Annate NPG

L’umanesimo di Don Bosco nella Juvenum Patris

Inserito in NPG annata 2015.

Cesare Bissoli

(NPG 2015-06-43)

Il documento pontificio non sviluppa il suo pensiero con uno specifico riferimento esegetico (le citazioni bibliche dirette sono pochissime), ma non si può comprenderne la portata senza lasciarsi illuminare dalla Parola di Dio attinta alla sorgente biblica. Ed infatti in questa prospettiva il testo del Papa riceve un orizzonte di senso che lo rende ancora più vero, convincente e degno di approfondimento. Tutto si può sintetizzare in unico nucleo tematico: L’educazione della gioventù secondo Don Bosco, con una triplice articolazione: l’educazione in se stessa, il mondo giovanile, l’umanesimo salesiano. È evidente che svolgendo queste tematiche è anzitutto la stessa persona di Don Bosco che viene in certo modo biblicamente compresa, entrando nel novero dei grandi personaggi che affollano il Libro Sacro (cfr Sir 44; Ebr 11).
Così il testo papale: “Conviene, perciò, soffermarsi a riflettere brevemente su quello che, per provvidenziale risonanza della Parola di Dio, costituisce (…) la pedagogia del Santo” (n. 8).

Educare è opera di cui “Dio è padre ed educatore”

* “Consapevole di essere il popolo di cui Dio è padre ed educatore, secondo l’esplicito insegnamento della Sacra Scrittura (cf Dt 1,31; 8,5; 32,10-12; Os 11,1-4; Is 1,3; Ger 3,14-15; Prv 3,11-12; Eb 12,5-11; Ap 3,19), la Chiesa, 'esperta in umanità', a buon diritto può anche dirsi 'esperta in educazione'. Lo testimonia la lunga e gloriosa storia bimillenaria scritta da genitori e famiglie, sacerdoti, laici, uomini e donne, istituzioni religiose e movimenti ecclesiali, che nel servizio educativo hanno dato espressione al carisma loro proprio di prolungare l’educazione divina che ha il suo culmine in Cristo” (n. 7).
* La collana di 9 citazioni bibliche sono un piccolo ma sensibile avvio ad affacciarsi sul panorama educativo attestato dal Libro Sacro. Dall’esperienza del popolo di Dio possiamo ricavare alcune affermazioni portanti:
- Israele e la prima comunità cristiana si sono impegnati seriamente nell’educazione dei giovani, con le risorse di scuole, a corte, nelle sinagoghe e nella stessa famiglia, con la convinzione che attraverso la buona conoscenza passava l’eredità dei genitori, quell’impasto di valori morali che assicurava la partecipazione all’alleanza (cfr Sal 78, 3-8; Prov 4).
- Tra i primi cristiani la paideia greca, oltremodo affascinante per la sua completezza di bellezza e di umanità, fu bene accolta e interpretata come pedagogia di Dio, di Colui che determina gli obiettivi educativi ultimi e dona la forza per realizzarli, dando significato costruttivo alla sofferenze della vita (cfr Ebr 12).
- Ma per essere “pienamente uomo” si doveva superare quella crisi tra Vangelo e cultura, di cui il documento papale parla fin dall’inizio (n. 1), e che alle origini era quanto mai vistosa tra mondo semita e mondo greco-romano. La linea di condotta la diede Paolo scrivendo ai cristiani di Efeso cui dava insegnamenti opportuni sulla relazione tra genitori e figli. A questo proposito fissò la perla pedagogica per eccellenza: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra. E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore” (6,1-4). Dove al posto 'disciplina del Signore', nell’originale greco sta paideia Kyriou, cioè una formazione umana integrale su misura del Signore Gesù e guidata da Lui. Senza dimenticare che quel “non esasperate i vostri figli” suona come esortazione davvero innovativa rispetto alla prassi educativa in Israele incline alla punizione severa (cfr Prov 3,11-12).
* Nel documento del Papa questa visione divina e umana viene affermata come caratteristica di Don Bosco: “Per lui educare comporta uno speciale atteggiamento dell’educatore e un complesso di procedimenti, fondati su convinzioni di ragione e di fede, che guidano l’azione pedagogica. Al centro della sua visione sta la 'carità pastorale', che egli cosi descrive: «La pratica del sistema preventivo è tutta poggiata sopra le parole di san Paolo che dice: 'La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo'». Essa inclina ad amare il giovane, qualunque sia lo stato in cui si trova, per portarlo alla pienezza di umanità che si è rivelata in Cristo, per dargli la coscienza e la possibilità di vivere da onesto cittadino come figlio di Dio. Essa fa intuire e alimenta le energie che il Santo riassume nel trinomio ormai celebre della formula: ragione, religione, amorevolezza” (n. 9).

