La Liturgia, preghiera

che dà forma alla vita

e al ministero del presbitero

Goffredo Boselli, monaco di Bose

Un caro e fraterno saluto a tutti voi, vescovi e presbiteri delle diocesi della metropolia di Ancona.
Il titolo penso volutamente ampio dato al mio intervento – La Liturgia, preghiera che dà forma alla vita e al ministero del presbitero – mi ha spontaneamente portato pensare, con la sua immagine del “dare forma”, alla forza e alla capacità spirituale del gesto liturgico che, giorno dopo giorno, ci plasma come credenti. Noi siamo l’opera della liturgia, essa ci forgia, ci forma e ci conforma. Per questo, la liturgia non è l’effetto ma l’origine. È molto più grembo e matrice che non nostro prodotto e risultato. Come credenti e come pastori dobbiamo essere abitati dalla consapevolezza che celebrare la liturgia per una vita intera, giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, anno dopo anno, a volte anche in modo abitudinario e svogliato è ciò che tiene in vita il nostro “essere cristiano”, personale come comunitario. Noi entriamo nella liturgia ma in realtà è lei che entra in noi, scende nelle fibre del nostro essere credente, plasma il nostro “uomo interiore” (Ef 3,16), lo coltiva con cura, lo nutre con sapienza. Senza liturgia, cioè senza il nutrimento della parola di Dio e del pane sostanziale 2 dell’eucaristia, senza l’azione della Spirito, la consolazione del perdono e l’olio della fraternità il cristiano deperisce, degenera, muore. Credimi, la liturgia, come opera di Dio e azione dello Spirito santo agisce in noi infinitamente più di quanto ne abbiamo piena consapevolezza.
Tutto questo mi ha portato a scegliere di circoscrivere la mia riflessione in questa mattinata di spiritualità sul ruolo della liturgia nella vostra vita di presbiteri e offrirvi una meditazione su un gesto liturgico che voi fate ogni giorno celebrando e presiedendo l’eucaristia: il gesto della frazione del pane. Il gesto eucaristico per eccellenza e, come ricorderò, l’unico gesto eucaristico compiuto da Gesù. Sappiamo bene quanto i gesti quotidiani che facciamo plasmano le nostra persona, al punto di dire che noi siamo i gesti che facciamo e le parole che pronunciamo. Il gesto eucaristico della fractio panis che ogni giorno voi fedelmente ripetete da anni – ed è un gesto che fate voi per l’intera comunità eucaristica che presiedete – è uno dei gesti rituali più significativi della vostra vita sacerdotale e per questo forgia la vostra interiorità umana e spirituale e da forma alla vostra esistenza di pastori. Compiere giorno dopo giorno, per una vita intera, il gesto con il quale Gesù alla vigilia della sua morte ha significato la sua intera vita, contiene e rivela il senso della vostra vita di presbiteri. Voi lo fate come presbiteri ma in realtà è lui che fa di voi dei presbiteri. In questo modo, come è stato titolato il nostro incontro, la liturgia da forma al ministero del presbitero. Come credenti non ci nutriamo semplicemente del pane eucaristico, ma di un pane spezzato, condiviso come simbolo della vita di Cristo consegnata. Così, non ci nutriamo mai del pane quotidiano dell’eucaristia senza nutrirci al tempo stesso del senso che il gesto della fractio panis racchiude in sé.
Vi propongo dunque una meditazione biblico-liturgica e dunque mistagogica sulla fractio panis, nel modo abituale con il quale io faccio liturgia, ossia il tentativo di fare della parola di Dio e del gesto liturgico il nutrimento della vita spirituale. Comprendendo la liturgia come vangelo celebrato. 
Durante l’ultima cena con i suoi discepoli Gesù ha espresso il mistero della sua vita prendendo tra le mani il pane e facendo con esso un gesto colmo di senso: lo ha spezzato e lo ha distribuito perché fosse mangiato. Allo stesso modo ha preso il calice di vino e lo dato perché tutti bevessero e in questo modo è diventato l’uomo nuovo: “Nessuno vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” (Rm 14,7). La chiesa che ininterrottamente deve nascere dal Vangelo, riconosce in questi gesti di Gesù di Nazaret il mistero della sua stessa vita, perché neppure la chiesa vive per se stessa e muore per se stessa. Spezziamo il pane e lo condividiamo insieme, così l’unico calice di vino e attraverso questi gesti facciamo memoria di Gesù Cristo, secondo il comando che ha lasciato. Con questi gesti confessiamo che crediamo nel suo Vangelo, che crediamo al dono e alla condivisione, alla comunione e alla solidarietà, al mistero della sua e nostra vita.
La liturgia cristiana consiste essenzialmente in questo: fare ciò che Cristo ci ha comandato di fare in memoria di lui. Ciò significa che più la nostra liturgia è trasparenza dei gesti di Cristo più sarà memoria di lui, più sarà cristiana. E aggiungo, più i gesti liturgici che ogni giorno voi come presbiteri fate in nome della chiesa sono trasparenza dei gesti di Cristo, più il vostro ministero sarà memoria di lui. Articolerò il mio intervento in tre punti:
1. La liturgia cristiana come gesto spirituale di Cristo
2. Dal gesto di Cristo al rito della chiesa
3. Il gesto come parabola

