Le Beatitudini:

il codice cristiano

della felicità

Gianfranco Ravasi 

«È la Magna Charta del cristianesimo: chi non lo conosce non può sapere cosa sia essere cristiano».
Così lo scrittore francese François Mauriac nella sua Vita di Gesù definiva, con una punta di enfasi, il "Discorso della montagna", offerto dai capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo. Molti hanno nella loro memoria le immagini sobrie ma incisive del film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, apparso sugli schermi nel 1964.
Forse ricordano anche l'asciutta ed essenziale proclamazione delle Beatitudini e di brani del “Discorso della montagna" da parte di un Gesù severo eppur emozionante.
Certo è che la figura di Cristo tratteggiata dall'evangelista, che aveva alle spalle una carriera di funzionario delle imposte, infrange con la sua parola gli orizzonti ristretti e gli stereotipi. Gesù apre una via ardua e radicale che ha nei cinque discorsi disseminati nel testo evangelico di Matteo una netta e potente formulazione del suo messaggio. L'apice non solo spaziale ma anche tematico è, comunque, nel primo di quei cinque discorsi – quello detto appunto "della montagna" – e, in particolare, nel portale d'ingresso a questa sorta di cattedrale teologica, cioè nella pagina delle Beatitudini (Matteo 5,1-12), alla quale nel 2016 abbiamo dedicato un ampio commento specifico pubblicato da Mondadori.

In cattedra sul monte

Il monte sul quale ora idealmente siamo invitati a salire non è specificato, anche se la tradizione successiva cercherà di identificarlo in un delizioso poggio che s'affaccia sul lago di Tiberiade, scenario del primo ministero pubblico di Gesù in Galilea. Lassù ora si erge un santuario detto appunto "delle Beatitudini". Tuttavia è più probabile ritenere che quel monte sia frutto di una scelta simbolica dell'evangelista Matteo, per cui esso non contrasterebbe con la notazione topografica più storica del racconto parallelo di Luca che introduce, invece, una parte sostanziale di quel discorso in un luogo pianeggiante (6,17). In quel monte ideale, facile evocazione di un'altra vetta fondamentale nella Bibbia, quella del Sinai, culla di Israele come popolo dell'alleanza con Dio e sede della rivelazione della parola divina, Matteo convoglia materiali differenti, pronunziati da Gesù in contesti diversi, ordinandoli, secondo un impianto strutturale vario e complesso, in un unico discorso. Noi ora cercheremo di approfondire in modo sintetico ed essenziale la pagina di apertura, ossia le Beatitudini, che offrono un vero e proprio codice della vita cristiana e della felicità paradossale a cui essa conduce.
Cristo è rappresentato dall'evangelista nella postura di un maestro assiso in cattedra, un atteggiamento che sollecita una domanda: qual è la figura di Cristo che Matteo sta ora dipingendo, mentre Io colloca sul nuovo Sinai (ribadiamo che il monte è un elemento simbolico agli occhi dell'evangelista)? Si confrontano due soluzioni entrambe suggestive. La prima è quella più comune: Gesù è il «nuovo Mosè». Con una curiosa e un po' maccheronica espressione latina, Lutero parlava di Gesù come di un Mosissimus Moses, un Mosè all'ennesima potenza, che non è «venuto ad abolire la Legge o i Profeti ma per condurli alla loro pienezza» (Matteo 5,17).
C'è, però, un'altra e sorprendente proposta avanzata da alcuni studiosi: Cristo non è tratteggiato da Matteo come Mosè, ma sarebbe la stessa voce e la presenza di Dio, che consegna ai discepoli la sua Tȏrah, cioè la Legge sacra. Sono i discepoli a essere come Mosè: essi salgono sul monte a ricevere la rivelazione del Figlio di Dio, mentre le folle a valle incarnano Israele, il popolo liberato che dovrà accogliere e vivere quella Legge. Tuttavia la rivelazione di Gesù non è alternativa a quella di Dio al Sinai. Quest'ultima non è da Lui abolita ma è portata con autorità alla pienezza del suo significato. Per Matteo non è quini una dottrina del tutto nuova. È invece lo svelamento pieno della Parola d Dio donata al Sinai. Uno svelamento condotto però con autorità divina: «è stato detto agli antichi... ma io vi dico...», ripeterà Gesù nelle pagine successive (Matteo 5,17-48).
Nella luce di questa identificazione di Cristo come la voce di Dio stesso si può comprendere la reazione finale di un ebreo che inizialmente poteva anche essere attratto dal rabbi di Nazaret. È ciò che il rabbino americano Jacob Neusner ha immaginato in una sorta di parabola nella sua Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù. Quale maestro seguire? (1996). Neusner, dunque, suppone di seguire Gesù per le strade della Galilea e di incunearsi tra i discepoli che sono saliti sul monte. Fino a quel momento egli è affascinato dall'insegnamento di un maestro così straordinario. Ma lassù, intuendo la sottile equiparazione che Cristo sta operando con Dio, Neusner è colto da uno sconcerto che si trasforma in spavento e persino in orrore: «Ora mi rendo conto che solo Dio può esigere da me quanto Gesù richiede». Ma il Signore è «uno solo» (Deuteronomio 6, 4) e ha già parlato a Mosè.
E cosi, silenziosamente, il rabbino abbandona la vetta e scende nella pianura ove si ricompatta al popolo ebraico aderendo solo alla Tȏrah del Sinai così come è interpretata dai maestri di Israele. Commentava Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret, evocando proprio il libro del rabbino americano: «Gesù intende se stesso come la Tȏrah, la parola di Dio in persona...
Nel “Discorso della montagna" ci ritroviamo di fronte all'Io di Gesù, che parla all'altezza stessa di Dio».

