Il Vangelo del giorno (Bose)

Dio viene, cerca

e si ferma

Sorella Antonella - Bose


19 novembre 2019


In quel tempo Gesù1 entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Lc 19,1-10

Siamo in cammino verso Gerusalemme. Gesù è arrivato a Gerico e sta attraversando la città. Lì un uomo di nome Zaccheo è mosso dalla curiosità di vedere Gesù. Zaccheo è basso di statura e la sua vita è intrappolata in interessi economici – è capo degli esattori a servizio del potere romano – che gli hanno impedito di crescere in umanità. Tuttavia non si scoraggia davanti al muro di schiene che sembrano invalicabili e corre, corre in avanti, si fa largo attraverso la folla e non si arrende ai limiti della sua natura, ai limiti della sua storia personale. L’ostacolo mette in luce la profondità del suo desiderio di vedere, non si arrende alla prima difficoltà e la supera con un semplice gesto: sale su un sicomoro, un albero solido capace di reggere il peso di un uomo. Zaccheo ha il coraggio dei propri desideri, agisce nel nome delle sue convinzioni, non delle sue paure, e l’albero diventa la sua libertà.
A questo punto entra in scena Gesù che “doveva passare di là” (v. 4), necessità che esprime l’intenzione di Gesù di scardinare le convenienze e le consuetudini. Gesù alza lo sguardo, gli rivolge la parola, lo chiama per nome come se a Gerico cercasse lui solo! In questo racconto ciò che è stupefacente è l’uso “sbilanciato” del verbo cercare. Non è l’uomo che cerca; in prima istanza il verbo cercare è riferito a Dio, è riferito a Gesù: “Il Figlio dell’uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. La buona notizia è questa: che noi siamo cercati, con il nostro nome siamo chiamati, così come siamo.
“Oggi devo fermarmi a casa tua” (v. 5). Il dovere di Dio: devo fermarmi. Questa è la nostra forza, il lievito sempre all’opera nella storia: Dio deve fermarsi. E non per le mie suppliche o la mia buona condotta. Dio deve venire per un suo dovere interno, per un suo bisogno che gli urge nel cuore, perché lo spinge un fuoco, perché gli manca l’uomo, perché ciascuno di noi gli manca, io gli manco. Tutta la nostra speranza è in questo Dio che viene e verrà a cercarci, se il nostro desiderio lo chiama, perché deve. E non occorre che Gesù parli o rimproveri Zaccheo.
Gesù non mette condizioni all’incontro. La misericordia previene e anticipa, apre sentieri, cammini, orizzonti. Così e solo così l’agire di Gesù si fa sacramento dell’agire di Dio nei confronti di Zaccheo. L’incontro che Gesù vive in maniera così essenziale, umana, personalizzata, è obbedienza e compimento del disegno divino. È questo ciò che Dio esige da lui. Fermarsi da lui, andare a casa sua, farsi ospitare, mangiare insieme. Ecco il volere di Dio. Il volere di Dio, nascosto dietro quel “devo rimanere con te” (cf. v. 5), si compie nei gesti umanissimi dell’incontrare personalmente un uomo, nell’ospitalità, nella condivisione della tavola. La conversione di Zaccheo sgorga da questo incontro autentico, da questa esperienza di autenticità umana. E la conversione si esprime con gesti concreti. Ecco dunque che Gesù può proclamare che la salvezza è entrata nella casa di Zaccheo. La salvezza avviene all’interno di un umanissimo incontro. Questo è lo spazio che possiamo lasciare e aprire all’azione del Signore: avere rapporti umani, che fuggono l’indifferenza, la durezza e la freddezza. Rapporti ispirati all’agire del Dio amante della vita, che tutto ama perché tutto ha creato.