La liturgia cristiana è il gesto spirituale di Cristo

Comprendere cosa significa che la liturgia cristiana è il gesto di Cristo, vuol dire in primo luogo prendere coscienza che il cammino della liturgia ha seguito per intero il cammino della rivelazione di Dio all’uomo. Il rito è sempre a somiglianza della divinità, perché ad ogni immagine che l’uomo si è fatto della divinità ne è nata una liturgia: come dio è così è il rito con il quale l’uomo gli rende culto. Infatti, ogni divinità stabilisce i suoi riti, così come ogni idolatria forgia il suo vitello d’oro. Allo stesso modo, anche il Dio rivelato da Gesù Cristo, come si legge nel vangelo di Giovanni, vuole che i suoi adoratori lo adorino come lui è: “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24).
Nella Lettera agli Ebrei si legge: “Entrando nel cosmo (kosmos), Cristo dice : Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato” (Eb 10,5). Cristo si rivolge al Padre riconoscendo che lui non gli ha chiesto un rito da compiere ma gli ha dato un corpo, ossia un’esistenza umana da vivere come dono agli altri: il Padre gli chiede di rendergli culto amando i fratelli. Edward Schillebeeckx ha scritto: “Non siamo stati redenti attraverso una cerimonia cultuale e liturgica specifica, bensì attraverso un atto storico e situato nel mondo di Cristo” [1]. Per questo “i cristiani non hanno più altro tempio che il corpo glorificato di Gesù, né altro altare che la sua croce, né altro sacerdote e sacrificio che la sua stessa persona: Cristo è la loro unica liturgia possibile” [2].
Se alla fine della sua vita Karl Barth ha potuto scrivere che “la Parola non si è fatta discorso, ma carne” [3], noi aggiungiamo che la Parola non è rimasta carne ma è diventata corpo. Come ogni essere umano Gesù è nato carne ma è diventato corpo di natura e di cultura, di storia e di relazioni ed è così che alla vigilia della sua morte ha potuto dire: “Questo è il mio corpo per voi” (1Cor 11,24). Non riduciamo mai il “verbo fatto carne” alla pura fisicità, “detto altrimenti, non è la pura presenza di Gesù a essere ‘datrice di grazia’, bensì Gesù presente – come egli è nel modo più caratteristico – in parole e gesti che rendono la grazia concreta, che creano guarigione, perdono e comunione” [4].
Sappiamo bene che il gesto non è un contenitore opaco ma un rivelatore potente dell’essere; nel gesto traspira lo spirito della persona, ciò che lo muove e lo fa vivere. Allo steso modo, non c’è gesto liturgico che non sia gesto di Cristo compiuto dalla Chiesa nella sinergia dello Spirito, per questo il gesto liturgico è gesto spirituale. Cristo è il pneumatikos, l’uomo “ricolmo di Spirito santo” (Lc 4,1) e i suoi gesti sono azioni della potenza di Dio secondo la testimonianza resagli dal Battista: “Lui vi battezzerà con lo Spirito santo” (Mc 1,8). Analogamente, non c’è sacramento della Chiesa senza epiclesi, che i Padri chiamano la “kénosi” dello Spirito. Quelli della liturgia sono gesti di Cristo compiuti dalla Chiesa nello Spirito santo, gesti che comunicano lo Spirito, il quale continua “a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione” (Preghiera eucaristica IV).
I due gesti fondamentali della liturgia cristiana – la frazione del pane e la lavanda dei piedi – li ha compiuti Cristo non li ha creati la Chiesa. Questo significa che il gesto di Cristo non è nostra creazione ma è nostra eredità, un’eredità da ricevere e trasmettere. Ma ricevere da chi? Paolo ai cristiani di Corinto scrive: “Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò” (1Cor 11,23). Paolo, che non ha “conosciuto Cristo secondo la carne” (cf. 2Cor 5,16), tuttavia dichiara “accépi a Domino”, “ho ricevuto dal Signore” la frazione del pane a dire che ogni credente riceve dal Signore il suo gesto eucaristico. “Accépi a Domino”, c’è un’origine della liturgia cristiana alla quale ogni credente deve essere condotto, questa è la mistagogia: i misteri dal mistero.
Ma in cosa consiste la specificità dei gesti di Cristo? “La specificità dei gesti di Cristo è di essere gesti ‘pieni’: pieni d’amore, pieni di salvezza, pieni di efficacia. Gesù non gesticola: tutti i suoi gesti – benedizione, unzione, frazione – custoditi e prolungati dalla nostra ritualità sacramentale, possiedono un’impareggiabile intensità drammatica e radicale, ed è tale intensità, tale signoria, tale pienezza ciò che la nostra liturgia deve mettere in evidenza. Ogni liturgia culmina in un gesto di Cristo al servizio del quale sono i nostri gesti e davanti al quale essi si ritirano” [5]. Forse non si è lontani dalla verità se diciamo che la liturgia è una cristologia gestuale.

