Il Vangelo della domenica (Bose)

Chi è felice?

IV domenica del tempo Ordinario (anno A)


Enzo Bianchi

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 5,1-12

La chiesa ci chiama oggi a meditare sulle beatitudini pronunciate da Gesù in apertura del suo «discorso della montagna» (Mt 5,1-7,27).
Abituati come siamo ad ascoltare queste parole, a considerarle un testo poetico o un «manifesto» morale, abbiamo purtroppo dimenticato che le beatitudini sono «linguaggio della croce» (1Cor 1,18), capace di confondere ogni saggezza umana (cf. 1Cor 1,19-25)! A chi considera la realtà quotidiana del nostro mondo sorge infatti spontaneo chiedersi come sia possibile proclamare beati, felici quanti sono poveri, quanti piangono, quanti sono perseguitati… Eppure le beatitudini sono uscite dalla bocca di Gesù in una cultura e in una società simile alla nostra, dove vigeva la legge della forza, dove ciò che contava era la ricchezza, dove la violenza era a servizio del potere. Occorre dunque ribadire che, ieri come oggi, le beatitudini sono e restano scandalose; e siccome colui che le ha vissute in pienezza è proprio colui che le ha pronunciate, Gesù, il quale per la sua narrazione di Dio è finito in croce, allora le beatitudini appartengono allo «scandalo della croce» (Gal 5,11).
Quando leggiamo queste acclamazioni non possiamo restare indifferenti: o le rigettiamo come utopiche, impossibili da realizzare, oppure dobbiamo accoglierle quale pungolo che mette in discussione la nostra fede, la nostra sequela del Signore Gesù e la nostra gioia e felicità nel vivere il Vangelo, dunque nella nostra esistenza umana. Sappiamo bene che la felicità deriva dall’avere un senso nella propria vita, dal possedere un preciso orientamento, dal conoscere una ragione per cui vale la pena vivere e addirittura dare la vita. Ebbene, le beatitudini ci indicano questa ragione e consentono a noi cristiani di dare un senso alla vita, all’operare dell’uomo: Gesù proclama beati quanti vivono alcuni comportamenti in grado di facilitare il cammino verso la piena comunione con Dio, comportamenti che vanno assunti nel cuore e messi in pratica tanto nel contenuto quanto nello stile. E lo fa con l’autorevolezza di chi vive ciò che chiede agli altri, di chi è affidabile perché fa ciò che dice!
Essere poveri nello spirito, ben prima di definire un rapporto con i beni, significa aderire alla realtà. Guai a pensare che la beatitudine sulla povertà riguardi solo la relazione con i beni: no, la povertà dello spirito e la purezza di cuore indicano che uno è libero nel cuore a tal punto da sentirsi povero ed è così povero nel cuore da sentirsi libero di accettare la propria realtà, libero anche di accettare le umiliazioni e di sottomettersi agli altri. Essere capaci di piangere significa piangere non per ragioni psicologiche o affettive, bensì versare lacrime che sgorgano da un cuore toccato dalla propria e altrui miseria. Assumere in profondità la mitezza significa esercitarsi a rinunciare alla violenza in ogni sua forma: spesso infatti la peggior aggressività si cela dietro atteggiamenti falsamente miti, dietro sorrisi carichi di un odio mortifero… Avere fame e sete che regnino la giustizia e la verità significa desiderare che i rapporti con gli altri siano retti da giustizia e da verità, non dai nostri sentimenti. Praticare la misericordia e fare azioni di pace significa dimenticare il male che gli altri ci hanno fatto, sforzandoci di perdonarli. Essere perseguitati per amore di Gesù significa avere una prova concreta che si segue davvero il Signore delle nostre vite, colui che ha detto: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).
Chi si trova in queste situazioni, chi lotta per assumere questi atteggiamenti, ascoltando le parole di Gesù può conoscere che l’azione di Dio è a suo favore e così sperimentare davvero la beatitudine: una gioia profonda e a caro prezzo, una gioia animata dalla comunione con il Signore, una gioia che niente e nessuno potrà rapirci (cf. Gv 16,23).