La fraternità

Enzo Bianchi


NON VIVERE SOLO PER TE STESSO

Ricordi che in una mia lettera ti avevo indicato la riunione in assemblea come il primo segno distintivo della domenica, giorno di festa cristiano? Mi chiedi ora se è possibile vivere la fede da solo, senza questa "costrizione" dell'assemblea domenicale...
Una domanda quasi inevitabile dato il contesto culturale attuale, così segnato dall'individualismo. Eppure la dimensione di comunione, manifestata dal raduno comunitario di cui vorresti fare a meno, è essenziale alla vita cristiana. La vita spirituale cristiana, infatti, o è vita di comunione o non è.
E dico questo non solo perché monaco – "separato da tutti ma unito a tutti", secondo una definizione antichissima [1] – che vive in una comunità ecumenica chiamata ogni giorno a vivere l'unità nella diversità. No, nei primi secoli della nostra era è stato forgiato un adagio per esprimere questa realtà. In latino suona così: unus christianus, nullus christianus, "non può esistere un cristiano da solo". Non c'è cristiano senza che altri cristiani gli abbiano trasmesso la fede, e difficilmente un cristiano può restare tale senza che altri confessino con lui il Signore Gesù.
Ma, più radicalmente, la vita cristiana è vita di comunione perché il credente è chi cerca l'incontro con Dio, il vivere in comunione con lui. Meglio, perché Dio stesso lo chiama di continuo alla comunione con lui. E ancor più profondamente, perché il Dio che lo chiama e lo cerca è in sé un Dio di comunione. Infatti, quando i cristiani dicono comunione (koinonía in greco), indicano in primo luogo il mistero eterno della vita stessa di Dio: Dio nel suo essere è comunione di Padre, Figlio e Spirito santo.
La vita divina trinitaria è comunione, è fatta di ascolto, di scambio, di dono reciproco tra le persone divine. Poiché questa comunione è costitutiva del Dio in cui credi, essa deve anche modellare la tua vita di cristiano e la nostra vita ecclesiale. La comunione è la dimensione che la spiritualità deve assumere, e la forma che la chiesa deve prendere. Difatti, il mandato della chiesa è di essere il luogo in cui si superano tutte le barriere e tutte le discriminazioni sociali e culturali, politiche ed etniche, il luogo della diversità riconciliata, delle differenze radunate nell'unità.
La chiesa, così, rappresenta non solo un riflesso della comunione dinamica delle persone trinitarie, ma diviene un'icona dell'umanità riconciliata, un'immagine del cosmo redento, una profezia del Regno...
Ma, come sai bene, la comunione dei cristiani tra di loro e con Dio è fragile, di continuo messa alla prova e, sovente, anche contraddetta, ferita. E questa situazione non è solo di oggi. Al tempo degli apostoli Giovanni notava: "Ora molti antimessia sono sorti" ( i Gv 2, I 8) per rompere la comunione ecclesiale. Ma ieri come oggi, rimane la volontà di Dio che chiede la realizzazione della comunione visibile del corpo di Cristo, che chiama all'unità come il Padre e il Figlio sono uno (cf. Gv 17,21).
Come vivere questo anche al tuo livello? Impara a riconoscere che comunione non è uniformità: essa è plurale. E a riconoscere che le differenze sono positive finché non si trasformano in divisioni.
La spiritualità di comunione ti farà così esercitare la delicata arte dell'ascolto per accogliere l'alterità dell'altro senza annullarla, poiché nella logica della comunione l'alterità è una condizione essenziale per la tua propria esistenza. Nello spazio cristiano, riconoscerai che gli altri non sono l'"inferno", come affermava Jean-Paul Sartre, ma fratelli e sorelle, dono di Dio, indicazione dell'impossibilità di bastare a se stessi.
Cercando e vivendo la comunione con Cristo, sarà per te impossibile non cercare e vivere simultaneamente la riconciliazione e la comunione con tutti i membri del corpo a cui pure tu appartieni.
Sì, la spiritualità cristiana non può non essere una spiritualità di comunione, una lotta contro Babele, la domanda di una nuova Pentecoste.

