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L’oratorio

nei sogni

di un vescovo

Vincenzo Savio

(NPG 04-07-32)

 

Il servizio di carità e profezia che è l’oratorio per diverse ragioni sta nelle esperienze che hanno profondamente segnato e costruito la mia vocazione. Esso sta nella mia vita come quel fiume di cui parla il Midrash su Abramo: “Lo seguiva sotto terra dovunque andasse e là dove si fermava e scavava sgorgava acqua”. Lo stesso fiume, la stessa acqua sempre e dovunque.

Ho nella memoria e nella esperienza il percorso di questi ultimi decenni, e dunque vorrei ripercorrere rapidamente la cronologia di quello che ho vissuto. Sono note che sono state costruite sulla lunghezza d’onda del ricordo personale e quindi spero che suscitino ulteriori riflessioni, senza la presunzione della completezza.

 

I primi anni Settanta

Sono diventato prete nel 1972. La mia prima esperienza pastorale è stata quella di responsabile di oratorio. Una città non molto grande, un oratorio particolare perché di fatto svolgeva un ruolo cittadino.

– Allora vivevamo in pieno dibattito sull’identità dell’oratorio come centro giovanile; i punti cruciali erano l’accresciuta attenzione verso i giovani che facevano il loro ingresso con ruoli di protagonismo nella scuola che, sintonizzati con la crescita nelle parrocchie dei consigli parrocchiali, avevano poi una loro ricaduta nella domanda o nella proposta di vivere l’oratorio con una partecipazione diretta in ordine alla gestione della vita e degli spazi oratoriani da parte dei giovani.

– Un secondo aspetto è la compresenza di ragazzi e ragazze e quindi la caduta di certe barriere: veniva allora usato un termine terribile nel mondo salesiano, la mixité. Questo fu un passaggio molto importante e problematico perché c’erano tutti gli occhi puntati e non c’era una tranquilla collocazione da parte della comunità di fronte a questo fenomeno.

– Terzo aspetto che mi sembra qualificare quel periodo era una sorta di primato della formazione: sono tempi di prime e fortissime esperienze di capiscuola e di impegno di volontariato terzomondista.

– Quarto elemento che definiva anch’esso l’ambiente oratoriano era il tema politico che spesso si traduceva in militanza politica e nella città dove stavo io fino alla febbre dell’estremismo armato: ragazzi che dalla prima superiore in poi militavano già in forma squadristica in gruppi di estrema destra e di estrema sinistra.

In generale si assisteva all’avvio della presenza critica nel sociale: ricordo proprio di quel periodo il fiorire delle prime sedi di servizio civile (alternativo al servizio militare); l’obiezione di coscienza (e questo non era cosa da poco perché voleva dire avere i carabinieri in oratorio e ricevere minacce in maniera nemmeno tanto velata); la scelta non violenta (contrastata da alcuni uomini della Chiesa, ma che diventava necessaria per offrire un cammino alternativo forte alla militanza armata); il pullulare delle radio libere.

– Altro elemento che non vorrei dimenticare era l’attenzione in questa fase a liberare l’oratorio da impronte tradizionali marcatamente pietistiche per aprirli a più grandi e innovative esperienze di celebrazione, di preghiera, di spiritualità: ricordo punti forza delle celebrazioni liturgiche e i dibattiti che ne ruotavano attorno, ma ricordo anche il fascino che esercitava Taizè, Spello, vivere le prime esperienza con Bose e con Padre Gasparino a Cuneo che diventano i nuovi santuari per i giovani.

– Ultima annotazione, la riflessione sul valore liberatorio e culturale dello sport: il CSI nel bene e nel male (il grande credito e poi la crisi per tutto quello che è avvenuto all’interno del CSI sul problema di corruzione e simili, per cui sono venute anche spaccature nel CSI e ci sono state scelte come PGS e altre sigle), la nascita di aggregazioni sportive alternative (era molto interessante perché si credeva che si potevano fare cammini ludico-sportivi diversi da quello che il mercato proponeva normalmente e che allora cresceva con molta difficoltà perché c’era la tendenza delle Federazioni a scendere anche molto in basso con l’età e il livello in ordine al tesseramento).

