Un «sistema» attuale. A quali condizioni? (libro "Scommettiamo nell'educazione")

CSPG, Scommettiamo nell'educazione, Elledici 1988

 

PARTE SECONDA

UNA PROPOSTA DI EDUCAZIONE PER L'OGGI

 

Un «sistema» attuale. A quali condizioni?
Carlo Nanni
(pp. 41-53)

Creato e realizzato in risposta a esigenze formative concrete, legate a precisi contesti culturali, il sistema preventivo di don Bosco può essere trasferibile alla complessa situazione attuale e ai modi di essere giovani oggi?
Si potrebbero certamente elencare non poche «difficoltà» per un'operazione del genere: profondo legame esistenziale con la persona stessa di don Bosco, mutate condizioni del contesto, evoluzione delle moderne scienze dell'educazione, luci ed ombre nei risultati ottenuti vivente don Bosco e nella tradizione educativa dei salesiani.
In ogni modo pensiamo che come sistema educativo esso possa ancor oggi corrispondere alle esigenze di formazione della gioventù, se si verificano alcune condizioni previe:
- rifare, come don Bosco, dell'educazione una scelta di vita;
- rileggere, in chiave educativa, la condizione giovanile e il contesto socio-culturale;
- ripensare, in modo «preventivo», modi ed ambiti dell'azione educativa.

RIPETERE «L'OPERAZIONE IM DON BOSCO»

La validità del sistema preventivo passa attraverso non tanto la pedissequa ripetizione di quello che ha fatto don Bosco e coloro che a lui si ispirano, quanto attraverso il coraggio di fare, nelle mutate condizioni storiche attuali, quello che don Bosco ha fatto nel suo tempo.

Una scelta di vita per l'educazione

Don Bosco non è un marziano che irrompe nella storia del suo tempo. La sua azione educativa-pastorale si collega con l'inesausta tradizione educativa e pedagogica cristiana a favore della gioventù ed in particolar modo a favore dei ragazzi e giovani delle classi popolari, anche se lo stile e la sintesi furono probabilmente originali.
Allo stesso modo don Bosco ha maturato gradualmente la sua precisa vocazione e il suo modo specifico di essere cittadino, cristiano, sacerdote. Tuttavia è certo che, dopo le prime esperienze pastorali, ha decisamente scelto di concentrare le sue energie e la sua attività a favore dei giovani.
Nella ricomprensione vitale di don Bosco e nella tradizione salesiana l'incontro con Bartolomeo Garelli, in quel giorno della festa dell'Immacolata del 1841, è diventato emblematico. La vocazione sacerdotale ha trovato la sua traduzione operativa nella vocazione educativa a favore dei giovani e dei ceti popolari, soprattutto poveri, abbandonati o pericolanti. Ad essi soleva affermare: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita».
Per essi diventò «quell'amico fuori», come ebbe a dire don Cafasso dopo una visita alle carceri minorili di Torino.
E per essi, secondo che le circostanze e le necessità richiesero, portò avanti un'azione a più fronti: attività di massa, di associazionismo, di direzione spirituale e d'orientamento personale; e secondo diverse forme istituzionali: oratorio, scuole popolari, apprendistato d'arti e mestieri, società di mutuo soccorso, pubblicistica e editoria, ospizi, convitti, istituti, scuole, missioni, seminari, cura parrocchiale.
In ogni caso ciò fu fatto secondo uno sviluppo graduale, flessibile, attento ai bisogni concreti e a quella che oggi diremmo la domanda formativa e pastorale del territorio. La pluralità delle forme e dei modi d'intervento venivano cioè determinate dalle esigenze di coloro cui si dedicava, dai bisogni dell'ambiente, dalle necessità della Chiesa del suo tempo.

