la tradizione cristiana ha trasmesso e trasmette l’evangelo: non solo perché essa testimonia della pluralità interpretativa dell’evangelo da parte della chiesa delle origini, contro la tentazione della uniformità e del fissismo, ma soprattutto perché insegna che, di fronte all’evangelo, come pure di fronte all’intero testo sacro, ogni lettore e ogni generazione sono chiamati ogni volta a riscriverlo daccapo, aggiungendo ai quattro vangeli un «quinto evangelo», secondo il fortunato romanzo dello scrittore Mario Pomilio. A proposito del testo biblico rivelato, Lévinas, il grande pensatore ebreo francese scomparso nel 1995, scrive: «Tutto si svolge come se la molteplicità delle persone – non sarebbe questo il senso stesso del personale? – fosse la condizione della pienezza della ‘verità assoluta’, come se ogni persona con la sua unicità assicurasse alla rivelazione un aspetto unico della verità, e come se alcuni dei suoi lati non si sarebbero mai rivelati nel caso in cui determinate persone fossero mancate nell’umanità... La molteplicità delle persone irriducibili è necessaria alla molteplicità del senso; i molteplici sensi, sono persone molteplici». Ciò che Lévinas scrive a proposito della rivelazione del testo biblico vale soprattutto per l’evangelo che del testo biblico è il cuore.

 

Testimonianze di fede

 

Leggendo i vangeli per scoprire l’evangelo, il lettore riscrive il suo vangelo. Ma la lettura dei vangeli, come la lettura di ogni testo, richiede il possesso di alcune nozioni preliminari senza le quali si espone al rischio dell’equivoco. Si immagini un lettore sprovveduto che, leggendo «I Promessi Sposi» e restando affascinato dal racconto di Fra Cristoforo o dell’Innominato, ne volesse ricercare la documentazione storica perché convinto che solo così la storia di quei personaggi sarebbe vera e donatrice di senso. Se pensasse così, quel lettore sprovveduto resterebbe vittima di un errore. Ignorando che quel testo non appartiene al genere letterario della ricerca storica bensì a quello della narrazione letteraria o romanzo, porrebbe a esso domande «fuori testo», alle quali il testo non è in grado di rispondere e si vieterebbe le domande giuste, le sole capaci di farlo parlare adeguatamente.

Uno degli errori più comuni nel leggere i vangeli è di pensare che essi siano delle «biografie» su Gesù: racconti documentati storiograficamente di quello che egli ha fatto e ha detto nell’arco della sua vita. Storiograficamente vuol dire due cose: da una parte ciò che realmente ha fatto (ad esempio se ha detto quella determinata parola o compiuto quel determinato gesto) o gli è stato fatto (ad esempio se davvero è nato, ha subito un atto ingiusto o una morte violenta), dall’altra i documenti scritti (archivi, registri, certificati, attestati e documenti vari) che provano ciò che egli realmente ha fatto o gli è stato fatto. Queste due accezioni, ciò che accade da un lato e la trascrizione o registrazione in documenti di ciò che accade dall’altro, restano tra loro irriducibili, perché l’una appartiene alla storia vissuta, l’altra alla storia raccontata. Pur comunque irriducibili, nell’ambito della ricerca storica, delle due accezioni, ha finito per prevalere la seconda che ha inglobato la prima fino ad eclissarla o a volte annullarla. Così storico è finito per diventare tout court sinonimo di storiografico e reale ciò che è documentabile, mentre inesistente o irreale ciò che non ha il supporto di prove documentaristiche.

Con l’affermazione che i vangeli non sono biografie su Gesù e che il loro genere letterario non è storiografico, si vuol dire che l’intento che ha guidato gli evangelisti nello stenderli non è stato quello della documentazione storiografica: andare alla ricerca delle prove sulla base delle quali dimostrare la veridicità di ciò che Gesù ha detto e ha fatto, e come la sua parola e la sua azione hanno inciso sulla scena pubblica del sociale, del politico o dell’economico, ecc. Altro in realtà è stato l’intento degli evangelisti e in genere degli autori biblici: non provare con documenti verificabili ciò che Gesù era stato ed era per la sua epoca, bensì narrare ciò che era stato ed era di fronte a Dio e quale il compito affidatogli a vantaggio dell’umanità. Si tratta di scritti particolari, pertanto, che appartengono al genere della «fede», intendendo con questo termine non ciò che è irrazionale, nel senso che è contro la ragione, bensì ciò che è meta-razionale, nel senso che è oltre la ragione e può essere creduto non sulla base della verifica, bensì su quella della fiducia o dell’affidamento a Dio che si rivela.

