La fede è un dubbio superato

XXVII Domenica (C)

a cura di Franco Galeone *

fede

La domenica “della fede convinta”. Le letture di questa domenica hanno un tema centrale nel cristianesimo: la “fede”. Secondo il profeta Chacaqùq (prima lettura), credere è collocarsi dalla parte di Dio, per comprendere, dalla sua ottica, lo svolgersi degli avvenimenti, anche se in apparente contraddizione con le nostre aspettative. “Custodisci il buon deposito della fede”: è la raccomandazione testamentaria che Paolo, in carcere a Roma, fa a Timoteo (seconda lettura). “Se aveste fede!”. Il cristiano si caratterizza per la fede, cioè per la scelta di seguire Cristo, che naturalmente comporta un atteggiamento di vita (terza lettura).

 

1. Scrive Chavaqùq: Il giusto vivrà per la sua fede (צַדִּ֖יק בֶּאֱמוּנָת֥וֹ יִחְיֶֽה). La chiave di tutto il libro sta in questa domanda: dov’è Dio in una storia piena di violenze e di violenti? Una domanda sempre attuale. Ecco la sua risposta: Il giusto vivrà per la sua fedeltà (2,4). Ma le interpretazioni della frase sono diverse. Il v.4 di Chavaqùq viene tradotto in forme diverse e questo non deve significare scetticismo o irenismo ma è segno della ricchezza della parola di Dio. Cerchiamo di esaminare bene le successive traduzioni, partendo naturalmente dal TM:
* TM: צַדִּ֖יק בֶּאֱמוּנָת֥וֹ יִחְיֶֽה: il giusto per la sua fedeltà vivrà; sua fedeltà: l’uomo si salva grazie alle sue opere buone o grazie alla bontà fedele di Dio?
* LXX: il giusto della mia fedeltà vivrà: ὁ δὲ δίκαιος ἐκ πίστεώς μου ζήσεται
* VUL: chi è giusto vivrà nella sua fede: iustus in fide sua vivet iustus autem in fide sua vivet
* CEI: il giusto vivrà per la sua fede.

2. Qual è il senso profondo della frase? Saremo vicini alla verità forse alla luce del Salmo 1,6: Il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina. Il profeta mette a confronto due tipi di persone: chi si gonfia d’orgoglio e chi confida in Dio: questi vivrà, nonostante l’apparente vittoria del male. Secondo Chavaqùq, noi non siamo salvi grazie alle opere senza la fede né alla fede senza le opere; non si tratta del rapporto fede/opere, ma di confidare in Dio, di affidarsi a Dio, di fidarsi di Dio. Se osserviamo bene la lettera ai Romani 1,16-17, notiamo che Paolo non segue il TM (che recita: il giusto vivrà per la sua fede) né la LXX (che recita: il giusto vivrà per la mia fedeltà). Come si vede mentre il TM mette l’accento sulla fedeltà dell’uomo, la LXX mette in evidenza la fedeltà di Dio. Paolo cita Chavaqùq operando un cambiamento significativo perché non ricorda né la fedeltà del giusto né quella di Dio, ma parla solo della fede in Cristo. Sembra di poter dire che la salvezza è offerta a tutti: in Cristo secondo Paolo, in Dio secondo Chavaqùq.

3. Nel corso della storia della chiesa, questo tema è stato ampiamente dibattuto, specialmente in Occidente (in Oriente non ha mai avuto particolare rilievo), a partire soprattutto da Agostino di Ippona e il suo antagonista Pelagio, forse come effetto della mentalità latina più portata ad una visione giuridica della fede. Per i protestanti la dottrina della giustificazione è vista come fondamentale; Lutero definisce questa dottrina articulus stantis vel cadentis ecclesiae: una Chiesa che la rinneghi nella forma o nella sostanza non potrebbe definirsi cristiana. Lutero ha sofferto le pene dell’inferno ed è entrato nella porta del paradiso grazie a Chavaqùq 2,4. Come mai? Lutero pensava all’inizio che il giusto era tale per le sue opere; così pensiamo anche noi: uno è peccatore perché commette peccati, un altro è giusto perché compie opere buone. Lutero non capiva: era davanti a una verità sigillata. Poi Dio gli fece comprendere Chavaqùq 2,4: Mi sentii proprio rinascere e come se fossi entrato, attraverso porte spalancate, nel paradiso stesso. Lutero comprese che la giustizia di Dio non è quella che esige ma quella che Dio dona, non è quella che Dio mi chiede ma quella che Dio mi dà, non è la giustizia attiva del mio agire, ma quella passiva che Dio mi dona. Dio non inchioda alla colpa ma regala la vita. In una parola, la giustizia di Dio è la grazia. Fare giustizia = fare grazia.

4. La fede è qualcosa di bello: è come camminare lungo un sentiero illuminato; ma è anche qualcosa di impegnativo: è la risposta dell’uomo a Dio. Gli apostoli intuiscono che la fede è anche difficile, per questo si rivolgono a Gesù dicendo: Signore, aumenta la nostra fede! La fede non è un elenco di verità, ma una Persona cui affidarsi. Fede è dire Amen! La fede non è un patrimonio, un tranquillante prodotto, un pacifico possesso. Fede è mancanza di prove. Come quando diciamo speranza sottintendiamo che manca la cosa sperata, così quando diciamo fede sottintendiamo la mancanza di prove. Per qualcuno, molte prove significano molta fede. E’ invece esattamente l’opposto: prove e fede sono inversamente proporzionali. La fede rassicurante ha bisogno di avere Dio dalla propria parte. La fede biblica si preoccupa di stare dalla parte di Dio. Non Dio con noi ma Noi con Dio! Quanti sono coloro che cercano Gesù solo per averne dei favori materiali! Uno deve combinare un affare e cerca perciò l’appoggio del clero; un altro è perseguitato da qualche pezzo grosso e cerca rifugio in chiesa; un altro vuole essere raccomandato presso qualche potente, di fronte al quale egli conta poco. Uno vuole questo, uno vuole quell’altro: la chiesa è piena di gente simile. Di rado si trova qualcuno che cerca Gesù per Gesù (s. Agostino). La folla del Vangelo seguiva Cristo perché aveva mangiato e si era saziata; pochi erano disposti a credere che non di solo pane vive l’uomo.

