Annate NPG

Un Cantico per le creature /2. Un percorso pedagogico

Inserito in NPG annata 2015.

2. UN PERCORSO PEDAGOGICO NEL CANTICO (ACCOMPAGNATI DALL'ENCICLICA)

Raffaele Mantegazza

(NPG 2015-07-29)


Questo dossier si colloca in uno spazio tra natura e cultura, uno spazio che annulla la pretesa contrapposizione tra questi due concetti e che li fa dialogare e incontrarsi; lo spazio che è proprio dell’essere umano. Se è innegabile infatti che l’uomo e la donna, il bambino e la bambina, in quanto animali e cuccioli di animali, sono essi stessi natura, è anche vero che il linguaggio, l’arte, la scienza e le altre conquiste culturali permettono loro di accedere alla natura in modo mediato. L’idea di una cancellazione della civiltà per tornare alla natura è altrettanto infondata dell’idea che si possa fare a meno della natura: entrambe ignorano che la civiltà umana è parte della natura perché è il modo umano di essere natura; gli uccelli cinguettano e costruiscono i nidi, gli esseri umani scrivono poesie e dipingono quadri che rappresentano gli uccelli e i loro nidi (e a volte purtroppo li distruggono per stupidità o per profitto). Dunque l’educazione alla natura deve essere qualcosa di mediato, perché deve proteggere sia l’essere umano sia la natura stessa, basandosi su una idea di tutela per la natura e il suo pudore. Gli esseri umani distruggerebbero la natura se non fossero educati a rispettarla (e lo fanno): la natura diventa oggetto di educazione perché riconosce che a noi umani la natura è accessibile solamente nel quadro della cultura e che ogni forma di spontaneismo naturalistico in realtà contribuisce a desensibilizzarci al rapporto realmente umano con l’animale e con la pianta, che è un rapporto innanzitutto di tipo culturale.

Dunque parleremo di educazione alla natura attraverso il suo diventare cultura, sulla scia di quello straordinario Cantico con il quale Francesco d’Assisi ha letteralmente tracciato la strada, il sottile e impervio sentiero della cultura nel cuore della natura (o viceversa). E lo faremo ovviamente illuminati dal percorso culturale, sciale e politico tracciato dall’Enciclica che abbiamo or ora analizzato.
Per ogni elemento del mondo naturale e umano lodato da Francesco proporremo una lettura di tipo antropologico-educativo; inoltre indicheremo alcune esperienze ed esercitazioni che potrebbero essere proposte a bambini/e o ragazzi/e all’interno di percorsi formativi; proporremo inoltre un testo poetico che potrà essere analizzato insieme ai giovani e alle giovani (ovviamente le canzoni proposte andrebbero anche ascoltate!).

1. Messor lo frate Sole:
educare alla luce

Il Sole è da sempre metafora d’ogni principio vitale, spesso inteso come principio paterno e maschile a fianco della maternità e femminilità della luna; il sole è stato considerato come centro fisico dell’Universo dopo il crollo del geocentrismo, anche se successivamente è stato spodestato da questa posizione dalle nuove cosmologie; ma esso rimane sempre centro simbolico, metafora del divino o divinità esso stesso, astro sul quale orientiamo le nostre giornate e i loro bioritmi. Le due caratteristiche fisiche del Sole - il fatto di irradiare luce e calore - ne fanno un oggetto da amare e da temere, e dunque una facile metafora del potere: avremo il re Sole, l’impero di Carlo V sul quale il sole non tramonta mai, i danteschi “due soli”. Potenza scatenata e pericolosa, fucina di straordinaria forza, è da maneggiare con cura, tanto forte è il suo potenziale di sterminio e di distruzione: causa la siccità nelle regioni aride, non lo possiamo mai osservare direttamente, può causarci fastidiose scottature, insolazione, disidratazione; il suo potere può essere ingabbiato, nelle lenti di Archimede o nei meccanismi funzionanti ad energia solare: ma l’idea di distruzione cui associamo le macchie solari, le eruzioni, le esplosioni che caratterizzano la sua superficie e le fusioni nucleari che avvengono al di sotto di essa rendono questo astro più difficile da amare rispetto alla Luna; rispettiamo il sole piuttosto che amarlo, con il rispetto dovuto a chi è più forte di noi, alla stella che un giorno, all’apice del suo collasso, inghiottirà il nostro pianeta. Per fortuna gli otto minuti-luce che ce ne separano hanno permesso la nascita e lo sviluppo della vita sulla Terra, così come l’atmosfera terrestre ci ha regalato una cortina che ci protegge dal Sole permettendoci di godere dei suoi benefici.
Alla luce del sole avvengono i fatti certi, verificabili, constatabili: diamo alla luce un valore di prova, anche perché “venire alla luce” è appunto metafora di una verità che si scopre come di una vita che nasce; e il giudice istruttore “farà luce” su un delitto, eliminando le ombre della menzogna. Il sole con la sua luce promette piacere: il ricordo delle giornate di sole dell’infanzia, la promessa di gioco e di spensieratezza cui associamo i giorni soleggiati dell’estate, lo shock positivo e rassicurante della luce del sole all’uscita da una galleria [23] ci riconciliano con questo signore dei nostri giorni; le terre che meno vedono il sole ci sembrano caratterizzate da cupezza e nostalgia, sono quelle più esposte ai rischi delle malattie mentali, ma paradossalmente sono anche quelle che apprezzano maggiormente i benefici di quella luce che loro manca: è questo che fa della città di Stoccolma un vero inno alla luce.
Al sole è associata allora quell’idea di libertà che abbiamo sperimentata da bambini, e che è fragile come il tempo nelle giornate di marzo: è questo il senso dell’incipit di Al faro di Virginia Woolf, vero punto di precario equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, dove però il sole gioca sul lato materno/utopico della contesa: “‘Sì certamente, se domani è bello’ disse la signora Ramsay (...) ‘Ma’ disse il padre in piedi di fronte alla finestra del salotto ‘non sarà bello’” [24] . Infine il Sole ci rimanda a un’idea di “giusta distanza”: gli otto minuti-luce che ci separano da esso hanno permesso lo svilupparsi della vita sul nostro pianeta: un po’ più lontano o un po’ più vicino, e sarebbe stata la fine, o forse un altro inizio.
Educare alla luce significa allora abituare i giovani e i giovanissimi a cogliere ogni giorno il magico risveglio del mondo all’alba: non sempre il sole che sorge può essere contemplato come promessa o come speranza, soprattutto da chi soffre fisicamente o psicologicamente. Ma il ritorno quotidiano del sole non ci aiuta soltanto a cogliere la rassicurante ciclicità nella quale siamo inseriti (“anche il sole sorge/e tramonta/e anela al luogo dal quale sorgerà” [25] ), ma ci mostra anche la possibile rinascita del mondo e la sua novità. Paradossalmente, è proprio la ciclica certezza della eterna e sempre nuova nascita del sole a dare speranza al genere umano.
Educare alla luce significa infine educare alla trasparenza: nei rapporti umani, nel lavoro quotidiano, nella dimensione morale. Si tratta di avvicinarsi a quella parrhesia che è richiesta nei rapporti tra fratelli e sorelle, cercando di mettere sempre in campo una luminosità d’animo che non ha paura dei giudizi altrui, perché sa che solo nella luce della sincerità abita la possibilità di una vita autentica tra soggetti umani.

Esperienze ed esercitazioni

Svegliamoci! Cosa ci porta la luce del sole insieme al nuovo giorno? Forse la voglia di alzarsi dal letto... ma non sempre è facile trovare un motivo per farlo. Chiediamo ai ragazzi e alle ragazze di indicare un motivo per alzarsi dal letto per ogni giorno della prossima settimana; evitiamo facili moralismi adulti, il motivo può anche essere il fatto che la sera si mangerà il dolce della mamma. Poi cerchiamo di catalogare (scegliendo insieme ai ragazzi le categori) e confrontare i motivi addotti. Che motivo ha invece per alzarsi un adulto? Chiediamolo sempre ai ragazzi.
Un giorno di luce. Possiamo pensare a un giorno nel quale diciamo solamente la verità, nel quale siamo del tutto trasparenti? Possiamo pensare a un giorno di luce totale, di completa sincerità? Proviamo a far scrivere una storia nella quale siamo del tutto sinceri al 100% nei confronti delle persone che incontriamo, dall’amico che ci chiama mentre stiamo dormendo e chiede “Ti disturbo?”, alla vecchia zia di 90 chili che ci domanda “Mi trovi ingrassata?”. Cosa potrebbe capitarci in questo giorno di luce? Leggiamo le storie e domandiamoci se insieme alla luce non sia necessario anche avere un po’ di ombra e di oscurità; se la verità assoluta sia sempre opportuna, oppure se la nostra civiltà non viva anche di “mezze verità”.
Un bellissimo racconto di fantascienza di Isaac Asimov narra la storia di un pianeta sul quale il giorno e la notte durano centinaia di anni. Asimov racconta le paure degli abitanti del pianeta all’avvicinarsi della notte, che essi conoscono solamente attraverso miti e leggende. Ma proviamo a invertire la questione: come si rappresenterebbe l’alba e la luce del sole un popolo che per secoli è vissuto nelle tenebre? Proviamo a scrivere il racconto di Asimov al contrario, ambientandolo nei giorni che precedono un’alba attesa da secoli…

Testi

L’alba
Riccardo Cocciante

L'alba di un nuovo giorno/l'alba del mio ritorno/l'alba di chi ha sbagliato/l'alba di chi è battuto/l'alba lungo le strade/l'alba di chi ora cede./E poi un giorno sulla mia casa/il giorno senza una scusa, una scusa/il giorno su per le scale/il giorno che fa più male, /più male/il giorno sulla tua porta/il giorno che mi riporta qui./E poi la sera ti asciuga il viso/la sera ti dà un sorriso, /un sorriso/la sera sopra il tuo letto/la sera cancella tutto, tutto./La sera nelle tue mani/la sera nelle mie mani, le mie mani./E poi la notte senza un domani/la notte e tu che sempre mi perdoni/la notte nella stazione/la notte per una nuova illusione/la notte per non restare/la notte per non morire, non morire/la notte per ricominciare/la notte per scappare, /per scappare via via via via ...

Gloria del disteso mezzogiorno
Eugenio Montale

Gloria del disteso mezzogiorno
quand'ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d'attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l'ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L'arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s'una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita

Poesia degli indiani Zuni

Di buon ora, al mattino,
Noi ci svegliamo, noi ci svegliamo,
Quando la madre Dio-Sole sorge.
Noi la salutiamo con gioia.
Lei ci accoglie con un viso radioso.
Lei ci incontra con un caldo bacio.
Così dolcemente, così dolcemente…
Ascoltate, ascoltate soltanto!
Da dove vengono quei suoni lontani?
Echi da dove la luce abbonda,
Torrenti di cristallo dal pallido mormorìo
Scintillante senza ritegno.
Sono i semi d’oro del pensiero,
I mormorii silenziosi, appena percepiti,
Che ci riempiono di gioia e di contentezza,
I sentieri per i quali l’anima si eleva.