È questa la ragione per la quale a proposito dei vangeli e dell’intera bibbia si parla comunemente non di testi storiografici bensì di testimonianze di fede: non per dire che la realtà di cui essi parlano è il prodotto della «buona fede» dei loro autori, cioè della loro fantasia o del loro immaginario, bensì per dire che la verità in essi custodita non appartiene all’ordine della ragione bensì a quello della fede, l’ordine dove Dio parla e si rivela e l’uomo vi si consegna nella fiducia e nell’abbandono. Appunto perché l’ordine della fede è istituito da Dio che si rivela e dall’uomo che liberamente vi acconsente, la sua verità non può essere provata empiricamente, ma solo testimoniata, accolta e trasmessa.

Scrivendo i vangeli per dispiegare in essi l’evangelo come «buona notizia» che sconvolge e libera, gli autori del Nuovo Testamento non volevano dimostrare che quello che Gesù aveva fatto e detto era vero perché verificabile, bensì raccontare e svelare il progetto di Dio su Gesù e il senso di questo progetto per l’umanità. Leggendo i vangeli è necessario collocarsi in questa prospettiva, e alla pseudodomanda che spesso ci poniamo di fronte alle sue pagine e ai suoi racconti («davvero le cose sono andate così») dobbiamo abituarci a sostituire quella giusta: «qual è il senso della storia che sto leggendo?».


Processo di formazione

 

Testimonianze di fede, nate cioè nell’ambito della fede come accoglienza e fiducia nella presenza di Dio che parla e si rivela, gli scritti evangelici hanno una storia lunga e affascinante che è possibile ricostruire solo ipoteticamente. Secondo la maggior parte degli studiosi, i quattro vangeli sono stati redatti dopo il 70 d. C., e anche se la loro stesura definitiva così come è pervenuta fino a noi è opera di un solo autore (secondo la tradizione: Matteo, Marco, Luca e Giovanni), in essi tuttavia confluiscono materiali narrativi vari che si sono formati in un arco di tempo di più di 50 anni, dalla morte di Gesù fino alla fine del primo secolo circa dell’era cristiana. Secondo gli studiosi si possono individuare almeno tre tappe importanti in questa storia affascinante conclusasi con l’attuale stesura dei vangeli.

La prima tappa, quella originaria, coincide con l’evento di Gesù Risorto che, imprevisto e imprevedibile, appare ai discepoli delusi e fuggitivi dopo la sua morte e la sua sconfitta in croce. Il racconto incomparabile di questo evento è quello di Luca in cui parla di due discepoli che, mentre se ne tornavano tristi nel loro villaggio, di nome Emmaus, dopo che il maestro era stato condannato a morte e crocifisso, incrociano un personaggio strano e sconosciuto che, all’improvviso, sul far della sera e durante la cena, nello spezzare il pane, si svela e si rivela per quello che veramente era:

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con lui, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone (Lc 24, 30-34).

Questa prima tappa è la tappa dell’evento: evento storico, se per storico si intende qualcosa che realmente accade nella storia, ma non storicamente verificabile, se per verificabile si intende l’insieme delle prove documentaristiche. I vangeli nascono da questo evento originario come racconto del Risorto dal quale i discepoli si sentono incontrati, loro malgrado. Questo è un punto capitale sul quale non stancarsi mai di riflettere sufficientemente e che fa dei vangeli un testo del tutto peculiare. Questi non sono in primo luogo il racconto di quello che Gesù ha fatto e ha insegnato in vita, e neppure il racconto della sua sconfitta e del suo fallimento trasfigurati dal ricordo dei discepoli non rassegnati alla sua sconfitta. Al contrario, essi sono la narrazione di ciò che è accaduto ai discepoli incontrati dal Risorto e di come, alla luce di questo incontro, essi hanno ricompreso chi fosse davvero quel Gesù di cui avevano ascoltato increduli la parola e del cui fallimento erano stati testimoni impotenti. I vangeli sono il racconto di questa esperienza unica e straordinaria accaduta ai discepoli loro malgrado.

