Le paure che sono in noi

Eugenio Borgna

Nel contesto storico e culturale del nostro tempo crescono e dilagano forme diverse di paura, sempre più estese e sempre più dolorose, dalle risonanze emozionali sempre più incandescenti. Da fenomeno individuale, la paura si sta ora trasformando in fenomeno sociale nel quale sono implicate larghe fasce di popolazione. Se molteplici sono le regioni tematiche della paura, sostanzialmente unitaria e uniforme è la risposta emozionale alla paura: quella di ripiegarsi in se stessi e di allontanarsi dalle relazioni con le persone, e con il mondo della vita, naufragando in una solitudine che sconfina talora nel gorgo dell'individualismo, del rifiuto dell'altro, della indifferenza ai valori della solidarietà, dei deserto dell'amore e della speranza. Ci si chiude in casa, si chiedono misure di sicurezza che ci separino, e ci proteggano, da indefinite situazioni rivissute come fonti di pericolo. Cose che non possono ovviamente essere giustificate, benché la rinascita di un terrorismo non facilmente identificabile continui a trovare, in questi anni, espressioni inenarrabili di orrore che sono difficili, e per ora motto ardue, da arginare.

Le radici interiori della paura

Come riviviamo la paura, come la manifestiamo e come può essere riconosciuta dagli altri? Sono aspetti che rimettono in discussione il tema senza fine della conoscenza di se stessi e degli stati d'animo degli altri. Se è possibile, se non è difficile, interpretare i comportamenti che ciascuno di noi ha in vita, non sempre lo è interpretare le emozioni e i sentimenti, le paure e le inquietudini dell'anima in particolare, che sono in noi, e soprattutto negli altri; e, in questo, il linguaggio delle parole talora non basta se non si associa al linguaggio del corpo. L'uno e l'altro non possono essere separati nella interpretazione e nella comprensione di quello che avviene nelle frontiere chiuse della nostra coscienza quando siamo animati dalle grandi emozioni della paura e dell'angoscia, della tristezza e della disperazione, della felicità e della gioia. Riguardare il valore, il significato metaforico, la parabola simbolica delle parole è oggi una delle regioni tematiche essenziali sulle quali riflette la psichiatria, ma anche la filosofia, ovviamente.
Non sempre, nondimeno, abbiamo il coraggio di rendere manifeste le nostre paure e le nostre angosce, volendo mantenerle indecifrabili, e affidandole semmai al linguaggio del silenzio, e a quello del corpo, che nasce e rinasce senza fine dagli sguardi, dai volti, dal sorriso e dalle lacrime, dagli imprevedibili atteggiamenti del corpo: del corpo vivente, del corpo che significa e crea relazioni. La mano, semplice oggetto agli occhi dl un chirurgo, si anima di infiniti significati quando esprime qualcosa di quello che noi siamo nelle nostre emozioni, nelle nostre paure silenziose e traboccanti di pathos. Nel volto degli altri, se siamo capaci di attenzione, l'attenzione che è preghiera nelle parole sconvolgenti di Simone Weil, è possibile cogliere le stigmate della paura e dell'angoscia, delle inquietudini e degli smarrimenti, della gioia e della speranza, senza la quale è impossibile vivere, come diceva Giacomo Leopardi nello Zibaldone di pensieri.

Cosa ci dicono gli occhi e i volti?

L'immagine di un volto segnato, o divorato, dalla paura e dall'angoscia la riconosciamo subito; e, a questo riguardo, vorrei ricordare che Georges Bernanos, il grande scrittore francese, ha scritto una volta che, quando la paura scende in noi, il nostro volto non ha più occhi, non ha più sguardi e non riesce più a metterci in relazione con gli altri e con il mondo della vita. Cogliere le tracce emozionali che si nascondono nei volti è cosa che dovremmo essere capaci di realizzare ogni volta che ci si incontra con una persona che abbia bisogno di aiuto, e non sappia esprimere questo suo desiderio se non mediante il fragile linguaggio degli occhi che possono (anche) fare paura. In uno dei suoi bellissimi libri autobiografici, Il gioco degli occhi, Elias Canetti ci fa riflettere sulle sfere semantiche degli occhi: «Vi sono occhi che fanno paura perché mirano solo a sbranare. Servono a rintracciare la preda che, una volta scoperta, è condannata a essere preda: anche se riesce a sottrarsi, resta bollata come tale. È tremenda la fissità di uno sguardo inesorabile. Non cambia mai, è prefigurata per sempre, non c'è vittima che possa modificarla. Chi entra nel campo visivo è già vittima, non può opporre alcuna difesa, potrebbe salvarsi solo attraverso una metamorfosi totale». Ma, ancora, riferendosi a una persona amica, egli dice: «La profondità di questi occhi non ha limiti. Ciò che vi precipita non tocca mai il fondo, e nulla ritorna più a galla. Il mare di quest'occhio non ha memoria, è un mare che esige e riceve». Sì, vorrei che qualche volta si pensasse all'influenza che i nostri occhi hanno sugli altri: aprendoli, o chiudendoli, alla speranza.
La paura, come emozione fondamentale della vita, non deve nondimeno sembrarci qualcosa di estraneo alla vita, ma deve indurci a riflettere sulle sue origini, sulle sue cause, sulle sue diverse espressioni psicologiche e umane, sui diversi orizzonti di senso ai quali essa si apre.

