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Nasce l'oratorio,

ma quale oratorio?

Storia di un oratorio /1

Mario Delpiano & C.

(NPG 1999-06-32)


Partecipare attivamente alla nascita da zero di un oratorio è un’avventura davvero interessante ed è anche cosa che capita raramente nella vita di un operatore pastorale.
Sì, capita che da viceparroco, prete giovane ed entusiasta, oppure in qualità di laico con delega in bianco, ci si venga a trovare nella situazione di dover risuscitare l’oratorio parrocchiale dei giovani, morto e sepolto nel tempo, e dover ricominciare a reclutare un po’ di giovani, tra mezze promesse e inviti in birreria, per imbiancare e risistemare quelle quattro stanze a piano terra della ex-canonica che potrebbero ridiventare un utilissimo spazio-giovani. Ma questo è quasi... un ricominciare da tre (almeno)!
A noi invece è capitato di dover proprio cominciare da sotto zero. Niente ambienti, niente giovani, tutto da studiare, progettare e sperimentare.
Certo, avevamo un progetto e avevamo anche un vescovo deciso a far nascere l’oratorio come casa dei giovani nella città.

L’oratorio in strada: incontrarsi è già oratorio

E siamo partiti. In due, poi in tre o quattro, prete e giovani insieme, a percorrere in lungo e in largo i quartieri vecchi e nuovi della città. Le sale giochi, e quelle gestite dalla mala in particolare, le birrerie, le pizzerie, i campetti abbandonati sotto le case popolari, le piazzette del vecchio centro storico... erano il nostro territorio da amare. Il nostro oratorio è nato per strada.
Ci si incontrava per strada, sulle gradinate del paese vecchio. Educatori, giovani più grandi con un filo di entusiasmo, ragazzi: prima cinque, poi venti, poi cinquanta. Una volta un campionato volante. L’altra volta la grande castagnata in piazza con le tre generazioni di nonne, zie, mamme e nipoti, intente a tagliar castagne mentre i papà e nonni fanno i fuochisti, e i ragazzi animati da una schiera di adolescenti di buona volontà e alle prime armi che giocano all’impazzata.
La prima fase dell’oratorio nostro è consistita nella tessitura di una rete invisibile che raccoglieva, al segnale lanciato dagli animatori e passato attraverso il tam tam dei ragazzi, una moltitudine di fanciulli, ragazzi e ragazze, e adolescenti con la terribile voglia di fare qualcosa di nuovo.
Passeggiate, tornei, gite, spettacoli improvvisati, e battaglie navali megagalattiche nel gelo dell’auditorio comunale preso d’assalto, mai collaudato e inutilizzato per anni.
La cosa interessante è che i giovani volenterosi apparivano entusiasti quanto i ragazzi.
E a sera non c’era più nemmeno un filo di voce, ma lo zainetto stracarico di stanchezza e di soddisfazione.
Tutti gli spazi e ambienti comunali che si potevano utilizzare venivano richiesti e utilizzati, adattandoci agli orari d’uso ufficiali: una volta la palestra si è trasformata in salone per il veglione di capodanno, un’altra volta l’auditorio è diventato la discoteca per il carnevale degli adolescenti, poi le vecchie aule dell’ex-convento ora scuola media, o il cortile coperto, ottenuti nonostante l’impennata del preside di turno impertinente, sentitosi scavalcato dalla liberalità dell’assessore all’istruzione. E i campi sportivi comunali abbandonati... erano il nostro oceano sportivo.
Nei giorni di pioggia e nelle rigide sere d’inverno era un po’ un problema: a casa di qualcuno, sotto gli archi del paese vecchio, una saletta di rimedio con una stufetta a petrolio e, quando eravamo fortunati, il salone parrocchiale riscaldato per il cineforum dei giovani con la disponibilità della corrente alternata.
E poi gli incontri per strada o nelle case con i ragazzi che ora già cominciavano a conoscerci e a chiamarci a squarciagola per nome quando si passava nel pomeriggio sotto casa, senza pietà di chi assaporava la pennichella quotidiana.
L’oratorio era all’inizio incontro, iniziativa, gioco, conoscenza, passeggiare insieme per le viuzze strette del centro storico, e poi l’appuntamento per le partite e i giochi insieme.
Un oratorio che si snodava fra tre o quattro parrocchie di vecchia tradizione: qualche gruppo di catechismo o di Acr, un barlume di gruppo giovanile e poi nient’altro per la gioventù.
Cominciammo anche a darci un appuntamento domenicale: presso una parrocchia uno dei due preti dell’oratorio aveva avuto da un parroco il compito dell’animazione della messa dei ragazzi della domenica mattina.
All’inizio: deserto di ragazzi e giovani. Solo vecchiette e gente per bene troppo seria per catturare la voglia di vita dei ragazzi.
Poi da una domenica all’altra i ragazzi cominciarono a darsi l’appuntamento a vicenda.
Nel giro di un anno ormai la regola implicita era divenuta quella che non si poteva mancare: era un appuntamento importante, atteso e preparato dai gruppi, dai ragazzi e dagli educatori coi loro due preti di strada.
Intanto si poteva dire che ci si era cominciato a conoscere tra ragazzi, giovani, educatori e prete. Conoscere la realtà, quella sociale e familiare, quella giovanile e minorile, con vissuti di povertà e di ricchezza, di insicurezza e di sicurezze eccessive, di abbandoni scolastici precoci e di appartenenza selettiva alle classi scolastiche riservate ai rampolli della borghesia.
Le premesse di fiducia reciproca era assicurate. Le condizioni per il patto formativo erano buone. Ci stupiva la disponibilità della gente, dei ragazzi e degli adolescenti ad aderire ad una proposta e a manifestare la loro felicità per qualsiasi piccola o grande cosa che si facesse per loro.
Cominciavamo a pensare alla seconda fase del nostro oratorio.