PRATICA L'OSPITALITÀ

Nell'ultima lettera mi parli con entusiasmo della bella esperienza che hai fatto quest'autunno in un monastero, della semplicità e libertà con cui sei stato accolto. "Mi hanno riconosciuto come persona, senza l'impressione di volermi strumentalizzare", mi scrivi. Forte di tale scoperta mi chiedi come sia possibile praticare quell'ospitalità autentica, che permetta un vero incontro tra chi accoglie e chi è accolto.
Nelle nostre società occidentali l'ospitalità sembra più difficile da praticare. I popoli seminomadi del Medio oriente, testimoniatici dalla Bibbia, avevano un altro modo di fare: senza dubbio ti ricordi dell'episodio di Abramo a Mamre, che, assopito sulla soglia della tenda nell'ora più calda del giorno, ha accolto i tre stranieri sconosciuti con premura e generosità (cf. Gen r8,1-8). È l'esempio di un costume antico, disgraziatamente in via di scomparsa nella nostra parte del mondo. Senza dubbio, è in parte esito del carattere consumistico della nostra società.
Non solo: l'altro, lo straniero, a causa della sua diversità, suscita paura. Paura che ci spinge all'isolamento, alla chiusura sotto il pretesto, forse, di custodire la nostra identità.
Questo atteggiamento di sfiducia e di difesa tende a influenzare i nostri rapporti al punto da non praticare più l'ospitalità nemmeno verso i nostri "prossimi", verso chi è "più vicino", chi vive accanto a noi. Pensiamo che l'ospitalità si limiti a chi invitiamo: ora, l'invitato non è più un ospite e le attenzioni che gli riserviamo non appartengono all'ospitalità...
L'altro non è chi scegliamo di invitare da noi, forse con un secondo fine – essere invitati a nostra volta (cf. Lc 1 4 ,12-14) –, ma chi viene da noi, spinto dagli eventi, senza che noi l'abbiamo scelto. "L'ospitalità è l'incrocio delle strade", scrive il poeta Edmond Jabès [2]. L'altro è dinanzi a noi come una presenza che chiede di essere ascoltata nella sua diversità irriducibile; è un essere umano e questo basta per accoglierlo! Sì, si pratica l'ospitalità perché si è uomini, ma anche per divenire uomini.
L'ospitalità non si riduce alla mera esecuzione di alcuni doveri.
Certo, sarebbe tra i gesti significativi a livello etico, ma non potrebbe mai divenire una risposta alla vocazione profonda dell'uomo: la realizzazione della nostra umanità attraverso l'accoglienza dell'umanità dell'altro. La relazione di ospitalità può nascere rinunciando alla sterilità del senso di colpa e all'ipocrisia dei buoni sentimenti. Così ci spingerà a fare tutto ciò che è possibile per l'altro.
Ne diverrai consapevole praticandola: l'ospitalità umanizza in primo luogo chi la esercita. Infatti, il modo di concepire l'ospitalità dipende dal nostro grado di civiltà. Accogliere è uscire dalla logica dell'inimicizia, è fare del potenziale nemico un ospite, un amico. Anziché difendere quel che crediamo essere la nostra "cultura" chiudendoci ad altri, dovremo imparare a rendere civile la nostra umanità rispettando l'umanità dell'uomo.
Certo, non è un cammino immediato: va coltivato. Ma porta una benedizione. Non leggiamo di Abramo che accogliendo degli sconosciuti offrì ospitalità a Dio in persona senza saperlo (cf. Eb 13,2)?