Come riconoscere la paura?

Molte sono le modalità espressive della paura, e molte sono le motivazioni che la fanno nascere, ma la paura originaria, matrice di ogni possibile forma di paura, nasce e si svolge in una correlazione ininterrotta con esperienze interiori ed esteriori. Ci sono paure normali e paure patologiche, paure instabili e paure permanenti, paure alimentate dalle nostre insicurezze, e dai nostri fantasmi, e paure di matrice sociologica causate dalla diversità e dalla stranierità: forme di vita che entrano in collisione con le nostre identità. Ma non è possibile confrontarsi con il tema della paura e delle paure senza ripercorrere ogni volta il cammino misterioso della conoscenza che porta verso l'interno. Non è possibile cogliere fino in fondo le dimensioni e i confini della paura se non muovendo dalla nostra interiorità, dalla nostra soggettività, come sorgente inesauribile di quella conoscenza che non può essere solo razionale ma anche, e contestualmente, conoscenza emozionale. Dalla interiorità non può non nascere una continua riflessione sui significati della paura, sulla sua presenza nel mondo di oggi, sulle maschere che ciascuno di noi sovrappone alla realtà con cui ci si confronta.

Immagini della paura

L'immagine più semplice e più comune della paura, quella che accompagna talora ogni nostra esistenza, è la paura che ci coglie dinanzi ad alcune determinate situazioni rivissute come portatrici di insicurezza e di inquietudine: la paura delle malattie, e la ricerca talora ossessiva di sintomi di malattie inesistenti, e nondimeno virtualmente presenti in ciascuno di noi, la paura di salire sugli aerei, la paura degli spazi troppo vasti, o degli spazi troppo ristretti, la paura della follia, della nostra follia e di quella degli altri, la paura oggi dilagante di persone che giungono da terre lontane e ci siano estranee nel linguaggio e nei comportamenti. Certo, non si può vivere senza paure e senza angosce, come non si può vivere senza tristezza e senza inquietudini dell'anima; e non è facile, ma è necessario, accogliere e riconoscere queste paure come dimensioni ineliminabili della vita che devono essere analizzate in quelli che sono i loro aspetti normali e patologici. Le paure quotidiane, le paure che non mettono in gioco la nostra vita, dovremmo saperle rimuovere, o almeno allontanarle dalla nostra coscienza; e in questo senso vorrei ricordare alcune bellissime considerazioni di Etty Hillesum: «Bisogna combatterle come pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre migliori forze creative. Ci organizziamo l'indomani nei nostri pensieri ma tutto va poi in modo diverso, molto diverso. A ciascun giorno basta la sua pena. Si devono fare le cose che vanno fatte e per il resto non ci si deve lasciar contagiare dalle innumerevoli paure e preoccupazioni meschine, che sono altrettante mozioni di sfiducia nei confronti di Dio»; e ancora: «In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d'irraggiarla anche sugli altri. E più pace c'è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato». Sono parole scritte da Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork, e non dovremmo mai dimenticarle quando siamo lambiti, ma anche quando siamo sommersi, dalle paure così comuni alle nostre giornate.