Le idee forza del sistema preventivo

L'opera di don Bosco era d'altra parte guidata da alcune idee forza, che davano come un'anima, un centro di unificazione alla sua azione educativa. Tali idee, in estrema sintesi, si potrebbero così elencare:
- una scelta personale di operare per il bene, nel senso più vasto del termine;
- una viva preoccupazione pastorale, che lo portava a ricercare in particolare il bene spirituale dei giovani («Da mihi animas»);
- una profonda fede nella benignità e nella bontà misericordiosa di Dio; che fu tra le ragioni per cui volle san Francesco di Sales protettore della famiglia salesiana;
- una profonda convinzione circa la grandezza e la fragilità del ragazzo e la sua dignità di figlio di Dio, che lo portava a dire: «senza di voi non posso far nulla»;
- uno stile di intervento nei confronti dei giovani improntato alla ragionevolezza, all'amorevolezza e alle motivazioni profonde che discendono da una visione religiosa della vita;
- una struttura educativa di base, fondata su una presenza attiva ed amichevole che favoriva l'iniziativa, invitava a crescere nel bene e incoraggiava a liberarsi da ogni schiavitù, affinché il male non superasse e vincesse le forze migliori dei singoli e del gruppo ( = assistenza e preventività) ed esemplata sulla struttura, le dinamiche, le funzioni e lo spirito di famiglia, in modo tale che ognuno si sentisse «a casa sua»;
- un'opera finalizzata a formare «buoni cristiani e onesti cittadini», nella linea di un progetto-uomo che coniugava lavoro, religione, virtù, allegria, e in vista di un più vasto progetto civile, che ricercava pietà, moralità, cultura, civiltà.
Di queste idee venivano intrise sia l'organizzazione della vita che le procedure d'azione (i «regolamenti»). In tal modo l'ambiente veniva ad essere già di per sé stesso educativo.
L'educazione integrale dei giovani come opera personale e comunitaria
Su questa base si vorrebbe affermare che, ieri come oggi, il sistema preventivo ha bisogno di persone che facciano dell'educazione una scelta di vita che organizza l'insieme delle funzioni e ruoli personali attorno a questo centro ispiratore.
Non occorre farsi prete per forza, ma bisogna fare dell'educazione una di quelle ragioni per cui si vive e si spendono le proprie energie. Non si vuole arrivare a ipotizzare quello che affermava quel grande educatore che fu L. Milani, il quale voleva celibi i maestri e gli insegnanti, ma certamente educare non può essere ridotto ad un «mestiere» ed a un ruolo sociale che si vive senza coinvolgimento e senza diretto interesse.
O forse, più esattamente, l'educazione dei giovani ha bisogno di comunità, che facciano dell'educazione integrale dei giovani l'opera per eccellenza che raduna forze ed energie, che chiama a raccolta collaborazioni ed alleanze, che cerca sostegni ed aiuti, che spinge la creatività a ricercare, sperimentare e innovare quanto e quando abbisogna: sulla base di un progetto educativo forte e chiaro, aperto e flessibile.

RILEGGERE EDUCATIVAMENTE IL CONTESTO E LA CONDIZIONE GIOVANILE ATTUALE

Una seconda condizione per riattualizzare il sistema preventivo è una rilettura in chiave educativa del contesto e della condizione giovanile attuale.
Il nostro mondo conosce, e spesso sopporta, fenomeni che don Bosco neppure lontanamente poteva immaginare.
Tra questi fenomeni vorrei segnalare: il pluralismo, la transizione culturale, la crisi dei sistemi di significato e delle agenzie del consenso sociale, la crisi delle evidenze etiche, la complessificazione crescente dell'esistenza individuale e sociale, la tendenziale omogeneizzazione culturale, il conformismo a cui il mercato internazionale e le esigenze del consumo conducono, la frammentazione e la privatizzazione della convivenza sociale, la spersonalizzazione e la estrema soggettivizzazione dei modelli di comportamento individuale e sociale, lo schiacciamento dei pensieri e delle prospettive sul presente con la conseguente difficoltà per una qualche progettualità a lunga gittata, e così via.
Di fronte a una simile situazione si dovrà dunque concludere fatalisticamente con l'impossibilità di contrastare queste «tendenze perverse»? Bisognerà rassegnarsi all'inazione o al passivo lasciarsi trascinare dagli eventi?
O all'opposto ridursi alla «pedagogia del silenzio»?
E prima ancora: questa situazione è veramente comprensiva della realtà giovanile?