 

I secondi anni Settanta e i primi anni Ottanta

Divento parroco dopo quattro anni di oratorio, e mi trovo responsabile di una comunità urbana consistente come popolazione (passo dalla Liguria alla Toscana).

In contemporanea c’è l’esplosione dei gruppi comunità, Comunione e Liberazione, Sant’Egidio. Nella chiesa italiana si radica sempre più la convinzione che l’impegno pastorale giovanile debba transitare da persone, da settori delegati, specialistici (ricordate il mandato all’Azione Cattolica di educare i ragazzi, i salesiani per i quali l’oratorio passa dall’essere emanazione del collegio a emanazione della parrocchia) alla responsabilità pastorale di tutta la comunità parrocchiale. Ma bisognava avere dentro motivazioni, fondamenti. Ricordo all’interno delle comunità il forte dibattito e riflessione.

I problemi erano di varia natura:

– spazi da recuperare oppure spazi da reimpostare;

– superare anche nel prete responsabile il concetto dell’oratorio come un corpo separato dalla parrocchia e quindi anche nella titolatura “direttore di oratorio” che in fondo continuava a mantenere questa differenziazione;

– passare dall’oratorio come spazio protetto, selezionato e garantito (e quindi sostanzialmente disciplinato e tranquillo) a quello di oratorio concepito come luogo aperto e accogliente, missionario rispetto al territorio e alle diverse presenze di aggregazioni informali e marginali giovanili; l’oratorio che sente di non essere uno spazio ma di essere un luogo fa nascere l’esigenza di responsabilizzazione nei confronti delle realtà più vicine che hanno un particolare bisogno di animazione e pastorale giovanile;

– in alcuni casi l’oratorio rischia di trasformarsi in piazza non controllata e soggetta a gruppi prepotenti che mettono all’angolo gli abituali frequentatori dell’oratorio. Le ragioni potrebbero essere così richiamate: una sorta di anomia ambientale, non ci sono indicatori di comportamento all’interno di questa proposta, il considerare l’oratorio ancora nel suo movimento centripeto anziché centrifugo, e quindi invece di andare a collocarsi negli spazi dove i ragazzi stanno, pensare che la soluzione fosse portarli dentro all’oratorio, quindi creando degli squilibri non indifferenti sul piano del comportamento, degli atteggiamenti e delle scelte; l’assenza anche di presenze forti, che diventano dei punti di riferimento; soprattutto ciò che mancava in quei momenti era una proposta progettuale (un oratorio senza un progetto: aprire le porte ma per andare dove?).

 

Fine anni Ottanta e primi anni Novanta

Dopo l’esperienza di parroco sono tornato volentieri a fare l’esperienza di responsabile di oratorio e ho scelto di andare a fare oratorio a Firenze. A questo punto era necessario un ripensamento, rilancio della pastorale giovanile e del servizio oratoriano sul piano degli orientamenti. La CEI avvia il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile e questo è un fatto importante. I salesiani riprendono a rielaborare strategie di impegno organico e integrale verso i giovani che porteranno a fine secolo ai progetti di educazione alla fede dei giovani.

Si comincia a riflettere sul servizio oratoriano partendo da una forte lettura del contesto, dalle domande dei giovani (da quelle esteriori a quelle di senso) e si comincia a far fronte alla caduta di tono delle agenzie educative tradizionali (quali l’istituto famigliare, scolastico, ecclesiale) di fronte alle nuove realtà di riferimento (il lavoro, il gruppo giovanile).

Acquistano centralità l’area dell’umanizzazione, l’area dell’incontro con Cristo, l’area dell’appartenenza alla comunità ecclesiale e l’area dell’impegno, immettendo dentro queste aree un atteggiamento significativo ed importante di “accompagnarsi” ai ragazzi. Si tratta quindi di offrire servizi, accettando l’accompagnamento fin dove il ragazzo riesce ad arrivare, avendo però chiaro qual è il processo che dovrebbe portare ogni persona a raggiungere il massimo della sua identità e della sua realizzazione, e accettando la lentezza e le stasi che i giovani possono portare con sé (non più in ordine generico ma in ordine specifico rispetto al proprio servizio oratoriano).