COLTIVA L'ARTE DEL DIALOGO

Grazie per la tua bella lettera. Sì, come mi scrivi, per noi oggi è urgente imparare di nuovo l'arte del dialogo, sia nelle nostre chiese e tra di loro, ma anche nella società. Infatti, la vita insieme per essere serena deve passare per il dialogo. Dobbiamo reinventare una cultura del dialogo.
La prima tappa per me consiste nella sospensione del proprio giudizio per considerare l'altro con simpatia. Tutto incomincia da qui. L'altro non si rivela sempre "bello", non ci seduce necessariamente, non genera per forza di cose o l'attrazione o la curiosità.
Nella loro alterità, gli altri davvero sono "differenti", sovente capaci di contraddirci. Avere un atteggiamento di simpatia significa, in un primo tempo, accettare di non comprendere l'altro, cercando nel contempo di condividerne i sentimenti. La verità dell'altro ha la stessa legittimità della mia. Questo non significa l'inesistenza della verità o l'equivalenza di tutte le verità.
Ciascuno può manifestare la propria verità con umiltà e deve essere disposto a ricevere da altri la verità che sempre ci precede e ci supera. Anche quando siamo convinti che la nostra verità dia senso alla nostra vita.
La simpatia implica l'empatia: ci spingerà incontro all'altro non uno slancio del cuore ma la capacità di metterci al suo posto, di capirlo dal di dentro. Si fonda sulla nostra dimensione umana che ci rende simili. L'empatia permette di percepire che l'esistenza per natura non è mai isolata: esiste solo nella comunicazione e nella consapevolezza dell'esistenza di altri. L'egocen- 128 T 29 trismo, l'indifferenza, il cinismo, il rancore sono vinti da questo sentimento: si fa così posto all'altro passando dalla paura all'accoglienza, all'incontro.
Ma simpatia ed empatia sono solo le condizioni di possibilità di un dialogo fecondo di trasformazione e arricchimento reciproci: infatti dal dialogo mai si esce come vi si era entrati, e la sfida del dialogo implica la disponibilità a intraprendere un tale cammino. Dialogando emergono visioni inedite dell'altro; si avvicina la fine dei pregiudizi: c'è la scoperta di ciò che si ha in comune ma anche di ciò che manca a ciascuno. Dialogando, due volti si trovano l'uno di fronte all'altro. L'altro che collocavo in una dimensione remota si rivela molto più vicino e simile a me di quanto immaginassi. La frontiera non è annullata, ma da luogo di conflitti e malintesi diviene luogo di pacificazione e di incontro.
Se non attendiamo nulla dall'altro, il dialogo muore prima ancora di nascere. Ma se siamo disponibili ad accogliere l'altro come un "ospite interiore", suscitiamo la scintilla del dialogo autentico: all'altro diamo tempo e le parole scambiate diventano doni reciproci. Il dialogo diviene un intrecciarsi di linguaggi, di significati, di culture: le domande dell'altro diventano le mie, i suoi dubbi scuotono le mie certezze, le sue convinzioni interpellano le mie. Si formulano pensieri mai avuti sinora. Con fascino li percepiamo inauditi e insieme familiari, scoprendo così di possedere da tempo realtà che eravamo convinti di ignorare.
Nel dialogo l'altro si fa rivelazione di un dono che viene "da altrove".
Ci rende possibile la scoperta inedita della nostra propria esistenza. Con parole e gesti fa emergere l'interiorità che è in noi. Non è anche un po' quel che accade nel nostro scambio epistolare?