2. Sora Luna e le stelle:
educare alle tenebre

Forse il primo oggetto celeste che ha colpito la fantasia e l’immaginazione degli esseri umani è la Luna, tanto cantata dalla sensibilità romantica, così strettamente associata all’idea e all’esperienza della notte al punto da essere diventata una sorta di metonimia per definire il lato notturno dell’esistere; è la luna che ci permette di affrontare con meno paura la notte. Senza il chiarore lunare “orba la notte resta” [26] , ma è d’altro canto nelle notti di luna piena che i licantropi si svegliano e i vampiri vanno a caccia delle loro vittime. E al di là delle connotazioni romantiche, la Luna è da sempre stata utilizzata come metafora della differenza, del lato tenebroso delle cose, dell’“altro lato”; del resto, lunatico è - ben che vada - una persona dall’umore variabile, ma il “lunatic” è in lingua inglese l’alienato mentale [27] . Tutta l’Europa imparerà a temere la licantropia, il mal di luna; il senno di Orlando è sulla Luna e quando Astolfo lo va a riprendere scopre uno straordinario inventario di tutte le cose perdute: “le lacrime e i sospiri degli amanti,/l’inutil tempo che si perde a giuoco,/e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,/vani disegni che non han mai loco,/i vani desideri sono tanti/che la più parte ingombran di quel loco:/ciò che in somma qua giù perdesti mai,/la su salendo ritrovar potrai” [28] .
L’immagine della Luna come ricettacolo di cose perdute è però anche metafora di un luogo dei desideri, u-topia, u-topos/eu-topos, non-luogo/bel-luogo dove è possibile ritrovare ciò che il tempo, la stupidità o la sorte avversa ci hanno sottratto: il sognatore vorrebbe pescare la luna nel pozzo, e alla promessa di piacere associata all’immagine del nostro satellite richiamano probabilmente sia la spensieratezza del luna park, sia la gioia della luna di miele. La Luna ha peraltro una sua faccia nascosta, ulteriore declinazione della differenza nella differenza [29] ; e anche il volto che essa ci mostra non è poi del tutto rassicurante, butterato com’è di crateri e di asperità; e anche qui possiamo cogliere nella nominazione una strategia rassicurante: chiamare “Oceano delle Tempeste” o “Mare della Tranquillità” una depressione senza una goccia d’acqua la dice lunga sia sul carattere perturbante dell’aspetto della Luna sia sull’aspetto rassicurante/purificante che associamo all’acqua. La scomparsa della Luna è sempre foriera di timore: le notti di “luna nuova” (ulteriore magia del linguaggio) saranno popolate, nell’immaginario, di ladri, mostri e assassini; e l’eclissi di luna costituirà sempre un evento atteso e al tempo stesso temuto, finché alla geniale fantasia di Gerry e Sylvia Anderson verrà in mente di far fuggire definitivamente il satellite dalla costrizione della sua orbita, dando vita alla fortunata serie di telefilm Spazio 1999
La luna ci fa paura, dunque, come la notte; e come ogni paura, anche la paura della notte, del lato notturno dell’esistenza, può essere affrontata con la nominazione, la narrazione, soprattutto con la condivisione del timore e dello smarrimento. La paura è addomesticabile, e del resto anche la luna è stata addomesticata: il nostro satellite è un oggetto che ha subìto un mutamento decisivo e definitivo nel suo “status” in conseguenza di un evento della storia umana, essendo stato del tutto ridefinito nella sua essenza dopo il 1969. L’impronta del piede di Armstrong non sarà cancellata da alcun vento: è come se nel momento in cui ha abbandonato la rassicurante culla dell’atmosfera terrestre l’uomo fosse stato avvertito dell’irreversibilità delle sue azioni, come in un monito che lo spingesse a stare in guardia, a non eccedere, a contenere i suoi gesti, moltiplicati dalla vertigine di una promessa di eternità. Ma la cosiddetta conquista della luna ha costituito la chiusura di un’epoca: “anche se è avvenuta nel 1969 la conquista della Luna è in realtà un’impresa ottocentesca, appartiene idealmente a quel secolo di fondamentale ottimismo, di sanguigna e orgogliosa fiducia nella scienza , di vaste e nobili aspettative” [30] . I tre astronauti scoprono quello che tutti temevamo: che sulla Luna non c’è vita, non ci sono le cose perdute, non c’è niente. E i milioni di telespettatori che seguono il commento da Houston si rendono conto che sulla superficie lunare non c’è il senno di Orlando, ma solo l’orgoglio smisurato e la sete di potenza dei grandi stati terrestri: “dal nero alveo primigenio senz’alto né basso, senza principio e senza fine, dalla contrada del Tohu e del Bohu, non ci sono giunte finora parole di poesia (...); null’altro se non i suoni nasali, disumanamente calmi e freddi, dei messaggi radio scambiati con la terra, conformemente a un rigido programma. Non sembrano voci d’uomo: sono incomprensibili come lo spazio, il moto e l’eternità” [31]
Ma questo non significa che il cosmo non alimenti ancora i nostri sogni e le nostre speranze: oltre la luna ci sono le stelle, “l’altre stelle” dantesche, quei minuscoli puntini che continuano a farci sognare e che grazie all’infinità dell’universo continueranno a farlo anche se e quando l’esplorazione del Cosmo dovesse continuare. Le stelle sono centri di energia, ma sono anche i puntini che - collegati in costellazioni - parlano all’immaginario umano e terreno. Nel profondo del cielo notturno, nonostante i programmi Apollo (e forse anche grazie a loro) continuano a vivere le nostre paure e le nostre speranze.

Esperienze ed esercitazioni

Cosa trovi sulla Luna. Astolfo ha trovato sulla luna tutto ciò che abbiamo visto nell’elenco sopra riportato: ma noi cosa potremmo trovare nella nostra Luna, nel lato notturno della nostra esistenza? Proviamo a scrivere un elenco delle occasioni perdute, dei ricordi, degli amici persi, di tutto ciò che non è più alla luce del sole nella nostra vita ma che, da qualche parte, sopravvive nel lato oscuro dell’esistenza.
Cosa si nasconde in ogni notte. La notte e il regno del proibito, soprattutto per i bambini e i ragazzi che vanno a letto presto la sera e vivono con desiderio quelle ore di buio che tanto li affascinano. Ma cosa c’è realmente nel cuore di ogni notte? Proviamo a immaginare di godere di una notte di totale libertà, senza alcun controllo da parte degli adulti. Come la potremmo spendere? Ovviamente la restituzione di questa esercitazione deve evitare da parte degli educatori qualunque deriva moralista. Se i ragazzi dicono che passano la notte a cercare i trans occorre chiedersi per quale motivo abbiano fatto questa scelta…
Extraterrestre portami via. Gli extraterrestri sono sbarcati (e stavolta Orson Welles non c’entra): dobbiamo presentarci loro, regalare loro una carta di identità della razza umana. Ovviamente i nostri ospiti non parlano l’italiano né alcuna lingua conosciuta nel mondo anche se hanno cinque organi di senso come i nostri. Si suddividono i partecipanti in cinque gruppi e si chiede loro di realizzare dei cartelloni che presentino graficamente gli elementi fisici che si ritengono essenziali per la presentazione dell’umanità: nel dettaglio il primo gruppo deve presentare cinque odori/puzze, il secondo gruppo cinque sapori, il terzo gruppo cinque rumori/suoni, il quarto gruppo cinque colori, infine il quinto gruppo le cinque sensazioni tattili. I colori, sapori, ecc. devono essere assolutamente precisi; ovvero: non “il colore rosso” ma “il rosso della salsa di pomodoro sulla pizza quattro stagioni”, ecc. Si passa poi alla restituzione dei lavori di gruppo componendo la carta di identità sensoriale della razza umana. Si chiede poi di realizzare il cartellone della risposta da parte degli alieni; anche loro devono descrivere il loro pianeta nello stesso modo. Dopo il gioco si chiede ai partecipanti quali siano state le difficoltà incontrate nel cercare di comunicare attraverso un linguaggio altro da quello quotidiano, ma soprattutto nei confronti di esseri così “diversi”: si chiede inoltre quali siano i vantaggi e quali gli svantaggi della comunicazione verbale in casi come questo.

Testo

Tramontata è la luna
Saffo

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Romanza della luna, luna
Federico Garcia Lorca

La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.
Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.
Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.
Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno nell’incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.
Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere s’avvicina
suonando il tamburo del piano.
nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta il gufo,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