La seconda tappa è quella della testimonianza orale: i discepoli che, testimoni dell’evento, se ne fanno, con la parola, narratori, partecipando ad altri la loro esperienza e raccontando come quell’evento abbia modificato profondamente la loro esistenza. Questa tappa, che dura una cinquantina d’anni, è caratterizzata dalla predicazione orale con cui i discepoli si spostavano da una città all’altra per annunciarvi l’esperienza straordinaria vissuta, e alla luce di questa esperienza rileggere e ricomprendere le cose dette e fatte da Gesù, e soprattutto la morte ignominiosa che ingiustamente si era abbattuta su di lui. I modelli della predicazione orale variavano naturalmente a seconda dell’evangelizzatore, del pubblico, dell’ambiente e delle finalità programmate. Con il tempo comunque sembrano imporsi alcune modalità o schemi ai quali gli apostoli ricorrono abitualmente e intorno ai quali organizzano il loro annuncio. Si formano così materiali narrativi, adatti alcuni prevalentemente per l’ambito liturgico o cultuale, altri per l’ambito dell’istruzione o catechesi oppure per quello della predicazione missionaria propriamente detta.

La terza tappa infine è quella della redazione scritta, che consiste nel passaggio della testimonianza apostolica dalla fase orale a quella dello scritto organicamente strutturato. È questa la fase dei quattro vangeli di cui oggi disponiamo, e i cui autori sono dei redattori che costruiscono i loro scritti attingendo alla tradizione orale ma selezionandoli e organizzandoli ciascuno secondo una prospettiva personale che di ogni vangelo fa un’opera originale.

 

 

Da conoscere e amare

 

Per conoscere Gesù è necessario familiarizzarsi con queste testimonianze di cui ci fanno dono i vangeli scritti. Familiarizzarsi con essi vuol dire leggerli e rileggerli, perché in quelle pagine si custodisce il segreto dell’avventura dell’esistenza umana. Per questo «la Chiesa ha sempre venerato le divine scritture come ha fatto per il corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di nutrirsi del Pane della vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo».

Stando a questo testo, due sono le cose più importanti dell’esperienza di fede cristiana: la mensa della Parola, dove Gesù è presente nel racconto dei discepoli che lo hanno incontrato da Risorto, e la mensa dell’Eucaristia, dove egli è presente nel segno dell’Eucaristia di cui ci ha fatto dono. Di queste due «mense», ambedue necessarie perché costitutive del fatto cristiano, la prima occupa un posto del tutto particolare. A differenza dell’Eucaristia infatti, celebrata solo in determinati luoghi e in determinate ore della settimana, la lettura della Parola è possibile in ogni momento e circostanza, «mensa» alla quale accedere in ogni istante.

Conoscere e familiarizzarsi con i vangeli, leggendoli, rileggendoli e memorizzandone i passi che più colpiscono, non vuol dire però porsi di fronte ad essi con spirito acritico e letteralista. Capire un testo non è conoscerne le frasi e le proposizioni fissandole nella memoria e ripetendole verbalmente, bensì coglierne il senso che in esse si vela e si rivela e che, per essere interpretato, richiede il coinvolgimento dell’esistenza personale e l’aiuto di strumenti critici adeguati, come vuole espressamente il Vaticano II quando afferma che il Nuovo Testamento e soprattutto i vangeli devono essere corredati di «note necessarie e veramente sufficienti, affinché i figli della Chiesa si familiarizzino con sicurezza e utilità con le Sacre Scritture e si imbevano del loro spirito» (Costituzione su La divina rivelazione del Vaticano II, n. 25). I vangeli vanno letti e imparati non per dire agli altri, come fanno i gruppi «fondamentalisti» o «integralisti»: «poiché qui c’è scritto così, anche tu devi fare così», bensì perché in loro compagnia si scopre una presenza che illumina la propria esistenza liberandola e responsabilizzandola.



E. Lévinas, L’aldilà del versetto. Letture e discorsi talmudici, Guida Editore, Napoli 1986, p. 218; il corsivo è mio.

Costituzione su La divina rivelazione del Concilio Vaticano II, n. 21.

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