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Storia di un oratorio /2

Mario Delpiano

(NPG 2003-04-55)


A quattro anni di distanza dalla prima puntata: “Nasce l’oratorio, ma quale oratorio?” (NPG 6/99), riprendo il racconto della storia dell’Oratorio di Corigliano Calabro, del suo consolidarsi e dell’apertura al territorio. È una storia che ha i ritmi della vita delle persone, perché l’oratorio non è solamente una struttura, un progetto, ma è la vita intrecciata di persone che danno vita ad una comunità educativa. Spesso infatti si dà eccessiva importanza a strutture e strumenti, all’organizzazione in sé, dimenticandosi che la risorsa più preziosa sono sempre le persone. 
Quella del nostro oratorio è una storia nella quale si possono raccogliere i nodi, le sfide, i problemi e i tentativi di soluzione che qualsiasi tipo di oratorio dei giovani deve prima o poi necessariamente affrontare oggi, se non vuole ridursi ad isola, magari felice, sradicata dal territorio.


LA “FASE COSTITUENTE” DELL'ORATORIO

La fase costituente della storia del nostro oratorio, collocato in una cittadina media del sud d’Italia, è stata caratterizzata da alcuni passi fondamentali: il radicamento nel territorio a partire dalla strada e dalla aggregazione informale; il passaggio dalla strada quale “non-luogo” alla strada divenuta luogo educativo; il passaggio dalla stagione della itineranza della sede alla presa di possesso della struttura architettonica; il confronto con i bisogni, le emergenze e le domande giovanili ed educative del territorio; il divenire soggetto interlocutore dell’ente pubblico in vista dell’avvio del lavoro per progetti; l’impatto con la nuova sede, la struttura, e i primi passi di organizzazione del lavoro oratoriano.
Il primo dilemma che ci si presentò dinanzi, appena preso possesso della struttura, è stato quello di decidere se fermarsi a progettare prima di partire, o partire comunque con l’avvio di alcune attività oratoriane.

Progetto: dall’implicito all’esplicito, dal micro al grande progetto

Il nostro lavoro di educativa di territorio era venuto progressivamente strutturandosi dalla strada verso alcuni spazi di accoglienza e di attività, attraverso dei microprogetti; per questo all’inizio decidemmo di avviare l’oratorio a partire da quelle elementari e segmentate prassi di aggregazione già consolidate in precedenza attraverso quei progetti di intervento sul territorio che venivano configurandosi come azioni di prevenzione primaria e secondaria.
Non ci sembrava giusto sospendere tutto per fermarsi ad elaborare prima un progetto completo di oratorio; esso poteva nascere progressivamente, per sviluppo interno, a partire dalle prime intuizioni tradotte in serie di interventi.
Si può dire quindi che nei primi anni il lavoro nel nostro oratorio è stato guidato da una idea progettuale implicita che veniva via via emergendo e dispiegandosi, soprattutto attraverso il lavoro d’équipe di inizio d’anno: tempo privilegiato per pensare e organizzare l’oratorio era la programmazione educativa annuale. 
Attorno alla programmazione, che non ci accontentavamo di ridurre a mera calendarizzazione di attività e iniziative, ma che oscillava tra la tipologia del progetto a breve termine, annuale, e l’itinerario a medio termine, abbiamo cominciato a raccogliere e a far emergere le differenti e fantasiose idee di oratorio che ciascuno si portava dentro: alcune concezioni di oratorio segnate fortemente dalla propria esperienza passata, altre invece qualificate vivacemente da aspettative e sogni non ancora verificati.

Il consolidarsi del soggetto oratoriano: la comunità educativa

Il primo passo fu dunque quello di permettere alla comunità educativa e al suo nucleo animatore, una specie di équipe di coordinamento, di emergere e di consolidarsi. Le attività dei primi anni sono state l’occasione e lo spazio di esperienza che hanno permesso di sviluppare tra tutti il senso di appartenenza alla comunità e di maturare la consapevolezza della necessità di strutturare anche le relazioni tra le persone e i gruppi della comunità. 
Si è rivelato quanto mai funzionale e gratificante uno spazio apposito, creato in oratorio, accanto alla zona domestica, la sala della comunità educativa: un ambiente ampio, confortevole, accogliente, attrezzata per gli incontri formali e quelli informali, un po’ come lo spazio di casa degli animatori e collaboratori. Lì si trascorrevano insieme le ore serali e notturne, ad oratorio chiuso, per programmare, verificare, formarci e per stare insieme in allegria e convivialità.
Mentre prendeva consistenza il senso di appartenenza alla comunità tra coloro che si assumevano in prima persona la condivisione delle responsabilità, andava strutturandosi e articolandosi anche il soggetto comunitario.
Poco alla volta è maturata la consapevolezza che l’oratorio non era cosa dei preti o tanto meno del responsabile, ma “cosa di tutti e casa comune”, della quale ciascuno deve imparare a sentirsi responsabile.
I primi anni sono stati caratterizzati da un forte senso di assemblearismo: le iniziative, le programmazione e le verifiche erano eventi che coinvolgevano tutti, in assemblee interminabili. Poi la realtà oratoriana si è venuta articolando in maniera più complessa; per rispondere alle esigenze del territorio, decidemmo di creare due “punti oratorio” in zone diverse della città: uno nel centro storico, da dove era partita l’avventura, e l’altro nella parte pianeggiante e centrale della città, dove appunto era stata realizzata la struttura dell’Oratorio.
In seguito è rimbalzata l’esigenza di articolare anche le forme di autogoverno e di rappresentanza, per cui sono nate nuove strutture, cioè i due Consigli Oratoriani i cui rappresentanti, di tutte le fasce, divenivano poi i membri del Consiglio Direttivo della comunità educativa. 
Nel Consiglio Direttivo della comunità educativa-pastorale sono presenti i rappresentanti di tutti i settori e le articolazioni dell’opera, sia dei giovani che degli animatori dei gruppi o delle attività, sia dei genitori e adulti collaboratori. Le associazioni civilistiche sono ugualmente rappresentate attraverso buona parte dei loro consigli direttivi, e questo fa sì che a questo soggetto plurale giungano e vengano vagliate tutte le istanze e i messaggi di ritorno dalla quotidianità. E da questo stesso soggetto comunitario promanano le linee e le scelte qualificanti per tutta l’azione educativa-pastorale.
La complessificazione ha significato anche il sorgere di molteplici gruppi, strettamente legati alle fasce d’età e o agli interessi. Quello che consideriamo nucleo vitale del nostro oratorio è il “gruppo primario”: al suo interno offre ai soggetti una grande varietà di possibilità, espressioni, attività, ma soprattutto si pone come luogo vitale di relazioni interpersonali faccia a faccia, che sono poi quelle che alimentano e danno senso alla comunicazione agli altri livelli. Esso ha come nota irrinunciabile l’accompagnamento del preadolescente e dell’adolescente nel suo cammino di elaborazione di un’identità solidale, aperta alla dimensione di mistero, e perciò aperta alla dimensione evangelica dell’esperienza quotidiana di vita. È all’interno del gruppo che i ragazzi trovano quelle occasioni e quelle possibilità, favorite dal clima positivo, accogliente, rassicurante e liberante, di raccontarsi, di esprimersi, di riprendere in mano il timone della propria vita, dentro una compagnia calda che sostiene e incoraggia.