CERCA L'UNITÀ DEI CRISTIANI

"Perché le chiese sostengono l'impegno ecumenico?", mi chiedi.
Ogni gennaio, dal 18 al 25, le confessioni cristiane celebrano la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, istituita all'inizio del secolo scorso da un prete di Lione, Paul Couturier.
Sì, il secondo millennio si è concluso con un secolo che ha conosciuto la nascita e l'affermazione di un'esigenza difficile, talora combattuta ma forte per i cristiani: l'ecumenismo. La necessità del dialogo e dell'incontro tra le confessioni cristiane in vista dell'unità visibile si è imposta. Risponde a un appello pressante di Cristo nell'evangelo (cf. Gv 1 7 ,21), un appello che non è facoltativo ma al cuore delle realtà che la vocazione cristiana chiama a vivere. E, a mio parere, il millennio che si è da poco aperto deve far progredire ancora di più l'ecumenismo tra le chiese e i cristiani: si tratta di farne una priorità la cui luce permetterà di valutare le decisioni da prendere e i problemi da affrontare.
E, come vedi, si dovrà "pensare" in maniera ecumenica, cioè tenendo conto delle altre confessioni e, più ancora, si dovrà agire in modo ecumenico. Mai e poi mai la condotta di una confessione cristiana dovrà risuonare nei confronti dell'altra come un "non ho bisogno di te" (1 Cor 12,21).
Perciò è necessario creare con discernimento degli spazi di autentica condivisione fra i cristiani di diverse confessioni. Questi luoghi diverranno germi della futura unità della chiesa e laboratori di esperienze liturgiche comuni, in cui nascerà una comprensione comune della vita in Cristo. Saranno luoghi di veri- 130 1 3 I fica concreta di ciò che in ciascuna tradizione è un indurimento confessionale o semplicemente un elemento non essenziale che, pur non contraddicendo la fede comune, è tuttavia un ostacolo al cammino verso l'unità. La settimana di preghiera per l'unità dei cristiani alla fine di gennaio è ogni anno un momento forte che permette a tutti di realizzare tali esperienze.
Lo sai, il cammino ecumenico deve nutrirsi di una condivisione quotidiana della vita. Si tratta anzitutto di un impegno di conversione, che parte da realtà locali ben concrete, dove i grandi ideali si scontrano sovente con meschinerie o diffidenze personali, dove l'appello evangelico al perdono incontra il peso doloroso di memorie ferite. Il cammino passerà per la preghiera, per l'epiclesi incessante dello Spirito santo che solo può animare il ritorno all'unico Signore. Ma si farà anche attraverso gesti concreti d'amore tra le comunità cristiane divise. Credimi, i tempi che vengono esigeranno che l'ecumenismo produca delle vere e proprie trasformazioni nella condotta delle chiese, in assenza delle quali il movimento ecumenico si chiuderà su di sé e finirà per spegnersi per asfissia.
Perché accordare una tale priorità al cammino ecumenico nella vita delle chiese? Naturalmente questo impegno sarebbe vano se fosse motivato da esigenze strategiche (concentrare le forze dei cristiani davanti a chi non confessa Cristo) o politiche (contribuire alla pax europea quando si disegna con difficoltà l'Europa politica). Non è nemmeno un'operazione di marketing in un mercato delle religioni sempre più competitivo. No, questa priorità nasce essenzialmente dall'obbedienza a Cristo e all'evangelo.
Cerca umilmente di porre nella storia un gesto profetico che riaffermi il primato della parola di Dio sui progetti umani. Reagisce a uno scandalo, al peccato della divisione, nel quale le chiese si trovano. Vuole far sì che la chiesa realizzi la sua vocazione, ritrovando l'unità che la costituisce in verità; infatti non c'è che "un solo corpo e un solo Spirito ... un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo" (‘E-f- 4,4-5)• Questa unità troverà legittimamente applicazioni diverse (lo vediamo già nel Nuovo Testamento), secondo i contesti, le culture, la storia. Ma sempre dovranno essere a servizio della comunione.
Nessun dubbio, questa ricerca dell'unità visibile condurrà i cristiani sempre di più a conformarsi al loro unico Signore, a riandare all'essenziale della fede. Solo attraverso la loro unità i cristiani potranno offrire al mondo un segno credibile della loro speranza del Regno. Come render conto della speranza che ci abita se viviamo divisi e sotto il peso di anatemi reciproci? Come annunciare in modo credibile il banchetto del Regno, destinato a tutti, se gli stessi cristiani non riescono a condividere la tavola dell'unica eucaristia? Ti lascio con queste domande, nella gioia di leggerti quanto prima.

SII FEDELE ALLA TERRA

Sovente ci sgomenta, mi scrivi, la violenza delle forze della natura, che sembrano voler schiacciare l'uomo. Ma, nel contempo, mi chiedi: non è che l'uomo, non avendo saputo conservare il suo posto nell'ordine della creazione, di conseguenza deve subire i contraccolpi degli elementi scatenati come una "rivincita" della natura? Qual è dunque il posto dell'uomo nel creato? Per risponderti, devo partire dall'"in principio". Nel primo capitolo del primo libro della Bibbia, raccontando l'origine del mondo, la Scrittura svela la "genesi" del rapporto tra l'essere umano (1' adam, il "terrestre" tratto dall'adamà, la "terra") e la natura, cioè l'insieme degli esseri creati:
E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò.