Le «fondamenta vere» dell’oratorio

L’oratorio era la strada, era diventato il quartiere, con le sue risorse palesi e quelle segrete.
Lo apprezzava e desiderava forse più il sindaco e l’assessore che non l’arciprete. Ma non importava!
Occorreva ora mettere le premesse per costruire l’opera.
Ci volevano le fondamenta: non quelle di cemento armato... Sarebbero arrivate anche quelle!
Bisognava pensare a fondamenta ben più solide e indispensabili.
Presentammo un progettino di formazione per animatori al Comune, con la richiesta di finanziamento all’assessore ai servizi sociali. Intendevamo coinvolgere 20-25 giovani della cittadina in un corso intensivo di alfabetizzazione sull’animazione per porre le premesse per il futuro.
Senza educatori qualificati e appassionati, era impensabile per i due preti di strada dare risposte a centinaia di ragazzi e adolescenti, le cui storie di vita, mentre ci aprivano uno spaccato sulla vita della gente, divenivano il dono prezioso della loro esperienza da custodire come il tesoro.
Così prese il via una serie di livelli diversi di scuola di animazione, che nel giro di tre anni ha raggiunto la cinquantina di giovani e adulti sensibili all’educazione.
Lì cominciammo a porci l’obiettivo di conoscere la realtà socioculturale della gente, le condizioni di vita delle nuove generazioni. Lì raccogliemmo le storie di vita disperate di tanti ragazzi e adolescenti, evasori della scuola, abbandonati a se stessi, nel lavoro nero, in preda alla malavita alquanto organizzata anche nella socializzazione. Certo molto più efficace della scuola statale nel ricupero degli evasori!
Dal lavoro delle scuole di animazione, viste con sospetto spesse volte dai parroci, impreparati ad accogliere i giovani formati al livello della loro disponibilità e della loro buona volontà, senza poter rinunciare a pretese di egemonia o di servilismo.
Uno dei frutti più interessanti di questa riflessione sulla realtà dei destinatari fu quello di convincere l’assessore e il consiglio comunale a finanziare una ricerca sulla condizione dei giovani della città.
Oggi è stata realizzata, presentata pubblicamente, e diviene oggetto di confronto e di studio con le realtà educative.
E così, tra corsi intensivi e training di animazione sulle abilità di base, sul progetto, sulla condizione giovanile, sull’impianto di obiettivi, sulla risorsa del mimo e della clownery, sul gruppo e sulla comunicazione, è cresciuto il primo sostenuto nucleo di animatori in erba entusiasti e decisi a raggiungere ragazzi e adolescenti della cittadina.
L’estate diveniva il banco di prova per gli animatori: dai 500 agli 800 ragazzi tra elementari e medie occupavano le scuole pubbliche che divenivano palazzi di vita infantile, traboccanti di canti, danze, espressività, recite. D’estate l’oratorio diventava visibile a tutti e la rete sommersa per i vicoli del paese pescava una quantità inimmaginabile di ragazzi e ragazze da tutti gli angoli della città per coinvolgerli nella grande avventura: una volta Pinocchio, l’altra Re Leone, poi mago Merlino...
Un’altra frontiera era costituita dal mondo degli adolescenti e dei giovani, che avevano ritagliato per sé, quale riserva, un pezzo del territorio cittadino (uno slargo sulla via nazionale e tre o quattro traverse sempre semibuie) e lo avevano trasformato in «riserva», punto di ritrovo serale e festivo per le migliaia di giovani; era divenuto la grande «vasca» della passeggiata in centro e della socializzazione festiva e prefestiva. Fu una intuizione interessante quella di trascorrere serate intere alla «vasca», e di non mancare ad alcun appuntamento giovanile alle sfilate del sabato e della domenica. Occasione propizia per incontrare il mondo giovanile nel suo volto notturno: un amico coglie l’occasione di presentartene un altro; un giovane che appena conosci di vista ti saluta e tu ti avvicini al suo gruppetto: una stretta di mano, nome, che fai? come va? Si comincia sempre così.
Si trattava di mare immenso di gioventù tutta lì appostata, come in vetrina, disponibilissima all’incontro, con la voglia di calar la maschera e di comunicare intorno alla vita quotidiana, nella sua banalità e nella sua misteriosa grandezza. E lì si facevano le ore piccole, prima di aver deciso in quale pizzeria proseguire la serata o in quale locale.
Quello che più di tutto aveva creato sorpresa in noi era la massa di adolescenti che a fine anno scolastico ci contattava e si rendeva disponibile per l’aiuto nell’animazione di estate-ragazzi. La squadra aiuto-animatori toccava punte di oltre un centinaio di adolescenti volontari: e si era alle prime armi, ai primi passi. Ma l’entusiasmo, la curiosità, la voglia di fare qualcosa di diverso e di nuovo nel paesone divenuto città, la possibilità concreta di variare la monotonia dei 100 giorni di mare e di spiaggia, tutto contribuiva ad aggregare attorno alle imprese di questo oratorio fantasma.