3. Frate Vento:
educare al respiro

Viviamo nell’aria, respiriamo l’aria, ma l’aria è forse l’elemento che ci appare più proibitivo e più lontano: Per la nostra specie è il luogo al quale l’accesso è proibito, il luogo dell’interdetto e l’elemento da conquistare; l’atleta che salta un’asticella posta a due metri e il pilota di jet al decollo vivono forse la stessa esperienza di ingresso in un altro elemento, di distacco dalle sicurezze della terra verso il rischio e l’alterità totale dell’aria [32] . L’aria è il luogo del sogno e dell’Utopia, dell’inaccessibilità e della libertà, sede delle stelle e dei Paradisi [33] , dei voli degli uccelli rapaci e delle speranze. In aria si può volare e volteggiare, ma la nostra condanna alla gravità ci riporta sempre sulla terra: è un elemento al quale ci avviciniamo, lo sfioriamo, lo abitiamo per un istante e poi lo dobbiamo abbandonare; l’aria è come l’orizzonte, che ci sfugge, che è sempre oltre, sempre più in là. E anche i cosmonauti che sono riusciti a sfuggire dal cerchio magico dell’atmosfera terrestre, non hanno fatto altro forse che trovare in cielo un’altra aria, un’altra utopia. Educare al vento significa educare all’oltre, al sempre-oltre che si pone al di là di qualsiasi traguardo raggiunto, a quell’oltre che relativizza ogni umana arroganza, ogni umano o disumano potere.
Ma l’aria è anche dentro di noi, e il fatto della respirazione porta dentro di noi, nel nostro intimo, la stessa aria che all’esterno è vento che trascolora le montagne; e non per nulla in certe giornate limpide d’autunno sembra di respirare meglio: si realizza la mimesi tra la purezza dell’aria all’esterno e la purificazione interna del respiro. Respirare significa trovare il proprio ritmo: più ancora del battito del cuore, il ritmo del respiro ci aiuta a percepire la vita; non per nulla di chi muore si dice che ha esalato l’ultimo respiro, e la constatazione della morte di una persona consisteva, nel Medioevo, nell’avvicinargli uno specchietto alla bocca per vedere se si fosse appannato. Il respiro di YHWH è ruah e il respiro dell’uomo può in qualche modo riprodurre questo respiro primevo. Nell’Antico Testamento il respiro dell’uomo e della donna non è ruah ma nesama, inteso come contrassegno dell’uomo vivo, “essere che respira” in evidente connessione con YHWH; non si parla mai espressamente del respiro degli animali, solo l’uomo respira realmente perché compito di ogni respiro umano è la lode di YHWH.
L’aria può essere inquinata dall’uomo e dalla donna e dalle loro fabbriche, ma richiama comunque a un’idea di purezza e di liberazione; l’aria viziata non è più aria, è qualcosa d’altro, qualcosa di meno nobile: smog. Il terrore di morire soffocati è forse legato a questa idea di libertà; di qualcuno che ci opprime diciamo che ci soffoca, ci toglie l’aria per respirare: e nel lungo bacio d’amore i due amanti si scambiano l’aria, mettono in comunicazione le dimensioni ventose dei loro interni turbati e commossi. Dall’aria vengono le meteore e gli Ufo; dall’aria proviene il Piccolo Principe e nell’aria volteggia Peter Pan; i bambini aspettano Babbo Natale con il naso all’aria e starsene sdraiati pancia all’aria è segno utopico di un ozio senza fine. Ma nell’aria tutto se ne va, nulla torna più: l’aria disperde le ceneri dei morti di Auschwitz e di Hiroshima; l’aria porta in giro le epidemie e i batteri; “tutto ciò che dimentichi ritorna a volare nel vento” [34] , e l’aria è al contempo responsabile di catastrofi (tromba d’aria, tornado) e del loro oblio. Fuori, all’aria c’è la vita; nelle istituzioni umane l’aria sembra mancare; ma solo dall’interno delle istituzioni umane possiamo forse godere lo spettacolo del vento senza esserne feriti.
Educare all’aria è oggi difficile in un contesto nel quale l’aria che i bambini respirano, nelle nostre città, è quella dei loro appartamenti nei quali sono chiusi a giocare (?) davanti a uno schermo. Forse il primo compito dell’educazione in questo secolo di connessioni iperveloci che lasciano sconnessi i cuori e le menti è quello di riportare all’aperto i ragazzi e le ragazze. All’aria aperta si colgono le connessioni reali, che sono quelle misteriose e profonde della vita, nella quale ci si immerge con timore e speranza. Si può rimanere nel chiuso rassicurante delle proprie camere a immergersi in una reltà virtuale, “oppure apriamo la porta, usciamo fuori, ci immergiamo in questa entità, diventiamo attivi in essa e viviamo il suo pulsare con tutti i nostri sensi. I rumori, sempre mutevoli per intensità e ritmo, ci avvolgono, salgono vertiginosamente e cadono d’improvviso, indeboliti. Anche i movimenti ci avvolgono: un gioco di tratti e linee orizzontali, verticali, che inclinano col movimento in direzioni diverse, di macchie colorate che si ammassano e si disperdono, e che emettono un suono ora alto, ora basso” [35] . E se questo significa staccare qualche spina, disconnettere qualche jack, va bene lo stesso. Anzi, meglio. Nietzsche diceva che si filosofa con il martello. Anche Rita Pavone ne voleva uno. Noi lo vogliamo non musicale, non filosofico, non metaforico, ma reale: per sfasciare un computer, vedere come è fatto dentro (da sempre il più bel gioco del mondo per tutti i bambini e le bambine), poi cercare di rimontarlo, ma solo per 5 minuti; per poi lasciar perdere tutto, abbandonarne i pezzi al loro meritato destino, e uscire in giardino a giocare. Perché c’è il sole, e nel bosco dietro casa forse ci sono gli scoiattoli, le viole, le volpi, la vita.

Esperienze ed esercitazioni

I sapori del vento. Di che cosa sa il vento che viene dalle periferie di New York? E quello che soffia dal Sahara? Quali sapori porta con sé il vento che spira dall’Oceano Pacifico? E da dove viene un vento che sa di cioccolato, di benzina, di zucchero, di sale? E andando sull’astratto, qual è la provenienza di un vento che ci porta i sapori dell’amicizia, del dolore, dell’amore, della morte?
Previsione: tempesta. La scala Beaufort misura l’intensità dei venti, soprattutto sul mare. Proviamo a interpretarne le varie voci come se si riferissero ai nostri stati d’animo. Raccontiamo un nostro giorno di calma, di brezza leggera, fino all’uragano. Ecco i gradi della scala: Calma, bava di vento, brezza leggera, brezza, brezza vivace, brezza tesa, vento fresco, vento forte, burrasca moderata, burrasca forte, tempesta, fortunale, uragano.
Dentro e fuori… Un esercizio sulla sinestesia, ovvero sulla capacità di incrociare sensazioni che ci provengono da differenti organi di senso. In certe giornate fredde il respiro che emettiamo si condensa in una nuvoletta biancastra. Ma di che colore potrebbe essere la nuvoletta se rappresentasse con la sua tinta il nostro stato d’animo? Quale colore ha il nostro respiro quando siamo felici, arrabbiati, tristi? E quando abbiamo paura, siamo in attesa di qualcuno o qualcosa, siamo annoiati? La stessa cosa vale per l’aria che immettiamo nei polmoni quando inspiriamo: di che colore è l’aria della classe, della palestra, della nostra camera, della montagna, del mare?
Living in a box. Era in nome di un gruppo rock degli anni 90 che incise una canzone e poi scomparve nel nulla. Ma cosa potrebbe accadere se vivessimo realmente in una scatola, se l’accesso al mondo esterno ci fosse del tutto precluso? Proviamo a immaginare questa vita inscatolata in una sola stanza, e pensiamo come potremmo sostituire sensazioni quali il fresco della montagna d’estate, il caldo di una giornata d’agosto, il vento che ci aggredisce togliendoci il respiro o la parola, o la sensazione della prima giornata tiepida di primavera, quando per la prima volta dopo l’inverno osiamo toglierci la canottiera…

Testi

Ode al vento occidentale
Percy Bhysse Shelley

Oh tu selvaggio vento dell’Ovest, respiro dell’essenza dell’autunno,
tu, dalla cui invisibile presenza le foglie morte
sono trascinate, come spettri in fuga da un incantatore.
Gialle e nere e pallide e febbrilmente rosse,
moltitudini colpite dalla pestilenza: oh tu
che sospingi ai loro oscuri letti dell’inverno
i semi alati, dove giacciono freddi e profondi,
ognuno come cadavere nella sua tomba, finché
la tua azzurra sorella della primavera soffierà
nel suo corno sulla sognante terra, e colmerà
(guidando i dolci germogli come greggi a pascolare nell’aria)
di vivaci colori e profumi pianura e collina:
oh Spirito selvaggio, che spiri per ogni dove;
distruttore e preservatore; ascolta, oh ascolta!

Blowin’ in the Wind
Bob Dylan

How many roads must a man walk down
Before you call him a man?
Yes, 'n' how many seas must a white dove sail
Before she sleeps in the sand?
Yes, 'n' how many times must the cannon balls fly
Before they're forever banned?

The answer, my friend, is blowin' in the wind,
The answer is blowin' in the wind.

How many times must a man look up
Before he can see the sky?
Yes, 'n' how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, 'n' how many deaths will it take till he knows
That too many people have died?

The answer, my friend, is blowin' in the wind,
The answer is blowin' in the wind.

How many years can a mountain exist
Before it's washed to the sea?
Yes, 'n' how many years can some people exist
Before they're allowed to be free?
Yes, 'n' how many times can a man turn his head,
Pretending he just doesn't see?

The answer, my friend, is blowin' in the wind,
The answer is blowin' in the wind.

Traduzione

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento
Quante volte un uomo deve guardare verso l'alto
Prima che riesca a vedere il cielo?
Sì, e quante orecchie deve avere un uomo
Prima che possa ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perchè egli sappia
Che troppe persone sono morte?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento
Quanti anni può esistere una montagna
Prima di essere spazzata fino al mare?
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
Prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
Fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