Dio li benedisse e Dio disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra" (Gen 1,27-28).
È vero, nell'espressione sorprendente "soggiogatela" c'è anche l'origine dello sfruttamento incontrollato della natura da parte dell'uomo. Questi rischia di non riconoscersi più come custode del giardino, il "maggiordomo", il "capo della casa" re- Y) sponsabile davanti all'unico Signore di tutti gli altri "domestici", ma come padrone assoluto e tiranno. L'uomo così considera il resto della creazione come uno strumento per la sua sussistenza e prosperità, in una prospettiva di consumo e dominio, che ignora il suo status di cocreatura che lo assimila agli animali, ai vegetali e alla natura intera.
Nella visione biblica, è vero, l'uomo è presentato come "dominatore" sulla creazione ma non può esercitare tale dominio come vuole a spese della vita vegetale e animale, al punto da sovvertire l'ordine degli esseri animati e inanimati. Deve esercitare il suo ruolo come un mandato ricevuto da Dio: l'essere umano resta una creatura cui spetta accogliere come dono e custodire come tesoro la creazione che lo circonda. Certo, è un equilibrio difficile, carico di responsabilità, ma è un compito costitutivo dell'uomo.
E, come te, anch'io credo che sentiamo tutti, oggi più che mai, l'esigenza di ritornare a un rapporto tra l'uomo e la natura più conforme a quello delle origini. Infatti, nella misura in cui l'ambiente naturale era riconosciuto più forte dell'uomo, questi poteva svilupparsi pienamente senza minacciare la sopravvivenza delle altre creature che lo circondavano. Ma nel corso della storia l'uomo ha via via sottomesso la terra a un incessante sfruttamento, usando la propria astuzia, la scienza e una tecnologia sempre più sofisticata per aggirare gli ostacoli e le difese naturali dell'ambiente. Ed ecco che la terra sfruttata si rivolta contro l'uomo e ne rivela tutta la fragilità... Siamo allora ricondotti brutalmente alla nostra responsabilità verso la creazione, verso noi stessi e verso l'armonia di tutti gli esseri. Ci sembrava facile e anche lecito dominare il mondo, ora diveniamo consapevoli di come sia difficile controllare la nostra forza senza cedere a eccessi e abusi.
È una sfida etica che non possiamo evitare: l'acquisizione del dominio necessario delle nostre capacità. Difatti, siamo "amministratori" del mondo. Ma sappiamo amministrare la nostra potenza? Siamo consapevoli che il termine "amministratore" rinvia a un "ministero", cioè a un servizio? Siamo disposti a prendere sul serio le conseguenze di una "fedeltà alla terra" che implica il non abbrutirla riducendola a una riserva di risorse per il nostro benessere materiale, ma il riscoprirla come occasione per contemplare la bellezza del Creatore che si riflette nelle sue creature? In una società che tratta la natura come oggetto manipolabile a piacere, siamo chiamati come credenti a riscoprire il dovere davanti a Dio di ricercare l'armonia dell'inizio, la "bellezza e bontà" del creato uscito dalla volontà e dalla parola di Dio. Il cammino verso questo "paradiso ritrovato" non passa certo per una regressione fusionale nell'utero della "madre terra", né per la dissoluzione nell'oceano dell'oblio. Nasce dalla memoria tenace delle nostre radici, del nostro passato originale, l'unico a offrirci una promessa per il futuro. Scrive l'apostolo Paolo ai cristiani di Roma:
L'ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8,19-21).

Certo, è una promessa ma anche una sfida che spetta a noi tutti. E anche tu puoi contribuire a essa, nel posto che è il tuo.

NOTE

1 Evagrio Pontico, La preghiera 124.
2 E. Jabès, Le livre de l'hospitalité, Gallimard, Paris 1991, p. 46.

(FONTE: Lettere a un amico sulla vita spirituale, Qiqajon 2010, parte settima, pp. 124-137)