Un messaggio per soli eletti o per tutti?

Ora, però, dobbiamo affrontare un'atta questione che può essere riassunta in un interrogativo: a chi è destinata questa rivelazione divina di Gesù? A prima vista sembrerebbe solo ai suoi discepoli, cioè a una classe ristretta e con una missione specifica. In conclusione al "Discorso della montagna" Matteo ha però questa nota: «Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero stupite del suo insegnamento: egli, infatti, insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Matteo 7, 28-29). A chi, dunque, è rivolto il messaggio di Cristo, in particolare quello così alto e paradossale delle Beatitudini? A tutti coloro che lo seguiranno o solo ad alcuni privilegiati come sono gli apostoli?
Da un lato, alcuni hanno pensato che il Discorso nella sua globalità, ma soprattutto le Beatitudini, siano come un ideale utopico, un progetto supremo da relegare quando si avrà la pienezza del Regno di Dio. Per ora, invece, il nostro cammino storico resta più realistico e inceppato. In questa linea le Beatitudini sarebbero soltanto «consigli evangelici» destinati ai cristiani «spirituali», ai «religiosi» che si consacrano a Dio nella totalità dei voti di povertà, castità e obbedienza, ai chiamati allo stato di perfezione. In pratica le Beatitudini sarebbero una guida per un gruppo di eletti con una speciale vocazione. Gli altri credenti non riuscirebbero ad azzardarsi su questi sentieri alpini: contemplandoli da lontano, essi procedono più lentamente e modestamente nelle vie pianeggianti della loro quotidianità storica.
D'altro lato però, a partire da sant'Agostino, passando anche attraverso san Tommaso d'Aquino, c'è una lettura delle Beatitudini in chiave prevalentemente morale, in pratica come fossero un nuovo decalogo evangelico che subentra all'antica Legge e quindi da proporre a tutti i credenti in Cristo. Non per nulla il celebre vescovo di Ippona definiva il "Discorso della montagna" – che, per primo tra i Padri della Chiesa, aveva commentato integralmente – come il «compendio di tutto il Vangelo», e le Beatitudini il compendio di quel Discorso. Si ha così una sorta di polarizzazione tra un'interpretazione «esclusiva» e privilegiata delle Beatitudini e un'altra più «inclusiva», universale e morale, quest'ultima supportata anche dal fatto che, come si è detto – se è vero che all'inizio i destinatari sembrano essere i soli discepoli – in finale Matteo fa notare che è tutta la folla ad ascoltare il discorso di Gesù.
Entrambe le prospettive meritano una riserva e un apprezzamento. La pura e semplice trasfigurazione del messaggio delle Beatitudini in un annuncio spirituale altissimo senza contenuti esistenziali e morali legati all'impegno quotidiano del credente, contraddice col generale comportamento e insegnamento di Gesù aperto a tutti e caratterizzato da impegni concreti. Non è però legittima la riduzione delle Beatitudini a una pura e semplice linea di condotta morale generale.
Tuttavia, entrambe le impostazioni interpretative hanno un loro valore: anzi, sono persino conciliabili nella loro struttura di fondo. Ci spieghiamo con un esempio. Una madre non diventa tale perché ogni giorno si mette a compiere gesti materni. La madre è tale per il dono radicale, totale e costante della maternità che la rende «materna» sempre, anche quando dorme. Tuttavia questa qualità si deve esprimere nelle continue azioni concrete di amore nei confronti del figlio.
Qualcosa di simile si verifica anche nell'innamoramento: l'amante non è tale nei confronti del suo amato solo quando è con lui e in alcune ore del giorno, ma lo è sempre, anche nell'assenza o nel silenzio, come dichiara in modo folgorante la donna del Cantico dei Cantici in un passo che letteralmente suona così: «Io dormiente, il mio cuore vegliante» (5,2). Un atteggiamento che dovrà però essere testimoniato nella vita d'amore e nella concretezza delle scelte quotidiane. Si intrecciano perciò le due dimensioni della pienezza interiore e della concretezza della vita.