4. Sora Acqua:
educare all’origine

L’acqua è l’elemento dal quale proveniamo e del quale siamo costituiti; siamo infatti nati in acqua, nel duplice senso dell’origine della specie e della nostra storia individuale. I nostri inizi sono inizi acquatici, e per questo l’acqua è metafora dell’inizio, ad esempio nel battesimo cristiano e in quasi tutti i riti di purificazione. L’acqua rimanda allora al liquido amniotico e allo shock del momento in cui la nostra vita acquatica prenatale è definitivamente finita; forse la paura dell’acqua in molti soggetti è in certa misura da associare a tale shock, e comunque la pratica sempre più diffusa del parto in acqua testimonia a favore della possibilità di una nascita dolce e meno violenta possibile.
Uscire dall’acqua però non è sempre shoccante, può essere un dolce ritorno alla terra che ci ospita: forse con questa dolcezza uscirono dal mare i primi anfibi; e d’altro canto è possibile entrare in acqua dolcemente, scoprendosene abbracciati, anche nel momento della morte: quando Anna Karenina si getta sotto il treno la assale “una sensazione simile a quella che provava quando, facendo il bagno, si accingeva a entrare nell’acqua” [36] . Così come può lenire l’esperienza traumatica del venire al mondo, l’acqua può allora, in alcuni casi, rendere meno traumatica l’uscita dal ciclo della vita; ma gli annegati e le annegate sanno che l’acqua è invece graffiante e terribile, strappando la vita brano a brano con la sua artigliata violenta, “acqua assetata/che ti cerca la bocca, che tutto sta per riempire/che tutta si fa ingoiare e tutto ingoia” [37] . Morire per acqua [38] è terribile soprattutto perché ci si sente invasi, scavati e frugati da qualcosa che non è noi, o forse che è fin troppo noi, fin troppo in noi.
Del resto noi siamo letteralmente un corpo fatto di acqua, l’acqua scorre dentro di noi e fa parte di noi; la nostra essenza è forse più liquida che solida, ed è forse per questo che la terra ci si presenta sempre come una conquista. L’acqua ci viene incontro dal cielo sotto forma di pioggia e forse non c’è maggior spettacolo visivo e uditivo dell’acqua che cade: goccia a goccia o in un tornado, ma anche da una cascata o da una fontanella; il mormorio o lo scroscio violento dell’acqua costituiscono la più poetica e più stupefacente colonna sonora della natura. C’è tutta una fenomenologia dell’acqua legata alle dimensioni che le sue masse assumono nella nostra esperienza: se una goccia d’acqua ci lascia stupiti e attoniti per la vita brulicante che contiene, le pozzanghere costituiscono un luogo privilegiato per i giochi dei bambini (e quella delle pozzanghere è acqua sporca, contaminata, più adatta al gioco rispetto alla troppo trasparente acqua pura); nei laghi e negli stagni l’acqua appare immobile ma tutti i nuotatori sanno che queste distese d’acqua sono traditrici; più movimento scorgiamo invece nei fiumi, che sono delle vere e proprie biografie viventi dell’acqua, raccontano la lenta conquista di un suo spazio tra le montagne e le pianure fino alla sua morte lenta e dolce nelle foci o negli estuari; nei mari l’acqua è salata e bruciante e sui mari sono nate le civiltà umane, più anfibie che terricole; infine gli oceani, che secondo gli antichi cartografi circondavano come in un abbraccio amniotico l’intero pianeta, esibiscono la loro immensità lasciandoci ancora una volta stupiti e attoniti. Lo stesso stupore e la stessa paralisi cognitiva e affettiva ci colgono nell’acqua (come spesso accade) davanti all’infinitamente piccolo della goccia e all’infinitamente grande dell’oceano.
L’acqua è da sempre associata a una idea di purificazione, in particolare nei riti di passaggio e di rinascita [39] ; un corso d’acqua separa spesso, nelle culture tradizionali, la città dei vivi dalla necropoli [40] ; e le città sorgono accanto all’acqua, fino a giungere, come nell’Alhambra di Granada, ad essere veri e propri inni all’acqua. Anche le fontane costituiscono un tributo a questo elemento e alla sua purezza: alla fontana è associata l’idea di giovinezza, di purificazione, e spesso nei paesi è attorno alla fontana che le donne intrecciano loro discorsi, alternativi rispetto all’ordine maschile e patriarcale. Le fontane richiamano i fiumi che scendono dal paradiso, l’acqua sacra del battesimo e quella del Lete e degli altri corsi d’acqua dell’Aldilà [41] . Immergersi in acqua richiama allora ancestrali paure e fascinazioni; si entra in acqua per lo più nudi e dunque inermi, esposti allo sguardo dell’altro e alla sua possibile aggressione. Venere e tutte le ninfe sono indifese quando tolgono l’ultimo velo per il loro bagno negli stagni resi magici dalle loro membra, come “colei che solo a me par donna”. In acqua occorre imparare di nuovo a muoversi; chi impara a nuotare da adulto scopre la difficoltà e il fascino del dover dimenticare le abitudini motorie cristallizzate da anni di permanenza sulla terra; in acqua si sperimenta la modificazione del proprio peso e la nuova conoscenza del proprio corpo che è necessaria per nuotare. Si può andare sotto la superficie dell’acqua, a scoprire quello che è letteralmente un nuovo mondo; ma si sente sempre la paura di annegare, di concludere la propria vita con una morte atroce e soprattutto in un elemento che non è più il proprio [42] ; in attesa del momento utopico in cui “il mare ricordò improvvisamente il nome di tutti gli annegati” [43] , siamo condannati ad associare alla scomparsa in acqua l’idea di una irreparabile perdita del corpo del disperso: è questa l’angoscia supplementare legata a tragedie come le inondazioni o i maremoti. L’acqua è associata a un’idea di trasparenza e di verità; per il cristiano l’acqua è vita, è il segno del suo ingresso nella comunità dei fedeli; ma l’acqua è anche lo strumento privilegiato dell’inganno: il remo immerso nell’acqua appare spezzato, e le acque possono diventare torbide confondendo le immagini e le identità; del resto ciò che l’acqua ci restituisce è solo un riflesso, un inganno, un’illusione, e Narciso sa bene quanto paghi colui che scambia tale duplicazione per la realtà. Lo specchio che le acque ci offrono per rimirare la nostra immagine è spesso segno di inganno; e le nostre stesse lacrime non sono che acqua, che ricordano nella loro salinità quel “grande oceano” cui apparteniamo e al quale forse torneremo. Ma forse l’immagine più forte di una antropologia dell’acqua, fondamento di una pedagogia acquatica che forse per ora possiamo solo limitarci a gorgogliare, è l’idea di un galleggiamento inerte dei nostri corpi sulle acque chete di uno stagno. Galleggiare sull’acqua, come certe creature vegetali, restare a galla senza sforzo e senza fatica, come nuotando nel Mar Morto, non è forse l’idea più affascinante di libertà e riposo che ci possa venire in mente? Galleggiare significa rimettere in vita una esperienza primigenia che ci pareva del tutto perduta: l’eliminazione dello sforzo e dell’attività, restituzione al soggetto di un paradigma passivo, l’esperienza dell’“essere abbracciati”, del potersi permettere di essere e null’altro, del ritornare al completo e immediato appagamento dei desideri che costituisce forse la linea di demarcazione fantastica e al contempo l’anello di congiunzione tra vita, morte e rinascita; forse torneremo al mondo come girini, forse, meglio, come gocce d’acqua nell’acqua, esseri “il cui nome fu scritto nell’acqua” [44] .

Esperienze ed esercitazioni

Galleggiando per nove mesi… passiamo le prime quaranta settimane della nostra vita in un ambiente acquatico, circondati da un mare che attutisce le percezioni, con ogni nostro bisogno accontentato prima ancora di poterlo esprimere. Proviamo a immaginare cosa abbiamo provato in quella situazione, confrontandola con situazioni analoghe legate all’acqua, come ad esempio immergerci nel fondo del mare o anche semplicemente toccare il fondo della piscina o fare un bagno caldo nel freddo dell’inverno. Quali sono le sensazioni che proviamo? Quali sono gli organi di senso che utilizziamo maggiormente, soprattutto se proviamo a chiudere gli occhi?
Storia di una goccia d’acqua. Il 71% della superficie terrestre è coperta di acqua ma il 97,5% è salata. Del restante 2,5 % solo l'1% è utilizzabile per le attività umane. L’evaporazione e le piogge permettono il ricambio continuo dell’acqua. Proviamo a seguire il viaggio di una goccia d’acqua facendola tornare di volta in volta sulla terra in contesti diversi; fiumi, pozzanghere, oceani, laghi, ecc.

Testi

Temporale
Giovanni Pascoli

Un bubbolìo lontano. . .
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

Acque
Francesco Guccini

L' acqua che passa fra il fango di certi canali
tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri
chissà se è la stessa lucente di sole o fanali
che guardo oleosa passare rinchiusa in tre metri.
Si può stare ore a cercare se c'è in qualche fosso
quell'acqua bevuta di sete o che lava te stesso
o se c'è nel suo correre un segno od un suo filo rosso
che leghi un qualcosa a qualcosa, un pensiero a un riflesso.

Ma l'acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest'aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente...

E cade su me che la prendo e la sento filtrare,
leggera infeltrisce i vestiti e intristisce i giardini,
portandomi odore d'ozono, giocando a danzare,
proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini,
colpendo implacabile il tetto di lunghi vagoni,
destando annoiato interesse negli occhi di un gatto,
coprendo col proprio scrosciare lo spacco dei tuoni
che restano appesi un momento nel cielo distratto.

E l'acqua passa e gira e colora e poi stinge, cos'è che mi respinge e che m'attira;
acqua come sudore, acqua fetida e chiara, amara senza gusto né colore.
Ma l'acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest'aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente...

E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta,
evapora in nuvole cupe rigonfie di nero
e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta
diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero.
Ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro,
un sasso che l'apre, che affonda, sparisce e non sente,
vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro
di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente.

Acque del mondo intorno di pozzanghere e pianto, di me che canto al limite del giorno,
tra il buio e la paura del tempo e del destino freddo assassino della notte scura.
Ma l'acqua gira e passa e non sa dirmi niente di gente, me, o di quest'aria bassa,
ottusa e indifferente cammina e corre via lascia una scia e non gliene frega niente...

Acque di vita
Inno vedico

Acque, siete voi a darci la forza della vita.
Aiutateci a trovare nutrimento
così che ci tocchi grande gioia.
Partecipiamo della suprema delizia della vostra linfa vitale,
come foste madri affettuose,
andiamo spediti alla casa di colui
per il quale voi acque ci date vita, ci mettete al mondo.
Per il nostro benessere, che le dee siano un aiuto per noi,
siano le acque per noi bevanda.
Facciano sì che benessere e salute scorrano su di noi.
Padrone di tutte le cose che sono scelte,
sovrane su tutta la gente,
è alle acque che mi rivolgo per guarire.
Acque – donate la vostra cura come un’armatura per il mio corpo,
Così che io possa vedere il sole per lungo tempo.
Acque – portate via tutto ciò che in me si è guastato.
Se l’ho fatto per malevolo inganno,
o se ho giurato il falso,
oggi qui io mi armonizzo con le acque.
Ci siamo uniti alla loro linfa,
o Agni, pieno di umori,
vieni a inondarmi con il tuo splendore!