L’oratorio negli spazi pubblici

Intanto i lavori al cantiere erano cominciati, si poteva sognare e immaginare il futuro edificio dell’oratorio per i giovani della città.
Fu comunque un’esperienza interessante quella di identificare gli spazi dell’oratorio con gli spazi e le strutture rese disponibili dagli amministratori. Si trattava di spazi e strutture pubbliche. Scuole, campi sportivi, piazze, auditorio, conventi abbandonati.
L’unico problema, se così si può dire, era che ci si ritrovava sempre accampati, nella provvisorietà. A sera bisognava ritirare gli arnesi, perché il giorno seguente ci sarebbe stata scuola, oppure un convegno dei medici, o un altro utilizzo pubblico della struttura.
Con questo però dimostravamo alla gente e ai politici che le strutture abbandonate potevano essere utilizzare, e quelle utilizzate, essendolo solo parzialmente, potevano essere pensate anche come funzionali a progetti ulteriori di prevenzione.
Proprio la fase in cui l’oratorio abitava le strutture pubbliche favorì il contatto quotidiano con le istituzioni e i loro responsabili.
Da qui nacque la possibilità di immaginare qualche progetto mirato su soggetti specifici.

Il lavoro per progetti

Esisteva una legge, la 216, particolarmente favorevole per il sud, mirata a qualsiasi forma di prevenzione verso i soggetti minori a rischio, soprattutto se il rischio era quello di cadere nelle reti della criminalità organizzata. Con il tecnico del comune approntammo due progetti per i minori del Centro storico: uno per il nostro Oratorio volante, l’altro per una struttura parrocchiale attenta a giovani. E per la prima volta il comune poté ottenere un progetto finanziato dal Ministero di Grazia e Giustizia rivolto ai ragazzi, preadolescenti e adolescenti a rischio.
In tal modo l’oratorio acquistava visibilità e rilevanza agli occhi della opinione pubblica, della gente come degli amministratori.
Con gli animatori ci costituimmo in Associazione no profit e partì il progetto sul centro storico. Ora l’oratorio aveva anche una sede, seppur provvisoria, con delle sale, degli ambienti per il gioco, le sale di laboratorio, la sala TV, ecc... e un gruppetto di animatori che a turno, tra lo studio per l’università, la ricerca-attesa del lavoro, si accingevano ad un servizio mirato e guidato da un progetto.