Il mondo giovanile

* “Andiamo ai giovani: ecco la prima e fondamentale urgenza educativa. ‘Il Signore mi ha mandato per i giovani’: in questa affermazione di san Giovanni Bosco scorgiamo la sua opzione apostolica di fondo, che s’indirizza ai giovani poveri, a quelli di estrazione popolare, a quelli più esposti ai pericoli” (n. 14).
La cura di Don Bosco per i giovani è vissuta come vocazione, la quale, in quanto vocazione, rimanda di diritto alla sorgente biblica. In essa la vocazione che viene da Dio ha per oggetto delle persone da illuminare per un retto cammino di vita. La vocazione è per la missione a favore della gente. Si pensi ai grandi racconti di Isaia (c. 6), di Geremia (c. 1), di Gesù stesso (cfr Lc 4,18-19).
* Ebbene tra queste persone vi sono i minori, la fascia giovanile. Nel mondo biblico la gioventù non era molto stimata per se stessa (cfr Mt 11, 16-17), ma nella prospettiva dell’età adulta era intesa come detentrice del potere familiare, civile, religioso. Proprio in tale ottica, superando ogni forma di giovanilismo, si nota chiaramente un forte interessamento verso la gioventù perché rappresenta il futuro del popolo, e dunque dell’alleanza con Dio, e l’intervento educativo - come abbiamo notato - era tanto severo perché il soggetto giovanile era tanto prezioso quanto immaturo.
Gesù apporta un notevole cambio. Nel cosiddetto 'Vangelo dei bambini' racchiuso in Mc 9-10, Gesù in persona vuole i bambini accanto a sé, li abbraccia, li benedice, li preconizza modello dei cittadini del Regno, li difende duramente di fronte agli abusi di scandalo nei loro confronti (cfr Mc 9,42). Perché li ama, fa loro proposte grandi, e si rattrista del sopraggiunto rifiuto (cfr Mt 19,16-22). Si possono cogliere tre considerazioni dallo stile di Gesù: egli ama l’elemento giovanile (i bambini) perché sono l’emblema dell’indigenza e innocenza indifesa; riconosce le loro risorse e il loro destino nel popolo di Dio, per cui propone già a loro la responsabilità della scelta della sequela (come del resto aveva fatto Lui stesso a dodici anni a Gerusalemme (cfr Lc 2,41-52); ammonisce severamente chi ne abusa e inversamente elogia chi li cura.
* In tale prospettiva si muove Don Bosco, dando una forte risonanza biblica al suo ministero:
“Egli sentiva di aver ricevuto una speciale vocazione e di essere assistito e quasi guidato per mano, nell’attuazione della sua missione, dal Signore e dall’intervento materno della Vergine Maria. Giovannino, orfano di padre in tenera età, educato con profondo intuito umano e cristiano dalla mamma, viene dotato dalla Provvidenza di doni, che lo fanno fin dai primi anni l’amico generoso e diligente dei suoi coetanei. La sua giovinezza è l’anticipo di una straordinaria missione educativa. Sacerdote, in una Torino in pieno sviluppo, viene a diretto contatto con i giovani carcerati e con altre drammatiche situazioni umane” (n. 3).
“L’espressione felice: 'Basta che siate giovani perché io vi ami assai', è la parola e, prima ancora, l’opzione educativa fondamentale del Santo: ‘Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani', perché nel suo amore di padre i giovani possano cogliere il segno di un amore più alto” (n. 4).
* “In un mondo tanto frammentato e pieno di messaggi contrastanti, è un vero regalo pedagogico offrire al giovane la possibilità di conoscere e di elaborare il proprio progetto di vita, alla ricerca del tesoro della propria vocazione, dalla quale dipende tutta l’impostazione della vita. Sarebbe incompleta l’opera educativa di colui che ritenesse sufficiente soddisfare le necessità pur legittime della professione, della cultura e anche del lecito svago, senza proporre al loro interno, come fermento, quelle mete che Cristo stesso presentò al giovane del Vangelo, e sulle quali anzi commisurò la gioia della vita eterna o la tristezza del possesso egoistico (cf Mt 19,21s)” (n. 19).