Dal gesto di Cristo al rito della chiesa

Tra i diversi gesti eloquenti che Cristo ha compiuto, solo due egli ha ordinato ai suoi discepoli di fare: la frazione del pane e la lavanda dei piedi. Solo a questi due gesti ha legato la sua memoria e, da quel momento, questi due e non altri sono memoriale di lui “donec veniat” (1Cor 11). Per questo, spezzare il pane e lavare i piedi sono i due gesti fondamentali della liturgia cristiana, sono la matrice, il paradigma, l’ordine di misura di ogni altro gesto liturgico che la Chiesa ha creato lungo i secoli. Noi sosteremo solo sulla fractio panis mostrando da prima l’eloquenza del gesto, poi il suo ordine rituale e infine l’arte di celebrarlo.
Per giungere a comprendere l’eloquenza della frazione del pane all’interno della liturgia, occorre ricordare come quella klásis compiuta da Gesù nell’ultima cena fu anzitutto un gesto eloquente ai suoi occhi. Nella notte in cui veniva tradito, Gesù non solo annuncia ai discepoli la sua morte con delle parole ma anche con due gesti profetici: la frazione del pane e la condivisione del calice. Del pane è detto: “Prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede loro dicendo” (Lc 22,19). Gesù è consapevole che pronunciando la benedizione e spezzando il pane all’inizio del pasto fa suo il significato che la tradizione ebraica riconosce a quel rito domestico. Ancora oggi nella comunità ebraica, quel gesto pratico della vita quotidiana è un rito che chi presiede la tavola fa all’inizio del pasto per riconoscere l’importanza del pane e il valore comunitario del pasto [6]. Ma, alla vigilia della sua passione, Gesù spezzando il pane riconosce iscritto il suo mistero in quel pane spezzato: “Lo spezzare e il condividere il pane significano, hanno peso e sostanza, perché appartengono allo spezzare e al condividere che Gesù da di sé” [7]. Ma quella klásis fatta alla vigilia della sua morte resterà un gesto eloquente solo agli occhi di Gesù, i discepoli di li a poco mostreranno di non aver compreso in quell’ora la portata di quel gesto.
Agli occhi dei Dodici la frazione del pane diventerà eloquente solo dopo la risurrezione e si ricorderanno con maggiore precisione dei gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena che delle parole con le quali li ha accompagnati. Se infatti le tradizioni scritturistiche e liturgiche dell’ultima cena divergono sulle parole di Gesù sono invece concordi sui gesti da lui compiuti: prendere, rendere grazie, spezzare, dare e dire. Per la loro eloquenza spirituale i gesti eucaristici di Gesù sono rimasti impressi in modo indelebile nella memoria degli apostoli e poi della Chiesa. Non risaliremo mai alle ipsissima verba di Gesù pronunciate sul pane e sul calice, al contrario le sue ipsissima facta sono ancora oggi i nostri gesti nella liturgia.
I verbi – prendere, benedire, spezzare e dare – li trovano nel racconto di Emmaus [8] che raggiunge il suo culmine in questa immagine: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono i loro occhi e lo riconobbero” (Lc 24,30-31). Vorrei soffermarmi su una particolarità di questo episodio che dice tutta l’eloquenza del gesto di Cristo. Il Risorto non pronuncia nessuna parola “dell’istituzione” e i due discepoli racconteranno loro stessi agli Undici “come fu riconosciuto da loro nello spezzare il pane” (Lc 24,35). È stato sufficiente il gesto dello spezzare il pane senza alcuna parola ma di una eloquenza capace di aprire gli occhi e far riconoscere. Mi sia permesso osservare: la silenziosa frazione del pane a Emmaus potrebbe essere la migliore risposta al verbalismo di cui soffrono oggi le nostre liturgie, dove parole, introduzioni e spiegazioni si susseguono in un vortice logocentrico. Spesso le tante parole tolgono al gesto liturgico la sua eloquenza, gli rubano l’anima. Dobbiamo ammettere che anche nella liturgia si è perduto il senso del silenzio e con il poeta René Char (1907-1988) riconoscere che “non si osa più dare agli occhi qualcosa senza dire alla bocca di nominarlo” [9].
Sappiamo bene che il racconto di Emmaus è plasmato della pratica liturgica dei primi cristiani e la frazione del pane è già il gesto eucaristico della Chiesa apostolica. L’evangelista Luca attesta che alla luce della risurrezione la Chiesa ha riconosciuto che la frazione del pane era un gesto gravido di senso e per questo fonte di fede pasquale. I due discepoli non confesseranno agli Undici di avere visto il Signore spezzare il pane ma di aver riconosciuto il Signore nello spezzare il pane (cf. Lc 24,35), “cognoverunt in fractione panis” traduce Girolamo. Il verbo greco utilizzato da Luca non è infatti blépo “vedere” ma epiginosko, il verbo della conoscenza. L’epignosis è la conoscenza piena e profonda, la sovraconoscenza. In un suo inno Efrem il Siro scrive: “Quando gli occhi dei discepoli erano ancora chiusi, il pane [spezzato] fu la chiave con la quale furono aperti” [10]. Per Efrem, la fractio panis del Risorto è la chiave da lui consegnataci per accedere al suo mistero. Aprire il pane è aprire gli occhi. Ogni autentico gesto liturgico è una chiave per accedere al mistero, perché nella liturgia il mistero non lo si vede ma lo si riconosce. Cristo ha preso nelle sue mani il pane, lo ha spezzato e in esso ha riconosciuto il suo mistero, da quella sera il gesto di spezzare il pane fa riconoscere il mistero del Signore vivente. Scrive Agostino: “Egli non si fece riconoscere in un gesto diverso da quello; e ciò per noi, che non lo avremmo visto in forma umana, ma avremmo mangiato la sua carne. Sì, veramente, se tu sei nel novero dei fedeli […] la fractio panis sarà la tua consolazione” [11].