Beati i poveri nello spirito

A questo punto – dopo aver sottolineato l'altezza del messaggio di questa pagina ma anche la necessità di una sua incarnazione nella vita di ogni giorno da parte del cristiano – vorremmo proporre una lettura essenziale delle Beatitudini, secondo le otto dichiarazioni solenni e paradossali di Matteo. Luca (6,20-26), come è noto, ne seleziona solo quattro (poveri, affamati, piangenti e perseguitati) a cui aggiunge altrettante maledizioni o «guai!» per i ricchi, i sazi, i gaudenti, i trionfanti. Iniziamo soffermandoci brevemente sulla prima beatitudine: «Beati i poveri nello spirito, perché di essi è il Regno dei cieli» (6,20).
La parola d'avvio che ha dato il titolo al brano, «Beati!», in greco makárioi, è un aggettivo che risuona 50 volte nel Nuovo Testamento. È la celebrazione di una felicità che non coincide con l'allegria, tant'è vero che la beatitudine evangelica può accompagnarsi persino con l'afflizione, il pianto e la persecuzione, come si vede nella sequenza dei protagonisti delle altre Beatitudini. Questa serenità è propria dei «poveri»: l'evangelista, pur scrivendo in greco, rimanda a un vocabolo ebraico dell'Antico Testamento 'anawîm. Questa parola – che significa «poveri» – indica letteralmente chi è «curvo», sia perché è schiacciato dai prepotenti, sia perché egli non si erge contro Dio sfidandolo ma si china nell'adorazione della sua grandezza.
Come è facile intuire, due sono le dimensioni della povertà beata: il distacco reale dai beni, dalle cose, dal possesso, e la liberazione interiore dello spirito. Corpo e anima, aspetto sociale e adesione della coscienza sono entrambi coinvolti.
È ciò che viene specificato da quell'aggiunta matteana (assente in Luca): nello spirito, aggiunta che spesso è stata l'alibi per affermare un generico appello al distacco solo spirituale, pur disponendo di molti beni e vivendo nel lusso. Nel linguaggio semitico sottinteso dall'evangelista lo «spirito» è, invece, proprio la radicalità profonda dell'uomo. È la sua scelta fondamentale, è la totalità del suo essere vivente. Cristo, dunque, ci lancia un appello veemente che non tocca solo la pelle ma artiglia la carne e la vita. Solo con questa «povertà» si entra nel Regno dei cieli, cioè nella comunione piena con Dio, nella sua terra nuova ove regnano la giustizia e la pace.