In conseguenza di questo punto l’altro passaggio importante è fare una vera proposta, proposta di spiritualità, e indicarla con molta chiarezza. E con questa proposta di spiritualità, con questo percorso, avere un senso progettuale e indicare delle priorità su cui puntare. Io ricordo ad esempio che i salesiani hanno puntato in questo senso su tre priorità: la formazione della coscienza, l’educazione all’amore e l’aiutare a inserirsi nel sociale (passando anche attraverso il volontariato fino all’impegno politico). Non erano priorità pensate genericamente, ma erano il frutto di un percorso in forte assonanza con tutta la riflessione e dibattito non solo nazionale ma anche internazionale. Alcune diocesi nel frattempo stanno venendo coinvolte in un processo sinodale convinto: con questa nuova autopercezione di Chiesa (una Chiesa che è chiamata sull’esempio della Chiesa delle origini a domandarsi “Signore cosa vuoi che noi facciamo?”, a dare una valutazione di ciò che sta avvenendo e a impegnarsi conseguentemente in un itinerario non di tipo organizzativo ma di conversione per un impegno nuovo) le diocesi cominciano a vivere degli appuntamenti straordinari e coscientizzanti, e nascono qui in questo senso anche i sinodi, come il sinodo dei giovani. Mi permetto però di sottolineare che il ripensamento non è stato il sinodo dei giovani, ma è stato il sinodo della Chiesa che si ferma con i giovani a domandarsi che cosa deve fare per i giovani. Non è il convenire solo dei giovani, ma è una Chiesa che si lascia interrogare. Non soltanto pensare un servizio ai giovani, ma pensare a come i giovani fanno un servizio alla Chiesa chiedendo alla Chiesa di collocarsi sulle spinte profetiche su cui sono collocati gli annunciatori.

Per me è ormai tempo di servizio episcopale a Livorno che si muove in questo senso e apre a progetti di pastorale giovanile fino ad allora sostanzialmente disattesi. Con incaricati e con uffici riesce a ripensare spazi sul territorio parrocchiale al servizio dei giovani; non dimentichiamo che in gran parte della geografia italiana l’oratorio e affini sono scelte assenti quando addirittura nemmeno conosciute. Ad esempio, nella diocesi dove sto io, con un Veneto molto ricco in pianura di patronati, la zona del bellunese (di montagna) è priva di presenze e proposte di oratorio. Credo che ci siano delle ragioni storiche che non vanno trascurate: è una zona molto povera, non esiste il concetto del tempo libero come tempo godibile (in quanto questo deve appartenere alla famiglia che vive in gran parte in emigrazione) e quindi la comunità parrocchiale sembra non avere niente da gestire nei confronti dei giovani se non il cammino del catechismo. Ma con la maggior istruzione e il maggior benessere economico sopraggiunto il problema scoppia e abbiamo diocesi che sono impreparate.

 

I sogni sull’oratorio

A partire da questo percorso, che ripeto è quale si presenta alla mia coscienza, mi pongo sul versante del sogno come vescovo.

Il sogno è uno dei diritti inalienabili dei ragazzi. Lungi dall’essere un movimento di alienazione o di insoddisfazione (il sogno non mi colloca in una parte dove non c’è il reale), è il dovere di chi, avendo capito di non appartenere ad un frammento disperso nell’universo ma di partecipare responsabilmente ad un processo storico che sbocca sull’eterno, coglie con vivacità le dinamiche interne della vita e del suo destino e sa collocare le cose presenti nella giusta correlazione sia con il passato che con le progressioni che stanno, per esempio, subito dopo le 24 ore che definiscono questo nostro appuntamento. Sognare quindi è eminentemente operazione che trova nello Spirito Santo la sua sorgente, è dono dall’alto che compete di diritto a chiunque si fa disponibile allo Spirito. È sempre stato una dimensione familiare ai profeti, agli eroi fondatori, ai rivoluzionari e ai santi che da esso traevano l’orientamento e la fiducia nelle possibilità del loro agire quotidiano. Queste persone che hanno preso sul serio i loro sogni sono sempre state disposte a pagare il prezzo che la fedeltà ad essi chiedeva loro e ad impegnarsi sul serio alla loro realizzazione. Allora, chiedendomi di esprimere un sogno che mi sta dentro, voi mi impegnate. Vorrei ricordarvi che nella Chiesa, in particolare chi è impegnato con i giovani, è in continua applicazione di questo dono dello Spirito.

