Annate NPG

La validità del modello antropologico ed educativo di don Bosco

Inserito in NPG annata 2015.

Mario Pollo

(NPG 2015-06-45)

Nella lettera Juvenum Patris Giovanni Paolo II evidenzia un parallelo tra gli effetti sulle nuove generazioni delle trasformazioni sociali e culturali del tempo di don Bosco e quelle presenti nella nostra società più di un secolo dopo. Le prime trasformazioni erano figlie del decollo industriale mentre le seconde riguardano l’attuale crisi della modernità.
Per comprendere il parallelo è necessario ricordare, come fa la Juvenum Patris, qual è stata la crisi sociale che il decollo industriale, che ha caratterizzato l’epoca in cui svolse il suo ministero don Bosco, produsse sul tessuto sociale e sulle nuove generazioni in particolare: "moti rivoluzionari, guerre ed esodo della popolazione dalle campagne verso le città, tutti fattori che incisero sulle condizioni di vita della gente, specialmente dei ceti più poveri. Addensati nelle periferie delle città, i poveri in genere e i giovani in particolare diventano oggetto di sfruttamento o vittime della disoccupazione: durante la loro crescita umana, morale, religiosa, professionale sono seguiti in maniera insufficiente e spesso non sono affatto curati" (n. 2).
Nello stesso periodo storico in cui è avvenuta questa crisi sociale, vi è stata, sostenuta dalla rivoluzione industriale, l’affermazione della cultura della modernità. A questo proposito è utile ricordare che questa cultura tendeva ad affermare come proprio valore centrale la razionalità strumentale. Per raggiungere quest’obiettivo la modernità doveva però liberarsi della tradizione e, soprattutto, secolarizzare il sacro aut de-sacralizzarlo.
Di fronte a queste sfide sociali e culturali che tendevano a modificare profondamente l’umano, l’azione di don Bosco è stata volta, da un lato, a mantenere viva la tradizione e la presenza del sacro trascendente nella vita dei giovani e, dall’altro lato, a rendere pienamente protagonisti gli stessi giovani nel nuovo modello di vita economico e sociale che stava emergendo. È questa capacità di coniugare la fedeltà alla Tradizione con l’apertura creativa all’innovazione che rende ancora attuale l’opera educativa di don Bosco, come Giovanni Paolo II nella sua lettera riconosce: "San Giovanni Bosco è attuale anche per un altro motivo: egli insegna a integrare i valori permanenti della Tradizione con le 'nuove soluzioni', per affrontare creativamente le istanze e i problemi emergenti: in questi nostri tempi difficili egli continua ad esser maestro, proponendo una 'nuova educazione' che è insieme creativa e fedele" (n. 13).
E in un altro passo: "Il suo ideale educativo è caratterizzato da moderazione e realismo. Nella sua proposta pedagogica c’è un’unione ben riuscita tra la permanenza dell’essenziale e la contingenza dello storico, tra il tradizionale e il nuovo" (n. 10).

La trasformazione culturale di oggi

Anche nell’attuale epoca storica, pur così diversa da quella in cui visse don Bosco, è in atto una profonda trasformazione culturale accompagnata da una crisi sociale, in cui le situazioni di vita marginali nelle città non vedono più protagoniste le persone inurbate dalla campagna, bensì gli immigrati provenienti dal sud del mondo.
La trasformazione della cultura sociale è prodotta, invece, da una crisi profonda della modernità, che alcuni studiosi descrivono utilizzando la metafora della liquefazione, altri con quella della polverizzazione, altri ancora dell’eccesso e così via. Di là dei nomi che a questa crisi sono assegnati, è evidente che la cultura della modernità sta per lasciare il posto a una nuova cultura, di cui però non si intravedono ancora i tratti. Per ora, infatti, sono leggibili solo gli effetti della crisi cui sono soggetti i modelli culturali della modernità. Effetti che spesso producono in chi li osserva la sensazione della fine di un mondo che, a volte, è accompagnata da un vero e proprio senso di smarrimento: "La civiltà contemporanea tenta di imporre all’uomo [...] una serie di imperativi apparenti, che i loro portavoce giustificano ricorrendo al principio dello sviluppo e del progresso. Così, per esempio, al posto del rispetto per la vita, l'“imperativo” di sbarazzarsi della vita e di distruggerla; al posto dell’amore, che è comunione responsabile di persone, l’“imperativo” del massimo di godimento sessuale, al di fuori da ogni senso di responsabilità; al posto del primato della verità nell’azione, il “primato” del comportamento di moda, del soggettivo e del successo immediato" (n. 16).
A questi aspetti della cultura contemporanea, denunciati con vigore a suo tempo da Giovanni Paolo II, occorre aggiungere quelli che pongono l’individuo come unica fonte del giudizio etico, pur a fronte - e questo ne è l’aspetto paradossale - della negazione del primato della coscienza nella sua vita. Quest’essere umano, infatti, è descritto dalla cultura dominante in balia dei condizionamenti del suo organismo, della sua psiche profonda e dell’ambiente sociale. Nello stesso tempo è però ritenuto l’esclusivo titolare del giudizio sul suo modo di essere e di agire.
Non solo. A quest’essere umano si negano anche l’unitarietà e la coerenza del suo essere, poiché si sostiene che la poliedricità della sua identità, che la plasticità e flessibilità del suo modo di essere sono necessarie per consentirgli di abitare con successo ed efficacia la complessità sociale e di cogliere tutte le occasioni favorevoli che la vita gli offre.
Gli effetti di questa crisi sull’umano e sui suoi percorsi di formazione sono ben visibili, come d’altronde lo erano quelli dei tempi di don Bosco, e interpellano, come già accadeva allora, chi ha a cuore l’educazione delle nuove generazioni. "La situazione giovanile nel mondo d’oggi - a un secolo dalla morte del Santo - è molto cambiata e presenta condizioni e aspetti multiformi, come ben sanno gli educatori e i pastori. Eppure, anche oggi permangono quelle stesse domande, che il sacerdote Giovanni Bosco meditava sin dall’inizio del suo ministero, desideroso di capire e determinato ad operare. Chi sono i giovani? Che cosa vogliono? A che cosa tendono? Di che cosa hanno bisogno? Questi, allora come oggi, sono gli interrogativi difficili, ma ineludibili che ogni educatore deve affrontare" (n. 6).

Per una coscienza critica e una pedagogia della santità

Una delle urgenze per affrontare la crisi della modernità in atto è certamente quella di sostenere nelle nuove generazioni un’educazione e una socializzazione finalizzate a sviluppare in loro una coscienza critica, capace di orientare, nell’esercizio di un’autentica libertà personale, le scelte e le opportunità che incontrano nella loro vita, sottraendosi, da un lato, al dominio delle pulsioni istintuali e, dall’altro lato, alle mode e ai condizionamenti dell’ambiente sociale e culturale.
La formazione della coscienza è il cuore di ogni educazione che voglia aiutare la persona a progettare e costruire la propria vita secondo un senso non contingente ma trascendente. "Si tratta di percepire l’urgenza della formazione della coscienza, del senso familiare, sociale e politico, della maturazione nell’amore e nella visione cristiana della sessualità, della capacità critica e della giusta duttilità nell’evolversi dell’età e della mentalità, avendo sempre ben chiaro che la giovinezza non è solo un momento di transito, ma un tempo reale di grazia per la costruzione della personalità" (n. 12).
La centralità della coscienza è anche necessaria affinché i giovani possano scoprire che l’età che stanno vivendo è anche il luogo della ricerca di quella meta, ritenuta dai più obsoleta, costituita dalla santità. A questo punto è necessario precisare che sebbene nel mondo giovanile non si parli molto del tema della santità essa è, di fatto, comunque perseguita da una parte dei giovani anche se sotto altri nomi.
Riprendendo il tema dell’educazione alla coscienza è interessante rilevare come anche per quanto riguarda il cammino verso la santità, per Giovanni Paolo II, essa rappresenti un momento indispensabile e insostituibile.
"Nella Chiesa e nel mondo la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in Giovanni Bosco, è una pedagogia realista della santità. Urge ricuperare il vero concetto di 'santità', come componente della vita di ogni credente. L’originalità e l’audacia della proposta di una 'santità giovanile' è intrinseca all’arte educativa di questo grande Santo, che può essere giustamente definito 'maestro di spiritualità giovanile'. Il suo particolare segreto fu quello di non deludere le aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro), e insieme di portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella 'vita di grazia', cioè nell’amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici" (n. 16).
"Una simile educazione esige oggi che i giovani siano forniti di una coscienza critica che sappia percepire i valori autentici e smascherare le egemonie ideologiche che, servendosi dei mezzi della comunicazione sociale, catturano l’opinione pubblica e plagiano le menti" (n. 16).
Concludendo queste brevi notazioni si può affermare che la lettera Juvenum Patris, lungi dall’essere stata solo un riconoscimento formale della santità dell’opera di don Bosco in occasione del centenario della sua morte, è stata invece un pieno riconoscimento della validità del suo modello antropologico e educativo, valido non solo per l’epoca in cui si è svolta la sua vita, ma anche per la formazione delle nuove generazioni attuali.
Anche se sono passati oramai diciassette anni da quando è stata stilata, la Juvenum Patris continua a essere più che mai attuale.