Il sorgere delle istituzioni civilistiche: il cinecircolo

Il processo di strutturazione del nostro oratorio, guidato sempre più dal confronto intorno all’idea-sogno di oratorio e dalla sensibilità alla domanda proveniente dal mondo dei destinatari, ha fatto maturare progressivamente in noi la decisione di compiere alcune scelte di espressione e di rappresentanza civilistica dell’oratorio.
Ai tempi della strada e dell’itineranza, era nata con i giovani un’associazione: il Cinecircolo Giovanile Socioculturale (CGS). Essa appariva una soluzione adeguata per rispondere ad un bisogno di aggregazione culturale giovanile serale alternativo alle uniche forme esistenti di aggregazione, costituite dei bar o delle “sale di attrazione” (sale giochi). Essa dava strutturazione e possibilità espressiva ad un interesse, allora entusiastico, da parte di un nucleo di irriducibili amanti del cinema. La configurazione civilistica permetteva anzitutto di rispondere alla esigenza immediata di coltivare nella legalità e nella ordinarietà tale iniziativa, ma al contempo immetteva i giovani stessi all’interno di un circuito di livello nazionale altamente stimolante dal punto di vista culturale, scientifico, artistico.
Questa tappa segna l’inizio della nostra storia di compagnia con i giovani adulti.
La cosa strana che caratterizza questa storia è che, proprio nel momento in cui si sono esaurite le sfide per la ricerca della sala, dei supporti strutturali, quando cioè il gruppo degli amatori ebbe finalmente la disponibilità della nuova struttura (naturalmente sempre con il limite di una sala di videoproiezione, nient’altro) e quindi con la fine del nomadismo del gruppo, forse anche in concomitanza con l’esplosione delle pay-tv e il diffondersi dalla passione della navigazione virtuale, l’interesse è scemato e l’associazione si è ridotta ad alcuni semplici testimoni di un pezzo di storia passata. Oggi essa non riesce più ad aggregare, pur con tutto l’impegno e la competenza degli appassionati, alcun adolescente o giovane attorno al cinedibattito e alla videoproiezione. Solo all’interno dei gruppi formativi lo strumento del linguaggio cinematografico si rivela utile e coinvolgente, capace di catalizzare attenzione, passione e scatenare un confronto aperto. Ma la formazione nei gruppi è in mano agli animatori; da qui la possibilità nuova per l’associazione di ripensarsi come supporto specialistico, educativo per il cinedibattito in gruppo; così come resta una direzione tutta da esplorare quella del servizio qualificato che il cinecircolo può offrire all’esterno dell’oratorio, cercando l’incontro con i Progetti dell’offerta formativa scolastica (POF). È un binario aperto, un terreno appena saggiato; resta una scommessa da elaborare. Alcune esperienze di collaborazione tra oratorio e scuola, di animazione oratoriana a scuola o di trasferimento della scuola in oratorio, sono particolarmente indicative di un grande campo aperto alla sinergia; mi riferisco ad alcune esperienze di “scuola alternativa” realizzate da alcuni animatori dell’oratorio insieme agli insegnanti, riguardanti le tematiche della educazione alla legalità in vita quotidiana, la comunicazione e la risoluzione non violenta dei conflitti, l’educazione ambientale, la mondialità e ai temi del consumo critico e del mercato equo e solidale.
Il servizio che il nostro cinecircolo potrà ancora svolgere all’interno dell’oratorio resta comunque legato alla possibilità di una sala di proiezione in grado di poter offrire proposte di qualità, legate anche all’emergere dell’interesse in qualche nuovo giovane appassionato.

La Polisportiva Giovanile: risposta alla domanda di sport anche oltre i cancelli

L’altra associazione civilistica sorta in oratorio è stata la polisportiva: il nostro oratorio è inserito in una rete nazionale di polisportive riconosciute quale Ente di promozione sportiva (PGS). L’esigenza di una polisportiva in oratorio era nata all’inizio per rispondere alla domanda sportiva e ludica dei ragazzi e degli adolescenti, spesso di quelli che o non potevano permettersi la partecipazione al mercato sportivo locale, o cercavano, magari sollecitati dalle loro famiglie, un modo di fare sport diverso, che non condannasse i meno bravi al ruolo di perenni “panchinari”. 
La polisportiva oratoriana era da noi pensata come proposta educativa a partire dall’interesse dello sport. Non ci si accontentava soltanto di gioco di cortile; si coglieva l’esigenza diffusa di vivere l’esperienza dello sport nel confronto e nella partecipazione ai campionati, di fare sport insieme a tutti. Erano i primi passi che misero a fuoco l’interrogativo cruciale che getta in crisi tanti responsabili e animatori di oratorio: partecipare o no allo sport organizzato dalle federazioni? E se sì, con quale stile?
La collocazione geografica della nostra opera e la povertà dei sistemi di comunicazione della nostra regione rendevano impossibile alle squadre sportive del nostro oratorio la partecipazione ai campionati provinciali e regionali promossi dalla stessa associazione. Le distanze tra i due mari e le montagne ponevano condizioni proibitive alla mobilità.
L’alternativa immediata è stata, per i primi anni, quella di giocare sempre e solo al proprio interno o di vivere in perenne stato di allenamento, senza mai giocare partire. L’orientamento assunto dal Direttivo della polisportiva e discusso al Consiglio direttivo della comunità educativa fu quello di sperimentare la partecipazione al campionato federale, con l’idea di essere portatori di “uno stile alternativo” di vivere e praticare lo sport di squadra: puntare su una positiva dinamica di gruppo, non emarginante, non competitiva ma cooperativa, accettare la rotazione dei giocatori in modo da far partecipare tutti al gioco, bravi e meno bravi, vivere la correttezza delle regole del gioco, esprimere solidarietà con le altre squadre, accettare di imparare dalla sconfitte…
Ci siamo resi conto che si trattava di una scommessa, più che di una realtà assodata una volta per tutte, dove il punto cruciale appare sempre più una formazione di qualità a partire dai dirigenti e dagli “alleducatori”.