Ottimismo e studio

L'esperienza educativa di don Bosco, la sua ispirazione all'umanesimo di S. Francesco di Sales, la fiduciosa speranza nella bontà di Dio, nella sua provvidenziale presenza nel mondo, negli uomini e nella storia, invita a dare spazio ad un fondamentale ottimismo e a credere al «niente ti turbi» che egli amava ripetere a sé e ai suoi collaboratori. Tuttavia, come ha ricordato il Papa nella sua Lettera per il Centenario della morte di don Bosco, è vero che mai come oggi educare è diventata una «questione morale» implicante una presa di posizione personale, un «decidersi per» la scelta di educare.
Questa decisione ha bisogno di determinarsi, di confrontarsi, di discutere e di dialogare per evitare di cadere nei guasti del privatistico. Dovrà ricercare la propria fondazione razionale, pur nel pluralismo delle posizioni ideologiche. Ma richiede pure di convocare allo studio e alla riflessione, fissare l'attenzione sul contesto sociale ed ecclesiale sul quale si lavora,cercare con creatività strade e soluzioni che rispondano alle situazioni che si affrontano, unire la comunità in criteri comuni a cui tutti si ispirano e in cui tutti si riconoscono, assicurare l'integralità e liberarsi dall'improvvisazione e dal settorialismo.
Mi sembra ovvio ricordare che a questo importante momento di studio e di analisi dei bisogni dovranno partecipare tutte le componenti della comunità educativa, in primo luogo i ragazzi e i giovani - «soggetti» della propria educazione -, seppure in forme differenziate a seconda dell'età, delle situazioni, dei settori e ambiti educativi.

Abilitarsi a una lettura educativa

Agli educatori si richiede di farsi, oltre che un'anima, anche una mentalità da educatore. Tale mentalità li porterà a guardare le cose secondo uno specifico modo di vedere e considerare le cose che si può dire appunto educativo. Di esso sono caratteristiche le seguenti esigenze:
- Cogliere nel fattuale il possibile, nel presente la prospettiva di futuro e la linea di tendenza.
In concreto vorrà dire percepire, ad esempio, le novità del momento storico che si sta vivendo, i nuovi problemi, i nuovi impegni, le nuove responsabilità che appellano alla coscienza civile e alla fede del credente.
Più in particolare vorrà dire cogliere i bisogni storici, le esigenze, le aspirazioni e le attese deluse, che aprendo una crepa nell'esistente chiedono di venire esaudite e non essere ulteriormente mortificate; sia in generale, sia in particolare presso la condizione giovanile. L'educazione infatti è per sua natura un'attività per il tempo futuro.
- Un secondo aspetto di una lettura educativa discende dal carattere «promozionale» dell'attività educativa. Non è infatti il nuovo o il possibile in sé e per sé che va perseguito, ma solo in quanto è spazio per una realizzazione di valore.
Gli stessi bisogni dei giovani sono evidenziati in quanto sono considerati come indicazioni - per quanto si voglia germinali - per un'azione a vantaggio dell'umanità della persona in sviluppo, che è il termine ultimo e il criterio di giudizio di ogni intervento educativo.
Una lettura educativa della condizione giovanile richiederà una cura particolare a cogliere, tra la molteplicità quasi caotica dei fatti, quelle concrete esperienze o aspetti, che possono essere viste come concrete valorizzazioni storiche, in cui i bisogni o le aspirazioni giovanili si canalizzano, lungo un movimento di personalizzazione e di un «di più» di vita e di qualità umana dell'esistenza.
Praticamente ciò significherà dare maggior peso al qualitativo che al quantitativo, al frammento di valore sparso e disseminato nell'ambiguo, nell'omogeneizzato o nella pesantezza preponderante del negativo, piuttosto che all'intero, che globalmente sembra avere più voce e forza.
Sulla base di questi «punti di attacco», colti come rose tra le spine, sarà da studiare l'intervento educativo vero e proprio.