5. Il Vangelo ci invita a operare un salto di qualità dal visibile all’Invisibile, dal significante al Significato, dalla materia al Simbolo. L’uomo contemporaneo ha una mentalità positivista. Mi spiego: due più due fanno quattro, il fuoco brucia, un corpo lasciato nel vuoto cade … queste affermazioni sono evidenti e verificabili. Invece: Dio è misericordioso, Cristo è risorto, l’anima è immortale ... queste affermazioni non sono sperimentabili, ognuno le può contestare. Uno dei più noti filosofi della scienza ha formulato questo teorema: Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere (L. Wittgenstein). Ma cosa è ciò di cui non si può parlare? E’ possibile che siano insignificanti parole come: bello, brutto, cattivo, giusto, ingiusto? Deve tacere l’uomo che odia ed ama, che spera e teme, che gioisce e piange? Che ne è dei grandi testimoni dell’avventura umana da Omero a Manzoni, da Seneca a Leopardi, da Giotto a Van Gogh, da Mozart agli Autori dei canti spirituals negri? Cosa fanno tutti questi testimoni se non tentare di dare parola a ciò che non si può descrivere, ma che pure è molto importante per l’esistenza dell’uomo?

6. Non di solo pane vive l’uomo, L’uomo non è solo uomo-prassi, ma è anche uomo-problema, che si interroga sul suo destino; è carico di pesantezza animalesca, con dentro il cuore un groviglio di vipere, e tuttavia chiamato alla novità del cuore. Per tutto questo occorre il coraggio della verità. Coraggio, perché la verità non è serva ma padrona. La verità non può essere messa a servizio dei nostri interessi; questo può accadere per le verità scientifiche o tecniche o politiche, ma non per la verità, quella che abita dentro l’uomo, e che tuttavia supera ogni uomo. Chi dice che la verità non esiste, è come colui che sostituisce la sposa vera con una prostituta: la prostituta è attraente e facile, ma dura un giorno, lasciando sempre più soli. La verità, quando non viene cercata, è sempre sostituita da un surrogato. Ci sono tante bandiere dietro le quali arruolarsi; una volta scelta la bandiera, il padrone, il partito, la religione … abbiamo un giudizio sempre pronto su tutto; il dogmatismo diventa la regola. E allora, che fare? Prendere il largo. Duc in altum! Sì, perché perché in ogni uomo sono seppellite urgenti domande di senso, giace un gabbiano incatenato che aspira a volare nell’azzurro infinito. Forse ti senti nauseato se ancora una volta parliamo di Dio! Eppure Dio è il solo che mai può essere cercato inutilmente, neppure quando appare impossibile trovarlo.

7. Un’ultima riflessione. Gli apostoli, pur alla scuola di un maestro come Gesù, non sono mai arrivati a credere veramente in lui. La prova più chiara si trova negli stessi vangeli. Nei sinottici ci sono racconti nei quali Gesù domanda loro: Non avete ancora fede? (pôs ouk échete pìstin?) (Mc 4,40). In un altro caso, Gesù si lamenta del fatto che sono apistoi, cioè persone che non hanno fede (Mt 17,17), che equivale ad una vera incredulità (Mt 17,20). In altri casi si afferma che essi non credevano (apistéô) in lui (Lc 24,11) o che erano lenti a credere (Lc 24,25). Ecco perché a volte Gesù domanda loro: Dove sta la vostra fede? (Lc 8,25). Ma la cosa più frequente è che i vangeli qualifichino gli apostoli come uomini di poca fede (oligopìstoi) (Mt 8,26; Lc 12,28). Gesù, oltre a rimproverare Pietro per la sua scarsa fede (Mt 14,31), gli assicura la preghiera perché non perdesse la fede (Lc 22,32) che gli restava - cosa che realmente capitò - e gli raccomandò anche: E tu, quando ti sei pentito, conferma i tuoi fratelli (Lc 22,32). Nessuno mette in dubbio che quei discepoli abbiano seguito Gesù con entusiasmo. Pietro lo ha ricordato a Gesù in pubblico: Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito (Mt 19,27); Gesù lo ha riconosciuto, aggiungendo la promessa del premio (Mt 19,28). Perché quest'incoerenza? Gli apostoli di Gesù si sono staccati da proprietà, denaro, casa, famiglia... ma una cosa non hanno mai abbandonato: la loro aspirazione ad essere importanti, ad essere i primi. Qui sta l'equivoco: quando Gesù dice loro che lui, il messia, sarà ucciso dai sommi sacerdoti, dagli anziani e dai dottori della Legge (Mc 9,31; Mt 16,21; Lc 8,22), Pietro è il primo a rifiutarlo come il messia che fallisce. E il suo rifiuto è stato ripetuto lungo la storia. I primi apostoli hanno lasciato l’impressione di credere più nel potere e nella gloria che nel fatto di vivere come è vissuto Gesù. Continuiamo anche noi a fare la stessa cosa?
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano