Il percorso di crescita

delle nuove generazioni

nella cultura sociale attuale

Mario Pollo *

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Negli ultimi decenni il percorso delle nuove generazioni in Europa si è progressivamente individualizzato poiché nella loro transizione verso l’età adulta seguono un cammino sempre più personale e soggettivo, che è solo parzialmente legato all’età anagrafica. Contemporaneamente è andato in crisi il determinismo delle età, sostituito da una sorta di ethos infantilistico che le attraversa tutte. Per comprendere il senso di quest’affermazione è necessario ricordare che la vita delle persone era tradizionalmente scandita dal passaggio, nell’itinerario che unisce nascita e morte, attraverso varie età. Ognuna di queste età comportava l’acquisizione di un particolare stile vita, di conoscenze, di modelli di comportamento e di responsabilità specifici. Nella realtà sociale contemporanea l’età è diventata sempre meno indicativa del modo di vivere delle persone e questo significa che l’orologio interno delle persone non è più potente e costrittivo come una volta (Neugarten).

Questo fa parte di una trasformazione sociale più ampia in cui, come afferma Heinz:

Lo scorrere della vita non trova più le sue radici nella classe sociale, in regole di età o di genere o in una pretesa normalità. Si assiste nelle nostre società ad una de-standardizzazione della vita degli uomini e delle donne e ad una diversificazione delle scelte di vita. La vita diviene così una successione complessa di situazioni transitorie che gli individui devono selezionare, organizzare e controllare loro stessi. Ognuno deve concepire se stesso come un’agenzia pianificatrice delle decisioni di vita. Le persone oramai sono ritenute responsabili della loro vita, la quale assume forme più individualizzate, ma anche più selettive. La nuova sfida consiste ormai nello sfruttare al meglio le opportunità del mercato, i dispositivi istituzionali ed il reticolo delle relazioni sociali per orientare in modo calcolato la propria traiettoria di vita.

L’effetto dell’individualizzazione sui percorsi di crescita si congiunge con la difficoltà, se non l’impossibilità, di parlare dei giovani in un senso generale poiché nell’attuale realtà sociale essi appaiono come un insieme composito di soggettività. Per comprendere questa considerazione è necessario ricordare che alla fine degli anni ’70, in coincidenza con l’esaurirsi dei movimenti collettivi del ’68 e dintorni, oltre che delle ideologie che li avevano sostenuti, si assiste ad una lenta e progressiva evaporazione della “condizione giovanile”, cioè dei giovani come universo unitario e distinto dal resto della società. Il risultato dell’evaporazione della condizione giovanile è un insieme di cristalli sparso e frammentato, in cui ogni frammento corrisponde a un vissuto soggettivo e privato. In altre parole, questo significa che dalla fine degli anni ’70 nella società italiana i giovani non costituiscono più un sottosistema sociale, dotato di un forte protagonismo e di una rilevanza sociale, bensì un semplice insieme di individui dispersi nell’oceano del sistema sociale incapaci o impossibilitati ad assumere un ruolo di protagonismo sociale. Non è un caso perciò che proprio in quegli anni i giovani divengano socialmente invisibili e che cominci ad essere teorizzata la impossibilità di una lettura con categorie universali dei giovani.
Questo processo iniziato alla fine degli anni ’70 è proseguito negli anni ’80 e ’90 sotto la spinta della complessificazione della società e ha condotto ad una ancor più forte marginalizzazione dei giovani e ad una ancora maggiore loro chiusura all’interno della dimensione del soggettivo e del relativo. Questo significa che oggi non si può più parlare di giovani in un senso generale perché si è di fronte ad un insieme composito di soggettività giovanili.