Una risorsa a servizio dell’oratorio e del territorio

Un elemento nuovo della esperienza associativa sportiva è stato quello di pensarsi essa stessa come struttura a servizio dell’oratorio e del territorio.
Una polisportiva a servizio dell’oratorio per noi significa che essa riconosce come sua attività tutta l’attività sportiva e ludica dell’oratorio e suoi destinatari tutti i ragazzi dell’oratorio per il loro interesse ludico e sportivo; ma significa anche che nello stesso tempo l’oratorio ritrova in essa una risorsa privilegiata per quanto riguarda la promozione delle attività ludiche e sportive, ma non solo. 
Siamo giunti pertanto alla scelta che la polisportiva diventi anche il contenitore oratoriano di questo settore di attività, per cui tutti i ragazzi del nostro oratorio, soprattutto tra le medie ed elementari, sono suoi soci mentre vivono l’appartenenza; da qui la scelta di valorizzare pienamente anche la tessera associativa come tessera oratoriana, con tutti i vantaggi e i benefici che ne derivano.
Infatti le grandi attività oratoriane e le manifestazioni pubbliche come la Camminata don Bosco, l’Estate Ragazzi, i campionati, e da ora in poi anche le manifestazioni come discoteca giovanile, spettacoli, recital, diventano attività supportate e gestite in sinergia tra oratorio e polisportiva. 
Ci sembra che questa direzione di sperimentazione permetta finalmente di risolvere quell’annoso problema del parallelismo irriducibile o di latente conflittualità, quasi di una concorrenza tra oratorio e polisportiva, che tanto danno ha arrecato alla qualità educativa e al senso di appartenenza oratoriano. Questa soluzione permette da un lato il rispetto della piena autonomia (sempre relativa) dell’associazione civilistica, e dall’altro la piena valorizzazione di essa in quanto risorsa-struttura-progetto, all’interno del grande e unico progetto educativo-pastorale oratoriano, oltre che il suo pieno inserimento nella comunità educativa. 
In un certo qual modo il senso di appartenenza alle due realtà è coincidente e si arricchisce reciprocamente. Anche per questo, gli appuntamenti formativi della comunità e del suo direttivo sono condivisi, e la presenza dell’intero Consiglio Direttivo della Polisportiva nel Consiglio Direttivo della comunità educativa garantisce convergenza, trasparenza di azione, sinergia e collaborazione.
Un’altra direzione che spinge alla piena valorizzazione della associazione sportiva dentro l’oratorio e alla possibilità che l’oratorio si identifichi in essa, è l’iniziativa propositiva di azione che la Polisportiva può promuovere sul territorio: nella nostra comunità educativa essa è divenuta il soggetto civilistico rappresentativo che promuove sport e cultura educativa sportiva sul territorio. Infatti ci sono tante piccole squadre giovanili parrocchiali e non, che si trovano di fatto escluse all’accesso a tornei e campionati, e ciò a motivo spesso della carenza organizzativa, di personale formativo, di risorse strutturali ed economiche, e a volte anche per incompatibilità tra le esigenze di un oratorio parrocchiale e la macchina dei calendari federali. La Polisportiva oratoriana sta diventando nel nostro territorio il soggetto istituzionale capace di convocare diversi soggetti interessati all’educazione dei ragazzi, aggregare attraverso lo sport e il gioco e attivare iniziative di promozione sportiva.
Tutto ciò non lo consideriamo solo una risposta dell’associazione ai bisogni e alle domande di cultura sportiva del territorio: essa costituisce per noi anche il soggetto rappresentativo della comunità educativa che, articolandosi attraverso soggetti collettivi diversificati, si apre oltre i cancelli e promuove occasioni di aggregazione ampia con tutti sul territorio. 
Essa diviene poi anche il soggetto portatore delle istanze educative e di attenzione alle fasce deboli e agli ultimi ai tavoli delle politiche sociali e giovanili dello sport e della cultura.
Una occasione preziosa per creare connessioni e lavoro di rete, e convocare le tante agenzie educative spesso rinchiuse nel proprio recinto. Non può essere questa una delle strade per giungere al patto educativo territoriale e alla città educativa? Un sogno forse, ma per noi anche una delle direzioni di marcia.
Recentemente sperimentiamo l’apertura di nuove prospettive di significatività: con il rigore e la competenza richiesta ai soggetti educativi del territorio dai nuovi sviluppi legislativi, non è più possibile attivare iniziative aggregative culturali senza la garanzia di soggetti giuridici e adeguatamente deputati. La convenzione a livello nazionale operata della nostra Polisportiva con la Siae ci apre finalmente la possibilità di pensare e programmare iniziative aggregative nuove: dallo spettacolo alla discoteca in oratorio, per fare un esempio. 
La figura civilistica e istituzionale dell’“oratorio–associazione” ci appare quanto mai innovativa ed efficace, indipendentemente dalla sua concreta configurazione. 
Noi ne stiamo verificando un modello. In questo modo si aprono certo nuove possibilità e spazi di inventiva, senza nascondersi i nuovi problemi che le innovazioni portano inevitabilmente; due per tutti: quello della gestione democratica degli organismi di partecipazione e di rappresentanza, e la garanzia della qualità educativa e pastorale, anche carismatica, dell’oratorio.
Sono richiesti percorsi di incontro e di condivisione da entrambi i soggetti: la polisportiva deve imparare a sentirsi parte della comunità educativa e non pretendere di isolarsi in forma autarchica; la comunità educativa deve imparare a riconoscere la necessità e rispettare, valorizzandole, le competenze della risorsa-polisportiva, compresa la sua rappresentanza nel settore educativo-sportivo. Il cammino di riconoscimento e di sinergia reciproca non può che ricadere positivamente sui diversi soggetti ed accrescere l’efficacia e la qualità della loro azione sul territorio.