Beati i sofferenti

La seconda beatitudine non è masochista ma è orientata a «far rinascere la speranza», come diceva il musicista di origine belga César Franck, che alle Beatitudini ha dedicato un imponente oratorio elaborato nell'arto di un decennio (tra il 1869 e il 1879): «Beati i sofferenti perché saranno consolati» (Matteo 5,4). In filigrana riusciamo a intravedere le parole del profeta Isaia, parole che Gesù citerà esplicitamente nel discorso tenuto nella sinagoga del suo villaggio, Nazaret «Il Signore... mi ha mandato a evangelizzare i poveri... e a consolare tutti gli afflitti» (Isaia 61,1.3).
Dalla faccia della terra continua a salire verso il cielo un sospiro di dolore. A prima vista ci pare vera l'amara e realistica osservazione del sapiente biblico Qohelet: «Ecco le lacrime delle vittime da nessuno consolate; da nessuno consolate contro il forte potere dei violenti» (4,1). L'annunzio di Cristo raccoglie invece il filo della speranza che già i profeti Isaia e Geremia avevano snodato nei secoli antichi ritmandolo proprio sul verbo «consolare»: «Consolate, consolate il mio popolo... Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò, in Gerusalemme sarete consolati... Cambierò il loro lutto in gioia, li consolerò, li renderò felici e senza afflizioni».
Dio rompe l'isolamento apparente del cielo della sua trascendenza e, attraverso il suo Figlio, entra nelle strade della storia piene di violenza e oppressioni, nelle case dell'uomo segnate dal dolore, nel cuore di ogni persona colpita dalla prova, per offrire la sua pace. C'è una bellissima espressione nel Salmo 56,9: «Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli: non sono forse scritte nel tuo libro?». Come nell'otre il pastore conserva l'acqua che è il suo tesoro nel viaggio per le piste assolate del deserto, così il Signore raccoglie tutte le lacrime dell'umanità come se fossero perle da conservare nel suo scrigno, da elencare nel libro della vita di tutti.
Questa beatitudine è di sua natura «utopica», cioè aperta alla speranza di un nuovo mondo, di un nuovo orizzonte, quello che l'Apocalisse dipingerà con queste parole, anch'esse di matrice profetica: «Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (21,4). Il filosofo ateo Ernst Bloch, noto per la sua opera Il principio speranza (1954-59), ricordava che è in vigore il proverbio che dice: «Finché c'è vita, c'è speranza». E notava che spesso questo detto non ha riscontro nella realtà: quanti sono sani e robusti, eppure sono morti nel cuore, sono spettri che camminano. Piuttosto egli osservava che bisognerebbe dire: «Finché c'è religione, c'è speranza». La seconda beatitudine è proprio un seme di fede che sboccia in speranza per tutti gli afflitti. Essi sanno che il Signore è un Dio morale e alla fine entrerà in azione per giudicare il male e per salvare le vittime. E come si vedrà nelle altre Beatitudini, l'umanità deve collaborare con Dio a cancellare le lacrime dell'ingiustizia che segnano la Storia.

Beati i miti

La terza beatitudine è rivolta ai «miti». Siamo però di fronte non a una semplice passività, a una specie di quiete stoica ma a un atteggiamento operoso di generosità e di donazione. Matteo (11,29) ama presentarci l'autoritratto di Gesù proprio con questo lineamento della mitezza: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore...». Nell'ingresso solenne a Gerusalemme viene evocata dall'evangelista la parola del profeta Zaccaria: «Ecco il tuo re (o Sion) viene a te, mite, seduto su un'asina...». La beatitudine dei miti ha, però, una sua matrice specifica. Gesù, infatti, cita un Salmo. Basterebbe accostare queste due frasi: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Matteo 5,5) e «I miti possederanno la terra» (Salmo 37,11). Come è evidente, c'è un ricalco su una promessa già annunziata dall'Antico Testamento.
La domanda spontanea riguarda la qualità di questa «terra» che viene promessa ai miti. Essa non è tanto uno spazio geografico quanto il segno del Regno di Dio. La beatitudine è quindi animata dalla speranza di entrare nell'orizzonte di Dio, in una terra che non è ottenuta dai conquistatori, come accade nella storia umana, ma da coloro che sono semplici di cuore, generosi, dolci, umili. «Questa umiltà che è affabilità verso il prossimo – scriveva un esegeta, Jacques Dupont – trova la sua illustrazione e il suo perfetto modello nella persona di Gesù che non grida, non spezza la canna incrinata, né spegne il lucignolo fumigante... Tale mitezza ci appare come una forma della carità, paziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui».

