«Piedi a colori»

Inserito in NPG annata 2006.


Un’esperienza interculturale tra giovani italiani e giovani immigrati

Antonio Grasso


(NPG 2006-05-37)


Un po’ di storia

Era l’estate del 1997, un giovane missionario scalabriniano e un giovane studente di teologia organizzano un campo estivo con un gruppo di giovani infermieri di Roma, una bella esperienza che ha dato vita ad un gruppo giovanile da cui prende forma quest’avventura. Il gruppo si pone come obiettivi la crescita umana e spirituale. Le attività sono le solite: incontri mensili, uscite, serate in allegria, momenti di preghiera, qualche concerto e qualche birra in compagnia...
Passano gli anni e il gruppo, come ogni gruppo, cambia fisionomia. C’è chi entra e chi esce. C’è chi continua il cammino e chi cerca nuove esperienze altrove. Col passare degli anni si alternano anche le stesse guide del gruppo.
Nel 2001 la svolta. Il gruppo, finora composto solamente da ragazzi e ragazze italiani, si ingrandisce e si arricchisce con l’ingresso di alcuni giovani rumeni dando così vita ad un gruppo internazionale, insieme per la prima volta, all’annuale campo estivo tenutosi in quell’occasione a Pitigliano, un piccolo ma suggestivo paese in provincia di Grosseto.

L’intuizione

L’occasione è nata dai contatti creati da alcuni studenti scalabriniani che come apostolato avevano «inventato» il visitare ogni domenica alcune comunità immigrate cattoliche presenti a Roma. Dalle tre alle quattro Messe ogni domenica, passando dall’indiano al congolese, dal rumeno allo spagnolo, dal cinese al portoghese, un miscuglio di lingue e di culture, con un fondamento comune: la fede in Cristo. Dal contatto e dalla conoscenza con queste giovani comunità immigrate sono nate amicizie e rapporti d’affetto con molti giovani stranieri.
Spesso i migranti vengono indicati come degli «altri», «diversi» (dimenticando che l’essere diverso è la norma non l’eccezione) e per ciò isolati o emarginati. La risposta di questo gruppo è quella dell’accettazione e comprensione del prossimo indipendentemente dalla provenienza, dove tutti hanno pari diritti e opportunità, e l’interculturalità è l’espressione autentica della carità cristiana: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35).

Obiettivi e sogni...

Col passare del tempo si sono inseriti nel gruppo alcuni giovani guatemaltechi, peruviani, brasiliani, ecuadoriani, indiani, albanesi, perché l’emigrazione coinvolge molti paesi del mondo; i giovani si spingono sempre più oltre i confini materiali e il gruppo cerca di considerare patria di ciascuno il mondo. Roma è molto accogliente in questo senso.
Il desiderio comune a questi giovani è stato il condividere esperienze, sogni, speranze, difficoltà di vivere la propria vita di fede e i propri progetti personali al di là della cultura e della lingua, ma con quel denominatore comune che è l’essere giovani.
È nato così un gruppo interculturale, dove le differenze diventano ricchezza e dove lo scambio umano e culturale diventa la base per una crescita di fede.
Oggi i Piedi a Colori sono anche presenti in altre città italiane come Bassano del Grappa, Loreto, Osimo, Manfredonia, Lecce e proprio il campo estivo, che lo ha visto nascere, è una delle opportunità per incontrarsi e per crescere insieme umanamente e spiritualmente. Unitamente alla conoscenza personale e reciproca e di discernimento di un progetto di vita, si espongono realtà personali e si cercano risposte, anche mirate, ai molti problemi che incontrano gli immigrati in Italia.

La metodologia

Questi giovani continuano a far parte dei loro gruppi etnici di appartenenza e poi, una volta al mese, si incontrano per creare dei «momenti interculturali». Dunque il cammino interculturale non si sostituisce a quello ordinario, fatto con la loro comunità di provenienza (essendo migranti di prima generazione), ma si propone come un’occasione di dialogo e di confronto tra culture, per allargare gli orizzonti e per pensare assieme percorsi comuni di fede e di scambio culturale. È il rapporto tra l’identità e l’alterità: i giovani non devono essere «strappati» dalle loro comunità semplicemente perché è bello stare insieme con culture diverse.
Questi immigrati di prima generazione hanno bisogno del contatto con i loro connazionali e sentono molto forte il richiamo della loro cultura. È dunque importante che siano pienamente inseriti nella loro comunità etnica, ma è altrettanto importante questo primo confronto con «culture altre», diverse dalla loro. Questo è importante sia per i giovani immigrati che per i giovani italiani.
Il gruppo si incontra una volta al mese per stare insieme, discutere su temi vari e di catechesi, ognuno con il proprio bagaglio di esperienze diverse, coscienti del cammino differenziato intrapreso da ciascuno, uniti dalla volontà comune di crescere e confrontarsi alla luce del Vangelo. Nessuno è spettatore, tutti sono chiamati a collaborare e a partecipare attivamente, nel rispetto dei tempi e degli impegni dei singoli, alla preparazione degli incontri.