Una Associazione No profit per il volontariato e il lavoro sociale sul territorio

Un’altra tappa che ha reso più complesso e articolato il lavoro della nostra comunità educativa oratoriana è stata quella della nascita della associazione noprofit per il lavoro sociale sul territorio. 
L’esperienza originaria del lavoro di strada e la gestione di alcuni progetti di intervento verso i minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose (legge 216) o di prevenzione primaria e secondaria, come i Progetti triennali della 285 (legge Turco di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza), ci hanno permesso di radicare fin dall’inizio la nostra azione “oratoriana” sul territorio. In tal modo l’oratorio non resta prigioniero della propria attività all’interno, ma agisce anche al di fuori, attraverso espressioni diversificate anche istituzionali. 
Con un drappello di giovani-adulti, tra i quali alcuni già laureati che hanno accettato di scommettere qualcosa del loro futuro o parte di esso nella direzione del lavoro sociale, in particolare come animatori di strada nell’Educativa Territoriale, abbiamo costituito all’interno della comunità educativa, e come sua espressione civilistica, una associazione noprofit. 
Attraverso l’appartenenza ad essa trovano spazio di azione e di riconoscimento sia giovani volontari, che intendono esprimere anche in una professionalità il loro volontariato educativo, sia giovani animatori che si avviano ad un vero e proprio lavoro sociale professionalmente qualificato. La scelta di realizzare una associazione civilistica di tipo “imprenditoriale noprofit” piuttosto che una associazione di volontariato è maturata come scelta ponderata, quale tentativo di dare delle risposte alla sfida della disoccupazione giovanile intellettuale e alla fuga dei cosiddetti “cervelli” (giovani con formazione superiore e universitaria di livello alto e medio alto). Non ci sembrava rispettoso della loro condizione di svantaggio per quanto riguarda l’inserimento lavorativo proporre un servizio di volontariato nel lavoro sociale a quei medesimi soggetti che vivevano sulla loro pelle l’esclusione dal mondo del lavoro e la marginalizzazione in professioni ancillari gestite in nero e nella totale illegalità. La noprofit o la risposta cooperativistica di impresa ci apparivano come possibilità di porre un segnale di speranza, oltre che come l’occasione per trasformare un problema in risorsa di cambiamento. 
L’attività della nostra associazione noprofit si è sviluppata attraverso lo strumento del lavoro per Progetti, e ha come destinatari i minori: fanciulli e preadolescenti in particolare, ma anche adolescenti.
Il percorso risultato per noi interessante è stato quello che dal lavoro di strada e intorno ai centri di aggregazione sparsi in tre zone cittadine è sfociato nel lavoro di rete con progetti che attivano la sinergia con le altre istituzioni educative, prima tra tutte la scuola. Stiamo sperimentando un lavoro di azione di contrasto alla evasione, dispersione scolastica e abbandono, configurato come intervento di “affido pedagogico dei minori”, che dal tempo extrascolastico (tempo dei compiti o del recupero di alcune abilità di base, tempo della motricità, della danza, della espressività, del gioco, ecc…) si è dislocato nel tempo/spazio scolastico. Il senso dell’esperienza è dato dal fatto che i ragazzi dalla strada ci hanno portato alle loro famiglie e poi anche alla scuola. Gli animatori, che il preadolescente incontra nei campi da gioco, nelle vie e piazzette, nei centri di aggregazione, ora li ritrova con grande sollievo anche in alcuni momenti scolastici, insieme agli insegnanti e in équipe. L’intervento è teso a favorire e facilitare l’inserimento e l’integrazione a scuola di quei soggetti marginali, ad essa disaffezionati, che richiedono interventi alternativi e collaterali a quelli curricolari.
E così il percorso strada/scuola, strada/centro di aggregazione, strada/famiglia viene a saldarsi in un circolo virtuoso ed efficace. L’associazione, attraverso i suoi animatori, diventa perciò strumento di “transazione” tra le istituzioni e i minori più sprovveduti di strumenti comunicativi. Il nostro sogno è quello di sviluppare nella direzione delle parrocchie della città questo intervento, ma al momento esso resta ancora in gran parte un sogno e un compito tutto da attivare.
La presenza dell’associazione noprofit nella comunità educativa, di cui essa è parte e a cui essa, pur nel rispetto della autonomia relativa, fa riferimento, diventa una presenza estremamente efficace. Essa è diventata il nostro “occhio” sul territorio e la protesi che assicura il legame di rete con le diverse agenzie educative. Costituisce una risorsa di animatori/animatrici professionalmente qualificati anche dentro l’oratorio, che richiama l’attenzione e la vigilanza della comunità educativa intorno ai problemi dell’emarginazione giovanile e alla condizione dei soggetti più deboli. L’associazione non riceve dalla comunità educativa una delega in bianco, quasi una deresponsabilizzazione, ma diventa una presa in carico di situazioni valorizzando risorse di professionalità e attingendo anche a risorse finanziarie non irrilevanti, per garantire interventi adeguati verso i soggetti più deboli.
Anche il livello formale della regolazione dei rapporti tra struttura oratoriana e associazione, codificata attraverso la forma della convenzione, risponde ai criteri di corresponsabilizzazione dell’azione comunitaria e di compartecipazione delle risorse e dei costi del servizio.
L’esperienza di lavoro sociale, educativo e preventivo, sul territorio ci ha messo in contatto con diversi soggetti e ha sottolineato ancora di più la necessità di crescere come comunità educativa, secondo la cultura del lavoro di rete, fino a divenire, per quanto possibile, promotori. 
Da qui poi il passo verso la creazione di una rete di associazione e di enti che sul territorio si interessano dei minori e dei giovani. Abbiamo perciò dato vita ad una associazione di secondo livello, promossa da alcune enti leaders, il Coordinamento Pollicino, che ha come obiettivo quello di sviluppare e promuovere la soggettività comunitaria, aggregata, dei soggetti del terzo settore che operano nell’area della prevenzione, perché diventino interlocutori collettivi delle politiche sociali e minorili degli enti locali.
A partire dallo scambio di esperienza, abbiamo sviluppato insieme alcune iniziative di approfondimento di tematiche del lavoro sociale, nel tentativo di costituire tavoli di approfondimento e di lavoro politico con le istituzioni pubbliche. I temi che ci accomunano di più sono legati alla formazione dei formatori, alle politiche sociali del territorio, alla progettazione integrata, al monitoraggio-valutazione dei progetti.
L’attivarsi del terzo settore nell’area della prevenzione ci appare una scommessa della quale ancora dobbiamo cogliere i frutti e verificarne la portata sociale e politica.
I Patti Territoriali per il sociale sono infatti giunti per noi come una nuova occasione per lavorare insieme cercando di uscire dal nostro guscio e dagli orticelli recintati.


