Il Vangelo del giorno (Bose)

“Il centurione

l’aveva molto caro”

Fratel Emanuele - Bose


15 settembre 2019

In quei giorni1 quando ebbe terminato di rivolgere le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. 2Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. 3Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano -, 5perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». 6Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; 7per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. 8Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». 9All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». 10E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Lc 7,1-10

“Il centurione l’aveva molto caro”. Un padrone capace di umanità, in un contesto sociale in cui i servi erano in genere trattati come cose, come oggetti parlanti. Ai suoi occhi, quel servo è éntimos, secondo il testo greco, pretiosus, tradurrà la Vulgata, non tanto in riferimento al prezzo pagato per acquistare lo schiavo, quanto al legame di affetto che lega i due uomini, quali compagni di umanità, sebbene distanti sulla scala sociale.
Il pensiero corre alla profezia di Isaia, là dove Dio si rivolge al suo popolo:
Così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
“Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. […]
Perché tu sei prezioso (éntimos) ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,1.4).
Vi è dunque uno sguardo amante che ci accarezza e ci aiuta ad accogliere noi stessi, a guardarci con occhio benevolo e a dilatare questo sguardo di bene, posandolo anche sugli altri. Chi è stato guardato, una volta, con amore, conosce il dolce peso di quello sguardo su di sé, che ha la forza di in-formare, di dare forma alla nostra attenzione: “Una delle verità fondamentali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che lo sguardo è ciò che salva” (S. Weil).
E noi sappiamo – come ricorda l’apostolo Pietro – che “non a prezzo di cose effimere, come argento e oro” siamo stati liberati dall’uomo vecchio che trascinavamo in noi, ma grazie al dono tale di Cristo, che ha consegnato la sua vita per noi (1Pt 1,18-19). Con il linguaggio degli antichi, in un ambiente in cui la schiavitù in vigore implicava che gli schiavi venissero comprati e venduti come merce, possiamo dire che siamo stati “comprati a caro prezzo” (1Cor 6,20; 7,23). A proposito di questo grande mistero di amore, Dietrich Bonhoffer scriveva: “È a caro prezzo perché ci chiama a seguire, è grazia, perché chiama a seguire Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita, è grazia, perché proprio in questo modo gli dona la vita. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata molto a Dio; a Dio è costata la vita del suo Figlio. È soprattutto grazia, perché Dio non ha ritenuto troppo caro il suo Figlio per riscattare la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia cara è l’incarnazione di Dio”.
Così la fede umile di un pagano, di un centurione, affida alla misericordia del Signore la fragilità di un uomo: lo fa con tatto, con delicatezza, a distanza, senza intrusioni, cercando di non modificare la traiettoria del cammino di Gesù, e le sue parole sono pervase di rispetto e deferenza: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno…”. Parole che suggeriscono la postura ecclesiale fondamentale, quella dell’intercessione che porta e sopporta i pesi dell’altro e quella dell’umiltà di chi vede il proprio limite, la propria finitudine e la propria mancanza. Parole che hanno trovato ospitalità nella liturgia della Chiesa, al momento della comunione eucaristica: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa; ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”.
Eppure, come notava Agostino di Ippona, “l’umiltà del centurione fu la porta per cui entrò il Signore”…