Una nuova mentalità da acquisire: la cultura del lavoro in rete

L’esperienza del lavoro per progetti, mentre ci riversò più esplicitamente sul civile, e ci fece interlocutore delle differenti realtà istituzionali e delle agenzie formative, portò in evidenza la necessità di un immediato primo cambio di mentalità negli operatori: la necessità di lavorare in rete, di connettersi con le diverse realtà pubbliche, statali e non, del territorio.
È stato per noi lo scoglio maggiore. Continua a vigere come cultura dominante quella dell’individualismo dei singoli e dei gruppi, dell’isolamento delle istituzioni, del rifiuto a sedersi attorno ad un tavolo e a collaborare. Poi le ideologie della «politica di parte», la politica meschina con la «p» minuscola, producevano lo scempio che ancora mancava: veti reciproci, rifiuto a sedersi ad un tavolo per non rinfacciarsi le reciproche magagne, indisponibilità alla sinergia. L’esperienza ci ha fatto capire che una seconda priorità, fondamento del lavoro del futuro oratorio, dentro o fuori le mura non importa, deve essere quello della cultura del lavoro a rete e della ricerca di connessioni e di canali comunicativi tra tutti coloro che operano sullo stesso mondo giovanile.
Ciò di cui effettivamente si registrava la mancanza era la presenza di una agenzia autorevole, di una istituzione riconosciuta da tutti, in grado di divenire leader trainante e coinvolgente per questo nuovo e urgente tipo di lavoro.
Avrebbe potuto essere l’assessorato alla gioventù, in un qualunque vivace comune del nord Italia, al sud non lo si poteva nemmeno sognare! E questo principalmente non solo per una certa subcultura della politica locale, ma più che altro per le innumerevoli emergenze e carenze di una realtà che, non riuscendo ancora ad uscire fuori dai problemi immediati della sopravvivenza e della vivibilità minima, nemmeno appariva in condizioni di potersi proiettare verso nuove esigenze e nuove articolazioni progettuali.
L’esperienza del Progetto minori ci permise di evidenziare e di raccogliere dati su di un problema drammatico del territorio: l’evasione e la dispersione scolastica, l’abbandono di massa nei primi anni delle superiori, le gravi situazioni di rischio di devianza a cui erano esposte fasce per nulla marginali di minori.
Da qui l’ipotesi di proseguire con l’amministrazione il dialogo e la progettazione, e di avviare i progetti annuali di Animatori di strada.

La strada da non-luogo a luogo educativo

La strada era ancora la nostra prima casa. La strada poteva divenire, da non-luogo, luogo educativo. Un gruppetto di animatori dell’oratorio-associazione studiò e predispose il progetto di animatori di strada.
Oggi, quando si parla di animatori di strada, si parla perlopiù di operatori addetti alla prevenzione delle tossicodipendenze. Sono progetti legati strettamente alle Aziende sanitarie locali e alle strutture dei servizi sociali.
Noi ci eravamo dati anzitutto un target diverso di destinatari: la fascia dei minori dai 10-11 ai 16-17 anni. Soggetti a rischio, espulsi ed esclusi dalla realtà della scuola, impediti nell’inserimento lavorativo, anche solo di apprendistato. È in questo contesto che emerse il lavoro nero, e l’utilizzo da parte della criminalità dei minori abbandonati.
È qui che ci facemmo la convinzione che spesse volte, per questi ragazzi, il loro inserimento presso qualche artigiano o negoziante (non importa se in nero e in totale assenza di garanzie) risulta nonostante tutto l’unico salvataggio rimasto, realisticamente, per strapparli dai tentacoli delle piovra criminale e mafiosa.
Gli animatori di strada divenivano così le presenze quotidiane di educatori sul territorio, limitatamente ai quartieri individuati, che tenevano vivo il rapporto di collaborazione e di comunicazione con le varie agenzie educative cui i ragazzi facevano riferimento, e con le istituzioni.
Il tipo di lavoro di per sé imponeva nelle istituzioni, volenti o nolenti, la necessità del lavoro in sinergia e a rete.
È uno dei contributi più interessanti di produzione di cambiamento di cultura sociale per quanto riguarda la prevenzione.
L’animatore di strada si è inoltre rivelato il soggetto prezioso che collega il centro di aggregazione, poi l’oratorio-centro giovanile, con il territorio. Essi divengono delle figure cerniera sempre più indispensabili per il fecondo rapporto oratorio-territorio.
Molti ragazzi erano raggiunti solo dagli animatori di strada, e attraverso di essi si costruiva il legame con il centro di aggregazione o l’oratorio. Sono oggi gli animatori dell’oratorio rivolto all’esterno, al territorio.

