Il Vangelo del giorno (Bose)

Il gusto dell’attesa

Sorella Elisabetta - Bose


22 ottobre 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!».
Lc 12,35-38

“Siate pronti” (v. 35). Pronti a cosa? “Vesti strette ai fianchi e lampade accese” (v. 35). Come chi attende pronto ad agire, a essere disponibile per ogni evenienza.
Ma noi attendiamo ancora? O l’idea che il Signore torni non ci sfiora più e la nostra adesione al cristianesimo è credere a una bella filosofia di vita che non ci scomoda troppo?
Attendere il Signore senza sapere quando e dove verrà significa sforzarci ogni giorno di incarnare la Parola che leggiamo nel vangelo. Quella Parola che è stata prima di tutto una vita vissuta in pienezza e nell’amore.
Abbiamo una strada tracciata e un invito a non dimenticare che la responsabilità di percorrerla è interamente nostra. Come ci invita a fare la Prima lettera di Pietro, “cingendo i fianchi della vostra mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà” (1Pt 1,13).
Il nostro brano è un invito alla vigilanza, a essere nell’atteggiamento di chi sa che nulla è scontato, che fermarsi nel cammino di sequela non significa riposarsi, ma retrocedere inesorabilmente.
Essere pronti è essere prima di tutto vigilanti su noi stessi, per non essere seme soffocato dalle mille e marginali attività che occupano la nostra vita. Altrimenti rischiamo di seccarci per mancanza dell’acqua viva della Parola, inseguendo un frutto che non può venire se non nutrendo con costanza le radici della nostra interiorità.
Essere pronti e desti è essere consapevoli di com’è facile non prendere sul serio il tempo prezioso di solitudine e silenzio che possiamo ricavare nelle nostre giornate fin troppo affaccendate. È facile mettere in secondo piano o trascurare quello spazio di verità che ci viene offerto se abitiamo il vuoto senza fuggirlo.
Attendere è una parte irrinunciabile del credere perché la fede si basa su ciò che non abbiamo e non sappiamo con certezza. È l’antidoto al possesso, alla pretesa di essere noi il centro, attori incontrastati degli eventi che ci capitano intorno e dentro, inizio e fine della realtà che ci circonda.
Accettare di stare sospesi tra non sapere e sperare, tra intuire e non avere, ci spinge a camminare, a metterci in discussione perché la strada che ci insegna ad amare non ha fine, solo molti sentieri a volte intricati.
C’è una beatitudine nel saper attendere, nel vincere la tentazione di vivere di momento in momento senza passato e senza futuro. La dimensione del futuro che la parola attesa contiene in sé è anche la dimensione del senso e della speranza e non concorda con la fretta del tutto e subito.
Nella calma, nel silenzio e nel guardare avanti e oltre possiamo trovare il gusto dell’attesa, di chi pregusta la gioia e la festa che verranno già vivendole nell’oggi.
Attendere non è essere inoperosi, è custodire la luce della lampada con l’olio dello Spirito e incarnare nel nostro agire la Parola che abbiamo ascoltato.
Con questo orizzonte luminoso davanti possiamo costruire ogni giorno la possibilità di incarnare un frammento della promessa che abbiamo ricevuto.
Perché il Signore verrà, presto.