Il Vangelo del giorno (Bose)

L’unica nostra ricchezza:

la fiducia

Sorella Elisa - Bose


21 ottobre 2019

In quel tempo, 3uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
16Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». 20Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Lc 12,13-21

Un anonimo, una voce tra la folla, avanza una domanda, anzi, indirizza un imperativo a Gesù: “Di’ a mio fratello che divida con me l’eredità” (v. 13). Il discepolo di ogni tempo alla sequela di Gesù porta in cuore richieste che rischiano di divenire pretese nei confronti del suo Signore e Maestro: in questo caso la pretesa di fare di Gesù colui che dirime una questione tra fratelli. Questo anonimo discepolo non ci è estraneo, non possiamo non sentirlo vicino, fratello, nel tentativo di volerci impossessare di Gesù, delle sue parole per giustificare il nostro agire.
Gesù però non si lascia mettere in gabbia, egli con la sua Parola e i suoi gesti vuole donarci una via di libertà e di vita, ci spinge a una presa di responsabilità personale. Rimanda al suo interlocutore spostando l’attenzione dall’esterno all’interno, aiutando chi ha di fronte a illuminare la sua interiorità: questo è ciò che opera ancora con noi oggi attraverso la sua Parola. Gesù non vuole entrare in questa diatriba ma rimanda all’intenzione profonda che porta nel cuore, ponendogli una domanda lo spinge a capire ciò che lo abita e che suscita una tale richiesta.
Da cosa dipende la mia vita? Meglio, da cosa la faccio dipendere? L’uomo della parabola non compie azioni malvagie: ha una vita colma di beni, forse anche frutto del suo lavoro, ma viene definito “stolto” (v. 20). Quest’uomo ha dimenticato ciò che è essenziale: non possediamo nulla in questo mondo, tutto ci è donato, a partire da quella che definiamo la “nostra” vita. La vita non è un possesso è dono. Nel suo “ragionare tra sé” (cf. v. 17) l’uomo della parabola è “stolto” perché lascia Dio fuori dai suoi calcoli. Progetta, ragiona considerando la vita e il futuro un suo possesso completamente determinabile da lui, un “per sé” (v. 21) assoluto. Ma come ci ricorda con chiarezza Paolo: “Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1Tm 6,7).
La nostra vita porta in sé l’elemento dell’incertezza, di “ciò che passa”, la riceviamo come dono e ce ne viene chiesta la ri-consegna. Allora, dove porre la nostra sicurezza, dove “riposare tranquilli” (cf. v. 19) anche nella costante incertezza del nostro quotidiano? Gesù, con la sua vita e morte in croce, ci ha donato una via, una risposta: se la vita è dono che ci verrà richiesto, possiamo però scegliere di sconfiggere l’indeterminato, l’ignoto che la caratterizza, con la fiducia donata, qui, oggi. Considerare la nostra vita un possesso personale sul quale abbiamo potere illimitato ci isola dagli altri, porta a limitare le nostre relazioni: l’orizzonte dell’uomo della parabola è assorbito dal suo io, dai suoi progetti, accumula per sé e dimentica Dio e i fratelli.
Gesù oggi ci ricorda che l’unica nostra ricchezza, ciò da cui possiamo far dipendere la nostra vita è la nostra fiducia in Dio e nei fratelli e nelle sorelle. Solo in una fiducia che ci apre alla condivisione, alla comunione, la nostra vita potrà essere risposta alla domanda di Dio: “Quello che hai preparato di chi sarà?” (v. 20). Non costruire depositi per accumulare e proteggere i nostri beni ma abbattere i muri e aprire scegliendo di fare fiducia a Dio e ai fratelli, attraverso relazioni fatte di gesti di attenzione, di cura e comunione che potranno superare la notte, scacciare ogni timore (cf. 1Gv 4,18) e vincere la morte (cf. Ct 8,6).