Una comunità a colori

Inserito in NPG annata 2006.

Percorsi di integrazione per minori stranieri a Torino, Roma, Foggia, Palermo, Siracusa

A cura di Domenico Ricca


(NPG 2008-05-23)

Il progetto «Una comunità a colori» è stato realizzato dalla Federazione SCS/CNOS con il contributo del Ministero del lavoro e politiche sociali, con i fondi nazionali per l’Associazionismo di promozione sociale (art. 12, lettera F, legge 7 dicembre 2000, n. 383, laddove si parla di « progetti sperimentali… per far fronte a particolari emergenze sociali e per favorire metodologie di intervento particolarmente avanzate»). È un’azione «pilota» che intende sperimentare e monitorare un nuovo modello di intervento in riferimento al fenomeno migratorio, con l’obiettivo allargato di abilitare comunità e territorio alla produzione e condivisione di un sapere condiviso» sulla realtà dell’intercultura, in vista della costruzione di spazi nuovi dell’incontro, della relazione, delle possibili amicizie.
Il progetto nasce da tre istanze di diversa indole; sbrigativamente le possiamo definire: sociologica, carismatica, educativa.
Esso nasce anzitutto dall’incontro con la realtà. Nelle strutture delle comunità salesiane (centri diurni, centri aggregativi, centri giovanili) e in particolare nelle realtà del terzo settore associate sono inseriti, in attività di tempo libero e sportive, minori immigrati. Ma ogni educatore avverte la necessità di passare da un’accoglienza di fatto ad un percorso di integrazione che riconosca la diversità delle culture e permetta di visibilizzare questi soggetti agli altri, alla comunità in generale, e di giungere in concreto a considerare la diversità una risorsa e non (solo) un problema.
L’altro polo di riferimento è quello «carismatico» e si rifà alla memoria salesiana. L’attenzione per gli immigrati, soprattutto per i giovani, rientra pienamente nel carisma del Fondatore. L’immigrazione è una realtà che non lascia indifferenti chi si interessa dei giovani, poiché strutturalmente porta a situazioni di disagio generalizzato, generando così nuove forme di povertà, che richiedono ulteriormente nuove forme di presenza educativo-pastorale. Di fronte al fenomeno dell’immigrazione e alle sue sfide, Don Bosco ha saputo offrire risposte. E anche oggi vengono sollecitate esperienze concrete di attenzione ai più bisognosi e una crescita di opere specifiche in risposta alle situazioni di maggiore problematicità.
L’attenzione educativa viene caratterizzata poi dalle difficoltà dell’inclusione per i minori stranieri. Gli esperti di politiche sociali, di pratiche di cittadinanza e di percorsi di inclusione nelle nostre metropoli vedono con occhi nuovi la modalità di intervento per arginare l’esclusione. Le politiche dell’integrazione si fanno in due: l’integrato e chi integra. L’integrazione bisogna inseguirla partendo dalla realtà del rifiuto della tolleranza. Pertanto la reazione degli inclusi oggi va presa sul serio, e non solo bollarla come intolleranza, razzismo. Nelle nostre città negli ultimi anni si è rotto il patto tra gli inclusi e gli esclusi, è aumentata la quantità dei marginali e degli esclusi, ma contestualmente è aumentato il livello di vicinanza tra diversi. Gli esclusi hanno rotto gli argini, è cresciuto il livello di contiguità fisica tra inclusi ed esclusi. Questo ha portato ad un aumento del livello di paura perché a questa vicinanza non si è del tutto preparati.
Il fenomeno dell’immigrazione con una costante crescita di ingressi impone la necessità di interventi mirati. Complici il terrorismo e l’attuale crisi economica, lo straniero viene sempre più guardato con diffidenza e visto come pericolo.
Da qui il bisogno di diffondere una diversa cultura e sensibilità che portino i cittadini italiani a vedere la presenza immigrata come un importante apporto culturale, economico, di umanità, per il nostro paese.
«Ecco: quella gente che arriva da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario» (don Bosco).