Ordine rituale

Dall’eloquenza del gesto di Cristo giungiamo ora all’ordine rituale, ossia quando il gesto di Cristo diventa rito della Chiesa. Vorrei comprendere l’eloquenza della frazione del pane dalla collocazione che oggi questo rito ha nella nostra liturgia, facendone così un’esegesi liturgica. Devo riconoscere che questa scelta è nata da una iniziale perplessità, quella che ho avuto quando lessi per la prima volta l’interpretazione che Amalario di Metz nell’Eclogae de ordine romano fa del rito della frazione del pane. Amalario, morto attorno all’850, è il primo commentatore della liturgia a mettere in relazione il rito della fractio oblatarum all’episodio di Emmaus. Scrive Amalario: “La frazione delle oblate significa quella frazione che il Signore face per i due a Emmaus. Certi vescovi sono soliti, quando si comunicano a vicenda, spezzare l’ostia in tre parti sul modello di questi tre, cioè per Cristo e Cleopa e come, sostengono alcuni, per Luca” [12]. Questo accostamento può lasciarci perplessi perché ne vediamo tutto lo spirito allegorico medioevale. Tuttavia, a modo suo Amalario dice una verità: la frazione del pane la compiamo non nel memento in cui nella preghiera eucaristica facciamo memoria dell’ultima cena, ma come gesto a se stante all’interno dei riti comunione e soprattutto senza pronunciare su di esso le parole dell’istituzione. A ben guardare, la nostra frazione del pane è più simile al gesto del Risorto a Emmaus che a quello di Gesù nell’ultima cena.
Per il fatto che la frazione del pane sia stata per i cristiani il gesto eucaristico fondamentale al punto che fino al II secolo dava il nome all’intera liturgia eucaristica, si potrebbe immaginare lo spezzare il pane come il primo gesto dell’eucaristia come era nel pasto ebraico. Allo stesso modo, la frazione del pane potrebbe essere compiuta nell’attimo in cui pronunciando le parole dell’istituzione si dice “lo spezzò”, ma non è mai stato così in nessuna grande tradizione liturgica. Ciò nonostante, la tentazione deve essere stata assai forte se il Missale Lingonense prevede che il presbitero simuli la frazione mentre pronuncia le parole dell’istituzione (fingat frangere) [13]. Una rubrica in coerenza con la teologia dell’epoca, dal momento che per Tommaso d’Aquino il presbitero quando pronuncia le parole dell’istituzione non agisce più in persona ecclesiae ma soltanto in persona Christi [14]. Nonostante tutto questo, la frazione del pane è stata fino ad oggi un rito proprio, compiuto a parte, distinto dalla preghiera eucaristica e collocato nei riti di comunione [15].
L’intuizione di Amalario dice in fondo una verità, e cioè che il rito della fractio panis rimarrà sempre legato alla cena di Emmaus, cioè al riconoscimento della presenza del Risorto. L’unico fondamento su cui infatti poggia l’essere cristiano e su cui si fonda la coerenza della liturgia è la fede nella risurrezione. La liturgia è confessare che Gesù Cristo è presente e si fa riconoscere nello spezzare il pane, perché l’esperienza della liturgia cristiana è esperienza di commensalità con il Risorto [16]. Ma quale commensalità? La risposta la troviamo nell’ordo rituale della fractio panis così come oggi lo viviamo nella nostra liturgia, dove il gesto silenzioso dello spezzare il pane forma un tutt’uno con la grande litania dell’Agnello di Dio. In questo rito si incrociano tre scene neotestamentarie: il Signore che spezza il pane, la testimonianza resta dal Battista: “Ecco l’agnello di Dio …” (Gv 1,29) e la quarta beatitudine dell’Apocalisse: “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello” (Ap 19,9).
Uno dei meriti dell’Ordo Missae di Paolo VI è di avere ristabilito l’originaria contemporaneità tra lo spezzare il pane e l’invocazione Agnello di Dio. Si ritiene comunemente che l’Agnus Dei sia stato introdotto nel rito romano come canto proprio per la frazione del pane da papa Sergio I (687- 701) di origine siriache. L’introduzione della litania dell’Agnello di Dio ha impresso al rito della frazione del pane un significato che era proprio alle tradizioni liturgiche orientali, le quali avevano posto in relazione il pane spezzato con l’Agnello immolato.
Già all’inizio del V secolo Giovanni Crisostomo afferma in un’omelia: “Io non divido un Agnello e voi un altro, ma tutti partecipiamo all’unico Agnello” [17], queste parole del Crisostomo sono un’evidente parafrasi di ciò che Paolo scrive ai cristiani di Corinto: “Il pane che noi spezziamo è comunione al corpo di Cristo … Poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,17). Queste parole dell’apostolo attestano il significato originario con il quale le prime comunità cristiane vivevano la fractio panis: condividere lo stesso pane per formare in Cristo un solo corpo. Tuttavia, come già osservava il grande Jungmann, questo significato paolino della frazione del pane “non lo si riscontra più in nessuna delle fonte liturgiche giunte fino a noi” [18].
Se volessimo recuperare in modo unilaterale la prospettiva paolina della fractio panis a scapito dell’interpretazione sacrificale, non solo compiremmo un atto di ingenuo archeologismo ma faremmo un grave tordo alla traditio fidei delle Chiese cristiane. Quello che mi pare invece oltremodo decisivo è comprendere che il rito della frazione del pane, così come oggi lo celebriamo, è uno dei più alti esempi di esegesi liturgica delle sante Scritture e per questo è un accrescimento del significato originario del nostro gesto. Ciò che nel rito della frazione del pane le tradizioni liturgiche delle Chiese, in modo univoco, hanno fatto giungere fino a noi è la relazione tra il gesto paolino della frazione del pane e il simbolo giovanneo dell’Agnello di Dio.