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia

Lo scrittore francese André Gide nella sua opera Nuovi nutrimenti (1935) ricordava giustamente – pur essendo egli un agnostico – che il fascino delle Beatitudini è potente proprio per la loro positività; perciò «interpreta male queste parole chi vi vede solo un incoraggiamento a piangere». Esplicito è il caso della quarta beatitudine che ora consideriamo: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati» (Matteo 5, 6). Si tratta, infatti, di una frase vigorosa, in cui domina una necessità primaria e radicale come quella della fame e della sete che spinge l'uomo ad agire con tutto se stesso per poterla soddisfare.
Ma la nostra attenzione deve convergere sull'oggetto fondamentale di questo bisogno primario dell'anima del discepolo di Cristo, la «giustizia». Il termine risuonerà anche nella beatitudine dei «perseguitati per causa della giustizia», l'ottava della serie (5,10). Il senso profondo biblico di questa parola non è solo quello sociale dei corretti rapporti tra i vari soggetti, tra le classi, nelle molteplici relazioni che costituiscono il tessuto del vivere civile. Questo elemento è soltanto un derivato, è incluso in un orizzonte che è ben più ampio.
La «giustizia» a cui allude Gesù è la fedeltà operosa, integra e generosa del credente alla volontà divina che viene a noi rivelata da Cristo. È l'impegno dell'anima e della vita per far sì che il Regno dí Dio si ramifichi nella storia trasformandola, rigenerandola, rendendola più vicina al progetto di pace e di giustizia voluto da Dio. È per questa via che emerge anche la dimensione sociale, perché tra i desideri divini c'è pure quello della solidarietà fraterna dell'umanità, c'è il superamento dell'oppressione, della prevaricazione e dello sfruttamento. Ma il concetto è più vasto e globale ed è pienamente religioso.
La «giustizia» è la legge che regola la «nuova terra e i nuovi cieli» in un'armonia superba. In questa luce si riesce a comprendere quanto Gesù dirà – poche righe dopo – nello stesso "Discorso della montagna" – a coloro che «si affannano» per il cibo e per il vestito: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno in date in aggiunta» (6,33). Il discepolo è quindi invitato a consacrarsi totalmente, con tutto il corpo, cioè con tutto l'essere, a far sì che il progetto divino di «giustizia» si attui in pienezza perché solo cosi ci sarà pace, gioia e bene. E il premio che gli sarà riservato non sarà quello di possedere qualcosa ma di «essere saziato», cioè di vedere realizzato l'ideale luminoso della liberazione piena che Cristo è venuto a inaugurare.