L’ottica: l’integrazione possibile

Come si vede, l’obiettivo dell’integrazione ai livelli di cui si è detto e soprattutto nella dinamica tipica della prevenzione, esige non solo di attivare processi di integrazione e di coinvolgere tutti i possibili soggetti, ma un ripensamento del concetto stesso di integrazione.
Confrontandoci con gli studi del fenomeno dell’immigrazione con i correlati problemi sociologici e culturali, e in particolare con le pista di riflessione delineate da Maurizio Ambrosini dell’Università di Genova, definiamo anzitutto l’integrazione come un processo multidimensionale e interattivo, volto alla minimizzazione dei conflitti e alla massimizzazione del benessere per tutti i soggetti coinvolti. Ecco alcune necessarie specificazioni.
L’integrazione è anzitutto un processo. Non è un dato acquisito in partenza, ma il risultato di un cammino di inserimento sociale e apprendimento culturale che può seguire sentieri diversi.
L’integrazione poi è un concetto articolato in diverse dimensioni o componenti che interagiscono tra loro e si chiamano reciprocamente in causa, per cui è necessario operare in diversificate direzioni.
L’integrazione infine ha essenzialmente un carattere interattivo a livello relazionale e sociale, dove sono chiamati in causa non solo gli immigrati, ma anche i membri della società ricevente, come soggetti attivi della costruzione di una convivenza pacifica e reciprocamente arricchente. L’integrazione dei nuovi arrivati può avvenire infatti soltanto se trova un contesto capace di integrare: quindi anzitutto disponibile ad includere gli outsider nel sistema dei diritti fondamentali e dei benefici che spettano ai cittadini, in cambio del rispetto delle regole di convivenza e dell’impegno alla partecipazione attiva, nella misura delle proprie possibilità, alla produzione della ricchezza che consente di generare benessere e sicurezza sociale per tutti. Senza cancellare la distinzione tra cittadini e immigrati, e senza eludere i nodi conflittuali con cui una società più aperta e pluralistica dovrà fare i conti, una tale prospettiva sembra - allo stato delle cose - l’unica capace di contemperare i diversi interessi in gioco.
Il progetto ha coinvolto (ma lo ripetiamo, intende sperimentare la possibilità di lavorare e intervenire con una mentalità nuova da «contagiare» in ogni opera salesiana) cinque città e in essa cinque comunità: Torino (l’Oratorio salesiano della Crocetta, in una zona ad alta percentuale di stranieri, senza etnia prevalente e dunque con maggiore spinta all’integrazione), Roma (la comunità Borgo Ragazzi Don Bosco, per la zona VI e VII Municipio, sulla Prenestina, zona ad alta densità di immigrati prevalentemente asiatici e africani), Foggia (l’Associazione «Comunità sulla strada di Emmaus», in particolare con esperienze già collaudate di integrazione di profughi albanesi), Palermo (il Centro salesiano di Villaura, nella I e V Circoscrizione) e Siracusa (l’Associazione «Padre Alberto», in particolare nei quartieri-ghetto della periferia urbana): contesti diversi per poter verificare l’adattabilità del modello progettuale a differenti realtà del territorio.

La metodologia

Sulla base di quanto affermato sopra sulla nostra comprensione di integrazione, iIl progetto è stato scandito in due tempi, che contemplavano due metodologie o due attenzioni:

* Lavorare con gli «inclusi»: le famiglie, la scuola, gli animatori e volontari, le realtà di aggregazione degli italiani per offrire le opportunità necessarie agli immigrati - i minori e le loro famiglie - di integrarsi, ovvero trovare spazio e identità. Un’azione congiunta sul mondo dei ragazzi e sul mondo degli adulti, attraverso:
- sensibilizzazione della comunità locale attraverso attività di informazione/formazione sulla realtà dell’immigrazione, gli sviluppi e i limiti della nuova legge, i risvolti sui minori (art. 25 Legge 30 luglio 2002, n.189 Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo);
- formazione degli educatori (e altri operatori e volontari) sui temi dell’immigrazione, dell’intercultura e della legislazione di riferimento;
- realizzazione di momenti di visibilità dell’iniziativa con giornate di feste interculturali nei centri, con dibattiti, seminari e convegni.

* Lavorare con gli esclusi: l’intervento con e per i minori stranieri non vuole essere nella logica di offrire servizi, quanto di favorire lo sviluppo di comunità. Un concetto di comunità non restrittivo, non riconducibile al puro ambiente dell’Associazione, dell’Oratorio, del Centro giovanile. Ma una comunità dai confini più vasti: il territorio, il quartiere, la città che si abita. Comunità intesa come nuova modalità di declinare la prevenzione, come soggetto ricco di risorse e competenze da attivare. Erano previste le seguenti attività:
- accompagnamento dei minori stranieri attraverso figure educative e mediatori culturali in un lavoro di rete con le diverse realtà istituzionali e associative operanti sul settore nel territorio: collegamento con le scuole (specie elementari e medie), con l’ufficio stranieri dei comuni di riferimento, con la Caritas Migrantes e associazioni di immigrati;
- contatti, conoscenza, scambi culturali con le associazioni e i gruppi informali di stranieri presenti nella comunità locale;
- creazione di sinergie e reti a favore dei minori stranieri tra i soggetti del progetto: centri (nelle loro diverse articolazioni) - comunità territoriale - stranieri (minori - famiglie - associazioni).