L’oratorio visibilizzato nella struttura oratoriana

Venne finalmente per noi il giorno glorioso della inaugurazione della struttura.
Un edificio aperto, 1000 metri quadri di sale per i ragazzi, i giovani, gli educatori. 15.000 metri di campi sportivi e di cortili.
Era, per i ragazzi e i giovani che l’avevano attesa e desiderata, la realizzazione di un sogno grande. Pareva impossibile che i sogni potessero realizzarsi.
Una casa esclusivamente per i ragazzi e i giovani della città.
Collocata al centro del territorio, in posizione centrale rispetto alle dislocazioni dei quartieri e delle borgate. Non ancora servita da servizi pubblici abbordabili dalla gente qualunque: qui non salta nemmeno in mente che si debba mettere sul conto spese quotidiano la voce «biglietto bus»! Ancor oggi con la tecnica dell’autostoppista centinaia di giovani sono in grado di raggiungere qualsiasi punto del territorio. E poi i motorini stanno diventando il mezzo di locomozione di tanti! E allora al massimo in due o in tre, quando necessario!
La «casa dei giovani» in alcuni anni è divenuta un punto interessante e significativo di aggregazione e socializzazione soprattutto per i preadolescenti e gli adolescenti.
Si sono immediatamente moltiplicate le associazioni, i gruppi, le proposte, le iniziative.
Si è registrata immediatamente la mancanza degli animatori. Troppi i giovani, pochi gli animatori. Anche perché la condizione giovanile sopra i 18 anni, soprattutto al sud, è caratterizzata da un elemento: l’emigrazione universitaria.
Quando un giovane si inserisce in percorsi universitari, abbandona la cittadina di provincia e, se fortunato per livello socioeconomico familiare, si trasferisce in una prestigiosa università del centro-nord, se meno fortunato si allontana verso la città di provincia o quelle limitrofe dotate di sedi universitarie.
Il giovane in questo modo scompare. Come gli animatori preparati negli anni precedenti.
Rientra a fine settimana, di tanto in tanto, quando non attratto dalla vita anche festiva della città, e il suo servizio è dunque sempre più «ristretto», nel tempo almeno.
Questa situazione di emigrazione della gioventù più qualificata e preparata ha posto nell’oratorio il problema del reperimento continuo di animatori.
Un bacino può essere costituito dagli adolescenti che hanno percorso un cammino formativo di gruppo e che, respirando fin dalla preadolescenza il clima oratoriano, crescono più responsabilizzati di fronte ai nuovi venuti.
Nasce così il gruppo che chiamiamo pre-animatori. Sono adolescenti sedicenni o diciassettenni che chiedono di poter proseguire, oltre la occasionalità dell’esperienza di animazione estiva, l’esperienza di animazione con i più piccoli.
Insieme a questa risorsa l’oratorio comincia a scoprire anche gli adulti come risorsa.