5. Frate Focu:
educare all’energia

Ricettacolo e immagine di tante paure, il fuoco - cui ci si accosta sempre con timore e con fascino - è l’elemento dal quale forse ci teniamo maggiormente lontani; il piromane ha forse in realtà paura del fuoco come il vigile del fuoco in realtà lo ama e lo desidera, come accade nello straordinario romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451. Quel che è certo è che anche a questo elemento è associata l’idea di purificazione: lo troviamo in molti riti iniziatici [45] come negli scherzi crudeli che ci si fa spesso da ragazzini; è un raffinatissimo strumento di tortura, ma serve anche a evocare o a scacciare i demoni; serve per sfregiare il volto dei nemici, ma è anche pretesto per sfide al limite del possibile. Muzio Scevola che sacrifica il suo braccio sulla pira è fratello segreto dell’adolescente che salta venti bidoni infuocati con la sua moto.
Ma il fuoco è anche rassicurante: i fuochi nella notte segnalano al viandante presenze umane e “fuochi” saranno denominati dagli antropologi gli insediamenti umani in un dato territorio. Il fuoco è anche il focolare cui la donna è legata e spesso relegata, ma l’altra schiavitù della donna si compie attorno ai fuochi di copertoni ai bordi delle strade; il fuoco che brucia nel camino ci rimanda all’idea un po’ convenzionale, pubblicitaria e scontata, di una convivenza serena. Il sole è una palla di fuoco, e ne conosciamo bene i benefici e i rischi: d’altro canto proprio il sole ci permette di vivere fornendoci luce e calore; e sono questi due elementi che ci appaiono inscindibili nel fuoco, tanto da associare strettamente le tenebre al freddo: per noi l’energia è vivacità della luce e conforto del calore.
L’energia è uno degli elementi preponderanti dei ragazzi e dei bambini: spegnere questa energia durante il processo di crescita, attraverso una eccessiva frustrazione delle energie vitali, può portare a risultati deleteri: “La stupidità è una cicatrice (...) Ogni stupidità parziale di un uomo segna un punto dove il gioco dei muscoli al risveglio è stato impedito anziché facilitato” [46] . L’alternativa per coloro che, resi ottusi dalla pressione sociale, non riescono a potenziare e incanalare l’energia che sentono al proprio interno, è un ripiegamento narcisistico e quasi mistico su se stessi o una esistenza da automi obbedienti inframmezzata da liberazioni impreviste e distruttive di forze irrazionali. Occorre allora aiutare i giovani a trovare una direzione socialmente utile per la loro energia piuttosto che spegnere il sacro fuoco che essi ospitano dentro sé lasciandoli morti dentro, come mozziconi di tronchi carbonizzati
Il fuoco è lo strumento di cicatrizzazione delle ferite e di disinfestazione nelle epidemie; è anche uno dei possibili strumenti di eliminazione del cadavere; ma l’idea del fuoco è strettamente legata a una idea di punizione: gli inferni prevedono il fuoco come loro componente essenziale e la morte più terribile in assoluto sarà quella causata da un incendio; il fascino e il successo di film quali L’inferno di cristallo sono da ricercare in questa dimensione sadomasochistica del fuoco come punizione, Ma esiste anche un fuoco che distrugge la memoria oltre ad annientare l’individuo: è il fuoco dei roghi voluti dalle varie Inquisizioni; da quello di Giordano Bruno e delle streghe ai roghi dei libri [47] e infine ai forni crematori, roghi tecnologici e ultramoderni, che volevano che degli uomini e delle donne non restasse più traccia. Ma contro l’anonimo fuoco che distrugge c’è un fuoco che aiuta a ricordare: e non è tanto quello delle retoriche fiaccole eterne quanto il piccolo fuoco delle tre candeline accese nel monumento ai bambini e alle bambine della Shoà a Yad Vas’hem, Gerusalemme; un fuoco che l’illusione di un gioco di specchi ripete per un milione di volte, un milione di volte nominando le piccole vittime del purificatore fuoco nazista. Anche qui troviamo l’energia, ma una energia folle, non temperata dalla ragione e dalla coscienza. Se come scrisse Goya “il sonno della ragione genera mostri”; l’aspetto di questi mostri è oggi simile a quelli della mitologia classica: terribili draghi che sputano fuoco, lo stesso che si alzava dai lunghi camini dei campi di sterminio.

Esperienze ed esercitazioni

S’i fosse foco… Quanto fuoco ci brucia dentro quando desideriamo realmente qualcosa, quando sentiamo l’energia scorrere dentro noi… Proviamo a raccontare un episodio della nostra vita nel quale abbiamo lasciato scorrere e sfogare questo fuoco, abbiamo realmente lasciato libero sfogo alle nostre energie: quali sono stati i risultati?
Arrivano i pompieri: molto spesso però le nostre energie vengono imbrigliate, giustamente o meno, dalle regole, dalle convenzioni sociali, dai genitori o dagli adulti in generale quando siamo ragazzi. Raccontiamo ora un episodio nel quale ci è stato impedito di lasciar sfogare la nostra energia: come ci siamo sentiti? Quale alternativa abbiamo trovato? È stato giusto l’intervento dei vigili del fuoco, oppure lo consideriamo ingiustificato, e perché?

Testi

Fahrenheit 451
Ray Bradbury

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d'orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l'uomo premette il bottone dell'accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo.

S’i fosse foco
Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;
s’i’ fosse papa, sere’ allor giocondo,
ché tutti cristïani imbrigherei
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
A tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, non starei con lui:
similemente faria da mi’ madre,
S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.


6. Sora nostra matre Terra:
educare alle radici

La Terra è la nostra casa: i corpi degli uomini e delle donne si muovono a loro agio su questo elemento al quale associamo un’idea di stabilità ma anche di nutrimento. Un nutrimento che però non ci viene dato con la gratuità tipica del materno: la terra richiede cura e solo se trattata bene fornisce i suoi frutti. Il rapporto dell’uomo e della donna con la terra non è dunque un rapporto bambino/madre, ma un rapporto adulto, che richiede responsabilità; se la terra è madre, è madre di figli/e adulti/e, dai quali richiede rispetto e cura almeno in senso proporzionale a quanto essa offre. La Terra è madre anche perché custodisce in sé, nelle proprie umidità, i segreti delle nostre origini: l’uomo, Adam, è fatto di terra, adamah, parola che in ebraico indica non la terra brulla (aaretz) ma la terra coltivata, la terra gravida di semi. Se una antica legenda giudaica afferma che YHWH, quando ha creato Adam, si è recato nei quattro angoli del mondo per raccogliere la terra per impastarlo, in modo che nella sua carne Adam portasse la traccia di tutti gli angoli della terra, questo significa che le radici di ognuno di noi contengono tracce delle radici degli altri: il che non è un invito a rinunciare alle proprie storie o alle proprie appartenenze, ma piuttosto a cercare in esse le tracce dell’altro: cercare nella cultura padana i segni delle altre culture piuttosto che limitarsi a sbandierarla – non conoscendola - come marchio di superiorità etnica. Proprio grazie al delirio di superiorità etnica, la terra è stata calpestata in questi secoli da miriadi di profughi, di persone in fuga, di poveri esseri umani scacciati dalle loro case; per loro e per i loro parenti e amici è chiaro che si impara quanto è dura la terra quando la si calpesta a lungo in un esodo o in una fuga.
Ma nella terra c’è la vita: il passaggio all’agricoltura ha segnato definitivamente la storia delle culture; dalla passività l’uomo e la donna sono passate all’attività, a un atteggiamento di rispetto e di sfruttamento nei confronti della terra; di volta in volta uno dei due poli ha prevalso sull’altro e compito dell’educazione del XXI secolo è soggiogare lo sfruttamento al rispetto: “dalle più antiche usanze dei popoli sembra giungerci come un monito a guardarci dal gesto dell’avidità nell’accogliere ciò che riceviamo con tanta ricchezza dalla natura. Perché alla madre terra noi non siamo in condizione di regalare niente del nostro” [48] . Così l’agricoltore impara che ogni raccolto è una morte e una sottrazione, e che occorre restituire simbolicamente alla terra ciò che essa ci dà: l’agricoltura narra dunque una “vicenda di scomparse e ritorni in cui l’uomo apprende a farsi procuratore di morte secondo una regola umana inaugurando il distacco dalle condizioni naturali” [49] ; un distacco che fa nascere la cultura ma che diventa maledizione per essa e per l’uomo se si traduce in un rinnegamento delle sue radici terrestri e terricole: “nel costume ateniese era proibito raccogliere le briciole di pane durante il desinare poiché queste appartenevano agli eroi. Ma se un giorno la società, sotto la spinta del bisogno e della cupidigia, avrà a tal punto tralignato da poter ormai ricevere i doni della natura solo predando, da spiccare i frutti ancora acerbi per piazzarli vantaggiosamente sul mercato e da dover ripulire ogni piatto per sentirsi sazia, allora la sua terra s’impoverirà e la campagna darà cattivi raccolti” [50] .
La terra nasconde misteri e pericoli, insidie e rischi, ma in realtà il vero rischio è quello causato dall’uomo e dalla sua incuria, come dimostrano i ricorrenti disastri idrogeologici che l’industrializzazione selvaggia ha causato un po’ ovunque; lo scatenamento dei demoni che esperiamo nei terremoti o nelle frane è spesso aggravato e reso ancora più disastroso da gravi errori umani. Errori anche peggiori sono stati commessi quando la terra è diventata il sostegno delle ideologie fasciste: troppe volte le culture aggressive e rapaci hanno trasformato terra in “terra patria”, implicandola in un gioco retorico di mobilitazione degli istinti aggressivi dell’uomo, come nell’ideologia nazista del Blut und Boden o in certi pietosi localismi attuali; i nazionalismi hanno sempre bisogno che la sia terra mescolata al sangue, ovviamente il sangue che bagna la terra è sempre quello dei gloriosi martiri di qualche causa.
La terra è infine l’elemento al quale torneremo (almeno nelle culture che praticano l’inumazione). Nel definitivo ritorno alla terra scopriremo di essere noi stessi terra, insignificante polvere capace però di rientrare nel cerchio delle mille metamorfosi della vita; ma in un mondo ingiusto il ritorno alla terra non è uguale per tutti e la terra non è che la sede dell’ultima ingiustizia.
Educare alle radici, alla ricerca della propria terra natale, significa anche insegnare che non esiste una radice che sia “superiore” alle altre; e soprattutto insegnare che l’umanità ha radici comuni, che possono risiedere nella prima scimmia che scesa dall’albero osservò il nuovo orizzonte che la terra le offriva, come dalle prime domande di senso e dai primi bisogni di trascendenza che i nostri simili si posero nell’alba dell’umanità: domande che li portarono, con i piedi ben fermi a terra, a pensare che oltre la terra potessero esservi altre terre e altri cieli: “Di maniera che non è un sol mondo, una sola terra, un solo sole; ma tanti son mondi quante veggiamo circa di noi lampade luminose, le quali non sono più né meno in un cielo ed un loco ed un comprendente, che questo mondo, in cui siamo noi, è in un comprendente, luogo e cielo” [51] .

Esperienze ed esercitazioni

Viaggio del centro della Terra. Il noto capolavoro di Verne rimane una lettura per tutte le età. Proviamo a immaginare, come hanno fatto altri narratori, che sotto la crosta terrestre viva una intera civiltà. Come ce la rappresentiamo? Quali sarebbero le conseguenze di questa vita sotterranea? Quali sono i misteri che possiamo immaginare sotto i nostri piedi?
Il sapore della Terra. Un vero contadino assaggia la terra per capire se è realmente adatta per seminare (o almeno così si dice). Ma di cosa sa la terra? Proviamo a immaginare il sapore di una terra abbandonata, di una terra coltivata, della terra sulla quale giocano i bambini. Pensiamo al sapore delle terre senegalesi, umbre, giapponesi, messicane… dove troviamo una terra che sa di sale, di zucchero, di peperoncino?