A questo concetto del sogno vorrei aggiungerne un altro che è assolutamente necessario per chi vive la sua proposta in modo particolare con i giovani. L’esercizio pastorale verso i giovani deve essere totalmente allineato sullo stile vissuto da Gesù e nella linea dello stile del Padre celeste come Gesù ce lo ha presentato: verso le persone e dentro gli avvenimenti siamo richiesti di vivere con sentimento di tenerezza. La tenerezza è una qualità che ci viene donata dall’alto, indica l’amore che si fa accogliente, perché di quella persona non siamo sollecitati per quanto essa riesce a ridonarci, ma per quei germi di novità assolutamente personali e caratteristici che in essa nascostamente stanno già germinando e che presto o tardi diventeranno doni espliciti e manifestativi dell’originalità propria di quella stessa persona. Io ho tenerezza per un bambino non per quanto egli riesce a donarmi effettivamente, che è pressoché niente, ma perché egli mi sorprende in quel suo essere lanciato alla pienezza dell’umanità in modo assolutamente unico e irripetibile. Saper riconoscere il nascosto e invisibile che ognuno sta ospitando in sé, questa è la tenerezza.

Per questo mi permetto di dire alcune cose che mi sembra importante condividere.

* Sogno un oratorio che divenga nelle sue espressioni un’icona forte e viva dell’amore, della gratuità e della fiducia. L’oratorio non ci permette di godere di sconti: credo che la fuga di preti e laici, molte volte camuffata nel “inutile perdere tempo nel gioco o coi bambini, bisogna predicare il vangelo!”, dipendano dall’incapacità o paura di vivere queste esperienze. L’oratorio necessita di una disponibilità che deve avere radici profonde e punte di passione missionaria, altrimenti dura poco. Lo sappiamo che i giovani, presto o tardi, non si sa quando e dove, si pongono di fronte a noi e chiedono conto del patrimonio energetico che c’è dentro ciascuno di noi, dentro coloro che lavorano per loro; chiedono conto dello spirito che c’è in noi, della cultura che c’è in noi, della capacità di discernimento; chiedono di tenere nei tempi lunghi. Con questa chiarezza l’icona dell’oratorio di amore, gratuità e fiducia si presenta subito come forte testimonianza di saper mettere al centro il giovane, all’interno della nostra comunità ecclesiale e sociale. Una comunità di fede, proprio in ragione della fede che abbiamo, pone questa centralità ponendo se stesso nella dimensione della gratuità. Proprio per amore alla persona e per amore della sua felicità: don Bosco lo aveva ben capito quando diceva che l’unica ragione che lo portava verso i giovani era che desiderava la felicità dei giovani sulla terra e in cielo. Mettere al centro il giovane e quindi tutte le espressioni che compongono la vita del giovane: la dimensione trascendente a cui ogni giovane è chiamato, l’amicizia (quindi avere a cuore questo patrimonio enorme che attraversa la vita dell’uomo e che permette di costruirsi un’esistenza qualificata), il valore dell’aggregazione, il bisogno di dar ragione della propria fede, il recuperare con grande senso di responsabilità la dimensione ludica (che non è strumentale ma appartiene al costitutivo della persona per tutta la vita), lo scoprire gli itinerari di crescita. Oratorio, ossia la centralità del giovane, significa privilegiare l’incontro personale proprio per poter recuperare l’originalità che ciascuno è, riuscire a scoprire con capacità progettuale qual è il progetto che Dio ha su di lui per aprirlo poi ad essere uomo che stando dentro il mondo è in grado di giudicarlo, di esprimersi e di garantirsi nel processo della vita e dare il suo contributo attraverso anche la forma del volontariato e della partecipazione politica.