Mezzi e risorse

Gli incontri mensili vengono coordinati dai missionari scalabriniani e dagli studenti di teologia e preparati con il contributo degli stessi giovani.
L’équipe di PGVS (Pastorale Giovanile Vocazionale Scalabriniana) formula ogni anno un Programma Annuale Regionale che favorisce continuità e sintonia nelle varie iniziative unitarie e in quelle locali, tenendo presente i temi di attualità migratoria e una lettura biblico-sapienziale.
I contenuti del cammino di formazione umana, cristiana e vocazionale si sviluppano attraverso un itinerario triennale, svolto in modo ciclico, contemporaneamente per tutte le fasce di età, anche se in modalità diversificate.

1° anno: L’itineranza
Si sottolineano gli aspetti legati alla tematica del cammino, del «partire da», del lasciarsi condurre, del conoscere e condividere la condizione del migrante, del farsi tutto a tutti, dell’incarnazione, del mistero pasquale, della santificazione.
I brani biblici di riferimento in questa prima tematica possono essere:
«Esci dalla tua terra» (Gn 12,1), Esodo (Es 13,18.20-22), Lo straniero (Lev 19,33-34), «Cammina umilmente…» (Mi 6,8), Incarnazione (Gv 1,11-14), Fuga in Egitto (Mt 2,13-14), Gesù straniero (Mt 25,31-46), Emmaus (Lc 24,13-35), Kenosis (Fil 2,6-11).

2° anno: L’accoglienza
Si propongono i temi della conoscenza, dell’accettazione di sé e degli altri, dell’ascolto della Parola, della contemplazione, del «dare spazio», del servizio al forestiero e al povero, della misericordia, della gratuità.
I brani biblici per l’approfondimento di questa tematica possono essere:
Abramo alle Querce di Mamre (Gn 18,1-10), Il samaritano (Lc 10,30-37), «Non più stranieri» (Ef 2,19), Ospitalità (1Pt 4,8-10), La cananea (Mc 7,24-30).

3° anno: La comunione
I temi proposti sono la convivialità delle differenze, la nuova fraternità nello Spirito Santo, l’unità nella diversità, la cattolicità, la missionarietà, la riconciliazione, l’essere costruttori di pace, la solidarietà, l’intercultura.
I brani biblici di riferimento per quest’ultima tematica possono essere:
Babele (Gn 11,1-9), Il raduno di tutti i popoli (Is 66,18b-20a), Pentecoste (At 2,1-12), Un solo corpo, molte membra (Rom 12,4-5), La comunità primitiva (At 15,6-21), Gerusalemme città dalle porte aperte (Ap 7,9; 21,25).

Il contatto con il territorio

Ogni domenica un gruppo di studenti religiosi scalabriniani detto «Gruppo contatto» visita le comunità immigrate cattoliche di Roma, partecipando alla Santa Messa con gli immigrati. In questo contesto di dialogo aperto, di conoscenza e di ascolto vengono inseriti anche i giovani del gruppo Piedi a Colori per creare «ponti» tra le comunità etniche e per coinvolgere altri giovani nel gruppo e diffondere sempre più il messaggio di unità e di comunione che è centrale nella spiritualità dei missionari scalabriniani.
Un altro contatto significativo con il territorio è la presenza e l’accompagnamento dei giovani immigrati nelle loro comunità etniche: la comunità brasiliana, quelle latino-americane, quella etiope-eritrea, tanto per menzionarne alcune.
Questo cammino d’insieme settimanale ha anche un momento celebrativo finale: la Festa dei Popoli. Ormai diventata una tradizione a livello cittadino, la Festa dei Popoli è un grande appuntamento di fede e di cultura dove tutte le comunità immigrate presenti sul territorio si ritrovano per uno scambio di fede, partendo dalla ricchezza che caratterizza ogni cultura (compresi i piatti tipici, i balli e i canti tradizionali).
I giovani sono pienamente coinvolti nell’organizzazione di questa festa. Sono loro a coordinare alcuni dei settori, quali la liturgia, gli stands culturali e gastronomici, lo spettacolo multietnico, l’animazione per i più piccoli, e così via.
Dunque non un gruppo rinchiuso su se stesso, all’interno delle quattro mura del luogo di ritrovo, ma un gruppo multietnico che ha sia momenti ad intra, attraverso la formazione e la creazione di relazioni interpersonali, sia ad extra, perché abbiamo bisogno di essere segno e di fare segni concreti di unità tra i popoli.
Non ci sono dubbi sull’impatto di eventi come questo sul territorio, in modo particolare sulla pastorale giovanile locale. Una Chiesa giovane, con un entusiasmo e una voglia di aprirsi, di testimoniare la sua fede all’esterno, non può non entrare in contatto con la realtà migrante giovanile che la circonda. È parte di essa.
L’intercultura non annulla i conflitti, ma studia strategie per gestire i conflitti.
Mi sembra che questo punto sia molto importante perché il gruppo Piedi a Colori si pone come «laboratorio di idee, di fede e di cammini interculturali» per essere un piccolo segno di comunione all’interno della nostra società e della nostra Chiesa.