Gli adulti: da invasori a risorsa

La struttura aggrega e convoca non solo ragazzi e giovani, ma anche adulti, soprattutto genitori e insegnanti. A volte l’occasione è data dal fatto che essi devono recarsi all’oratorio per accompagnare o prelevare i figli.
Dal tempo trascorso da spettatori, spunta la voglia di costituire anche il gruppo genitori, e di autorganizzarsi.
È a questo punto che il nostro oratorio vive la sua prima crisi: lo scontro giovani e adulti.
Sono soprattutto i giovani ultraventenni, con ruoli di animazione e di servizio educativo, che cominciano a percepire con disagio, per una «invadenza» nel territorio e spazio giovani, la presenza di adulti «genitori».
Non vengono certo a mancare i legittimi motivi per la percezione di tale intrusione.
La casa dei giovani appare minacciata dalla invasione degli adulti, e il sogno, segretamente coltivato e mai detto, di un luogo emancipato totalmente dal potere onnipresente della famiglia, viene infranto. La presenza appare troppo marcata.
E poi i giovani hanno la meglio nel sostenere che la presenza degli adulti si colloca al di fuori delle finalità dell’oratorio, casa dei giovani.
Inizia così il periodo serrato di incontri, di confronto, di discussioni se aprirsi alla presenza degli adulti o tenerli lontani. Salvare almeno in città uno spazio riscattato dalle dinamiche di vita familiare e salvare la riserva giovanile.
Il cammino di dialogo conduce i giovani animatori soprattutto ad una presa di coscienza: se gli adulti accettano di condividere le finalità dell’oratorio, per altro ancora molto implicite e ancora poco meditate, essi possono divenire una risorsa preziosa. Non solo c’è posto, ma c’è anche bisogno di loro!
È stata questa per il nostro oratorio l’occasione per scoprire anzitutto e affermare la centralità dei giovani nell’oratorio e nel suo progetto.
In questa prospettiva abbiamo potuto ripensare la funzione di tutti, in particolare degli stessi adulti e dei genitori.
Mentre veniva avviata questa prospettiva di ricomprensione della presenza degli adulti quali compagni di viaggio del cammino con i giovani, sopraggiungevano invece nuovi problemi.
Avevamo avviato l’oratorio, avevamo anche provato a dirci, con qualche incontro condiviso, quale oratorio volevamo. La memoria carismatica dell’oratorio ci aveva sostenuto.
In realtà i veri problemi e conflitti sul come gestire l’oratorio e quale modello di oratorio apparivano, nel momento di clou dell’entusiasmo, problemi lontani e piuttosto teorici.
Ci sembrava di poter condividere, con una evidenza tutta pacifica, l’idea di oratorio e il progetto di gestione di esso.
Erano all’inizio l’entusiasmo per far nascere gruppi e sviluppare attività, che ci proiettava tutti verso l’azione e la trasformazione della realtà locale. Ci pareva di non avere problemi.
In realtà, di tanto in tanto, mai in Consiglio oratoriano, e men che meno in assemblee, giungeva indirettamente qualche voce di insofferenza per il privilegiare i momenti di massa, l’apertura indiscriminata (a giudizio naturalmente di alcuni) verso tutti, il lancio di proposte aggregative aperte il più possibile a tutti, capaci di agganciare e di far scoprire l’oratorio come spazio giovanile. Erano soprattutto le serate di festa giovanili, intessute di balli giovanili e di musica, come i veglioni di capodanno, di carnevale, d’estate, aperte a quanti del territorio intendessero fare quattro salti in compagnia, anche come alternativa alle discoteche vicine, gestite nella totalità dalla malavita, che facevano montare il malcontento in qualcuno.
E poi le effusioni di coppia e l’affiorare dei comportamenti affettivi visibilmente messi in mostra a margine dell’oratorio rincaravano la dose.
L’oratorio, per alcuni che lo frequentavano, stava smarrendo quella caratteristica di «alternatività» di ambiente giovanile rispetto agli altri spazi giovani del territorio. La nostra tradizione giovanile, precedentemente all’avvio dell’oratorio, si portava nascosto il germe velleitario di una alternatività di cultura giovanile che era andata sbiadendosi nel tempo.
Queste e altre occasioni summenzionate spingevano alcuni a porre esplicitamente il problema in questi termini: «Il nostro oratorio sta costruendosi senza la preoccupazione di distinguersi in qualcosa dagli altri luoghi di aggregazione giovanile. Il cortile dell’oratorio diventa come la piazza e il vicolo delle effusioni sentimentali... L’affluenza di massa non ci permette di controllare il comportamento e le manifestazione dentro l’oratorio stesso. La qualità educativa dell’oratorio che sognavamo sta sfumando, e invece ci sembra ci si stia appiattendo sul banale quotidiano giovanile. Dove va a finire l’alternativa? E le proposte forti? e la ‘qualità’ formativa?».
D’altra parte, quegli animatore ed educatori che trascorrevano pomeriggi e serate intere all’oratorio e che di fatto si caricavano maggiormente del peso dell’avvio, sbuffavano a questi schizzinosi!
«Si fa in fretta a dire qualità, a cercare l’alternatività! Eppure qui i ragazzi e adolescenti arrivano a fiumane! Mica li possiamo cacciare né allontanare appena mettono piede e cercano di orientarsi!».
Era chiaro che l’oratorio ancora doveva elaborare il suo codice interno, la sua regola non detta di vita e di comportamento, che sollecita modalità preferenziali di relazione, che censura anche solo implicitamente i comportamenti, e che incoraggia quelli positivi.
Mancava un regolamento? E anche se lo si faceva, era il caso di trasformare l’oratorio in una trappola ingarbugliata di regole e prescrizioni? Ne andava di mezzo la qualità che ci stava a cuore nella prima fase: l’accoglienza più ampia possibile e la capacità di convocazione e di aggregazione. A questo non si poteva rinunciare.
Non si poteva dire che l’oratorio, per quanto nuovo ambiente di accoglienza, non avesse regole implicite o esplicite, e i gruppi che lo costituivano non avessero con i loro educatori elaborato anche se germinalmente un codice di vita al suo interno.
Certo i responsabili faticavano a tenere sotto controllo tutta l’area, gli angoli bui dei cortili e l’ante-oratorio (spazio neutro di tutti!).
E poi tanti adolescenti non erano inseriti ancora in gruppo.
L’uso delle sale, dei campi e la partecipazione ad alcune iniziative costituivano l’unica risorsa per comunicare con loro sul tipo di relazione da instaurare all’interno dell’ambiente.
C’era già una comunicazione implicita sui valori e sugli atteggiamenti positivi!
Ma ad alcuni non appariva sufficiente.

Oratorio dei più bravi o oratorio di tutti?