* Secondo aspetto: l’oratorio è il luogo dell’impegno della comunità per servire i suoi figli che sono visti come coloro che avranno la responsabilità futura della comunità. Deve essere il luogo di incontro generazionale, non come luogo sezionato e separato dal resto della comunità, ma dove la comunità si incontra, si confronta e esercita, riconoscendo questo come momento importante al servizio dei suoi figli ma da cui non si distrae e nei confronti del quale si sente responsabile. Qui c’è il capitolo importante dei rapporti tra oratorio e famiglia.

* Terzo elemento: nei confronti dei giovani la Chiesa non è solo in posizione di servizio, ma anche di conversione; deve saper riconoscere la carica dei doni dello Spirito specifici di una particolare età. Non sono inutili le parole del profeta Gioele e nemmeno i rimandi che Pietro fa nel giorno di Pentecoste. Credo che questo sia un passaggio molto difficile che abbiamo cercato di sperimentare in maniera molto forte durante il sinodo dei giovani ad esempio a Livorno, dove in questo atteggiamento la comunità confrontandosi seriamente cerca di mettersi in ascolto per capire cosa hanno da raccontare i ragazzi.

* Altro passaggio: l’oratorio deve mantenere oggi più che nel passato la caratteristica di essere una zona di frontiera; è molto importante capire che l’oratorio diventa esemplare nella comunità sull’importanza del saper crescere insieme. Questo esige contemporaneamente una forte maturazione del senso di appartenenza.

- Mi permetto di offrire due richiami che mi paiono fortemente qualificanti oggi per il domani: in una società multietnica e multiculturale sogno che l’oratorio diventi una palestra di convivenza e che essi diventino luoghi in cui si possa vivere un ecumenismo ordinario. Questo richiamo è stato molto ben espresso nella Carta Ecumenica (anche se non so quanto sia chiaro all’interno degli oratori sebbene sia stato sostenuto dai vescovi): bisogna riportare tra i giovani questo percorso di ecumenismo e di dialogo interreligioso che i giovani hanno meno difficoltà a vivere; se non viene esercitato man mano che il giovane si avvia verso l’età adulta, questi tende a consolidare alcuni luoghi comuni che renderanno sempre difficile questa possibilità colloquiale e operativa. Credo che la dimensione ecumenica debba essere richiamata come capitolo importante all’interno del progetto educativo e quindi della proposta del servizio oratoriano. L’oratorio come straordinaria zona di frontiera che non ha paura di incontrare diventa esemplare per la Chiesa: non ha paura di incontrare colui che è in dubbio, in difficoltà, in resistenza nei confronti della fede facendolo comunque sentire a casa sua; così come non ha paura di incontrare colui che è aperto, in ricerca di una dedizione più radicale (la testimonianza è poi data dagli animatori e dalle figure caratteristiche dell’oratorio).

- Il problema è dunque domandarsi: l’oratorio esiste fintanto che esiste quel gruppo di persone in via di estinzione che sono i viceparroci? Ogni tanto si tentenna su questa situazione. Se il passaggio di responsabilità sta avvenendo verso comunità, è evidente che bisogna ripensare il coinvolgimento dei laici: serve riconoscere colui che ha particolari capacità e serve quindi prepararlo per essere coinvolto nel servizio, garantirlo economicamente e riguardo alle esigenze di sicurezza sociale e fargli percepire che può essere anche questo un percorso attuabile. Questo è un grande atto di carità e credo che le nostre comunità abbiano il dovere di pensare se una parte di carità non debba essere ridistribuita anche per una carità così eminente come quella di una garanzia di una proposta per i giovani.

L’oratorio è un confine, è una soglia che si apre dall’esterno verso l’interno, ma anche dall’interno verso l’esterno. Ho sempre pensato all’oratorio come ai polmoni: il polmone è il primo che risente dell’inquinamento che c’è attorno, è il primo che paga l’inquinamento; ma il polmone è in genere la sentinella del nuovo che sta arrivando. La cura verso l’oratorio significa portare all’interno della comunità questi segnalatori di novità che sta sopraggiungendo.

