Il Vangelo del giorno (Bose)

Il senso della pochezza

Fratel Stefano - Bose


11 ottobre 2019

In quel tempo,15quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi».
Gv 21,15-22

“Al Signore Gesù tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta. Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perché in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me – mi avessero anche offeso o disprezzato, o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione – non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre”.
È un passaggio del testamento di Angelo Giuseppe Roncalli, papa Giovanni XXIII, del quale oggi celebriamo la “cara, lieta e familiare memoria”.
Lì viene citato un piccolo tratto del testo del vangelo che leggiamo oggi: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (v. 15). Vorrei allora che, in qualche modo, fosse il caro papa a guidare la nostra meditazione.
“Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia”: esprimere questo pensiero richiede molta umiltà e un grandissimo senso della propria verità. Solo chi si mette radicalmente nei panni del pubblicano della parabola (cf. Lc 18,13) può dire di non aver nulla da perdonare e di essere solamente un peccatore bisognoso di perdono. Altrimenti questa espressione è un’ipocrisia, oltre che la sconfessione del comandamento di Gesù: “Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi” (Mt 6,14).
Dice Roncalli poco più avanti nel suo testamento: “Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia, tenendomi umile e quieto”. Il senso della pochezza: qui sta il punto di verità dell’espressione: “Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia”. Nella consapevolezza del nostro poco o nulla, chi ci sta accanto (e proprio perché ci sta accanto può essere colui che ci affligge, ci offende, ci disprezza) è semplicemente un fratello e uno che ci fa del bene, qualcuno per cui pregare e ringraziare.
Non è per umiliare Pietro che Gesù lo conduce, attraverso un dialogo serrato, a rivedere tutte le sue certezze a riguardo del suo amore per il Signore; piuttosto è per condurlo al senso della sua pochezza, per condurlo all’umiltà. Questo dialogo è una vera e propria scala che conduce verso il basso: “Mi ami più di costoro?” (v. 15), “Mi ami?” (v. 16), “Mi vuoi bene (almeno un pochino)?” (v. 17); sono chiari i gradini verso una stima di sé al ribasso. Pietro sa di non potersi impegnare con un “sì” deciso, perché quel “sì” lo ha già contraddetto avendo rinnegato Gesù nella casa del sommo sacerdote. Pietro acquisisce così il “senso della sua pochezza”.
Allo stesso tempo Gesù lo conduce a capire quale sia la fonte dell’amore: la conoscenza che il Signore ha di noi. “Signore, tu sai tutto” (v. 17): è il modo con cui Pietro descrive lo sguardo d’amore ricevuto da Gesù (cf. Mc 10,21), il modo di narrare il suo personale incontro con il Signore, come è accaduto a Natanaele (cf. Gv 1,48).
Di fronte al Signore ci siamo noi con il nostro peccato e con il dubbio che, no, in fondo il Signore non lo amiamo, o forse sì, chissà, e però ci abbandoniamo al suo amore. Pietro pensava di amare il Signore più di ogni altro discepolo. Gesù lo conduce a scoprire che il discepolo amato resta non perché ama, ma perché, appunto, è amato e si lascerà amare.
Questo è il punto: lasciarsi amare e lasciarsi condurre dove non vorremmo, o dove non avremmo supposto di dover andare; capire che attraverseremo la morte non là dove ci siamo immaginati, ma in un luogo che solo l’amore conosce.
Angelo Roncalli non avrebbe mai immaginato dove lo avrebbe condotto l’amore di Gesù, ma nel dialogo quotidiano della sua anima con il suo Signore si è lasciato condurre da una volontà che non era la sua, si è lasciato vestire degli abiti che non pensava potessero essere i suoi, e ha potuto morire quale servo dei servi di Dio.