L’umanesimo di Don Bosco

* stato osservato che la Bibbia è testimonianza scritta del mistero dell’incarnazione della Parola di Dio, di cui Gesù è la suprema testimonianza vissuta e vivente. Una visione umana dei valori è tanto doverosa quanto la visione divina, dove questa dà alla prima una solida novità e una sicura efficacia, e la prima, genuina espressione umana del divino, fa irradiare sul mondo degli uomini l’umanità di Dio in Cristo (cfr Tit 3,14). La vita di Gesù narrata nei vangeli manifesta che il Regno di Dio, che si compie al di là della storia, mette le radici in questa nostra storia. È un segno costitutivo dello stile di Gesù annunciare il Regno facendo 'miracoli' per le persone.
Proprio il titolo del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel novembre prossimo, In Gesù Cristo un nuovo umanesimo diventa cifra della identità originale dell’essere e agire cristiano.
* Approfondendo questa visione di Dio per l’uomo nella persona di Gesù Cristo, ritroviamo l’esperienza esemplare di Don Bosco. Per lui l’evangelizzazione non è mai disgiunta da un’autentica opera di promozione umana. “Don Bosco è l’apostolo realistico e pratico, aperto agli apporti delle nuove scoperte; l’esemplare di un amore preferenziale per i giovani, specialmente per i più bisognosi, a bene della Chiesa e della società; è il maestro di un’efficace e geniale prassi pedagogica, lasciata come dono prezioso da custodire e sviluppare. Realizza la sua personale santità mediante l’impegno educativo vissuto con zelo e cuore apostolico, e che sa proporre, al tempo stesso, la santità quale meta concreta della sua pedagogia” (n. 5).
“Egli esprimeva questi obiettivi con parole incisive e semplici, quali allegria, studio, pietà, saggezza, lavoro, umanità. Il suo ideale educativo è caratterizzato da moderazione e realismo. Nella sua proposta pedagogica c’è una unione ben riuscita tra la permanenza dell’essenziale e la contingenza dello storico, tra il tradizionale e il nuovo. Il Santo presenta ai giovani un programma semplice e allo stesso tempo impegnativo, sintetizzato in una formula felice e suggestiva: onesto cittadino, perché buon cristiano… Tutto questo, certo, suppone oggi la visione di un’antropologia aggiornata e integrale, libera da riduzionismi ideologici. L’educatore moderno deve saper leggere attentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la promozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le urgenze ecologiche (n. 10).
“La sua preoccupazione di evangelizzare i giovani non si riduce alla sola catechesi, o alla sola liturgia, o a quegli atti religiosi che domandano un esplicito esercizio della fede e ad essa conducono, ma spazia in tutto il vasto settore della condizione giovanile. Si situa, dunque, all’interno del processo di formazione umana, consapevole delle deficienze, ma anche ottimista circa la progressiva maturazione, nella convinzione che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano per portare i giovani ad impegnarsi generosamente nella vita. Poiché essi vivono un’età peculiare per la loro educazione, il messaggio salvifico del Vangelo li dovrà sostenere lungo il processo educativo, e la fede divenire elemento unificante e illuminante della loro personalità” (n. 15).

15).