Testi

La tana
Franz Kafka

Ho assestato la tana e pare riuscita bene. Dal di fuori, in verità, si vede soltanto un gran buco che però in realtà non porta in nessun luogo. Già dopo pochi passi s'incontra la roccia naturale e solida. Non voglio vantarmi di aver adottato questa astuzia con intenzione, fu piuttosto l'avanzo di uno dei tanti vani tentativi di costruzione, ma infine mi parve vantaggioso non colmare quest'unico buco. Certo ci sono astuzie così sottili che si stroncano da sole, lo so meglio di qualunque altro, ed è certamente temerario richiamare con questo buco l'attenzione sull'eventualità che qui ci sia qualcosa che metta conto d'indagare. Ma non mi conosce chi pensa che io sia codardo e scavi questa tana soltanto per vigliaccheria. Ad almeno mille passi di distanza da questo buco si trova, coperto da uno strato spostabile di musco, il vero accesso alla tana che è al sicuro come può essere sicuro qualcosa al mondo; si sa, qualcuno potrebbe montare sul musco o urtarlo e allora la mia tana sarebbe aperta, e chiunque ne abbia voglia - vi sono però necessarie beninteso anche certe capacità non troppo frequenti - può penetrarvi e distruggere tutto per sempre. Lo so benissimo e la mia vita, neanche ora che è al suo culmine, ha un momento che sia veramente tranquillo; là in quel punto del musco opaco posso essere colpito a morte e nei miei sogni c'è spesso un grugno bramoso che vi annusa continuamente. Realmente avrei potuto, si dirà, chiudere questo buco d'entrata, al di sopra, con uno strato sottile di terra battuta e più sotto con terra friabile in modo che bastasse un piccolo sforzo per aprirmi ogni volta la via d'uscita. Eppure non è possibile; proprio la prudenza m'impone di avere un'immediata possibilità di sfogo, la prudenza stessa esige, come purtroppo tante volte, che si metta a repentaglio la vita. Tutti questi son calcoli molto faticosi, e la gioia che il cervello intelligente ha di se stesso è talvolta l'unico motivo perché si continui a calcolare. Devo avere l'immediata possibilità di evasione; infatti, nonostante la vigilanza non potrei essere aggredito da una parte assolutamente imprevista? Vivo in pace nella parte più interna della casa, e intanto il nemico mi si avvicina da qualche parte scavando lento e silenzioso

Viaggio al centro della Terra
Jules Verne

“Fra quelle angosce un nuovo terrore s'impadronì di me. La mia lampada si era guastata nel cadere, e non avevo alcun mezzo per ripararla; la sua luce impallidiva e stava per spegnersi! Guardai la corrente luminosa che diminuiva nella serpentina dell'apparecchio. Una processione d'ombre mobili si svolse sulle pareti che divenivano più scure. Non osavo più battere le palpebre temendo di perdere un atomo della luce fuggitiva e ad ogni istante mi pareva che essa si estinguesse e che l'oscurità si impadronisse di me. Alla fine un'ultima luce tremolò nella lampada; la seguii, la aspirai con lo sguardo, concentrai su di essa tutta l'attenzione dei miei occhi, come sull'ultima sensazione di luce che fosse loro concessa, e rimasi avvolto nelle immense tenebre. Mi sfuggì un terribile grido. Sulla superficie della Terra, in mezzo alla più profonda notte, la luce non cede mai del tutto i suoi diritti; è diffusa, è sottile, ma per poca che ne rimanga, la retina dell'occhio riesce a percepirla. Qui, al contrario, nulla; la tenebra assoluta faceva di me un cieco nel vero senso della parola. Allora la mia testa si smarrì: tesi le braccia avanti e presi a fuggire a tastoni, a casaccio in quell'inesplicabile labirinto, scendendo sempre, correndo attraverso la crosta terrestre, come un abitante delle regioni sotterranee, chiamando, gridando, urlando, urtando nelle sporgenze delle rocce, cadendo e risollevandomi insanguinato, cercando di bere il sangue che mi inondava il volto e aspettando sempre che qualche muraglia imprevista offrisse alla mia testa un ostacolo perché vi si spezzasse contro! Dove mi condusse quella corsa insensata? Lo ignoro!”.

La valigia dell’emigrante
Gianni Rodari

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio
per non restare solo in viaggio…
Un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.
Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
ma il treno corre: non si vede più.


7. Quelli che perdonano per lo Tuo amore:

educare al perdono

Che cosa c’entra il perdono con la lode della natura e l’educazione ecologica? C’entra moltissimo, a nostro parere. Anzitutto occorre ricordare che Francesco inserì questo verso nella sua composizione poetica dopo essere riuscito a portare pace tra due fazioni comunali in lotta da anni: un gesto concreto di pace, dunque, che racchiude in sé tutta la forza del messaggio francescano. La pace che dobbiamo portare nella natura è nostro compito diffonderla tra gli uomini e le donne, e i costruttori di pace sanno ammansire i lupi così come far cessare le diatribe e le guerre tra gli uomini.
Il perdono è conciliazione: degli uomini tra loro e dell’uomo con la natura. Una conciliazione che è possibile solamente se ciascuna delle parti in causa si assume una responsabilità, in modo però non moralistico né ricattatorio. C’è differenza tra richiesta di perdono e auto-umiliazione: chi chiede perdono deve mantenere la propria umanità e non essere umiliato, ma presentarsi come una persona che ha sbagliato e lo riconosce. Così come c’è differenza tra perdono e affermazione di potere: chi perdona rinuncia al potere sull’altro, soprattutto a quella peculiare forma di potere che è la vendetta. Il perdono riequilibra la situazione, sana gli sbilanciamenti, riporta i soggetti in una situazione di parità e di simmetria.
Ma che cosa significa perdonare? Anzitutto il perdono è un gesto che viene dal profondo dell’essere umano; questo significa che nessuno può imporlo, e soprattutto che nessuno può perdonare al posto di qualcun altro: l’unico depositario della possibilità di perdonare è la vittima [52] . E il perdono è sempre parziale e insufficiente: i “sommersi” ad Auschwitz e ad Hiroshima dimostrano che un perdono totale e completo per i carnefici della Shoah non sarà mai possibile. Se la vittima è morta non ci sarà mai perdono completo; altra cosa per i credenti è il perdono divino che però non è sostitutivo rispetto al perdono della vittima, ma semmai lo completa in una prospettiva trascendente e metafisica. Ma qui, nella città terrena e dolente, insegnare a perdonare significa sapere che una riconciliazione con il carnefice richiede la conversione di quest’ultimo. Nessuna offesa subita può cristallizzarci per sempre nell’identità della vittima, così come nessun essere umano può essere bloccato nell’identità che ha assunto quando ha fatto del male; una persona che uccide non è “un assassino”, non acquisisce una nuova identità, ma ha compiuto un gesto che - se non può essere annullato - non può nemmeno essere usato in senso identitario. C’è allora enorme differenza tra rimproverare un ragazzo dicendogli “Oggi sei stato disattento” oppure “Sei sempre distratto” o addirittura “sei un distratto”. Nel primo caso lo si abitua a cogliere la responsabilità di una determinata azione e delle sue conseguenze (“oggi sei stato distratto e perciò non hai capito la lezione”), nel secondo caso lo si imprigiona all’interno della camicia di forza di una identità nella quale egli potrebbe anche stare comodo: il processo di stigmatizzazione porta molte persone a definirsi criminali perché ritengono che quella sia l’unica identità possibile per loro.
Il perdono non cancella dunque la colpa, ma attraverso l’oblio filtrato dall’assunzione di responsabilità e della richiesta di perdono può aiutare il soggetto a fare i conti con essa in una nuova identità. Non è qui in gioco tanto una questione giuridica, ma semmai la questione psicologica e pedagogica della possibilità di non continuare a rivivere una specie di film continuamente riprodotto in loop nel quale sia la vittima sia il carnefice rimangono bloccati nell’azione che li definisce come tali. E dunque occorre insegnare ai ragazzi e alle ragazze la virtù del perdono insieme alla virtù della responsabilità, e non c’è ambito migliore per questo apprendimento di quello dell’educazione ecologica. Per fare qualche esempio, le esperienze di “caccia al tesoro” nella natura rischiano spesso di trasformarsi in un terribile shock per i boschi e i prati che ne sono il teatro; costruire la propria capanna sugli alberi o scavare una trincea al margine del bosco può essere una esperienza arricchente per il ragazzo, ma spesso non lo è affatto per l’albero o per il bosco. Ogni intervento umano sulla natura, anche quello del gioco, deve tenere conto della complessità dell’ecosistema nel quale si attua: per esempio, inchiodare sul fusto di un albero una casetta per gli uccellini, se può essere utile per gli uccellini (e allora occorre sapere se in quella zona ve ne sono, quando compaiono e di che specie sono), di certo è dannoso per il povero albero.
Ogni nostra azione lascia una sua impronta sul mondo; il peso specifico delle nostre azioni sull’ecologia del pianeta è stato definito “impronta ecologica”, un concetto che misura scientificamente l’impatto ecologico globale dell’uso di automobili, cucine a gas, bombolette spray, ecc. Un concetto che educativamente ci sembra di poter utilizzare per definire i limiti di una azione: quando un comportamento, se generalizzato, provocherebbe una impronta che porterebbe alla distruzione di parti del pianeta, alla morte di esseri umani, allo sterminio di specie animali, questo comportamento non è etico ed è da bandire. E magari occorre anche chiedere perdono per tutti gli interventi simili che, inconsapevolmente ma non incolpevolmente, ogni giorno perpetuiamo.

Esperienze ed esercitazioni

A chi chiedere perdono. Chiedere perdono ai nostri amici, ai genitori, ai fratelli è una cosa nobile. Ma chiedere perdono alla natura è forse più complesso. Proviamo allora a scegliere interlocutori più precisi per la nostra richiesta. Per quale motivo possiamo chiedere perdono al cane, al gatto, al pesce? Per cosa dovrebbero perdonarci il salice, la margherita, la formica? E l’Oceano, il vento, la pioggia: quali ingiustizie hanno subito da noi per far sì che possiamo chiedere loro perdono?
L’imperdonabile, atto 1. Tutto è perdonabile? Forse no. Domandiamoci allora con sincerità: che cosa non potrei mai perdonare? Quali azioni non sono perdonabili da parte di un amico, di un parente, di un genitore, di un insegnante? Ci sono ingiustizie che ho subito e che ritengo imperdonabili? E perché?
L’imperdonabile, atto 2. Ma può darsi che anche gli altri e le altre abbiano la stessa posizione nei miei confronti: per che cosa non potrei mai essere perdonato? Quali azioni non perdonabili potrei compiere nei confronti degli stessi soggetti dell’esercitazione precedente? Può darsi che qualcosa di simile sia già accaduto? È ancora possibile rimediarci o è proprio “l’imperdonabile”?
Il film da sbloccare. Non riuscire a perdonare significa non riuscire a vedere la persona che ci ha offesa in una situazione differente da quella del gesto o della parola che ci ha feriti; è come se la si rivedesse continuamente nella stessa scena, all’infinito. Abbiamo qualche esempio di questa situazione? E come possiamo fare per sbloccare la situazione facendo scorrere il film in avanti, e liberando noi e l’altra persona dalla condanna all’eterna ripetizione di una stessa scena?
La parola più difficile. Una canzone di Elton John dice “Sorry seems to be the hardest word”, “Scusa sembra essere la parola più difficile”. Sempre sulla traccia della esercitazione precedente, proviamo a chiedere perdono a un amico senza utilizzare il linguaggio verbale (sono dunque escluse anche le lettere): come facciamo a scusarci per averlo insultato durante una discussione, per averlo colpito, per averlo umiliato davanti agli amici, per avere rivelato un segreto che ci aveva confidato?
I mercanti d’armi. Una esercitazione sulla responsabilità. Giovanni è a casa da solo, la domenica mattina, e si sta rilassando; suonano alla porta: è un signore molto distinto che raccoglie danaro per finanziare un progetto di riabilitazione dei bambini-soldato in alcuni paesi africani. Si tratta di sottrarre i bambini agli eserciti che li utilizzano, di mandarli a scuola, ecc. Giovanni si fa convincere dai documenti e dalle foto che il signore gli mostra, e gli offre 100 €. Il giorno dopo Giovanni acquista il giornale e scopre che quel signore in realtà è un criminale che raccoglie denaro per finanziare proprio gli eserciti che utilizzano i bambini-soldato. Qual è il grado di responsabilità di Giovanni rispetto alla destinazione criminale dei suoi soldi? Ci sentiamo di ritenerlo moralmente responsabile? Deve chiedere perdono ai bambini-soldato?

