Don Bosco e i giovani operai

Don Bosco

e i giovani operai


«L'educazione professionale è uno dei primi bisogni dei nostri tempi, e uno di quelli ai quali purtroppo si è meno provveduto in Italia. L'eccesso di educazione classica è causa di un difetto di equilibrio morale, che produce le conseguenze più dannose. Invece di educare la massa degli uomini con l'intento di farne abili produttori, in grado di esercitare le numerose mansioni, che l'agricoltura, l'industria e il commercio offrono alle classi medie della società e alle superiori, si è lavorato fin qui a farne letterati o dottori o retori. Io non esito a dire che questo dissidio tra bisogni e il sistema educativo, che abbiamo ereditato dai padri, è una delle cause essenziali del disordine morale che affligge le nazioni, che stanno alla testa della civiltà».

Così si esprimeva il conte Camillo Benso di Cavour in una lettera al direttore della scuola commerciale di Nizza nel 1850. E così pensavano tanti altri politici, giuristi, filantropi dell'ottocento. Sentivano l'urgenza di fare qualche cosa per le classi lavoratrici, ma spesso, troppo spesso, si fermavano alle parole.
In quel 1850 don Bosco già da tempo operava nel medesimo contesto sociale difficile e disagiato; diverse erano le intenzioni sue però rispetto a quelle del Cavour, il quale si interessava delle classi medie o medio-alte, e non di quelle popolari; a Cavour premeva la «questione sociale» provocata dall'urto del liberalismo economico, don Bosco invece si preoccupava di giovani che avevano un nome e un cognome, giovani in carne e ossa, da «collocare per la buona strada», «avviare al sentiero della virtù», «renderli abili ad un tempo a guadagnarsi onestamente il pane della vita».
Dalla sua, don Bosco aveva una forte esperienza di lavoro. Per capire don Bosco, non si può prescindere dalla sua vita, così come si venne realizzando.

1. Don Bosco: un uomo che si consumò nel lavoro

Con sicurezza e nel pieno rispetto dell'oggettività storica si può affermare che se don Bosco è potuto divenire «santo del lavoro» e «patrono degli apprendisti» è perché la dura esperienza del lavoro l'ha provata sulla propria pelle prima ancora di venire a contatto con quella degli altri. L'infanzia e la giovinezza « lavorativa» di Giovannino e poi Giovanni Bosco (in casa propria, a Castelnuovo, a Villa Moglia, a Chieri) sono ben note per doverle anche solo qui riassumere.
Non solo fece un lungo tirocinio di studente-lavoratore prima, ma anche fu un lavoratore indefesso per tutta la vita. E se non misurò mai a sé il lavoro, altrettanto fece coi suoi figli, ai quali lasciò in preziosa eredità non solo molte opere da portare avanti, ma anche lo spirito che egli stesso aveva riassunto nel motto: «Lavoro e temperanza». Al suo primo successore, don Rua, aveva detto: «Dì ai salesiani che loro raccomando il lavoro». La conferma viene da papa Pio XI che affermò di avere udito dalle stesse labbra di don Bosco le parole: «Chi non sa lavorare non è salesiano».

2. Oratorio festivo, luogo di incontro coi giovani lavoratori

Verso la metà del secolo XIX, in Torino l'equilibrio, di per se stesso già molto instabile che si era raggiunto durante il periodo della restaurazione, nel campo economico così come, per lo meno in parte, nell'ambito dell'assistenza e dell'istruzione, stava paurosamente vacillando sotto l'urto dell'espansione preindustriale ormai alle porte. Il flusso migratorio di masse proletarie, specie giovanili, prive di istruzione, spesso senza mestiere e impiegate come forza bruta, aumentava ogni giorno, con la conseguenza di una sempre maggior vulnerabilità dei singoli, non più difesi dalle tradizionali strutture di aiuto ai lavoratori quali fino a pochi anni prima, almeno in teoria, erano state le corporazioni di arti e mestieri.
All'interno di questo proletariato urbano, misero, ignorante, la fascia più debole e priva di speranza era quella giovanile, in buona parte frustrata nelle legittime aspirazioni di promozione civile, sociale, professionale e culturale. Ed è a servizio di questa fascia di giovani che don Bosco concepisce il primo oratorio, frequentato da poveri garzoni di bottega, manovali di officina, orfani, abbandonati, immigrati, sfruttati. Lascerà scritto nelle Memorie dell'Oratorio: «In generale l'Oratorio era composto da scalpellini, muratori, selciatori, quadratori e da altri che venivano da paesi lontani». Don Bosco dedicava le sue domeniche ad assistere i giovani; lungo la settimana si recava a visitarli sul posto di lavoro.
L'Oratorio, pur essendo primariamente volto all'assistenza religiosa di chi lo frequenta, richiede come condizione per esservi ammesso che i giovani siano «occupati in qualche arte o mestiere, perché l'ozio e la disoccupazione traggono a sé tutti i vizi, quindi è inutile ogni religiosa istruzione». Senza orari e scadenze particolari, l'Oratorio «interclassista per definizione» si apriva specialmente ai giovani operai, ai figli del proletariato urbano, o, come diceva don Bosco, alla gioventù povera e abbandonata.
Ma rapidamente si accorse che l'amorevole tutela che esercitava con la sua presenza sul posto di lavoro e con utili raccomandazioni ai giovani apprendisti e ai padroni non bastava. Le istituzioni pubbliche e private che aveva sott'occhio, le analisi e le proposte di studiosi più aperti e sensibili alle problematiche della gioventù non scolarizzata, la sua medesima esperienza lo portarono a rendersi conto che la promozione umana e sociale della gioventù lavoratrice passava attraverso la cultura. Di qui la scuola festiva, la scuola serale: scrittura, lettura, canto, disegno, musica, aritmetica. Una scuola contemporanea al mestiere.
Non mancavano evidentemente le ore di formazione per far comprendere a quei giovani, a stretto contatto magari con la svalutazione della mano d'opera e la tracotanza del liberalismo ormai affermatosi, la dignità e la nobiltà del lavoro, l'obbligo di guadagnarsi onestamente il pane e di concorrere alla vita sociale. In una lettera alla massima autorità di Torino, marchese Michele Cavour, così riassumeva il suo insegnamento: «Amore al lavoro, frequenza dei santi sacramenti, rispetto di ogni autorità, fuga di cattivi compagni».