Al termine della frazione del pane, l’Ordo Missae di Paolo VI ha introdotto un elemento di novità di grande rilievo. Sulla bocca del celebrante ha congiunto due citazioni giovannee. Al versetto del quarto vangelo “Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi”, già presente nel messale di Pio V, ha unito una citazione tratta dall’Apocalisse di Giovanni: “Beati qui ad cenam Agni vocati sunt” (19,9) omettendo purtroppo il termine “nutiarum”. Eccone il risultato traducendo alla lettera il testo latino secondo la sequenza esatta dei due versetti giovannei così come compaiono nell’editio typica del Messale: presentando all’assemblea il pane spezzato e il calice del vino, il celebrante confessa: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. Il gesto della frazione del pane raggiunge qui il suo vertice interpretativo, si uniscono la cena del Signore paolina e la cena dell’Agnello dell’Apocalisse. Questa ostensione del pane spezzato e del calice è la più alta icona dell’eucaristia. Qui la dimensione iconica dell’eucaristia giunge alla sua espressione più alta.
Sostiamo sul gesto liturgico. “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”, questo invito dilata le dimensioni della liturgia e ci introduce in quella prospettiva escatologica di cui la nostra liturgia ha più che mai ha bisogno per non appiattirsi in una storicità mortifera. La nostra assemblea liturgica convocata è solo il punto di partenza, il suo orizzonte ultimo, il suo termine è la tavola del Regno secondo la promessa di Cristo: “Io preparo per voi un regno […] perché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno” (Lc 22,29). La cena dell’Agnello è l’orizzonte escatologico dell’eucaristia a dire che comunicando all’altare noi partecipiamo già, in sacramento, al banchetto escatologico nel Regno [19]. “Beati gli invitati …” la beatitudine è per i kekleménoi, cioè i chiamati, i convocati da Dio e l’invito è rivolto a tutta l’umanità. Partecipare alla “cena dell’Agnello” è dunque ricevere da Dio una gioia che prende la forma del gesto per eccellenza della comunione umana, il pasto. “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). “Cenerò con lui”, il pasto al quale il credente è invitato è il deipnon, la cena, come cena è stato l’ultimo pasto di Gesù con i suoi (cf. Lc 22,20), come “cena del Signore” (1Cor 11,20) è il nome che Paolo da al pasto eucaristico dei cristiani, come “cena nuziale dell’Agnello” (Ap 19,9) è il banchetto escatologico nell’Apocalisse.
Se, come abbiamo ricordato, la liturgia cristiana è esperienza di commensalità con il Risorto, occorre tuttavia sempre ricordare che l’eucaristia non è mai un semplice pasto di comunione tra amici e con Gesù, ma è la cena dell’”Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Nella cena dell’Agnello sgozzato si congiungono la dimensione sacrificale e quella conviviale dell’eucaristia, mai l’una senza l’altra. Ogni eucaristia è il pasto pasquale con il Risorto a Emmaus, nella camera alta a Gerusalemme, sulla riva del mare di Tiberiade, vale a dire “è una restaurazione di una comunione infranta dall’infedeltà umana: il corpo ferito e il sangue versato sono ineludibilmente presenti” [20]. La cena dell’Agnello ricapitola l’ultima cena, il tradimento, il rinnegamento, la condanna dell’innocente, la sua morte in croce, per questo è il banchetto delle nozze di sangue. Ogni eucaristia “è un pasto come quello di Emmaus: mai innocente della memoria del Getsemani e del venerdì santo, delle nostre speranze illusorie e della distruzione che scatenano quando la loro menzogna viene resa manifesta” [21]. Solo in una concezione neotestamentaria e non pagana del sacrificio la dimensione conviviale e quella sacrificale dell’eucaristia stanno unite. Solo attingendo alle fonti della fede cristiana e non nei trattati medioevali, sacrificio e banchetto convivono e si fecondano a vicenda.
“Beati gli invitati alla cena dell’Agnello!” (Ap19,9), peccato che il traduttore italiano, e con lui quelli delle principali lingue moderne, non abbia colto tutto il valore di questa citazione giovannea. La nuova edizione del Messale romano consegnerà tutta la ricchezza teologica ed escatologica, tutta l’eloquenza di questo gesto liturgico.
Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo.
Beati gli invitati alla cena dell’Agnello.
Alla luce di quanto abbiamo osservato circa l’orizzonte escatologico del rito della frazione del pane, non possiamo non osservare come in occidente le dispute medioevali sull’eucaristia abbiamo concentrato la loro attenzione sul concetto di presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati, mettendo così in ombra un aspetto essenziale e costitutivo dell’eucaristia, la sua dimensione di pasto. A ben guardare il Cristo glorificato dell’Apocalisse invita l’umanità alla sua tavola come il Risorto accetta l’invito rivoltogli dai discepoli di Emmaus che lo riconoscono alla frazione del pane. Del resto, i racconti evangelici attestano che la comunione alla tavola è uno dei tratti essenziale di Gesù di Nazaret, è quella postura esistenziale di ospitalità che Christoph Theobald chiama “santità ospitale”. Questa comunione con lui alla tavola che ha il suo culmine e la sua sintesi nell’ultima Cena è un elemento decisivo che non deve essere misconosciuto e tanto meno dimenticato nella celebrazione che la Chiesa fa della “cena del Signore”. Come osserva l’esegeta Pierre Grelot, il testo di Ap 3,20 che abbiamo evocato – “Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui, cenerò con lui ed egli con me” – “invita soprattutto mentre rinvia implicitamente alla ‘cena di nozze dell’Agnello’, immagine importante della gioia eterna. L’indicazione dell’Apocalisse deve dunque essere preziosamente accolta. Essa richiama il legame intimo che esiste tra l’esperienza eucaristica sulla terra e la partecipazione attesa alla “cena di nozze dell’Agnello’”[22].