Le paure in Rainer Maria Rilke

Le figure della paura si snodano temerarie e affascinanti in uno dei brani dei Quaderni di Malte Laurids Brigge, di questo diario dell'anima nel quale Rainer Maria Rilke si misura ancora una volta con i temi della gioia e della tristezza, dell'angoscia e della paura, della speranza e della disperazione, del silenzio e delle parole lacerate dal nonsenso, della immaginazione creatrice e della terrestrità, della nostalgia e dell'infanzia perduta, dell'indicibile e dell'infinito, del vivere e del morire, della vita e della morte.
Queste sono le sue parole: «La paura che un piccolo filo di lana uscito dall'orlo della coperta sia duro, duro e acuminato come un ago di acciaio; la paura che questo piccolo bottone della camicia da notte sia più grande della mia testa, grande e pesante; la paura che questa briciola di pane, sul punto di cadere dal letto, diventi di vetro e si frantumi al suolo, e il pensiero angoscioso che con essa tutto vada in frantumi, tutto e per sempre; la paura che il lembo di una lettera aperta male sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa di indescrivibilmente prezioso per cui non c'è posto abbastanza sicuro nella camera; la paura d'ingoiare, se mi addormento, il pezzo di carbone che è davanti alla stufa; la paura che nel mio cervello cominci a crescere una cifra qualsiasi, fino a quando in me non trova più spazio; la paura che la cosa su cui giaccio sia granito, grigio granito; la paura di gridare e che accorrano alla mia porta e che alla fine l'abbattano; la paura di tradirmi e di dire tutto quello che mi spaventa, e la paura di non poter dire nulla perché tutto è indicibile - e le altre paure... le paure».
Non posso non definire stregate e fantasmagoriche queste parole, che ci fanno intravedere immagini sconosciute e, nondimeno, possibili di una paura colta nei suoi segreti nascondimenti e nelle sue infinite metamorfosi dalle quali ci diremmo (quasi) abbagliati e storditi. La scrittura di Rilke nella sua magia rende verosimili le sue descrizioni che danzano davanti agli occhi della nostra immaginazione, e che sconfinano nella considerazione che la paura più dolorosa e misteriosa è quella di non potere dire nulla delle emozioni e delle paure che sono in noi, negli abissi della nostra interiorità, perché tutto è indicibile: la nostra vita essendo immersa nelle cifre illeggibili del mistero.
I linguaggi della paura cambiano allora di situazione in situazione, ma ne è comune il modo in cui si rivive non l'esperienza del tempo dell'orologio, ma quella del tempo soggettivo, del tempo interiore, che è solo incentrato sul futuro: sull'attesa di un pericolo inevitabile.

La paura della diversità

Fra le tante figure della paura, quelle che oggi dilagano sono quelle che si indirizzano alle persone che ci sono straniere, diverse nel loro linguaggio e nel loro modo di essere, ma non nella loro umanità, e che giungono da terre lontane, immerse nelle loro paure e nelle loro angosce. La spina radicale, che si nasconde in queste paure, è quella del pregiudizio, di questo filo spinato che circonda, generalizzandone i comportamenti, le persone, solo apparentemente diverse, attribuendo loro una comune e indifferenziata modalità di vita: l'aggressività. La ostinata forza del pregiudizio, la sua irrazionale tendenza a radicarsi nella immaginazione, e nei pensieri, accompagna la nostra, e dovremmo averne consapevolezza. Non sono nondimeno i pregiudizi banali, quelli di ogni giorno, ad essere pericolosi, ma quelli che si incentrano sui modi di comportarsi e di essere degli stranieri, degli sradicati, degli esiliati e, in fondo, con quelli che sono i pazienti psichici e conoscono la sofferenza e l'umanità straziante della follia.

La paura nella sua dimensione sociologica

Mi sono soffermato finora sulla dimensione psicologica e relazionale della paura, sulla sua presenza nella vita quotidiana di ciascuno di noi, ma vorrei ora dire qualcosa, richiamandomi al pensiero di Zygmunt Bauman, sulla sua dimensione sociologica che ne amplia le risonanze.
«La cosa che suscita più spavento è l'ubiquità delle paure; esse possono venir fuori da qualsiasi angolo o fessura della nostra casa o del nostro pianeta. Dal buio delle strade o dai bagliori degli schermi televisivi»; e ancora: «Dal posto di lavoro o dalla metropolitana che prendiamo per raggiungerlo o per tornare a casa. Da coloro che conosciamo o da qualcuno di cui non c'eravamo nemmeno accorti. Da qualcosa che abbiamo ingerito o con cui il nostro corpo è entrato in contatto». Scendendo in una analisi semantica più estesa della paura, Bauman dice ancora: «La paura più terribile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, libera, disancorata, fluttuante, priva di un indirizzo o di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. "Paura" è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c'è da fare – che possiamo o non possiamo fare – per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla».

Come ci si misura con le paure?