Le difficoltà lungo il cammino

Non avendo dei precedenti all’interno della nostra esperienza di pastorale giovanile scalabriniana di gruppi multietnici abbiamo dovuto disegnare il cammino mentre lo facevamo. Sicuramente c’è da sottolineare l’entusiasmo da parte di tutti i giovani nel costruire insieme questo cammino di comunione, pur nella fatica di aprirsi e di uscire dal proprio piccolo mondo.
Una difficoltà a cui però non si può rimediare è la riformulazione del progetto migratorio dei giovani migranti. Non è insolito che un giovane immigrato, dopo essersi fermato alcuni anni in una città, decida di andare altrove, o perché ci sono migliori condizioni lavorative o perché nascono condizioni favorevoli di vita più vantaggiose.
Alcuni poi, ritornano nei loro paesi di provenienza, sia perché ritengono «fallita» la loro esperienza migratoria, sia perché vengono richiamati dalle loro famiglie d’origine. Capiamo bene che davanti a queste situazioni non c’è nulla che si possa fare: ognuno deve proseguire il proprio cammino là dove lo porta la vita.
Così il gruppo viene a trovarsi in una situazione di squilibrio; vengono a mancare elementi molto motivati nel lavoro interculturale e che magari hanno contribuito alla crescita e alla formazione del gruppo fin dal principio. Non da ultimo, possono venire a mancare membri sui quali si era investito per una formazione specifica e che col passare degli anni avevano acquisito conoscenze, passione, abilità per essere i futuri «animatori di una pastorale giovanile interculturale».
Davanti a tutto questo non si può fare altro che ricominciare con i nuovi elementi che entrano nel gruppo, sicuri che ciò che si è seminato prima o poi germoglierà.
Un’altra difficoltà che sorge col passare degli anni riguarda le diverse esigenze tra coloro che fanno parte del gruppo dai primi anni e coloro che si sono aggiunti cammin facendo.
C’è bisogno di trovare nuovi sbocchi operativi, pastorali e sociali per coloro che dopo alcuni anni di formazione all’intercultura e dopo aver parlato e riflettuto su queste dinamiche, sente il bisogno di «sporcarsi le mani» più da vicino per farsi promotore presso nuove realtà di ciò che ha sperimentato all’interno del gruppo.
Mentre i nuovi entrati vivono ancora la fase della formazione e dello sviluppo dell’appartenenza al gruppo, coloro che hanno aderito all’iniziativa dall’inizio non solo possono differire per età (con tutto quello che ne consegue in fatto di esigenze personali) ma sono anche molto più esigenti nel voler concretizzare i discorsi fatti nel gruppo. Ecco perché di pari passo con la formazione è importante pianificare e programmare strategie d’inserimento sul territorio non solo come singoli, ma come gruppo interculturale. In fondo, non ci si può relazionare con la «società» e la «comunità ecclesiale» così come si è iniziato, occorre essere capaci di travasare e di contagiare, portare cioè in questi contesti l’esperienza interculturale che si è sperimentata nel gruppo.

Le prospettive

Come ogni gruppo, anche quest’esperienza col passare degli anni ha bisogno di verificarsi nei suoi obiettivi, nella sua identità, nella sua metodologia e strategie.
C’è sempre la fase della crisi, spesso non dovuta agli obiettivi del gruppo o alle ragioni del suo esistere, ma all’incapacità dei suoi membri di rinnovarsi sia nella teoria che nella prassi. Il gruppo è solo uno strumento, non un parcheggio a vita. Prima o poi ogni componente del gruppo deve fare il salto di qualità e uscire dal gruppo per farsi promotore e generatore di nuovi messaggi nell’ambiente da cui proviene.
Questo passaggio non è sempre facile, anzi. Spesso è più comodo restare a guardare, fermarsi in stallo, in attesa che qualcuno decida per me. Ecco allora l’importanza della verifica e del coraggio di rompere certi schemi fissi che si creano col passare degli anni e che, se ci pensiamo bene, contraddicono la natura stessa del cammino interculturale, in quanto, essendo fondato sul dialogo tra culture, ed essendo queste sempre dinamiche e mai fisse, anche il cammino interculturale non può essere rigido e bloccato su percorsi rigidi.
Dunque il gruppo interculturale «Piedi a Colori» può essere un modello per una pastorale giovanile aperta al dialogo tra giovani di diversa cultura. Ciò che questo gruppo sta realizzando a livello cittadino, lo si può realizzare a livello parrocchiale, vicariale, zonale, diocesano.
L’importante è il primo passo: trasformare la nostra pastorale giovanile da una pastorale «di conservazione» (curando quei giovani che abbiamo nei gruppi) ad una pastorale della «periferia», che va alla ricerca di coloro che per mille ragioni non si avvicinano.
Chi deve fare il primo passo? «Chi si deve fare prossimo?» (Lc 10, 36).