Testi

Racconto
Dino Buzzati

Era all'estero, lontano, ricevette tre telegrammi. Aprì il primo telegramma: gli avevano distrutta la casa. Aprì il secondo telegramma: gli avevano uccisa la moglie. Aprì il terzo telegramma: gli avevano trucidato i bambini. Stramazzò. Lentamente si stava rialzando. Senza un soldo, a piedi si incamminò. Il suo passo accelerava. D'ora in ora pedalava più forte. La lancetta del tachimetro oscillava tra i 180 e i 190. Il rombo dell'esercito corazzato ch'egli guidava riempiva le campagne e le valli. In quella limpida giornata di sole la pianura in fiore fu oscurata dall'ombra della immensa flotta di esamotori a reazione carichi di morte da lui pilotata. Vide laggiù il nemico. Fermò la bicicletta, mise giù un piede, si asciugò il sudore della fronte. Un albero faceva ombra, un uccello cantava. Siede sul bordo della via, i piedi stanchi. Guarda dinanzi a sé i prati, i campi, i boschi, le montagne, le misteriose montagne. Vendetta, che inutile cosa.

Il segreto dei pesci rossi
Bruno Ferrero

Un ladro arrivò alla porta del Cielo e cominciò a bussare: «Aprite!». L'apostolo Pietro, che custodisce le chiavi del Paradiso, udì il fracasso e si affacciò alla porta. «Chi è là?». «Io». «E chi sei tu?». «Un ladro. Fammi entrare in Cielo». «Neanche per sogno. Qui non c'è posto per un ladro». «E chi sei tu per impedirmi di entrare?». «Sono l'apostolo Pietro!». «Ti conosco! Tu sei quello che per paura ha rinnegato Gesù prima che il gallo cantasse tre volte. Io so tutto, amico!». Rosso di vergogna, San Pietro si ritirò e corse a cercare San Paolo: «Paolo, va' tu a parlare con quel tale alla porta». San Paolo mise la testa fuori della porta: «Chi è là?». «Sono io, il ladro. Fammi entrare in Paradiso». «Qui non c'è posto per i ladri!». «E chi sei tu che non vuoi farmi entrare?». «Io sono l'apostolo Paolo!». «Ah, Paolo! Tu sei quello che andava da Gerusalemme a Damasco per ammazzare i cristiani. E adesso sei in Paradiso!». San Paolo arrossì, si ritirò confuso e raccontò tutto a San Pietro. «Dobbiamo mandare alla porta l'Evangelista Giovanni» disse Pietro. «Lui non ha mai rinnegato Gesù. Può parlare con il ladro». Giovanni si affacciò alla porta. «Chi è là?». «Sono io, il ladro. Lasciami entrare in Cielo». «Puoi bussare fin che vuoi, ladro. Per i peccatori come te qui non c'è posto!». «E chi sei tu, che non mi lasci entrare?». «Io sono l'Evangelista Giovanni». «Ah, tu sei un Evangelista. Perché mai ingannate gli uomini? Voi avete scritto nel Vangelo: "Bussate e vi sarà aperto. Chiedete e otterrete". Sono due ore che busso e chiedo, ma nessuno mi fa entrare. Se tu non mi trovi subito un posto in Paradiso, torno immediatamente sulla Terra e racconto a tutti che hai scritto bugie nel Vangelo!». Giovanni si spaventò e fece entrare il ladro in Paradiso.

8. Et sostengono infermitate et tribolazione:
educare alla debolezza

Perchè c’è il male al mondo piuttosto che il bene? La pedagogia del XXI secolo incontra ancora sulla sua strada la pietra dello scandalo che da sempre ha fatto inciampare teologie e sistemi di pensiero, ateismi e religioni, fedi e scetticismi: il soggetto malato, precario, mortale, ferito, leso. “Perchè il male?” è la vera domanda ontologica, teologica ed esistenziale; meglio ancora: “Perché le vittime del male, dei mali”? Una domanda al cospetto delle quali si devono commisurare tutte le altre, e che non si lascia tacitare dalla cosiddetta fine delle Grandi Narrazioni o dalle mode estetizzanti con le quali la filosofia e soprattutto la pedagogia ignorano i mali del Terzo Millennio. Sono le vittime i veri depositari di quella domanda, una domanda che non dovrebbe lasciar dormire ogni persona che, al riparo dalla fatica, dal freddo e della fame, si assuma fino in fondo il privilegio e il diritto di teorizzare.
Non sono allora possibili di fronte al male né una educazione prometeica che voglia del tutto eliminare il male dalla prospettiva umana (almeno qui e ora, anche se il “libera nos a malo” resta come prospettiva utopica a illuminare le strade del futuro), né una pedagogia rassegnata o addirittura una assurda riproposizione del male come punizione che aggiunga al dolore anche il senso di colpa.
L’uomo e la donna soffrono, così come soffrono gli animali e le piante. Forse uno dei ruoli che gli esseri umani possono attribuirsi nel Cosmo è quello di provare a porre la domanda di senso a proposito del male, di non lasciare il male inspiegato o ingiustificato. La natura ci propone ancora e sempre la domanda che sbalordì Agostino: unde malum? Una domanda che grida dai sobborghi delle metropoli del Nord come del Sud, dove giace ammassata un’umanità da sterminare, dai villaggi irakeni o siriani bombardati, dalle donne afghane umiliate e offese; una domanda che trasuda dai cimiteri improvvisati nelle campagne devastate dai bombardamenti, dalle corsie degli ospedali di guerra e di pace, dalle istituzioni del dolore e anche da quelle della crescita, dell’amore e della speranza: perché il male in casa, all’asilo nido, nelle piazze delle Università?
Una possibile risposta, ovviamente del tutto insufficiente, consiste nel provare ad abitare il male, cercando di resistere ad esso e soprattutto in esso come esseri umani. La malattia aggredisce il corpo, e dopo un certo grado diventa insopportabile con il dolore che arreca; ma una malattia che ci permetta di avere lo spazio per ragionare ci porta alla riscoperta del nostro corpo, dei suoi ritmi, dei suoi silenzi. E soprattutto per chi sta di fianco al malato, in questo caso anche al malato che una medicina disumana ha definito “terminale”, ma anche al gatto investito dall’automobile o dal gabbiano avvelenato dal catrame, la malattia rende possibile la riscoperta della debolezza come risorsa: di fronte al male del mondo, della natura e degli uomini e delle donne tornano a galla linguaggi deboli, gesti deboli, gesti di cura, silenzi, spiazzamenti.
Soprattutto il silenzio è qualcosa a cui dovremmo imparare a educare: l’esempio più forte ci viene dall’accompagnamento alla morte: ciò che potremmo ascoltare dal labbro di un morente che accompagniamo alla morte potrebbe anche essere un silenzio, e non certo la frase celebre o le “ultime parole” alle quali molte narrazioni ci hanno abituati. Ascoltare il silenzio è spiazzante, e proprio per questo è un atto essenziale per l’accompagnamento del morente, perché - spiazzati di fronte al suo silenzio come lui lo è di fronte alla morte - scegliamo l’accompagnamento nello smarrimento, condividiamo un silenzio e tratteniamo la parola. Condividere lo spiazzamento significa tenere una mano, detergere una fronte e non chiedere parole, non chiedere lamenti, tacere. In altri casi però il silenzio può essere preludio alla parola o al gesto; in questo senso il silenzio è gravido di senso, come la tigre che si raccoglie su se stessa prima del balzo. Ciò accade quando il silenzio è accompagnato dall’ascolto: di se stessi, della natura, dell’altro e delle sue sofferenze, dell’infinito. Ascoltare e stare accanto: una pedagogia in pochi, ma difficilissimi gesti (o non-gesti), una educazione alla quale ci sfida la natura con tutto il suo portato di gioia ma anche di dolore. Di quel dolore a proposito del quale il più alto e nobile gesto umano consiste forse nel non smettere di chiederci “perché”.

Esperienze ed esercitazioni

Linguaggi deboli. Come consolare un amico che è stato bocciato, una amica che è stata lasciata dal fidanzato, un coetaneo che ha ricevuto una punizione dura e ingiusta dai genitori? E soprattutto, come farlo non attraverso le parole ma utilizzando altri linguaggi; la musica, il disegno, il linguaggio del corpo, la danza, ecc.?
Un giorno di debolezza. A tutti noi sarà capitato di stare a casa da scuola per una leggera indisposizione, che fosse una indigestione, il morbillo, un mal di testa. Si tratta di situazioni nelle quali non proviamo dolore acuto, e possiamo dunque occupare il tempo della convalescenza occupandosi delle cose alle quali di solito non riusciamo a pensare, oppure semplicemente riposandoci. Che cosa scopriamo di noi e del nostro corpo, in queste occasioni? Come ricordiamo queste giornate un po’ particolari? Che cosa ci hanno insegnato su di noi e sulla nostra personalità?
Acqua di pupilla. Scioccamente qualcuno insiste nel dire che piangere in pubblico, soprattutto per i maschi, non è consigliabile. Invece questo segno di debolezza è anche un segno di fiducia e di umanità. Qual è stata l’ultima volta che abbiamo pianto privatamente, e per quale motivo? E l’ultima volta nella quale abbiamo pianto in pubblico? Ci è servito? E per quali motivi?