Beati i misericordiosi

Quando si presenta a Mosè sulla vetta del Sinai, Dio pronunzia un'autodefinizione che comincia con queste parole: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso...» (Esodo 34, 6). Anzi, questo titolo risuona a più riprese nella Bibbia ed è espresso attraverso un termine ebraico che rimanda alle «viscere» materne (rahamîm), quasi a sottolineare che si tratta di una caratteristica personale della stessa natura di Dio, qualcosa di istintivo come lo è l'amore per il figlio da parte della madre. Questa stessa radice ebraica appare anche nell'equivalente arabo della formula che apre tutte le sure (o capitoli) del Corano: Dio è sempre proclamato come «misericorde (rahîm) e misericordioso (rahûm)».
Di fronte alla lezione del Signore che sempre perdona e sempre si china su chi è misero e infelice, anche il credente deve essere «misericordioso». È ciò che propone questa quinta beatitudine: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Matteo 5,7). La frase rimanda idealmente al libro biblico dei Proverbi ove leggiamo: «Chi è compassionevole troverà misericordia» (17, 5). Significativo è anche ciò che dichiara il Siracide, sapiente biblico vissuto nel II sec. a.C.: «Chi si vendica avrà la vendetta del Signore... Perdona l'offesa del tuo prossimo e ti saranno rimessi i peccati» (28, 1-2).
È interessante anche scoprire che lo stesso tema verrà ripreso dal giudaismo di poco posteriore a Cristo. Si dice, infatti, che il rabbi Abbà Shaul del Il sec. insegnasse: «Noi vogliamo somigliare a Dio: come egli è misericordioso, così tu sii misericordioso». Gesù stesso, poche righe dopo le Beatitudini, ci esorta nel Padre nostro a «rimettere i debiti ai nostri debitori» (Matteo 6,12) perché Dio li condoni pure a noi. Luca sarà ancora più esplicito e, nel discorso parallelo a quello matteano della montagna entro cui sono incastonate le Beatitudini, inserirà questa dichiarazione solenne: «Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro» (6,36).
La misericordia ha sostanzialmente due volti. C'è innanzitutto quello del perdono nei confronti delle offese. Cristo è passato per le strade del mondo proclamando e offrendo in nome di Dio il perdono dei peccati. Citando il profeta Osea, affermava: «Andate e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Matteo 9,13). C'è però un altro lineamento della misericordia ed è quello dell'amore per i poveri e i sofferenti.
È spontaneo evocare il grande affresco che Matteo dipinge nel capitolo 25 del suo Vangelo quando, nel giudizio finale dell'intera umanità, tra gli eletti verranno collocati coloro che hanno operosamente esercitato la misericordia verso gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i miseri, i malati e i carcerati. Ammonisce severamente san Giacomo nella sua Lettera: «Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia» (2,13). In questa luce sono state elaborate le cosiddette «opere di misericordia corporale e spirituale» della tradizione cristiana.

Beati i puri dl cuore

Il «cuore» nel linguaggio comune è spesso considerato come sinonimo di sentimentalismo («la posta del cuore»). Per la Bibbia e per tante forme culturali è invece espressione della coscienza, della volontà, delle scelte radicali, della conoscenza d'amore. Lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry nel suo famoso Piccolo principe affermava che «noi vediamo bene solo nel cuore; l'essenziale è invisibile agli occhi». E Blaïse Pascal ci ricordava che «il cuore ha ragioni che la ragione non conosce» (Pensieri, 277). È un po' in questa linea che riusciamo a comprendere il senso genuino della sesta beatitudine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Matteo 5,8).
La formula «puri di cuore» è desunta dall'Antico Testamento.
Alla domanda su chi è degno di «dimorare nel luogo santo» del tempio di Sion, si rispondeva così: «Chi ha mani innocenti e cuore puro» (Salmo 24,3-4). Ebbene, è facile cadere in un altro equivoco – oltre a quello sul senso del «cuore» – cioè il considerare la «purezza» o come una questione solo sessuale o come un obbligo rituale, secondo le ben note norme di purità sacrale per accedere al culto nel tempio.
Il pensiero non va, invece, prima di tutto all'impurità e alla lussuria né a un'osservanza dl norme esteriori, come potevano intendere alcuni interlocutori di Gesù quando si parlava della «purità» rituale.
Proprio come dice il Salmo, «mani innocenti e cuore puro» sono la rappresentazione dell'anima trasparente, della persona interamente consacrata a Dio e alla sua volontà, della vita aperta all'amore. È facile evocare il celebre appello ripreso anche da Gesù: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore...» (6,5). Per certi versi questa beatitudine è analoga alla prima: «Beati i poveri nello spirito». «Cuore. e «spirito» sono infatti espressioni dell'interiorità profonda dell'uomo, sono la radice dell'intero essere, dell'agire e del pensare.
A tutti coloro che avranno questa totale disponibilità, a coloro che «scriveranno sul cuore» la loro alleanza con Dio – per usare una famosa immagine del profeta Geremia (31,33) – viene offerta in dono la «visione» divina. Non è una vaga contemplazione della luce trascendente: il «vedere» biblico è un aprirsi dello spirito umano all'incontro col Signore. Si ha, allora, un'intimità dì vita e una comunione d'amore tra la creatura e il suo Creatore e Redentore. È ciò che Paolo e Giovanni descrivono come la vita eterna, approdo ultimo del cammino del fedele. Scriveva l'Apostolo ai Corinzi: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia» (1,13,12). E san Giovanni nella sua Prima Lettera continuava: «Noi saremo simili a Dio, perché lo vedremo così come egli è» (3,2).