La scomparsa delle età

L’individualizzazione dei percorsi di crescita, come si è accennato, si colloca all’interno di un fenomeno socioculturale più vasto: la scomparsa delle età con cui veniva scandito il percorso esistenziale della persona dalla nascita alla morte. Per comprendere la natura di questa trasformazione sociale è necessario partire un po’ da lontano, ricordando che nella recente storia sociale uno dei principi cardine della socializzazione delle nuove generazioni era costituito da un accesso progressivo degli individui alle informazioni e, quindi, ai sistemi simbolici del mondo sociale a cui appartenevano. E questo faceva sì che il bambino entrasse progressivamente in contatto con le informazioni, gli atteggiamenti ed i comportamenti tipici del mondo adulto. Per garantire che questa progressione avvenisse in modo ordinato nella società era stata organizzata una vera e propria segregazione delle età. L’ordinamento scolastico era, e ancora è, un esempio di questa segregazione, finalizzata a far si che i bambini delle varie età entrassero in contatto solo con le informazioni ed i comportamenti che erano ritenuti dagli adulti appropriati per la loro età.
Questo comportava la messa in opera di una accurata selezione delle informazioni e dei comportamenti ai quali il bambino veniva esposto sulla base della sua età.
Una garanzia dell’efficacia della segregazione era offerta, oltre che dal comportamento degli adulti, dal fatto che in un passato, anche recente, l’unico mezzo di accesso indiretto alle informazioni che i bambini potevano utilizzare era quello della lettura.
Ora è noto che l’acquisizione di una evoluta capacità di lettura richiede un percorso di apprendimento che dura molti anni e che, quindi, era sufficiente che un testo fosse scritto con un linguaggio più complesso di quello che mediamente il bambino di una certa età possedeva perché le informazioni contenute in quel testo gli fossero, di fatto, inaccessibili. Gli adulti poi cercavano di nascondere, collocandoli in una sorta di retroscena, quei loro comportamenti che erano ritenuti inadatti, oppure che avrebbero potuto sminuire la loro immagine e quella delle istituzioni che rappresentavano, agli occhi del bambino.
La televisione ha infranto questa segregazione perché i bambini di qualsiasi età guardandola ricevono le stesse informazioni degli adulti e vengono anche a contatto con quei comportamenti, da retroscena, che un tempo venivano loro accuratamente nascosti. In tempi più recenti alla televisione si sono aggiunti altri strumenti di comunicazione elettronica che consentono al bambino l’accesso alle realtà che un tempo gli venivano nascoste. Questo ha fatto e fa sì che i bambini, dato che ricevono delle informazioni sociali riguardanti tutte le età, siano costretti a compiere una evoluzione cognitiva, affettiva e sociale individuale e solitaria, del tutto diversa da quella che continua ad essere ipotizzata dalle tradizionali agenzie educative, che si comportano come se il bambino non guardasse la televisione e non accedesse ai media elettronici.
In generale però la socializzazione non più legata all’età, non riguarda solo i bambini ma, come si è accennato, è divenuta un fenomeno sociale che colpisce anche gli adulti e gli anziani. Una conseguenza di tutto questo è la concreta possibilità di essere sia adulti infantili che bambini maturi nella vita sociale, senza che questo produca alcun tipo di devianza e di stigmatizzazione.