* Un ultimo passaggio: l’oratorio che diventando luogo non si ferma al suo spazio. Parlo della strada; o della “notte”, cioè tutti quei luoghi di pastorale che non sono istituzionalizzati ma nei quali il ragazzo trascorre una grossa parte del suo tempo e vive, incontra ed elide messaggi, cerca rassicurazioni e subisce sbandate. Sono i luoghi delle vasche, della discoteca… Per stare sulla strada con i giovani evidentemente occorre preparazione, progettualità. L’immagine più bella dell’oratorio che si espande verso la strada potrebbe essere quella della tenda: si sposta e si adatta in ogni luogo, non è carica di cose, è aperta e chi sta dentro sente le voci di chi sta fuori e viceversa. Esige però dei luoghi di riferimento, di appoggio, di accoglienza: laboratori che testimonino la libera condivisione delle capacità operative, garantiscano l’accessibilità ad attitudini diverse. Questa proposta è difficile da realizzare: forse ce ne può essere al più una di queste realtà in una diocesi media; ha però il merito di lanciare stili di relazione tra istituzione ecclesiale e giovani che diventano poi esemplari per tutte le altre realtà parrocchiali che ogni giorno devono fare i conti con i ragazzi del muretto, della notte, con i giovani del night o del lavoro, con le sofferte situazioni di tossicodipendenza, con le interessanti proposte di musica, di volontariato sia confessionale che laico.

Su questa lunghezza d’onda vi ho espresso i sogni di un vescovo all’interno di una comunità e della Chiesa. Io sogno soprattutto che si radichi molto dentro di noi ciò che scriveva non molto tempo fa una pubblicazione per i salesiani: “Credo che Dio ama i giovani. Questa è la fede che sta all’origine della nostra vocazione e che motiva la nostra vita e tutte le nostre attività pastorali. Noi crediamo che Gesù vuole condividere la sua vita con i giovani: essi sono la speranza di un futuro nuovo e portano in sé, nascoste nelle loro attese, i semi del Regno. Noi crediamo che lo spirito si fa presente nei giovani e che per mezzo loro vuole edificare una più autentica comunità umana e cristiana: egli è già all’opera nei singoli e nei gruppi; ha affidato loro un compito profetico da svolgere nel mondo che è anche il mondo di tutti noi. Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con lui e per disporci a servirlo in loro riconoscendone la dignità e educandoli alla pienezza della vita. Il momento educativo diviene così il luogo privilegiato del nostro incontro con il Signore. In forza di questa grazia nessun giovane può essere escluso dalla nostra speranza e dalla nostra azione, soprattutto se soffre l’esperienza della povertà, della sconfitta e del peccato. Noi siamo certi che in ciascuno di essi Dio ha posto il germe della sua vita nuova. Questo ci spinge a renderli coscienti di tale dono e a faticare con loro perché sviluppino la vita in pienezza; e quando la dedizione sembra non raggiungere il suo scopo noi continuiamo a credere che Dio precede la nostra sofferenza come Dio della speranza e della salvezza”.



Pubblichiamo con affetto e nostalgia questo articolo di Mons. Savio, ad alcuni mesi dalla sua morte avvenuta a Belluno il 21 marzo 2004, lasciando alla Chiesa e a chi l’aveva conosciuto la viva memoria e testimonianza di un autentico pastore, e amico dei giovani, anche nello spirito della Congregazione Salesiana di cui faceva parte. Era anche un caro amico di NPG e del CSPG. Avrebbe dovuto lasciare in eredità, come libretto della collana “Pastorale giovanile e animazione”, la sua riflessione sulla bellezza dell’essere giovani e cristiani oggi, aperti alle dimensioni del mondo, dell’ecumenismo, della pace. Tale libro incompiuto è scritto nella memoria e nella vita di tanti che lo hanno conosciuto e amato.

L’articolo è la trascrizione di una conferenza rilasciata qualche anno fa al FOI, Federazioni Oratori Italiani (che ringraziamo per la concessione).

 

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