Il Vangelo del giorno (Bose)

Parole dure di un amico

Fratel Dario - Bose


19 ottobre 2019

In quel tempo, Gesù disse:« 8Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; 9ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.10Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato.
11Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, 12perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».
Lc 12,8-12

Le parole che oggi ci sono proposte sono parole indirizzate da Gesù “anzitutto ai suoi discepoli” (Lc 12,1). Dunque non sono insegnamenti preliminari ma vanno da approfondire degli insegnamenti di cui si ha già una certa conoscenza. Insegnamenti che i discepoli di Gesù hanno potuto vedere realizzati nella sua vita e che in forza di questa realizzazione pratica possono essere proposti con un’autorevolezza e un’affidabilità molto grandi.
Ma c’è di più. Infatti questi discepoli vengono chiamati “amici miei” (Lc 12,4), in una confidenzialità molto forte. Possiamo davvero considerarle parole di un amico, parole che, pur avvalendosi di autorevolezza e affidabilità, fanno leva soprattutto sul rapporto di amicizia che Gesù desidera fortemente avere con ciascuno di noi.
Questa premessa aiuta a leggere nel corretto significato le parole dure che incontriamo nel brano evangelico di oggi. Parole che, al di là della loro durezza, vogliono ricordarci verità e responsabilità fondamentali del nostro cammino di umanizzazione.
Il riconoscimento o rinnegamento davanti agli uomini, che avrà come conseguenza l’essere riconosciuti o rinnegati davanti agli angeli di Dio, vuole esprimere un’idea molto semplice: la consequenzialità che le nostre azioni terrene avranno nei giorni che ci restano da vivere e nella vita eterna. Ma questa consequenzialità non va vista come una condanna irreversibile, ma vuole semplicemente ricordarci che ogni giorno, in ogni momento siamo chiamati al riconoscimento o al rinnegamento della presenza di Gesù nella nostra storia, in quella degli altri e in quella del mondo. Lo scegliere di riconoscerlo conduce a una capacità di riconoscimento sempre più grande. Al contrario, il rinnegarlo conduce a un’attitudine al rinnegamento sempre maggiore. È come per l’amare e l’odiare: più ci si esercita ad amare e più si sarà capaci di amare; più si odia e più aumenterà la nostra capacità di odio. Sta a noi scegliere cosa preferire, consci delle conseguenze che ne deriveranno.
Nel v. 10 l’evangelista Luca addolcisce il non perdono della bestemmia contro lo Spirito santo che troviamo nei passi paralleli degli altri evangelisti. Lascia cadere i termini riferiti all’eternità del non perdono. Si limita a dire che questa bestemmia non sarà perdonata. È anche significativo che Luca non parla di condanna, lasciando intravedere la possibilità che il non perdono non conduca necessariamente alla condanna ma possa tramutarsi in perdono in seguito al ravvedimento.
Infatti i giudizi definitivi inchiodano alla colpa commessa senza possibilità di scampo. Questo vale per i giudizi che noi diamo sugli altri, ma soprattutto sui giudizi che diamo su noi stessi. Ma sia noi che gli altri siamo ben più grandi dei giudizi che diamo, e questo Gesù lo sa bene.
E forse quella non preoccupazione del trovare le parole per discolparsi di fronte ai giudici di questo mondo (sinagoghe, magistrati, autorità: cf. v. 11) e dell’affidarsi allo Spirito santo, che suggerirà cosa dire, vuole indurci a una fiducia piena nello Spirito santo che, contrapponendosi al bestemmiarlo, conduce al corrispondere al suo amore e dunque allo sfuggire per grazia e amicizia alla condanna.