L’adulto infantile e il bambino maturo

Come si è appena visto, nella prima metà del Novecento l’infanzia era considerata il periodo dell’innocenza per cui doveva essere protetta dalle realtà sgradevoli della vita. I discorsi sulla morte, sul sesso e sui problemi economici, ad esempio, non venivano fatti dagli adulti di fronte ai bambini.
La diversità dell’infanzia era segnalata anche dal fatto che i bambini vestivano in modo diverso dagli adulti e che utilizzavano un linguaggio particolare. È chiaro che la segregazione delle età, di cui si è parlato prima, favoriva questa situazione.
Negli ultimi cinquant’anni, invece, l’immagine ed il ruolo dei bambini ha subito un significativo cambiamento in conseguenza del quale l’infanzia intesa come periodo protetto della vita è quasi scomparsa. I bambini, infatti, sembrano oggi meno infantili tanto rispetto al modo di vestire quanto al linguaggio ed al modo di comportarsi. Parallelamente, molti di coloro che sono diventati adulti in questi ultimi trent’anni parlano, si comportano e si vestono come bambini non cresciuti. È normale oggi vedere adulti con scarpe da tennis, jeans e T-shirt con l’immagine di Topolino o Paperino accanto a bambini vestiti con capi firmati.
Attraverso quello che spesso viene definito un comportamento informale gli adulti continuano a utilizzare una gestualità tipica della fanciullezza.
Per quanto riguarda il linguaggio, non c’è solo la constatazione della presenza di un linguaggio adulto più infantile e di un linguaggio infantile più adulto, ma c’è anche la perdita di responsabilità nell’uso del linguaggio di molti adulti nei confronti dei bambini.
Oramai non è più raro trovare adulti che parlano in modo gergale o dicendo parolacce di fronte ai bambini. In questa Babele delle età il bambino viene sempre più trattato come un piccolo adulto e vengono di conseguenza eliminate le protezioni che lo separavano dalla ruvidezza della vita. Dietro questo fenomeno vi è la presenza nella nostra cultura di ciò che alcuni studiosi hanno definito “ethos infantilistico”.

L’ethos infantilistico

Barber afferma che «le sette età dell’uomo shakespeariano rischiano di essere spazzate via da una puerilità che dura tutta la vita» e ricorda che nel 2004 il Webster’s American Dictionary ha proposto la parola adultescent (neologismo coniato incrociando adult e adolescent) come parola dell’anno. In quasi tutti i paesi economicamente più sviluppati sono state utilizzate parole forse meno raffinate, ma comunque molto efficaci per indicare questa condizione ibrida da cui sembrano afflitti i giovani e in molti casi anche gli adulti: in Italia: “mammoni”, in Germania: “Nesthocker”, in Giappone: “freeter”, in India: “zippy” e in Francia: “puériculture”.
In queste società, legato al dissolvimento della transizione evolutiva che dall’infanzia conduce all’adultità è comparso un ethos infantilistico indotto dalle esigenze di un’economia fondata sul consumo in un mercato globale. Questo ethos infantilistico riuscirebbe «a plasmare l’ideologia e i comportamenti della società consumistica radicale in cui viviamo con la stessa forza con cui l’”etica protestante” – come la chiamava Max Weber – è riuscita a influenzare la cultura imprenditoriale di quella che al tempo era una società produttivistica agli albori del capitalismo» (Barber).
L’ethos infantilistico che affligge gli adulti e che fonda le loro aspettative nei confronti della vita ha origine nell’infanzia, laddove l’educazione del bambino è finalizzata, invece che a favorire la sua crescita sociale, intellettuale e spirituale, ad abilitarlo al consumo (Pecora). Tutto questo ha all’origine le esigenze del mercato dei consumi perché in un mondo con troppi prodotti e compratori in numero insufficiente, i bambini diventano consumatori preziosi» (Barber). Abilitati al consumo precocemente «gli adulti che invecchiano rimangono giovani consumatori per tutta la vita, gli “uomini bambini” (D. Jones, D. Klein) mentre bambini e preadolescenti vengono trasformati in consumatori adulti» (Barber).
L’ethos infantilistico ha degli effetti disastrosi perché, da un lato, a livello sociale perché incide profondamente sul senso civico e sulla capacità di assunzione di responsabilità da parte degli adulti, e questo rischia di mettere in crisi lo stesso fondamento della cittadinanza democratica, dall’altro lato, esso incide sulla dimensione psichica producendo in alcune persone una vera e propria dipendenza dal consumo. Infine, come si è detto, esso, oltre a mettere in crisi il modello di relazione intergenerazionale che era alla base dei processi educativi e socializzanti, di fatto ha reso le età della vita non più un insieme culturalmente unitario ma un semplice aggregato di soggettività.

* Tratto dall'introduzione alla ricerca Il futuro negato. Progetti e sogni di adolescenti e di giovani romani, Caritas Roma 2020 (In collaborazione con Servizio per la pastorale giovanile Ufficio per la pastorale scolastica e l'insegnamento della religione cattolica)