Ci rendemmo conto che era opportuno dedicare un periodo di riflessione e di comunicazione esplicita intorno al tema: «quale è l’oratorio che vogliamo costruire insieme?».
Una giornata fu allora dedicata con tutto il consiglio oratoriano all’approfondimento di questo interrogativo e alla ricerca di soluzioni condivise.
Sperimentavamo anche sulla nostra pelle, proprio a livello di percezione affettivo-emotiva, che la comunità oratoriana aveva al suo interno due anime.
– L’anima di coloro che erano più attenti a che l’oratorio fosse
* accogliente;
* aperto a tutti, e non invece rivolto ai soliti pochi;
* capace di convocare e invitare al coinvolgimento;
* capace di attirare e accostare i giovani lavoratori o disoccupati o in cerca di lavoro, e non solo un oratorio per studenti e intellettuali;
* attento alle marginalità giovanili e ai soggetti in difficoltà;
* ricco di iniziative e di proposte in grado di rispondere a maggiori interessi;
* flessibile e poco rigido nei filtri e nelle regole per non allontanare chi si accosta appena;
* molto sbilanciato sul fronte civile e del territorio;
* capace di favorire il protagonismo e l’iniziativa giovanile senza troppi ostacoli da parte degli adulti.
– C’era poi la seconda anima, costituita da coloro che, pur essendo una minoranza, erano alquanto combattivi e critici. Essi volevano un oratorio
* in cui non fosse preponderante il gioco e il divertimento;
* culturalmente impegnato per divenire alternativa culturale giovanile;
* religiosamente significativo e capace di proporre percorsi formativi forti;
* punto di riferimento per i gruppi dal punto di vista ecclesiale;
* capace di sviluppare coscienza critica e senso di responsabilità nelle persone...
Partimmo di un primo lavoro a sottogruppi: dedicammo una prima parte della mattinata all’inseguimento del «sogno» sul nostro oratorio. Partivamo dalla convinzione che ognuno si portava dentro il sogno di oratorio, e che fosse necessario iniziare a tirar fuori questi sogni e a cominciare a condividerli, per giungere ad un sogno fatto insieme.
Avemmo la cura a che i sottogruppi di riflessione fossero costituiti da soggetti omogenei per età: c’era il gruppo degli adolescenti, quello dei giovani educatori, quello dei genitori e degli adulti.

Il nostro sogno sull’oratorio

Alla fine di questa prima parte giungemmo alla seguente conclusione.
L’oratorio che sognavamo insieme cominciava a porsi con un suo profilo:
– accogliente verso tutti i giovani e capace di aprirsi di più ancora ai giovani lontani e a quelli che intendono avvicinarsi ma nutrono delle riserve;
– che aiuta a crescere a partire dagli interessi di ciascuno e fa leva sulle motivazione per cui ci si avvicina ad esso;
– che favorisce, ricerca e promuove la conoscenza, l’accettazione e stima, la comunicazione tra tutti, singoli e gruppi;
– che ricerca e promuove la crescita umana e cristiana potenziando i momenti di scambio e di formazione personale, culturale e sociale;
– che ricerca e sollecita il protagonismo dei giovani e fa crescere la corresponsabilità dei laici;
– che favorisce e ricerca la presenza di giovani animatori, adulti educatori, sacerdoti, religiosi e laici tra i giovani;
– che ricerca lo scambio e la reciprocità in educazione.
In conclusione si disse che si voleva un oratorio in cui si possa dire che tutti educano tutti, ci si educa l’un l’altro; in tale prospettiva i giovani destinatari di educazione diventano essi stessi educatori degli adulti, e gli educatori si lasciano anch’essi educare dai giovani.
Una piattaforma comune ci sembrava fosse stata raggiunta, nel lavoro intenso e vivace di confronto che era seguito.
Restava comunque alto il livello di conflittualità tra la ricerca della «qualità» da una parte e la capacità di accogliere tutti e non essere selettivi dall’altra.

Il confronto con una tradizione vitale di oratorio

Avevamo compiuto un primo passo, ma non tutto il percorso di chiarimento.
Nel secondo momento di lavoro ci concentrammo allora nell’approfondimento del carisma di oratorio che costituiva un «dono e una riserva preziosa» e vitale della tradizione oratoriana in cui ci sentivamo tutti inseriti e collocati.
In questo momento avemmo impressione che tutti quanti, non importa su quale schieramento collocati, ci si trovasse a proprio agio nel confronto e nell’indagare la memoria oratoriana della nostra tradizione a partire dall’interrogativo che ci stava a cuore.
Quattro furono i punti comuni che condividemmo nel confronto e nella ricerca dell’indisponibile della nostra tradizione vitale:
– la scelta di campo degli ultimi tra i giovani per essere davvero capaci di camminare con tutti e realizzare così il nostro desiderio di un oratorio aperto a tutti i giovani e non solo a quelli selezionati con qualche criterio. Ci trovammo così anche in linea con la pastorale della chiesa italiana di questi anni;
– la scelta educativa della nostra tradizione oratoriana: essa immaginava un oratorio capace di partire dai bisogni e dagli interessi giovanili per offrire cammini di crescita e di promozione di tutto l’uomo, senza voler escludere a priori alcun elemento dell’esperienza di vita dell’uomo e del giovane in particolare;
– lo stile di relazione educativa e di rapporto tra educatori e giovani che appariva come una costante irrinunciabile della medesima tradizione;
– la scelta di collaboratori tra i giovani e gli adulti capaci di porsi come modelli incisivi di vita in qualità.