Condizioni d'esercizio

È chiaro però che già al livello della «lettura» si rende necessaria una sorta di «ascetica intellettuale», fatta di duttilità e flessibilità nei confronti del reali77ato e del posto in atto, come pure un atteggiamento «soffice» nei riguardi della globalità delle cose e degli eventi, senza lasciarsi abbacinare dalla pesantezza del dato di fatto e d'altra parte senza lasciarsi prendere dalla fretta del desiderio.
Ad un livello più profondo si richiede il coraggio del coinvolgimento, di vivere cioè in mezzo ai giovani, senza servirsi di fragili e false difese dettate dalla paura di perdere la faccia e la dignità; di rinnovare certe tradizioni educative di dialogo e di ascolto delle voci provenienti dal mondo giovanile, così come esso oggi è, in bene o in male, con le sue caratteristiche proprie; di tenersi sulla lunghezza d'onda delle aspirazioni e dei problemi che i giovani d'oggi esprimono e propongono; per studiarli con serietà e passione, e per cercare con essi i modi di tradurre le idee in termini operativi.

RIPENSARE MODI E FORME DELL'EDUCAZIONE

Posto a confronto con i bisogni formativi dei giovani d'oggi, il sistema preventivo invita a essere coraggiosi, ad operare, a fare delle scelte prioritarie, ad adottare modi e forme educative che giocano le loro carte nel recupero, nella promozione e nella stimolazione delle energie positive dei giovani, delle loro aspirazioni profonde, delle loro concrete possibilità storiche di sviluppo.

Lavorare sulla soglia

In molti casi è da lavorare ai gradi previ dell'umano. Come ha fatto don Bosco in tante circostanze, spesso si ha da sfamare, dare una casa, oltre che l'istruzione, o cercare un lavoro; oppure più spesso e più comunemente si ha da ritessere la trama della personalità e dell'esistenza. Spesso occorreimpegnarsi a rifare l'uomo, a ricucire il tessuto delle relazioni interpersonali.
Gran parte del lavoro pastorale ed educativo ha da procedere nel senso di «restituire la parola» ad esistenze al limite del «mutismo» interiore; aiutare a recuperare la propria interiorità superando un «fare esperienza» inteso come totale estraniazione da sé e come consumo di oggetti, persone, emozioni, nel breve volgere di un giorno; stimolare ed allargare la capacità di visione e di giudizio critico, suscitando problemi e domande di senso; mostrare possibilità «realistiche» di senso, di spazi e di luoghi in cui poter vivere e realizzare i significati intravisti, educando a saper portare il divario tra ideale e reale e a passare gradatamente dall'uno all'altro.

Articolare e calibrare proposte fiduciose e personalizzate di senso

Oggi più che mai è importante accogliere le persone per quello che sono, e per ciò che «nominativamente» possono essere, abituandosi ad articolare e calibrare le proposte e gli interventi a «misura d'uomo» e delle situazioni particolari.
Si tratta di ricercare quel raro equilibrio tra proposte «radicali» di senso (che addirittura rompono i confini «troppo umani» dell'esperienza soggettiva e socio-culturale) e il rispetto della dinamica personale e collettiva che occorre ad ognuno per raggiungerle. Ci invitano a muoverci in questa linea il Vangelo e la prassi educativa di don Bosco che ha trattato diversamente e secondo le proprie esigenze i giovani, che pure si sentivano amati in modo singolare e proprio a ciascuno.
In questa logica è urgente fare spazio all'arte della flessibilità nei confronti dei progetti e delle strategie educative e pastorali; mirare magari a soluzioni intermedie piuttosto che ad un «ottimo» che sarebbe «nemico del bene»; valorizzare l'incoraggiamento, la fiducia, il senso della vicinanza e della condivisione; senza voler bruciare le tappe e senza sovraccaricare psichicamente e moralmente con pesi, inutili e insopportabili, che neppure noi adulti riusciamo a portare e che possono ingenerare l'impressione che è impossibile vivere quanto si è conosciuto.