Il progetto prevedeva inoltre un’azione di monitoraggio in itinere, che intendeva verificare e valutare l’andamento del progetto rispetto agli obiettivi dati e l’impatto complessivo del progetto stesso nei confronti dei diversi attori della comunità locale (responsabili dei centri operativi, responsabili di enti di terzo settore, amministratori pubblici, destinatari diretti del progetto).
Il sistema di monitoraggio ha considerato sia misure di processo (con lo scopo di verificare l’andamento del progetto rispetto agli obiettivi dati) che misure di esito (con lo scopo di valutare l’impatto complessivo del progetto rispetto ai possibili cambiamenti nei programmi e nelle pratiche della comunità locale): raccolta di dati, incontri con i destinatari e testimoni privilegiati, incontri dell’équipe nelle varie fasi…
Attraverso la metodologia del lavoro di comunità si è cercato inoltre di creare una rete informativa e operativa tra enti privati, scuole, associazioni del terzo settore, in grado di cooperare attivamente per andare incontro alle necessità determinate dal fenomeno migratorio.

SCHEDA
LA METODOLOGIA DEL PROGETTO

Il progetto «Una comunità a colori» ha adottato come metodologia d’intervento quell’insieme di teorie e strategie operative che prendono il nome di sviluppo di comunità: una particolare strategia di cambiamento che tende a migliorare la qualità della vita dei soggetti che vivono in una comunità e quindi accrescere la capacità degli stessi di risolvere i loro problemi e di soddisfare i propri bisogni.
Applicata al contesto specifico del progetto, questa prospettiva ha assunto le seguenti caratteristiche:

1. CRITERI ERMENEUTICI:
- centrare l’analisi sulle risorse, sulle possibilità, piuttosto che sui bisogni, problemi, difficoltà…
- considerare nella comunità locale non solo le risorse materiali e formali, quanto quelle immateriali ed informali;
- assumere una prospettiva di lungo termine;
- produrre, a livello locale, legami e relazioni che promuovano processi di identificazione e contrastino la dissoluzione delle appartenenze tradizionali.

2. ASPETTI METODOLOGICI:
- un approccio preventivo: l’importanza di una attenta analisi preventiva delle diverse comunità che tenga conto di una forte lettura antropologica-culturale oltreché psico-sociale;
- una conoscenza ravvicinata: la centralità di una attività di ricerca che consenta di individuare le strutture organizzative (formali e informali) che caratterizzano le diverse comunità, con particolare attenzione alla dimensione della leadership;
- un contatto diretto: che consenta di attivare un rapporto diretto con i leaders delle comunità (o alcuni rappresentanti significativi);
- sviluppare contesti di partecipazione attiva e diretta attraverso la creazione di gruppi o di coalizioni impegnate su problemi portati dalle comunità di provenienza.

3. IL LAVORO DI COMUNITÀ IN UN CONTESTO MULTICULTURALE - CARATTERISTICHE SPECIFICHE:
- impegno per la promozione dei diritti di cittadinanza;
- sviluppare processi interculturali (riconoscimento reciproco, interazione fra diversi, scambio, ibridazione);
- prevenzione e contrasto dei fenomeni di xenofobia e di razzismo e superamento di stereotipi culturali;
- costruzione di un nuovo «senso di comunità» capace di includere le diversità in una più allargata percezione di sé e del mondo;
- favorire attraverso la partecipazione il «sentirsi parte di un insieme», di una società civile con regole comuni, da tutti rispettate e condivise, adatte a consentire una vita quotidiana più controllabile e gestibile. Nelle relazioni di comunità è infatti la fiducia l’elemento cardine per costruire reti di umanità che consentano il passaggio dalle solidarietà corte alle solidarietà lunghe. La fiducia è il bene relazionale che pone il sociale e le sue risposte alla portata delle persone e costituisce un orizzonte di senso per percorsi di vita significativi.