LA NECESSITÀ DI LAVORARE CON UN PROGETTO

Il moltiplicarsi del lavoro all’esterno, l’intensificarsi delle attività e l’ulteriore articolazione dei soggetti all’interno dell’oratorio, sono elementi che hanno maturato in tutti la consapevolezza che il lavoro attorno al Progetto educativo non poteva ulteriormente essere rinviato.
Su tanti punti sentivamo a fior di pelle di vivere, pensare e lavorare in sintonia; una sintonia spontanea, immediata, dettata forse più dalla passione educativa e dall’entusiasmo degli inizi.
Ma quanto più emergevano soggettività forti, individuali e collettive, quanto più venivano a differenziarsi gli interventi, tanto più cresceva, soprattutto tra gli animatori e i membri rappresentativi del consiglio della comunità educativa, la consapevolezza della necessità di fare chiarezza, di rendere esplicite tante cose finora rimaste implicite, di condividere in forma più ragionata e condivisa le tante scelte e iniziative che si venivano realizzando spesso in maniera frammentata. Sentivamo il bisogno di passare dal “progetto implicito” individuale o di piccolo gruppo, al “progetto esplicito” condiviso, nel quale poter fare emergere le pre-comprensioni del nostro agire educativo, le ragioni fondanti, i modelli e i criteri di azione.
Abbiamo perciò avviato e sviluppato nell’arco di sei anni il lavoro attorno al progetto educativo dell’opera. Non ci siamo lasciati prendere dalla fretta di chiarire tutto e subito, magari per arrivare a stampare una prima bozza di progetto nel giro di breve tempo. Più che il risultato ci interessava la qualità del processo che stavamo mettendo in atto.
Il lavoro ordinario intanto andava avanti e i diversi soggetti conducevano le loro attività, in riferimento alla programmazione annuale. All’inizio sembrava bastare quella. 
Poco alla volta però ci sembrava venisse a mancare il respiro. Sentivamo necessario darci un orizzonte e delle prospettive più ampie dell’arco di un anno. 
Dove andavamo a parare con il nostro oratorio in costruzione? Quali priorità andavano riconosciute per decidere le attività e le cose da fare, per scegliere di privilegiare lo sviluppo di alcuni settori, anziché di altri?

L’équipe del “gruppo progetto”

Partimmo perciò con la costituzione di un piccolo “gruppo progetto”; aveva il compito di assumere il ruolo di animatore del confronto e della ricerca sull’identità dell’oratorio e dell’opera da sviluppare prima di tutto all’interno del consiglio della comunità educativa.
Il gruppo ristretto, composto da una dozzina di elementi, aveva come compito quello di pianificare la tappe del cammino e organizzare tutto il lavoro preparatorio del progetto per coinvolgere in esso prima di tutto il consiglio della comunità educativa e poi i diversi settori, soprattutto gli animatori e gli adulti. I tempi di questo lavoro erano per noi le mattinate della domenica, dal momento che eravamo liberi da incarichi parrocchiali.
Queste sono state le tappe del nostro lavoro: il recupero della memoria carismatica le cui tracce erano già presenti nella memoria locale; lo studio e la lettura della situazione socio-culturale e della condizione giovanile; il confronto sulla meta e sugli obiettivi e itinerari educativi; l’organizzazione delle risorse attraverso alcune scelte di metodologia educativa e pastorale.

Il recupero della memoria educativa

Il recupero della memoria educativa e carismatica che avevamo alle spalle e che aveva preceduto la nostra presenza sul territorio fu il primo passo.
Infatti noi non comparivamo sulla scena da zero; né la voglia di oratorio era sbocciata da un giorno all’altro spontaneamente. C’era stato invece un lungo cammino di preparazione, anche con passi istituzionali. La nostra presenza e la passione educativa erano state preparate lungamente da una figura profetica di educatore che aveva dissodato il terreno, fatto crescere la sensibilità educativa e l’interesse per l’oratorio, che aveva formato dei soggetti portatori di un sogno e promotori della nostra futura presenza. Attorno a questo cammino aveva anche coinvolto le figure dei responsabili istituzionali.
Il recupero della memoria a breve ci permise anche di riandare alla memoria a lungo termine, la memoria del nostro carisma educativo e di un impegno centenario che ci portiamo alle spalle. Un dono ricevuto da riscoprire e da mettere a frutto! 
In questo confronto con la memoria è emerso subito il problema ermeneutico: di fronte alla alternativa tra buttare tutto perché “datato nel tempo” per innovare o fare i ripetitori sterili, abbiamo scelto la via più paziente e saggia dell’atteggiamento ermeneutico. Divenivamo sempre più consapevoli che di fronte alla memoria secolare del nostro carisma educativo, o di sue riespressioni successive realizzate, occorreva coltivare la capacità di cogliere “l’indisponibile del dono” contenuto nella memoria, per discernere le intuizioni pedagogiche e pastorali più originali in modo da separarle dalle determinazioni culturali e storiche del tempo e di ri-esprimerle nella cultura pedagogica e pastorale dell’oggi, segnata dal grande sviluppo delle scienze umane e della prassi. 
La scelta dell’animazione, e in particolare dell’animazione nell’educazione alla fede, è stata per noi una tappa ermeneutica fondamentale; rappresentava per noi il modo per dire oggi, nel terzo millennio, il sistema preventivo che don Bosco aveva vissuto, e solo in parte codificato, nel diciannovesimo secolo e che costituiva comunque una tradizione vivente arricchitasi dalla prassi e dalla riflessione pedagogica e teologica di tutto il ventesimo secolo.
Il risultato di questo processo è stato quello di aver condiviso le ragioni e le motivazioni più profonde del nostro stare insieme e del nostro lavoro pastorale, insieme alla riscoperta di un carisma educativo e pastorale tutto da approfondire.