Nominare i valori

Il rispetto delle capacità di verità e di libertà di ognuno non solo non esime, ma anzi invita al coraggio di nominare i valori: compito tanto più urgente e grave quanto più ci troviamo a vivere in un tempo di esasperato pluralismo.
Nominare i valori non vuol dire stabilire un repertorio di valori esaustivo e fissato una volta per tutte, e neppure fare una proclamazione ostentata di parole sublimi che passano sopra la testa delle persone. Vanno invece individuati e proposti quei fili conduttori, quegli assi portanti, quei poli di attrazione, che danno chiarezza all'agire, che indicano pluralistiche rotte da percorrere, che prospettano mète su cui si può consentire di «giocare» il proprio impegno e la propria vita con gli altri.
Del resto in questo senso vanno intese certe richieste di «radicalità» umana ed evangelica, non infrequente tra i giovani: l'autenticità della vita e la veracità nelle relazioni, la dedizione e la fedeltà, la povertà e la condivisione, l'operosità ma insieme l'interiorità e il senso della trascendenza.
Don Bosco ebbe una visione concreta e unitaria dell'educazione e dei fini educativi.
Valori umani («la civile, morale, scientifica educazione») si univano in stretta sintesi e si realizzavano nella esistenza concreta, diventando programma di vita, progetto educativo, anima delle strutture e delle attività educative.
Il suo «progetto-uomo» e il suo «progetto-persona», condensato in formule semplici, ma pedagogicamente dense ed efficaci, comprendono il buon cristiano e l'onesto cittadino, ma anche il santo; «l'allegria, studio, pietà»; le tre «S» da lui suggerite senza incertezze: «sanità, sapienza, santità». Si potrà forse discutere della qualità del suo «umanesimo». Dovrà con molta probabilità essere rivista la sua prospettiva soteriologica e ecclesiologica. Il posto della libertà in tale progetto di uomo e di persona è sicuramente da chiarire e meglio ubicare, dandole maggior densità e spazio.
Ma non si potrà misconoscere l'unità profonda di tale progetto. Non se ne potrà dimenticare la qualità di inserimento armonico al di dentro dei processi concreti di crescita personale, umana, sociale. Come pure difficilmente se ne potrà trascurare il chiaro senso di operatività, di traducibilità e espressività reale in strutture, in procedure comportamentali e comunitarie, in istituzioni, in forme pedagogiche e persino giuridiche, limpide e precise.

Tra ricerca dell'equilibrio e sguardo oltre l'esistente

L'attività educativa ha la funzione di trasmettere la cultura comunitaria e di adattare i giovani alla realtà attuale. L'educazione ha però anche il compito di decifrare il passato e cooperare alla creazione del futuro. Questa seconda modalità di educare è particolarmente urgente in questo tempo, attraversato da profonde inquietudini e tensioni e segnato da una vasta serie di bisogni ed aspirazioni nuove.
«Apprendere per comprendere» è lo slogan di ogni educazione, aperta all'orizzonte della saggezza.
L'educazione inoltre è chiamata a promuovere un nuovo stile di pensiero che sappia andare oltre la superficie del reale e giungere a quei livelli profondi della vita, dove nascono le nuove forze e sbocciano i nuovi programmi di vita, dove si forzano i limiti del presente e ci si avventura nell'«estraneità inattesa» del vissuto. Apprendere a vedere la realtà «altrimenti» dovrebbe essere la méta di questo atteggiamento di pensiero, che libera da una visione deterministica dell'esistenza e che appella all'azione ed alla responsabilità umana per le sorti del mondo.