La realizzazione

Per la realizzazione del progetto, che ha avuto la durata di 10 mesi, la Federazione organizzatrice del progetto ha puntato al coinvolgimento delle comunità territoriali nell’inserimento dei minori immigrati all’interno del tessuto sociale.
Oltre 500 i ragazzi coinvolti nelle scuole e sul territorio, circa 125 docenti resi partecipi delle attività progettuali, 45 volontari impiegati nella loro realizzazione.
Nella seconda fase le attività interessano prevalentemente i minori e le famiglie straniere: 780 i minori contattati, circa 152 le famiglie di immigrati coinvolte. Oltre agli istituti scolastici e agli enti locali, sono stati coinvolti numerosi enti privati, associazioni del terzo settore che si occupano di immigrati, Caritas e altri enti federati all’SCS/CNOS, in un concerto di obiettivi e attività che non solo ha dato i risultati sperati entro il termine di scadenza del progetto, costituendo così un ottimo precedente di collaborazione, ma che ha fatto anche ben sperare per la costituzione sul territorio di reti operative efficienti.
In tutte le sue fasi il progetto ha visto inoltre impegnati prevalentemente operatori sociali, pedagogisti, mediatori linguistici che hanno coinvolto i ragazzi in attività di vario tipo: ludico-ricreative, gite, sport, doposcuola. Tale impegno era giustificato dal desiderio di creare un ambiente carico di relazioni umane positive nei centri partecipanti, far nascere nelle comunità territoriali un’attenzione maggiore verso i problemi connessi all’immigrazione e una maggiore capacità di dialogo e di apertura al diverso. Il grosso merito dell’iniziativa è stato proprio nel fatto che si esplica tra i minori stranieri ma è riuscita a rendere partecipi anche tutti i possibili soggetti con cui i ragazzi si trovano quotidianamente ad interagire.

Un interrogativo: il futuro delle seconde generazioni

Dalle testimonianze raccolte circa l’esito del progetto, si può dire che le comunità coinvolte sono diventate un punto di riferimento per molti giovani stranieri e che, sebbene sia un percorso molto lungo e faticoso, «la nostra gente stia iniziando ad accettare e considerare arricchente la presenza di culture diverse all’interno dell’ambiente dell’oratorio».
E domani?
C’è un futuro: per le nuove generazioni di immigrati, le seconde generazioni, e quale sarà?
Il cantiere, per così dire, è stato appena aperto e non è facile anticiparne gli esiti. I paesi europei di più antica immigrazione offrono diversi approcci, non necessariamente modelli da imitare. Tutti sembrano ancora alla ricerca di una strada.
Dati di ricerca ci dicono che la Francia, con politiche di tipo assimilazionista ha prodotto punti di forza nell’istruzione e nell’acculturazione, ma deficita di capacità di integrazione lavorativa. La Germania presenta discreti risultati occupazionali, ma scarsa capacità di integrazione sul piano legale e identitario. Pur con sensibili difficoltà, il modello inglese produce buoni risultati nel sistema formativo, ma ancora ineguaglianze a base etnica nel mercato del lavoro, mentre nel momento sociale riproduce le strutture delle minoranze.
Esisterà un paradigma nazionale italiano virtuoso?
L’Italia si presenta oggi ai nostri stessi occhi ambigua, fatta di omogeneità e diversificazione culturali, di secolarizzazione e di tradizionalismo, di diffusione del benessere e di ineguaglianze. Un’Italia incerta, demograficamente pigra eppure socialmente vitale. Senza tradizioni immigratorie esterne di lungo periodo, non senza memorie del proprio passato emigratorio, ed oggi sulla prima linea europea del controllo dei flussi immigratori irregolari.
Non priva di opportunità economiche per gli immigrati, ma secondo un modello di integrazione subalterna. Teoricamente non tentata da derive razzistiche, ma preoccupata dai rischi di radicalizzazione dell’islam immigrato e dalla criminalità di importazione.
Questa Italia cerca oggi una propria capacità di reazione, si sforza di superare l’emergenza, punta su un modello integrativo della prima generazione fondato sul lavoro, ma non dimentica l’importanza della mediazione del sistema scolastico e dell’integrazione nella polis democratica.
Avrà l’Italia le risorse finanziarie e di consenso politico per sostenere questi programmi? Crediamo di sì, almeno nel medio periodo.
La prospettiva europea ci aiuta. La costruzione e maturazione della cittadinanza europea, concetto in divenire che riesce a conciliare l’esistenza di un largo comune denominatore di diritti e di doveri con il rispetto per una pluralità di culture di appartenenza, è un buon punto di riferimento. Per noi europei come per le seconde generazioni immigrate.
Società e istituzioni conteranno quindi moltissimo. Senza dimenticare però che se l’individuo si costruisce nel sociale, tale costruzione è sempre una sintesi umana originale inscritta in una storia unica e irripetibile.
Intanto la scommessa continua…