3. Casa di accoglienza per artigiani (e studenti)

Superata non senza forti ripercussioni sul piano personale e organizzativo la fase critica dell'esplosione patriottica quarantottesca, don Bosco fece un passo decisivo nella sua scelta educativa. Per coloro che avevano bisogno di vitto, vestito e alloggio, aprì la casa Pinardi. Continuavano però a lavorare in città. È di questo tempo il suo appoggio a forme di patronato a favore di giovani lavoratori; si fa promotore personalmente di una società di mutuo soccorso, dal regolamento pratico e forti principi di solidarietà e freschezza morale; sempre di questo periodo sono i già molto commentati contratti di lavoro che qualcuno, a buon diritto, potrebbe definire presindacali.

4. I laboratori per apprendisti artigiani

Onde evitare i rischi per la moralità, sempre in pericolo nei luoghi di lavoro cittadini, allestì poi in casa sua scuole e laboratori artigianali (calzoleria, sartoria, legatoria, falegnameria, fabbro-ferraio, tipografia), dove più che la resa finanziaria e produttiva importava che i giovani si formassero la coscienza morale nello stesso tempo che si abilitavano a professioni di carattere eminentemente pratico.
Assunti capi d'arte esterni, presto ne fu deluso, perché solo interessati a guadagnare, a produrre, a sfruttare i giovani più che a insegnare. Concepì allora il progetto di invitare i giovani già preparati a restare con lui a servizio degli allievi della scuola stessa in cui loro erano stati formati. Era la figura del laico salesiano, che mette tutto se stesso gratuitamente a servizio della gioventù apprendista.

5. Dai laboratori di don Bosco alle scuole professionali salesiane

Dall'embrionale centro di apprendimento artigianale quale era la cittadella di Valdocco degli anni 1860-1870, sull'onda carismatica e istituzionale di don Bosco, i salesiani gradualmente cominciarono a porre su basi razionali, metodiche e scientifiche la scuola di arte e mestieri del loro fondatore. L'insegnamento artigianale venne presto superato e al suo posto nacque la scuola professionale salesiana, che per alcuni decenni costituì un modello per la legislazione di vari paesi, dove si rivelò sovente una istituzione provvidenziale, indispensabile e talvolta autenticamente pionieristica.

In sintesi

1. Don Bosco non si interessò di operare sulle strutture più ampie della società o di studiare i bisogni della classe operaia o di quella giovanile in genere. Non studiò, come invece ad es. il Murialdo, la questione sociale; operò in concreto, offrendo possibilità di lavoro e di istruzione a centinaia di giovani della classe inferiore.

2. Il soggetto primo del lavoro non è il processo produttivo, ma l'uomo, l'apprendista, una persona bisognosa di educazione integrale, attenta cioè ai valori del corpo e dello spirito: «Onesti cittadini e buoni cristiani!».
3. Don Bosco rese comunque un servizio sociale di prim'ordine. I suoi laboratori furono centri di beneficenza per i più poveri; inoltre la formazione tecnica, morale, religiosa data agli apprendisti si riverserà nella società adulta.
4. Cultura del lavoro... lavoro portato a dignità di scuola... nessun contrasto fra scuola e lavoro, tra tecnica e cultura umanistica all'Oratorio di Valdocco...
5. Senza utopie. Ispirate a sano realismo e non a frustranti utopismi sono le parole con cui si rivolgeva ai suoi apprendisti: «Io non voglio che i miei figli siano enciclopedici; non voglio che i falegnami, fabbri, calzolai, siano avvocati; né che i tipografi, i legatori e i librai si mettano a farla da filosofi e da teologi; tanto meno intendo che i miei professori e maestri studino De arte politica, come se avessero a diventare ministri ed ambasciatori. A me basta che ognuno sappia bene quello che lo riguarda; e quando un artigiano possiede le cognizioni utili ed opportune per ben esercitare la sua arte, quando un professore è fornito della scienza che gli appartiene per istruire adeguatamente i suoi allievi, costoro, dico, sono dotti quanto è necessario per rendersi benemeriti della società e della religione e hanno diritto quanto altri di essere rispettati».
Riconoscendo al lavoro tutta la sua nobiltà e funzione, sacrificando nel lavoro tutta la sua vita, realizzando geniali opere per i giovani lavoratori, don Bosco si è rivelato un costruttore di solide realtà. Con una pedagogia fatta di comprensione e di amore, di equilibrata fiducia verso la natura umana, ha provveduto alla formazione integrale del lavoratore, educandone la mente, il cuore, la volontà, il carattere, schiudendo all'incipiente personalità dei suoi giovani gli orizzonti di una vita onesta e onorata, possibilmente serena e felice.

(FONTE: Gianni Formero, ed., Evangelizzare i giovani lavoratori, Elledici 1993, pp. 63-68)