L’arte del celebrare

Ed eccoci, dopo il gesto di Cristo, dopo l’ordine rituale della Chiesa, siamo ora all’arte del celebrare. Una delle principali acquisizioni dell’Ordo Missae di Paolo VI è senz’altro quella di aver il riportato la fractio panis alla sua forma originaria propria della liturgia romana. Gli è stata ridata una coerenza rituale così che il gesto della frazione del pane è ora chiaro e visibile a tutta l’assemblea liturgica. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che questo gesto fatica ad emergere in tutto il suo valore, quale gesto originario dell’eucaristia. Valore che la chiesa apostolica gli riconosceva dando nome “frazione pane” alla celebrazione eucaristia. Non dobbiamo dimenticare che in mezzo ai tanti gesti eucaristici che compiamo, la frazione del pane è l’unico gesto eucaristico che Cristo ha compiuto. Domandiamoci dunque: il modo con il quale oggi la frazione del pane è compiuta fa emerge questa verità? La coscienza che i partecipanti alle liturgie hanno del gesto della frazione del pane corrisponde a ciò che questo gesto significa? Lungo la storia, per ragioni teologiche, noi occidentali abbiamo talmente posto l’accento sulle parole dell’istituzione (cioè le parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena sul pane e sul vino) finendo per mettere in ombra il gesto eucaristico di Cristo per eccellenza, l’unico attraverso il quale egli si è fatto riconoscere vivente. È senza dire una parola che il Risorto ha spezzato il pane a Emmaus, perché la parola necessaria l’aveva già pronunciata lungo il cammino.
Il grande timore è che il gesto della frazione del pane passi oggi perlopiù inosservato, coperto a volte da uno scambio della pace il cui modo di compierlo è del tutto sproporzionato rispetto al suo valore e al suo significato. Se a cinquant’anni dalla riforma liturgica costatiamo che la frazione del pane non ha ancora oggi recuperato tutta la sua importanza di gesto eucaristico originario, questo, a mio parere, è dovuto essenzialmente a una ragione di fondo che ancora lo impedisce. Lo spezzare il pane non sarà mai un gesto pienamente eloquente fino a quando il pane da spezzare non 16 avrà ritrovato la realtà della sua forma. Il pane eucaristico non deve essere solo vero pane ma deve anche avere il vero aspetto del pane. L’Ordinamento generale del Messale romano ha colto appieno questa esigenza in ordine alla frazione del pane: “La natura di segno esige che la materia della celebrazione eucaristica si presenti veramente come cibo. Conviene quindi che il pane eucaristico, sebbene azzimo e confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote nella Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l’ostia in più parti e distribuirle ad alcuni dei fedeli … Il gesto della frazione del pane, con cui l’Eucaristia veniva semplicemente designata nel tempo apostolico, manifesta sempre più la forza e l’importanza del segno dell’unità di tutti in un unico pane e del segno della carità, per il fatto che un unico pane è distribuito tra i fratelli” (n. 321) [23].
Uno degli aspetti sui quali proseguire con convinzione la riforma liturgica è esattamente la ricerca ostinata della verità del segno che è decisiva al linguaggio simbolico della liturgia. Non accontentiamoci della verità sostanziale della materia ma poniamo il segno nella condizione di esprimere tutta la sua verità, diversamente avremo ucciso la liturgia con le armi della dogmatica.
Ciò che fa l’eloquenza di un gesto come ungere la fronte di un neonato e dire “Ti ungo re, sacerdote e profeta” è la fragranza aromatica del crisma capace di trasmettere quello che la parola non può dire. Per questo è necessario che l’olio sia olio, cosi come il pane sia pane, il vino sia vino, l’acqua sia acqua. Louis Bouyer, nel celebre saggio Il rito e l’uomo del 1962, dunque prima del Concilio, così auspicava l’adattamento dei riti: “Affinché essi possano riprendere tutto il loro significato, bisognerà che prima di tutto riprendano la loro realtà. Quanto più il potere suggestivo immediato delle ierofanie dell’acqua e del banchetto si è affievolito nell’uomo moderno, tanto più sarà necessario che il bagno salutare ritorni a essere un vero bagno, che gli alimenti sacri possono essere riconosciuti come vero pane e vero vino” quando questo compito “insieme a una cultura di diretta ispirazione biblica” sarà stato attuato “la liturgia ritornerà ad essere significativa e vivente per l’uomo moderno” [24].
Cristina Campo ha scritto: “La teologia non potrà mai dire più di quanto dica il più terribile tra i linguaggi: la suprema bellezza intellettuale del gesto” [25]. I nostri gesti liturgici saranno eloquenti per l’uomo e la donna contemporanei solo se saranno veri, autentici e dunque pienamente umani. L’uomo e la donna secolarizzati non sopportano una liturgia ipocrita dove i gesti non corrispondono alla realtà. Dobbiamo giustificare tutto nel presente perché la liturgia cristiana è mistero ma non magia, è realtà non mito.
Dobbiamo riconoscere che la frazione del pane è il gesto più difficile da compiere perché è il gesto attraverso il quale il Signore si è rivelato; un antico detto rabbinico dice, “un uomo si riconosce da come spezza il pane”. Se anche noi abbiamo occhi per vederla, nella fractio panis di Emmaus c’è tutta l’ars celebrandi di Cristo. Da quell’istante, la nostra liturgia non è solo fare quello che Cristo ha fatto ma farlo come lui lo ha fatto, è dallo stile della sua gestualità che tutto ha avuto origine. Da qui ne discende il principio guida dell’ars celebrandi: celebro con arte quando sono consapevole che il gesto che compio nella liturgia è memoriale del gesto di Cristo e dunque è Cristo che lo compie qui e ora nella sua Chiesa. Stiamo attenti a non ridurre l’ars celebrandi a un mero savoir faire, saremmo mestieranti del sacro e non celebranti del mistero nel quale crediamo. La vera arte del celebrare è infatti questione di fede perché il celebrare è opus fidei. Presbitero o laico che sia, celebra con arte quando dice in cuor suo: “credo più ai gesti di Cristo che ai miei” il che significa “credo più alla parola del Vangelo che alla mia”. Si ha infatti autentica ars celebrandi quando l’unico nostro scopo è quello di fare un gesto che sia memoria di Cristo. Non solo quei gesti che Cristo e ci ha esplicitamente comandato di fare, ma tutti i gesti che compiamo nella liturgia devono essere gesti di Cristo, da lui ispirati, ossia gesti che Cristo farebbe oggi, gesti che lui possa riconoscere come suoi.