Tra guida e compagnia educativa

La ricerca pedagogica di questi ultimi anni tende a dare rilievo e importanza agli ambienti di sostegno per lo sviluppo di una successiva autodeterminazione. In questo modo viene superata, in modo maturo ed equilibrato, l'enfasi sullo spontaneismo, la creatività, l'attivismo degli anni trascorsi, che ha favorito atteggiamenti positivi verso le istituzioni, ma ha aumentato pure l'ansietà e la difficoltà a decidere personalmente.
Ciò vale in particolare in quell'arduo lavoro tipico della giovinezza quando si cerca di fare la sintesi tra cultura e vita, tra cultura e fede, tra fede e vita. In questo senso è importante per chi educa non schivare la «compagnia» educativa, non essere assenti nei momenti impegnativi, in cui - come tocca sempre più ai giovani d'oggi - si prendono o ci si prepara a prendere decisioni impegnative, non scontate e non sempre comprensibili; quando si cerca di leggere, interpretare una difficile realtà; quando c'è da fare i conti «duri» con essa: una compagnia «povera», ma chiara nella solidarietà, nella fedeltà, nella continuità della fiducia e della testimonianza.
In una società tradizionalistica come era quella di don Bosco, a prevalente struttura rurale, artigianale o agricola, la figura dell'educatore si esemplava in modo indiscusso sulla figura paterna; e l'ambiente educativo si rapportava sul modello della famiglia patriarcale e gerarchizzata, sensibile ai valori della sottomissione e dell'obbedienza, più che a quelli della collaborazione, dello spirito di iniziativa, della partecipazione democratica, della creatività personale. E tuttavia alcune caratteristiche di don Bosco educatore possono risultare ancora oggi particolarmente istruttive:
- le sue capacità illuminative nell'indicare direttive di vita rispondenti alle capacità e disposizioni personali di ognuno;
- la sua guida autorevole e discreta nelle difficoltà del contesto ambientale;
- la sua solidarietà e vicinanza nelle sofferenze interiori e nei momenti di crisi della crescita personale;
- la sua capacità di scoprire «vocazioni» libere e responsabili per la società civile e ecclesiastica;
- la sua intraprendenza per istituire e edificare strutture di sostegno e luoghi concreti di libertà;
- e in particolare il carattere amicale, che sempre don Bosco ha cercato di far rivestire al suo rapporto educativo e a cui ha più volte invitato i suoi collaboratori: per lo meno in dialettica vissuta con la componente di paternità.

Spirito del fine e volontà di ricerca dei mezzi

Le finalità educative di promozione umana integrale costituiscono il quadro referenziale che diventa criterio di giudizio e valutazione formativa di quanto si ipotizza e si propone. Le finalità rafforzano l'esplicito e portano alla luce l'implicito di un'azione. Le finalità sono coordinatrici, prospettiche, e assicurano la permanenza di situazioni di valore.
È quindi importante far chiarezza su di esse e dar loro il confronto di valide ragioni che le fondino e le aprano al futuro. In questo senso l'aggiornamento diventa un modo di «dare ragione della speranza» a cui siamo stati chiamati ed un modo per far vedere ai giovani che sono davvero amati.
D'altra parte, è pure tipico dell'atteggiamento educativo il cercare di mettere assieme universalità e particolarità, ideale e reale, e tutti i diversi gradi del sapere; per passare all'azione valida, appropriata, efficace, produttiva. Ad ogni educatore si impone di congiungere lo spirito della finalità con la volontà della ricerca dei mezzi, degli strumenti, delle vie, delle strategie e degli itinerari, attraverso cui collaborare validamente all'acquisizione di ben individuate competenze, attestanti una crescita nella libertà e nella responsabilità personale.
In concreto ciò vorrà dire saper passare dalle idee ai fatti, dai progetti alle realizzazioni, dalle intuizioni all'organizzazione, dall'occasionale e dallo spontaneo al sistematico e all'istituito, senza troppo perdere in vivacità e idealità.
Una appropriata formazione culturale di base e specificamente pedagogica aiuterà a non scambiare i nostri punti di vista per oggettività intollerante e autoritaria, ad essere flessibili anche di fronte a quanto è stato progettato e organizzato.
Ma è pur vero che le intenzioni educative si perdono in gran parte se mancano le condizioni strutturali d'esercizio: materiali, procedurali, personali.
Fu nello sforzo di coniugare ideali e pratica educativa, producendo istituzioni, che don Bosco si è dimostrato alla Chiesa e al mondo «grande educatore».

CONCLUSIONE

Applicare il sistema preventivo, scegliendo di giocare la propria vita e la propria speranza nell'educazione, è di un alto significato civile, religioso ed ecclesiale. È un modo di far politica e di vivere secondo la fede. È mettersi nella logica di Dio che sceglie i mezzi poveri per rigenerare l'umanità e la storia, ma che assicura la propria compagnia a chi lavora con lui per l'edificazione di quel regno e di quei cieli e di quella terra nuova in cui abiterà definitivamente verità, giustizia, amore e pace.