La scoperta della falsa alternativa

Alla luce del cammino percorso ritornammo al dilemma su quale tipo di oratorio.
Ci accorgevamo però che il dilemma appariva falso. Non si trattava di scegliere tra due alternative, semplicemente perché potevano non escludersi a vicenda. Volevamo un oratorio capace davvero di essere aperto a tutti i giovani, e perciò non ci andava bene l’idea di porre delle proposte selettive né di chiedere ai giovani di rinunciare a ciò che era loro caro.
Al contempo non volevamo nemmeno rinunciare alla qualità educativa, a far sì che l’oratorio divenisse un laboratorio di cultura giovanile alternativa, capace di porsi in termini critici e consapevoli di fronte alla cultura dominante e ai modelli di consumo e di deresponsabilizzazione circolanti.
Il sentiero per una soluzione appariva stretto stretto, ma intravedevamo la possibilità di contemperare le due cose. Intendevamo coniugare l’apertura alla massa e l’accoglienza con la capacità di promuovere la qualità.
La memoria ci inchiodava sulla scelta di campo: la scelta degli ultimi, l’attenzione preferenziale ai giovani a rischio. La capacità di stare con loro ci appariva come l’unica possibilità davvero di realizzare un oratorio aperto a tutti e capace di camminare con tutti, senza escludere nessuno.
Ciò costituiva al contempo non solo un criterio ma anche una meta ideale, rispetto alla realtà quotidiana, dal momento che tanti giovani, piccoli o grandi, ancora non ne avevano fatto una loro casa. Non ci sentivamo comunque di rinunciare a questa scelta di campo e di abbassare la meta. In secondo luogo ci sembrava che, fatta la scelta di accogliere e convocare tutti, il progetto dell’oratorio dovesse essere così flessibile e articolato, capace di elaborare proposte, attività, soprattutto cammini, capaci di far crescere tutti.
Dovevamo porci d’ora in poi più intenzionalmente, nelle occasioni della programmazione e della verifica, questa attenzione alla qualità educativa delle proposte.
Ognuno nell’oratorio deve potersi riconoscere in cammino, avviato e inserito in un ambiente che gli chiede di crescere nella propria umanità, in un ambiente e un clima che responsabilizza e dilata la coscienza. Un cammino dunque per tutti al passo con coloro che camminano più lentamente.
La qualità allora, più che un dato di élite, ci appare anzitutto come una qualità diffusa nell’ambiente e nei percorsi educativi.
Ci vogliono proposte differenziate a partire magari da interessi e motivi diversi. Ciascuna proposta deve essere capace di commisurarsi con il livello in cui il giovane si trova, agganciandosi alla sua passione della vita che si esprime negli interessi, nelle aspirazioni, nei desideri di cose buone.
Ci troviamo d’accordo anche sulla opportunità di essere capaci di produrre proposte di qualità più impegnative (sul versante culturale, su quello politico, su quello dell’evangelizzazione e della spiritualità, su quello del volontariato e del servizio) da offrire a quanti in oratorio vivono consapevolmente l’esigenza e il bisogno di una formazione più intensiva e mirata verso mete elevate.
Comunque il banco di prova di questa qualità torna ad essere la capacità di saper condividere con tutti, e con gli ultimi in particolare, la propria spiritualità e la propria passione per la vita. Così la proposta per i più esigenti non li allontana dalla massa giovanile, anzi li rilancia verso di essi con sensibilità nuova. Essi devono potersi immettere nella massa e misurarsi nella capacità di esserne lievito, di divenire soggetti leaders, capacità di attivare comunicazione, incontro, compagnia con tutti.
A coloro che dunque esprimono l’esigenza di percorsi di qualità, oggi rispondiamo con il rilancio della capacità critica e della responsabilizzazione, declinata in termini di capacità di collocarsi e sviluppare una visione non piatta della realtà provocata dalla ultimità e dalla marginalità. In metafora, a chi sgambetta spazientito perché ricerca mete alte di maturazione, proponiamo di caricarsi dello zaino, quando non del peso di coloro che non erano in grado di camminare con le proprie gambe, e di commisurare il passo con chi ha le gambe corte o ingessate.
Ci appare inoltre particolarmente produttiva l’ipotesi di rigenerazione di una cultura giovanile capace di divenire alternativa, soprattutto se essa viene a connotarsi come:
– anticonsumistica e perciò capace di tornare all’essenzialità e alla sobrietà;
– antiborghese e perciò capace di contaminarsi con le diversità di tutti i soggetti;
– antiindividualistica e perciò capace di qualificarsi in termini di cooperatività e di condivisione solidale;
– antitradizionalistica, e perciò multiculturale, aperta al cambio attraverso l’accoglimento delle provocazione che giungono dalle molteplici differenze culturali.
Un nodo resta, che diverrà probabilmente la tappa di confronto del nostro cammino: lo rilanciamo agli amici che si sono interessati della nostra storia: quando si può dire che in educazione e pastorale si persegue la «qualità educativa» dei processi?

(Oratorio-Casa dei giovani, Via Provinciale. C.da Chiubbica c.p. 56 – Corigliano Scalo, CS)

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