Il Vangelo del giorno (Bose)

Ritornare tra braccia

accoglienti

Sorella Cecilia - Bose


21 novembre 2019

In quel tempo 41quando fu vicino, alla vista della città di Gerusalemme Gesù pianse su di essa 42dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. 43Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
Lc 19,41-44

Questa pagina del Vangelo secondo Luca ci annuncia una buona notizia: il Signore visita il suo popolo, la sua comunità, l’umanità intera, ciascuno di noi! Sì, nel Vangelo secondo Luca, il Signore accoglie (cf. Lc 15,2) e visita (cf. Lc 19,44). Sono due verbi che caratterizzano l’amore, amore che toglie dall’isolamento sia accogliendo chiunque va a lui, sia facendo il primo passo, muovendosi e visitando.
Il tema della “visita” di Dio è caro anche all’Antico Testamento, dove questa visita con cui Dio si fa prossimo all’uomo è sempre una visita di amore, una visita che intende donare la vita, che porta anzitutto, a chiunque, la pace, ed è questo atteggiamento che devono avere anche i discepoli di Gesù nel loro incontrare gli uomini (cf. Lc 10,5).
Ma questa visita, questo amore, questa pace possono anche venire rifiutati, possono trovare opposizione, incredulità, rigetto, finanche rigetto violento, come ha trovato Gesù da parte di alcuni. E allora, invece di accogliere la pace e la vita, capita che noi scegliamo la guerra e la morte.
Ma Gesù non gode di questo, Gesù non gode della morte del peccatore, neanche di colui che lo ha respinto e che lo condannerà a morte, che gli è nemico. Gesù piange su Gerusalemme, che andrà incontro alla propria rovina quando, alcuni decenni più tardi, verrà distrutta dall’esercito invasore romano. Gesù non vuole che nemmeno il malvagio muoia, ma che si converta e viva, come già si esprimeva il Signore mediante il profeta Ezechiele nell’Antico Testamento (cf. Ez 18,23.31-32; 33,11).
Dobbiamo avere ben presente questo atteggiamento di Gesù quando capita che, di fronte al male che abbiamo subito, ci troviamo a desiderare che il nostro nemico la paghi e subisca un castigo, quando desideriamo vendetta, quando la rabbia per il dolore subito ci porta a desiderare il male del nostro nemico. Sì, dobbiamo ammetterlo: noi siamo “malvagi” (cf. Lc 11,13).
Ma Gesù non fa così con nessuno, e neanche con noi. L’amore con cui ama gli uomini e ciascun uomo lo porta a desiderare la vita di coloro che incontra, nonostante tutto, nonostante tutto il male che essi possono fargli, poiché la loro vita, la nostra vita, è preziosa ai suoi occhi. E se per il male che abbiamo commesso – male che è sempre, nella persona dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, anche verso di lui (cf. Mt 25,41-46) –, noi andiamo verso la nostra rovina, Gesù piange su di noi, come pianse su Gerusalemme, i cui capi religiosi non lo avevano riconosciuto e lo avevano rifiutato.
Così, il ritorno al Signore è sempre possibile: non è mai troppo tardi, non si dà male troppo grande che possiamo aver commesso che ci possa impedire di essere da lui ri-accolti con amore e con gioia, poiché egli non gode della rovina del malvagio.
Ma questo ritorno implica che noi riconosciamo di essere stati infedeli, di aver commesso il male, di essere stati malvagi. Difficile, a volte, ammetterlo. Forse capita che siamo mossi a tornare a lui solo dall’infelicità e dal bisogno in cui veniamo a trovarci a causa nostra, ma anche allora, ci annuncia Gesù, il ritorno è reso possibile dall’amore di un Padre misericordioso (cf. Lc 15,11-32)!
A noi sta decidere se gettarci o no fra le sue braccia.