Il confronto con la situazione socioculturale e l’analisi della condizione giovanile

La seconda tappa del nostro lavoro è consistita nel confronto con la situazione socioculturale e nell’analisi della condizione giovanile del territorio. È risultata un lavoro impegnativo, faticoso ma anche entusiasmante. I sottogruppi di lavoro del consiglio direttivo della comunità hanno approfondito la studio della realtà socioculturale locale, evidenziando luci e ombre, limiti e risorse. La condivisione assembleare era sempre il punto di arrivo di un lavoro preparato a piccoli gruppi. Qualche coraggioso ci sfidava a ripensare i limiti e i condizionamenti in termini di risorsa.
Successivamente ci siamo confrontati con le analisi della condizione giovanile, da quelle nazionali a quelle regionali. Per quanto riguarda i giovani del nostro territorio, riuscimmo in un felice intento: ottenemmo dal sensibile e coraggioso assessore comunale ai servizi sociali del momento il finanziamento e il commissionamento ad un ente specialistico di una ricerca sociologica sulla condizione giovanile della città. Dalla presentazione dei risultati delle ricerca sgorgarono dibattiti e sensibilizzazione di tutta la cittadinanza intorno alla questione giovanile. In tal modo il nostro lavoro “da dentro” venne aperto al confronto con la cittadinanza, le istituzione educative, e coinvolse diversi educatori a vario titolo, mentre al nostro interno maturava una lettura educativa capace di ribaltare i giovani da “problema” a “risorsa”.
Il lavoro di lettura della situazione socioculturale ci ha portato anche a sbilanciarci nella valutazione e nel bilancio delle offerte formative esistenti sul territorio rivolte ai giovani. Raccoglievamo i segnali della crisi delle istituzioni e della difficoltà al cambiamento in relazione alla nuove esigenze giovanili. Incontravamo però anche tanti adulti ed educatori, fortemente motivati e qualificati, desiderosi di produrre cambiamenti culturali e strutturali; li sperimentavamo come “alleati” e non concorrenti nel lavoro educativo.
Le relazioni continue con i docenti, i dirigenti, le famiglie, i servizi sociali, che diversi operatori e animatori della comunità educativa coltivavano lungo il servizio educativo, ci facevano sentire collocati dentro una comunità più grande, che in qualche modo, anche se del tutto informale, si faceva carico dell’educazione delle nuove generazioni. Non ci sentivamo soli, né i primi, né i più bravi, ma in una compagnia grande e rassicurante, che faceva sentire meno pesanti le frustrazioni e le delusioni di tanti insuccessi educativi o di qualche porta chiusa. Sperimentavamo il pulsare di una “città educativa” sotterranea, che compiva i primi passi in direzione di una coscienza educativa da condividere!

La meta e gli obiettivi del nostro lavoro educativo quotidiano

Il lavoro attorno alla conoscenza, alla problematizzazione della realtà educativa in cui ci trovavamo ad operare ci ha portato via il tempo di circa due anni di lavoro, anche perché la ricerca sui giovani e il dibattito svoltosi sul territorio sollecitavano a non lasciarsi prendere dalla fretta e ad allargare il cerchio del confronto e della condivisione.
La sfida della realtà ci ha poi finalmente condotti agli interrogativi più impegnativi: dove vogliamo andare? qual è la meta del nostro lavoro educativo e gli obiettivi ad essa collegati per raggiungerla almeno parzialmente? quali sono le priorità da assegnare alle istanze provenienti dalla sociocultura locale e giovanile per restare fedeli ad essa?
Il confronto intorno all’impianto di obiettivi è stato insieme laborioso e affascinante. C’era sempre chi sbuffava perché lo riteneva inutile e macchinoso. Eppure gli stessi si accorgevano che, quando si trattava di dire in forma possibilmente chiara e non equivoca che cosa si intendeva raggiungere attraverso le attività che si sviluppavano come in una fucina, si trovavano in difficoltà nel comunicare, anche solo attraverso piccole frasi, quelle cose che apparivano così chiare in testa propria ma confuse quando si intendeva condividerle.
Ci rendevamo tutti conto quanto fosse diventato assolutamente necessario “dare parola” alle cose ed esplicitare gli obiettivi che ognuno intendeva raggiungere.
Poco alla volta infatti ci accorgemmo che le medesime attività permettevano di raggiungere al contempo più obiettivi settoriali, e che di fronte a tanti segmenti di cambiamento occorreva guardare lontano per dare orizzonte alla nostra azione educativa comune e tener presente la globalità. 
Così dagli obiettivi segmentati e parziali, magari operazionalizzati e comportamentali, giungevamo ad individuare degli atteggiamenti qualificanti, le vere grandi direzioni del lavoro educativo-pastorale: il processo di individuazione e di costruzione dell’identità personale del giovane; il processo di socializzazione e la costruzione dei legami solidali in una prospettiva aperta all’alterità; il fare spazio al mistero attraverso l’avventura del significato e del senso della vita; il recupero delle radici e della memoria per dare futuro e qualificare la speranza.
Non è stato facile acquisire da parte di tutti la consapevolezza che si costruiva insieme l’uomo e il cristiano. All’inizio le cose apparivano giustapposte, e spesso ci si perdeva nei meandri dei percorsi di umanizzazione, di socializzazione, inculturazione.
Un primo aiuto l’abbiamo trovato nel confronto con la formulazione che la nostra tradizione carismatica aveva sintetizzato per esprimere l’unità dei processi educativi: “formare onesti cittadini e buoni cristiani”. Da un lato tale codificazione ci metteva in crisi perché nel nostro cammino di definizione degli obiettivi ci stavamo perdendo nel formare il giovane in quanto uomo, cittadino, solidale, dentro la memoria culturale, critico e aperto, però non riuscivamo mai a planare sul percorso di un’educazione cristiana.
Dall’altra parte ci dava fastidio la forma dualistica in cui si esprimeva in un’unica formula l’esito dei processi educativi e di quelli di evangelizzazione.
È stato per noi quanto mai utile il confronto con lo strumento dell’itinerario di educazione alla fede che, a partire dalla vita, dalla sua accoglienza (il “sì”) e dalla responsabilità intorno ad essa, attraverso l’elaborazione del limite e del mistero che la attraversa, ci ha fatto confrontare intorno all’interrogativo: quale uomo/donna intendiamo promuovere per formare un credente nell’evangelo di Gesù?
Così siamo giunti a tematizzare il modello dell’“uomo invocante”, il superamento dell’autosufficienza umana, la comprensione del processo di liberazione dell’uomo e della cultura come uno sporgersi oltre l’umano. 
A partire da questi punti fermi ci siamo ritrovati per ripensare la meta e gli obiettivi in termini di cammino, segnato da continuità e discontinuità, verso l’incontro con Cristo, la realizzazione del senso attraverso l’accoglienza della sua storia, del suo messaggio di Dio, sull’uomo e sul mondo, dello stile di vita da credenti. Le quattro aree dell’itinerario, che condividemmo con entusiasmo, ci hanno permesso di cogliere la profondità e la prospettiva di speranza di quei processi quotidiani di educazione e di educazione alla fede che venivamo realizzando. Il risultato acquisito ci dava sicurezza, tranquillità, con un ampio respiro di pazienza, di ottimismo, di fiducia. Eravamo consapevoli tutti che Dio era già all’opera nella vita di ciascun giovane, e questo ci liberava dall’ansia degli obiettivi da raggiungere assolutamente. Eravamo consapevoli che il cammino educativo non si sarebbe mai esaurito. Non avremmo mai potuto dire: “Siamo arrivati! Stop! Abbiamo raggiunto la meta!”.
Eravamo consapevoli che il lavoro educativo di ogni giorno esprimeva la fatica e la certezza di quel cammino che avevamo sognato insieme, e che si veniva realizzando nel misterioso intreccio tra la nostra azione, quella dei giovani e quella di Dio che attraversava il cuore degli educatori e quello dei giovani. Era un cammino reale, un cambiamento vero delle persone e dell’ambiente attorno a noi. Ogni giorno eravamo legittimati a fare festa e a regalarci qualche sosta per celebrare e contemplare il cammino fatto insieme, in direzione della meta, già realizzata in piccolo, eppure mai definitivamente raggiunta.

Il Progetto per selezionare e organizzare le risorse

L’ultima parte di lavoro insieme attorno al progetto ha riguardato il metodo per realizzare il nostro cammino, cioè la selezione e la organizzazione delle risorse molteplici attorno ad alcune scelte di fondo.
Anzitutto le risorse-persona da coinvolgere: ragazzi, adolescenti e giovani, gli educatori, gli adulti, genitori: è nata una bella compagnia grande, di cui siamo orgogliosi, la nostra comunità educativa che ogni tanto si ritrova in massa attorno ad alcuni appuntamenti, ma che si articola nel quotidiano in gruppi. 
Sperimentiamo giorno dopo giorno che la scelta del gruppo, del piccolo gruppo, costituisce davvero la scommessa di un oratorio. Il modo di fare esperienza, di produrre cambiamento, di far elaborare l’esperienza e di creazione linguistica nel gruppo dove i rapporti sono faccia a faccia, rappresenta davvero il cuore dell’educazione oratoriana.
Naturalmente il gruppo lo vediamo come luogo della relazione e della comunicazione educativa: le relazioni tra i coetanei, arricchite dalla differenza di genere, e le relazioni con gli animatori sono la cosa più importante.
Per questo la strategia della formazione degli animatori e dei preanimatori costituisce per noi sempre una priorità. Ormai non contiamo più i livelli e il numero ripetuto dei corsi. 
In questo l’Estate Ragazzi cittadina diventa per noi una interessante occasione di aggancio e di reclutamento dei volontari candidati all’animazione. Felice risulta il supporto dei crediti formativi per la scuola superiore; per questo, attorno al volontariato estivo ruotano centinaia di adolescenti che coltivano il sogno di divenire apprendisti stregoni dell’animazione. Piccole cose, ma che a fine estate permettono di far nascere nuovi gruppi di adolescenti e di ritrovarci con schiere nutrite dei volontari, selezionatisi sul campo, che sono disponibili ad iniziare il cammino dell’animazione. 
Il ricambio di coloro che compiono i primi passi di sensibilizzazione all’animazione è elevatissimo nel nostro oratorio, perché la maggior parte degli adolescenti, al termine delle scuole superiori emigrano verso l’Università. Anche se oggi sono diminuiti gli studenti-emigranti verso le università del centro e del nord, il nuovo sistema formativo universitario insieme all’inurbazione degli studenti nei capoluoghi di provincia o di regione spezzano drammaticamente i legami degli animatori con l’ambiente oratoriano.
Solo una piccola parte rientra per continuare il servizio nel weekend… Per gli altri comincia l’esperienza di “congedo”; essi spiccano il volo per un “tempo di vita nuovo e diverso” nel quale diventa predominante l’obiettivo della personalizzazione, dell’autonomizzazione e della professionalizzazione; elementi diversi che assumono tutta l’urgenza e la priorità di un nuovo stato di vita.
La pazienza e la fiducia dell’educatore supplisce alla loro partenza: bisogna saper attendere il loro ritorno. Alcuni per esempio rientrano per il loro tirocinio professionale in oratorio o nei progetti verso i minori.
E intanto cominciano già a rientrare i vecchi, e i primi “neolaureati in scienze dell’educazione” (solo figure femminili!): una nuova risorsa per il lavoro per progetti sul sociale.
Un’altra risorsa persona importante sono gli adulti, e i genitori in particolare. Fin dall’inizio della storia del nostro oratorio abbiamo affrontato il confronto sull’interrogativo: “Adulti sì! Adulti no!”. Ora per noi gli adulti, e i genitori in modo del tutto particolare, sono una risorsa a tutti gli effetti: nella presenza discreta in cortile e nelle sale giochi, nel supporto alle iniziative di massa che garantiscono, nei laboratori di manualità con i più piccoli. L’esperienza del gruppo genitori con il suo cammino formativo, e della “scuola genitori” in particolare, diventa punto di riferimento per tanti genitori disorientati dall’adolescenza dei propri figli.
La scelta del gruppo, delle appartenenze concentriche al gruppo, alle associazioni, alla comunità educativa, alla più ampia comunità ecclesiale, diventano anche il percorso quotidiano del sentirsi e del divenire chiesa, comunità che condivide la fede nella vita.
L’organizzazione delle risorse diventa così il banco di regia per attivare, orientare e promuovere i processi, cioè gli eventi educativi e comunicativi, che si realizzano nel quotidiano della vita dell’oratorio, seppure in forme, figure, linguaggi alquanto diversi, orientati però sempre alla meta, la nostra stella polare, che orienta il cammino e le tappe che di volta in volta festeggiamo e celebriamo.