Beati gli artefici di pace

C'è una curiosità da segnalare nel testo della settima beatitudine: «Beati gli artefici di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5,9). Essa riguarda proprio i protagonisti di questo annunzio di Gesù, definiti in greco eirenopoioí, cioè «coloro che fanno la pace»; questo titolo era riservato nell'antichità classica ai capi politici e militari che, come l'imperatore Augusto, inauguravano un periodo di pace e lo tutelavano attraverso le armi e le vittorie. Chi non conosce il detto latino, Si vis pacem, para bellum, «Se vuoi la pace, prepara la guerra»? George Washington, il celebre presidente statunitense, affermava: To be prepared to war is ore of the most effectual means to prepare the peace, «Prepararsi alla guerra è uno dei più efficaci mezzi per preparare la pace».
In modo provocatorio Cristo applica, invece, il titolo di «artefice di pace. ai suoi discepoli che come si spiegherà successivamente nel "Discorso della montagna" – devono non solo perdonare i loro nemici ma persino amarli, che non devono resistere all'avversario ma che devono persino porgere l'altra guancia! Come è noto, la stessa pace anticotestamentaria, in ebraico shalôm, non era assenza di guerre ma benessere e giustizia per tutti, in particolare per i poveri. L'era del re Messia era cantata così dal Salmista: «Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia. Ai poveri del suo popolo renderà giustizia, salverà i figli dei miseri e abbatterà l'oppressore... Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace...» (Salmo 72,3-4.7).
Agli operatori di pace a tutti i livelli è destinata una promessa: saranno riconosciuti come figli di Dio. Poche righe dopo è Gesù stesso a commentare questa promessa: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo 5,44-45). C'è una filiazione satanica ed è quella dell'odio; ma c'è una filiazione divina ed è quella della pace. Nella famiglia dei figli di Dio, l'armonia fraterna domina perché il Figlio di Dio, Cristo Gesù, ha, secondo san Paolo, come definizione specifica proprio questa: «Egli è la nostra pace» (Efesini 2,14). Concludiamo con un appello formulato con le parole di un maestro giudaico contemporaneo di Gesù, rabbi Hillel: «Sii uno che ama la pace, che opera la pace, che ama l'uomo e lo fa accostare alla legge di Dio».

Beati i perseguitati

L’ottava e ultima beatitudine si presenta sotto due formulazioni. La prima è l'originale e conclude l’intero ottonario. Infatti, come la prima beatitudine prometteva ai «poveri in spirito» il dono del «Regno dei cieli», così ai «perseguitati per causa della giustizia» si assicura ugualmente il «Regno dei cieli» (5,10). A questa beatitudine l'evangelista aggiunge una specie di commento che, dal punto di vista stilistico, ha la forma di una nona beatitudine che precisa sia la qualità della prova, sia quella della ricompensa.
Leggiamo, allora, queste parole: «Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, infatti, hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Matteo 5,11-12). A differenza delle precedenti Beatitudini matteane, si noti il passaggio alla seconda persona, cioè al discorso diretto: sembra quasi che ci si rivolga ai presenti – gli ascoltatori cristiani del tempo di Matteo – i quali sono coinvolti in quelle tensioni che già affioravano tra la Chiesa delle origini e la comunità giudaica da cui essa proveniva, ma che nascevano anche dall'oppressione dell'Impero Romano.
Nel cosiddetto «Discorso missionario», che si legge nel c. 10 di Matteo, le espressioni sono al riguardo esplicite: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani». Sottolineiamo la specificazione: «Beati i perseguitati per causa della giustizia...». Come già sappiamo dalla quarta beatitudine rivolta agli «affamati e assetati di giustizia», la «giustizia» è prima d tutto la fedeltà a Dio, alla sua parola, alla volontà, è l'adesione piena e operosa al progetto che il Signore vuole attuare nella Storia, è coerenza di vita secondo la propria fede. In questa luce appare in filigrana il ritratto del vero «martire» cristiano che – come suggerisce questa parola di origine greca – non è solo chi dà la vita per un ideale ma chi «testimonia» la sua fede nella giustizia quotidiana dell'esistenza.