Il gesto come parabola

Per intuizione o per esperienza, positiva o negativa che sia, ciascuno di noi sa che esiste un legame strettissimo tra felicità e condivisione. Sappiamo bene che è necessario spezzare e donare, e che senza di questo la vita umana non è più vita. Cosa saremmo se qualcuno non lo avesse fatto prima a noi? Si è nutriti fino a quando si diventa capaci di nutrire a nostra volta.
I legami che ci uniscono come esseri umani sono innumerevoli, e le maniere con le quali condividiamo il mondo e la vita sono infinitamente varie. Condividiamo lo spazio che abitiamo, il tempo che è a nostra disposizione, le parole che pronunciamo e ascoltiamo, il cibo di cui ci nutriamo. Costatiamo che condividendo la gioia essa s’accresce, il dolore e diminuisce, i sogni e sembrano realizzarsi. Condividiamo tutto ciò che ci può accadere; il più delle volte senza chiederlo abbiamo la nostra razione di guerra o la nostra porzione di pace. Quando si diventa pienamente umani? Quando scegliamo di condividere la vita con altri e gli altri accettano di condividerla con noi, solo così che possiamo avere un ruolo nel rendere felice un’altra persona. Accediamo alla piena umanità quando possiamo donare e ricevere, quando siamo riconosciuti e accettati per quello che siamo.
In ogni chiesa c’è un altare che è “la tavola del Signore” (1Cor 10,21) e su di essa poniamo del pane e un calice di vino perché siano santificati. Il pane è spezzato per essere condiviso distribuendolo tra quanti sono riuniti attorno a questa tavola. Lasciamo il nostro posto, ci avviciniamo, tendiamo 19 le mani e le apriamo per ricevere un pezzo di pane sul quale pronunciamo l’“Amen” della fede. Cosa esprimiamo con questi semplici gesti? Mangiando quel pezzo di pane che è il corpo di Cristo noi aderiamo al Vangelo che è la parola di Cristo. Si può anche decidere di restare al proprio posto e non aprire le mani, perché nella nostra vita abbiamo contraddetto seriamente il Vangelo, oppure perché non si è ancora disposti a rispondere “Amen”, cioè “sì”, al Vangelo, ad aderirvi interamente decidendo di viverlo. Quello che compiamo è dunque un gesto di adesione, ma anche di condivisione: riceviamo tutti un pezzo di un unico pane che è stato spezzato. Quanto saremo capaci di far nostra la profondità e il senso del gesto eucaristico della frazione del pane compiuto di Gesù di Nazaret alla vigilia della sua morte, così profonda ed estesa sarà la nostra capacità di condivisione e di solidarietà!
Un gesto liturgico come la frazione del pane, ma anche l’altrettanto essenziale bere il vino al calice, oppure distribuire la luce attraverso la fiamma di una candela nella veglia pasquale, questi e altri ancora sono gesti di una tale semplicità che lasciano trasparire il senso e lo scopo originario della nostra esistenza. Sono chiari e inequivocabili.
La realtà alla quale siamo quotidianamente confrontati è complessa, a volte illusoria e menzognera, talora fatta di compromessi e di tattiche che ci impediscono di essere fino in fondo noi stessi, di essere liberi e spontanei. Per questo avvertiamo il bisogno di gesti semplici, percepiamo il desiderio di gesti capaci di rivelare l’autentica profondità dell’esistenza umana. Gesti che ci consentono di dire quello che siamo veramente e quello che vogliamo essere. La frazione del pane è questo. E’ un gesto che ha la semplicità della parabola e il vigore della profezia. La frazione del pane ci pone davanti a una profondità e una purezza di vita che ci superano. Pertanto, partecipare a questo rito significa lasciarsi guidare verso il futuro, andare incontro a ciò che deve ancora accadere. Mentre passiamo l’uno accanto all’altro come degli sconosciuti stranieri, carichi di indifferenza e a talvolta perfino di aggressività, attraverso il segno della frazione del pane diciamo di credere nella condivisione fraterna, che questo è possibile e un giorno questo si 20 realizzerà in pienezza. Fin da ora mangio lo stesso pane e bevo allo stesso calice con il mio fratello e la mia sorella. In questo modo, la liturgia ci offre forme di espressione là dove noi siamo spesso incapaci di dare forma e siamo privi di ispirazione. I gesti liturgici, cari presbiteri, noi li compiamo ma in realtà sono loro a compierci come uomini che credono nel Vangelo di Gesù Cristo.