Non c'è insomma una sola paura ma ci sono diverse paure; e come confrontarsi con ciascuna di esse? Se le paure sono quelle quotidiane, quelle che fanno parte della vita di ogni giorno, non dovremmo allarmarci: sono molto frequenti, e potremmo avere bisogno di un aiuto, psicologico, o blandamente farmacologico, non dimenticando mai che è molto importante parlarne, farle lievitare dal silenzio e portarle così alla luce del senso. Non sono queste nondimeno le paure che ci allontanano radicalmente dal mondo della vita, dalla Lebenswelt, ma quelle che nascono in noi quando ci incontriamo con forme di vita solo apparentemente diverse dalle nostre come sono quelle della follia e quelle che Zygmunt Bauman ha così magistralmente descritto. Sono le paure, nutrite da ostinati barbari pregiudizi, che non ci consentono di cogliere gli orizzonti di umanità e di dignità radicati in queste forme di vita, e che ci chiudono nelle nostre impenetrabili kafkiane muraglie cinesi, nella nostra pietrificata immanenza. Non siamo più capaci, divorati dalle alte maree della paura, di entrare in relazione e di creare comunità con forme di vita immerse in ogni caso nel dolore e nella solitudine, nella nostalgia della patria perduta e nella disperazione.
Queste sono le paure che più fanno del male: a noi che le proviamo e, ancora più crudelmente, a chi è oggetto delle nostre paure, che ci inaridiscono e ci svuotano di gentilezza e di sensibilità, di ascolto e di comunione. Ma sono paure che saremmo in grado di rimuovere, almeno in parte, di mettere fra parentesi, se davvero credessimo nei valori della solidarietà, e questo diversamente dalle paure quotidiane, dalle paure individuali, dalle paure di matrice psicologica, che sono molto più inerti e impermeabili (anche) alla nostra volontà.

Le paure negli altri

Nel cercare di conoscere le nostre paure, le paure che nascono in noi dalla percezione che abbiamo dell'altro, della sua diversità psicologica e sociologica, e nel cercare di interpretarle, dovremmo anche pensare alle paure che gli altri hanno di noi, dei nostri modi di essere. Le paure sono contagiose: le nostre paure accrescono le paure degli altri, e le loro le nostre; e come spezzare questo circolo vizioso? Tocca a noi immaginare le paure degli altri, e non accrescerle con le nostre: l'essere stranieri sulla terra è il destino delle persone che abbiano disturbi psichici, o giungano da terre lontane dalle nostre, e questo ci induca a comprenderrne e a rispettarne i modi di essere, le paure e le aggressività conseguenti, le inquietudini e le fragilità. Se abbiamo paura di guardare dentro di noi, e non riconosciamo i nostri timori, non comprenderemo i timori degli altri, li considereremo come sintomo di aggressività e accresceremo (anche) le nostre paure. Un pensiero di Friedrich Schlegel, il grande filosofo tedesco, che trovo citato in un bellissimo libro di Hugo von Hofmannsthal, riassume queste mie considerazioni: «Nessuno si conosce, fin quando è soltanto se stesso e non allo stesso tempo anche un altro». Riconosciamo allora le nostre paure, le nostre emozioni, non manifestiamole, se ci è possibile, e questo aiuta gli altri a non sentirsi allontanati, e rifiutati, e a contenere, almeno in parte, le loro paure. Non siamo monadi senza porte e senza finestre, ma siamo sempre in relazione.

Come conciliare paura e speranza?

Avviandomi alla conclusione di questo mio discorso, vorrei riflettere sulle correlazioni possibili fra la paura e la speranza. Sono, queste, strutture portanti della condizione umana in una continua tensione, in una continua dialettica, l'una con l'altra. L'una e l'altra sono emozioni che hanno a che fare con l'esperienza del futuro; ma il futuro della paura non è il futuro della speranza, quello non è se non attesa di qualcosa che porta con sé insicurezza e timore della morte; questo, il futuro della speranza, è apertura agli orizzonti di senso della vita, e al dialogo. La paura del futuro ci perseguita in ogni luogo ed è necessario riconoscerla e coglierne i diversi aspetti tematici. Solo la speranza nel futuro ci aiuta a resistere (chi parla di vincere, diceva Rainer Maria Rilke, resistere è tutto); e a ricercare e a rendere spumeggianti e vive le fonti della speranza. È una sfida alla quale ciascuno di noi è chiamato: ne va del senso del vivere e del morire.

(Notiziario della Banca popolare di Sondrio, n. 291 (2018), pp. 100-105)