Tra esperienza di comunità cristiana ed esperienza di chiesa allargata

Il nostro oratorio, la casa dei giovani, non è un parrocchia. È collocato sì in una parrocchia, ma possiede una dimensione cittadina e perciò anche interparrocchiale. 
Questa situazione, frutto di una scelta ragionata e motivata, non è del tutto indolore e senza complicazioni.
L’idea di un oratorio cittadino, e perciò spazio aperto di accoglienza, convocazione e aggregazione giovanile, contiene implicita ed esige in se stessa l’idea di una comunionalità intercomunitaria e interparrocchiale. Esso si pone infatti all’incrocio di tante comunità ecclesiali, di differenti appartenenze, e insieme sulla frontiera tra comunità civile e comunità ecclesiale; tutto questo poi viene accentuato dal dato che i giovani vivono il massimo di mobilità sul territorio e il minimo di appartenenza, sia perché l’appartenenza dei giovani oggi è selettiva e si accompagna alla pluriappartenenza, sia perché l’appartenenza ad un territorio non coincide con l’appartenenza alla comunità ecclesiale, che oggi appare fortemente indebolita e in profonda crisi anzitutto da parte dei giovani stessi. 
Con la costituzione della comunità educativa e con la crescita del senso di appartenenza comunitaria, matura sempre più nei soggetti la consapevolezza di essere esperienza concreta e ravvicinata, direi quotidiana, di “comunità ecclesiale”. I simboli delle fede celebrata e quelli della fede vissuta nella forma della carità educativa sviluppano nei membri l’autocoscienza ecclesiale. I giovani, che a cerchi concentrici, in gradazione maggiore o minore, vi si riconoscono appartenenti o la assumono come riferimento, sentono di essere “parte” di chiesa, comunità ecclesiale. In questo senso il nostro oratorio ci permette di essere chiesa con e in mezzo ai giovani, nell’esperienza di una vicinanza del tutto particolare, che li convoca e li chiama, che vive le loro aspirazioni e i tentativi di realizzazione. Circola vita, e circola anche il senso della vita al suo interno, illuminato dalla presenza del risorto, incontrato e confessato nella fede e nella speranza insieme, nell’appuntamento settimanale della messa giovani o in altri momenti di spiritualità.
La scelta pastorale compiuta esigeva lo sviluppo di un legame vitale solido con le parrocchie del territorio, nelle quali almeno la fanciullezza di tanti adolescenti e giovani è stata accolta, accompagnata, iniziata e anche educata alla fede. Questo legame ci appare quello ben espresso nel modello e dalla formula della “unità pastorale”, o della parrocchialità “in solidum”, cioè condivisa con le parrocchie del territorio.
Tutto ciò deve fare i conti con la crisi dell’appartenenza e del riferimento parrocchiale delle nuove generazioni. Essa appare vistosa e lampante, e si esprime nella forma dell’abbandono e dell’allontanamento di massa dalla vita e dallo spazio parrocchiale. E ciò proprio nel momento in cui invece diversi adolescenti e giovani maturano il senso di appartenenza alla comunità educativa, che diviene comunque anche riferimento, prima di tutto soggettivamente vissuto e poi anche oggettivo, alla realtà di chiesa come comunità di persone. Nel processo di distanziamento dalla parrocchia la nostra comunità funge da elemento di “transazione” per uno riavvicinamento alla comunità come mediazione di Chiesa locale.
Ci rendiamo conto che è dunque in gioco un modello ecclesiologico che tende a superare la visione tradizionale che identifica la parrocchia con la comunità ecclesiale tout court, per riesprimere l’ecclesialità in termini di appartenenza comunitaria e non territoriale. 
Non è dunque un problema burocratico-amministrativo di facile soluzione. 
È un modo di pensare la chiesa e il suo divenire se stessa in termini di “comunione di comunità”, di recupero di una ministerialità distribuita e condivisa, fuori da logiche di recinto, di confini proprietari, di giurisdizione, di “conta e contesa delle pecorelle”. Questo modello di unità pastorale richiede naturalmente sempre più uno stile di lavoro a rete pastorale che va coltivato e promosso; non spunta da un giorno all’altro senza premesse. Sollecita un cambio di mentalità e di modello pastorale che richiede tempi lunghi.
La comunitarietà educativa ed ecclesiale deve diventare essa stessa comunitarietà interparrocchiale. Il modello apre a possibilità nuove, come a quella di poter attivare percorsi di iniziazione cristiana e di accompagnamento all’appropriazione della fede da parte di adolescenti e giovani che hanno abbandonato la parrocchia fin dalla fanciullezza, come è di consuetudine soprattutto tra i maschi. 
Nell’esperienza quotidiana dell’oratorio ci si ritrova con l’adolescente e il giovane che esprime il desiderio, magari dopo due o tre anni di vita d’oratorio, di ricevere per la prima volta il sacramento dell’eucarestia, o il senso della confermazione vissuto come tassa per il matrimonio, o che vuole essere accompagnato a riscoprire il sacramento del perdono, vissuto una sola volta con la prima comunione. Spesso l’accompagnamento nel cammino di coppia o nell’approfondimento delle tematiche affettive giovanili porta a richieste anche esplicite e personali di preparazione al matrimonio.
Mentre i cammini di gruppo assicurano il cammino di educazione alla fede nella logica dell’itinerario, altri giovani che circolano ai margini di questi cammini giungono ad esprimere domande anche esplicite di educazione alla fede. 
Per tutte queste domande di evangelizzazione nuova della vita del giovane non abbiamo ancora trovato la via per dei percorsi adeguati, mentre quella che sogniamo non è ancora alla nostra portata. Di certo questo lavoro di frontiera dell’oratorio sul mondo giovanile attesta che le soluzioni tradizionali non reggono più e comunque non bastano. 
Il rinvio del giovane alla propria parrocchia anagrafica, per i cammini di iniziazione, non produce quasi nulla, se non l’abbandono. Intravediamo e vanno inventate forme nuove di integrazione tra le comunità ecclesiali e va assicurata, anche istituzionalmente, all’oratorio interparrocchiale la possibilità di condividere una dimensione di parrocchialità ordinaria che oggi non esprime pienamente.
Non crediamo che la soluzione stia nel compiere un passo indietro: costituirlo come parrocchia in mezzo alle altre. Occorre guardare in avanti verso forme più flessibili e leggere di comunità ecclesiale, per pensare ad una unità, comunione di comunità e di ministerialità che tengano conto della mobilità dei soggetti, la loro pluriappartenenza o appartenenza relativa, ma che facciano maturare al contempo il sentirsi dentro una comunità che genera e accompagna nella fede.

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