NOTE

1 E. Schillebeeckx, Dio, il futuro dell’uomo, Edizioni Paoline, Roma 1971 2, p. 109.
2 L.-M. Chauvet, Simbolo e sacramento. Una rilettura sacramentale dell’esistenza cristiana, LDC, Torino-Leumann 1990, p. 74.
3 K. Barth, Derniers témoignage, Labor et Fides, Genève 1070, p. 54.
4 R. Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale, Edizioni Qiqajon, Magnano 2004, p. 159.
5 F. Cassingena-Trévedy, La bellezza della liturgia, Edizioni Qiqajon, Magnano 2003, p. 47.
6 K. Hruby, « Le geste de la fraction du pain ou les gestes eucharistiques dans la tradition juive », in AA.VV., Gestes et paroles dans les diverses familles liturgiques, Conférences Saint-Serge XXIVe Semaine d’Étude Liturgiques (Paris, 28 Juin -1er Juillet 1977), Paris , Centro Liturgico Vincenziano, Roma 1978, pp. 123-133.
7 Williams, Resurrezione, p. 160.
8 Sono presenti anche nei racconti evangelici della moltiplicazione dei pani, nel pasto di Paolo prima del naufragio narrato negli Atti degli Apostoli (At 27,35).
9 R. Char, Fogli d'Ipnos. 1943-1944, traduzione di V. Sereni, Einaudi, Torino, 1968, p. 98.
10 Efrem il Siro, Inni sul Paradiso 15 4, Éphrem de Nisibe, Hymnes sur le paradis, (Sources Chrétiennes 137), traduction du syriaque par R. Lavenant, introduction et notes par F. Graffin, Cerf, Paris 1968, p. 188.
11 Agostino, Discorso 235,3, Opere, vol. XXXII/2, Citta Nuova, Roma 1984, pp.590- 591.
12 Eclogae de ordine romano XXIV,1, in Amalarii episcopi opera liturgica omnia, a cura di I. M. Hannsens, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica vaticana 1950, t. III, p. 258.
13 Missale Lingonense, Missale secundum verum usum insignis ecclesie Lingonensis, Jean Du Pré, Paris 1491 ca.
14 Summa Theologica III, q. 82, a. 7, ad 3.
15 L.-M. Chauvet, “Le pain rompu comme figure théologique de la présence eucharistique”, Questions Liturgiques 82 (2001), pp. 9-33.
16 L. Di Simone, Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica, Edizioni Feeria, Ponziano in Chianti (Firenze) 2003, p. 226.
17 Giovanni Crisostomo, Commento alla Seconda lettera ai Tessalonicesi, Omelia 4,4.
18 I. A. Jungmann, Missarum sollemnia, Marietti, Casale Monferrato 19612, p. 229.
19 Si veda su questo A. Schmemann, L’eucaristia. Sacramento del regno, Edizioni Qiqajon, Magnano 2005.
20 Williams, Resurrezione, p. 62.
21 Williams, Resurrezione, p. 63.
22 P. Grelot, “Le repas de la noce de l’Agneau”, dans Nourriture et repas dans les milieux juif et chrétiens de l’antiquité, Mélange offert au professeur Charles Perrot, (Lectio Divina 178), Cerf, Paris 1999, pp. 201-202, pp. 193-202.
23 Ordinamento generale del Messa le Romano, Conferenza Episcopale Italiana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 312, p. 85.
24 L. Bouyer, Il rito e l’uomo. Sacralità naturale e liturgia, Morcelliana, Brescia 1964, pp. 263-264; edizione originale Le rite et l’homme. Sacralité naturelle et liturgie, Les Èditions du Cerf, Paris 1962.
25 C. Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987, p. 133.

(Loreto, giovedì 28 novembre 2019)