Un ultimo sguardo

Prima di discendere dal monte ideale sul quale Gesù ha proclamato le Beatitudini e il successivo discorso, immaginiamo di contemplare la scena del Cristo maestro attorniato dai suoi discepoli. L'ha ricostruita con la finezza che gli era tipica il Beato Angelico nel convento di S. Marco a Firenze. In quell'affresco Gesù è assiso quasi in cattedra: con l'indice della mano destra si rivolge al cielo, da dove scendono sia la sua parola, sia quel Regno di Dio che deve costituire la nuova umanità, mentre la sinistra posata in grembo stringe il rotolo simbolico delle Sacre Scritture. Ai suoi piedi, nella molteplicità delle fisionomie, i discepoli rivolgono a lui i loro volti e i loro occhi, accesi da una luce interiore.
Quello proposto da Cristo, come dicevamo, non è un programma di vita per privilegiati, ossia per uomini e donne dalla vocazione mistica, ma per tutti i discepoli di Cristo secondo la molteplicità dei loro profili e vocazioni esistenziali e spirituali. Non è neppure la proposta di una «morale da schiavi», come accusava con veemenza il filosofo Friedrich Nietzsche, convinto che questa proposta di povertà, mitezza, purezza, giustizia, pace, fosse un «crimine capitale contro la vita», espressione di una religiosità dei falliti, dei codardi, degli inetti. Quella di Gesù è, invece, una coraggiosa scelta controcorrente che ribalta le scale dei valori mondani che generano crimine, violenza, prevaricazione, insoddisfazione attraverso l'accumulo dei beni, la frenesia nel godimento, l'abuso sugli altri, l'egoismo brutale, la prepotenza.
Concludiamo con una curiosità e un appello. Molti avranno avuto l'occasione di vedere il film dal successo strepitoso (fino ad approdare all'Oscar come miglior film straniero) La grande bellezza di Paolo Sorrentino, proposto sugli schermi nel 2013. Pochi, però, sanno che il tema musicale, basato su un filo sonoro fatto di poche note reiterate in modo quasi ossessivo e spesso sovrapposte tra loro, affidate alla resa dolente degli archi, era tratto da The Beatitudes, una composizione del russo Vladimir Ivanovič Martynov, un autore della cosiddetta avanguardia russa. L'opera, scritta nel 1998, fu portata al successo dai “Kronos Quartet", un quartetto d'archi americano nel 2012. Certo, questo minimalismo sonoro, pur nella sua riduttività, attesta la forza ispiratrice permanente della nostra pagina evangelica che ha avuto molteplici riprese artistiche, letterarie e musicali e che può affiorare anche in contesti sorprendenti.
Possiamo quindi riconoscere che, senza sosta, nella storia della fede e della cultura dell'Occidente, continua a risuonare quella voce che scende da un monte ideale e che noi abbiamo fatto riascoltare. Madeleine Delbrêl (1904-64), una straordinaria testimone mistica del cristianesimo, attiva nel quartiere degradato di Ivry, nella banlieu parigina, ove convivevano abbrutimento e grandezza, fango e luce, nella sua opera La gioia di credere scriveva a proposito della nostra pagina evangelica questo appello, col quale concludiamo questa essenziale analisi del codice principale della felicità cristiana: «Le tue parole, mio Dio, non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri, ma per possederci, per correre il mondo in noi. Fa', dunque, che da quel fuoco di gioia da te acceso, un tempo, su quella montagna e da quella lezione di felicità, qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga, ci investa e ci pervada... Allora, fiancheggeremo le onde della folla, contagiosi di beatitudine».