Testi

Prometeo
Frank Kafka

Di Prometeo si narrano quattro leggende: secondo la prima, poiché aveva tradito gli dèi per gli uomini, fu incatenato al Caucaso, e gli dèi mandavano delle aquile a divorargli il fegato, che continuamente ricresceva. Secondo la seconda, Prometeo per il dolore dei colpi di becco si addossò sempre più alla roccia fino a diventare una sola cosa con essa. Secondo la terza, nei millenni il suo tradimento fu dimenticato, dimenticarono gli dèi, le aquile, lui stesso. Secondo la quarta, ci si stancò di lui che non aveva più ragione di essere. Gli dèi si stancarono, si stancarono le aquile, la ferita, stanca, si chiuse. Restò l’inspiegabile montagna rocciosa.
La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. E dal momento che proviene da un fondo di verità, deve finire nuovamente nell’inspiegabile

Gridasti: soffoco (in morte del figlio Antonietto)
Giuseppe Ungaretti

Non potevi dormire, non dormivi...
Gridasti: Soffoco...
Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
Gli occhi, che erano ancora luminosi
Solo un attimo fa,
Gli occhi si dilatarono... Si persero...
Sempre era stato timido,
Ribelle, torbido; ma puro, libero,
Felice rinascevo nel tuo sguardo...
Poi la bocca, la bocca
Che una volta pareva, lungo i giorni,
Lampo di grazia e gioia,
La bocca si contorse in lotta muta...
Un bimbo è morto...

Nove anni, chiuso cerchio,
Nove anni cui né giorni, né minuti
Mai più s'aggregeranno:
In essi s'alimenta
L'unico fuoco della mia speranza.
Posso cercarti, posso ritrovarti,
Posso andare, continuamente vado
A rivederti crescere
Da un punto all'altro
Dei tuoi nove anni.
Io di continuo posso,
Distintamente posso
Sentirti le mani nelle mie mani:
Le mani tue di pargolo
Che afferrano le mie senza conoscerle;
Le tue mani che si fanno sensibili,
Sempre più consapevoli
Abbandonandosi nelle mie mani;
Le tue mani che si fanno sensibili,
Sempre più consapevoli
Abbandonandosi nelle mie mani;
Le tue mani che diventano secche
E, sole - pallidissime -
Sole nell'ombra sostano...
La settimana scorsa eri fiorente...

I fratelli Karamazov
Fedor Dostoevskji

Ma però ecco i bambini: che ne farò? È questo il problema che io non posso risolvere. Per la centesima volta ripeto: le questioni sono molte, ma ho preso soltanto i bambini, perché qui è ineluttabilmente chiaro ciò che ho bisogno di dire. Ascolta: se tutti devono soffrire per acquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano qui i bambini? Dimmelo, ti prego! Non si capisce assolutamente a che scopo debbano anch’essi patire e perché debbano acquistarsi con le sofferenze quell’armonia. Perché hanno servito anch’essi da materiale e da concime per preparare a vantaggio altrui l’armonia futura? La solidarietà fra gli uomini nel peccato io la comprendo, comprendo la solidarietà anche nella espiazione: ma la solidarietà nel peccato non riguarda i bambini e, se la verità sta realmente nel fatto che anche loro sono solidali coi padri in tutti i delitti da questi commessi, una tale verità non è certo di questo mondo e mi riesce incomprensibile. Qualche bello spirito dirà magari che tanto il bambino crescerà e avrà il tempo di peccare, ma non è mica cresciuto quel fanciullo di otto anni contro il quale furono sguinzagliati il cani! Oh! Aljòsa, io non bestemmio! Comprendo bene come dovrà scuotersi l’universo quando tutti in cielo e sotterra si fonderanno in un inno solo e tutto ciò che vive o ha vissuto griderà: “Tu hai ragione, Signore, giacché le Tue vie ci sono rivelate!”. Quando la madre abbraccerà il carnefice che fece straziare il figlio suo dai cani, e tutt’e tre proclameranno fra le lacrime: “Tu hai ragione, Signore!”, allora certo sarà l’apoteosi della conoscenza e tutto si spiegherà. Ma ecco, proprio qui è il busillis, è proprio questo che io non posso accettare. E mentre sono sulla terra mi affretto a prendere le mie disposizioni. Vedi, Aljòsa, se vivrò anch’io fino a quel momento o se risusciterò per vederlo, potrà realmente accadere che anch’io esclami con gli altri, vedendo la madre abbracciare il carnefice del suo bimbo: “Hai ragione, Signore!”, ma io questo non lo voglio esclamare. Finché c’è ancor tempo, corro ai ripari e perciò rifiuto assolutamente la suprema armonia. Essa non vale una lacrima anche sola di quella bambina martoriata che si batteva il petto col piccolo pugno e pregava il “buon Dio” nel suo fetido stambugio, versando le sue lacrime invendicate. Non la vale, perché quelle lacrime son rimaste da riscattare. E dovranno essere riscattate, altrimenti non ci potrà essere neppure l’armonia. Ma come, come le riscatterai? È forse possibile? Col vendicarle più tardi? Ma a che mi serve vendicarle, a che mi serve l’inferno per i carnefici, a che può rimediare l’inferno, quando i bambini sono già stati martirizzati? E che armonia è questa, se c’è l’inferno? Io voglio perdonare, voglio abbracciare, e non che si continui a soffrire. E se le sofferenze dei bambini hanno servito a completare quella somma di sofferenze che era necessaria per l’acquisto della verità, io affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, insomma, che la madre abbracci il carnefice che fece straziare il figlio suo dai cani! Si guardi bene dal perdonargli! Perdoni, se vuole, per proprio conto, perdoni al carnefice la sua smisurata sofferenza materna, ma non ha il diritto di perdonare la sofferenza del suo bimbo straziato; si guardi dal perdonare al carnefice, anche se gli perdonasse il fanciullo stesso! Ma se è cosí, se non si ha il diritto di perdonare, dov’è l’armonia? C’è nel mondo intero un essere che possa perdonare e che ne abbia il diritto? Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate. Rimarrei piuttosto col mio dolore invendicato e col mio sdegno insaziato, anche se avessi torto! Troppo poi si è esagerato il valore di quell’armonia, l’ingresso costa troppo caro per la nostra tasca. E, perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso. E, se sono un galantuomo, ho l’obbligo di restituirlo al più presto possibile. E così faccio. Non è che non accetti Dio, Aljòsa, ma Gli restituisco nel modo più rispettoso il mio biglietto.

9. Sora nostra Morte corporale:
educare alla fine

La natura ci offre un continuo spettacolo di morte, e forse l’educazione alla morte - della quale a nostro parere i nostri figli hanno così tanto bisogno - può essere il primo e più importante risultato di una educazione ecologica. Come si prepara e come si gestisce l’emozione e la tristezza di un bambino di fronte alla morte di un animale?
Il primo passo consiste nell’accettare e nel far accettare la morte; un passo che ovviamente non può essere compiuto al momento della morte ma deve essere anticipato. Il rapporto tra uomo e cane/gatto è segnato inevitabilmente dalla morte, per la discrasia notevolissima nelle aspettative di vita delle due specie. Prendere in casa un randagio significa strapparlo a una morte assurda ma anche direzionarlo verso un’altra morte, che presumibilmente ci vedrà testimoni. Il bambino deve capire che il rapporto con l’animale è fragile, molto più fragile del rapporto con l’altro essere umano, anch’esso ovviamente esposto al rischio della morte, ma in modo più equilibrato. Le possibilità che io veda la morte di questo cucciolo di gatto che oggi entra a casa mia sono elevatissime: dunque occorre che io sia preparato alla sua assenza, il che significa che il nostro rapporto non deve essere di dipendenza assoluta, ma deve prevedere spazi di distacco e di lontananza.
In questo senso la dimensione dell’accettare la morte dell’animale sfuma in quella del preparare l’evento: mentire ai bambini sulla possibilità di salvezza di un cane che ha avuto un incidente o semplicemente sta arrivando alla fine dei suoi giorni può anche essere segno d’amore, ma certamente non li aiuta a prepararsi al giorno in cui inevitabilmente l’amico a quattro zampe non sarà più con noi. In qualche caso ai bambini è interdetta addirittura la possibilità di esperire la morte dell’animale: si racconta loro che il gatto è scappato e non lo si trova più quando invece lo si è da poco sepolto in fretta e furia. Proprio la morte dell’animale preparata ed esperita invece insegna al bambino che la morte fa parte della vita e le conferisce un senso, che la memoria e la nostalgia sono i modi umani per non tradire chi se ne è andato per sempre, e che semmai è il silenzio sulla morte a costituire il vero tradimento. Come può cogliere la differenza qualitativa tra il morire in un’area di servizio dell’autostrada e lo spegnersi tra le braccia amorevoli del padrone un bambino al quale non viene nemmeno detto che il suo cane è morto? Come potrà sviluppare la pietas verso tutti gli esseri viventi se non ne avrà sperimentato - tragicamente ma con la vicinanza affettuosa e consolatoria dell’adulto - la fragilità e la precarietà?
È invece l’esperienza dell’accompagnare l’animale verso la morte ad essere fortemente educativa: non solo nel senso di prendere insieme all’adulto la tragica decisione di sopprimere eventualmente un cane quando il veterinario lo consiglia, ma anche nella dimensione più ampia di trovare uno spazio e un tempo per salutare l’amico che ne n’è andato, per parlargli, per augurargli buon viaggio. Il cane morto è un essere vivente che ci ha lasciato, non un cadavere o uno scarto da eliminare nel modo più efficace possibile: dunque merita un saluto, una carezza, un ultimo sguardo, per i credenti un’ultima preghiera. L’eccesso delle pietre tombali ricchissime e costosissime è pari allo squallore della pura e semplice eliminazione di un cadavere: di fronte a cani che vegliano i loro padroni morti per tutta la notte, che vanno a piangere sulle loro tombe, che non prendono più cibo attendendo il loro ritorno, chi rifiuta al proprio bambino il diritto di dare un’ultima carezza al cagnolino morto dovrebbe semplicemente provare vergogna.
Una volta accettata la morte del nostro amico non umano, occorre saperla celebrare: ogni celebrazione della morte è anche e soprattutto una sua umanizzazione, un tentativo cioè di farla entrare nel recinto umano della cultura; la pietà per l’animale morto si trasforma in struttura per comunicare agli altri il proprio dolore e il proprio lutto. Si tratta di una forzatura umana? Forse: ma sempre il rapporto con la morte, animale o meno, ci pone sul versante della cultura. La morte non celebrata rimane fatto biologico, fisico, disumano nel senso più pieno e meno moralistico del termine; quando osserviamo il leone che sbrana la gazzella solamente la freddezza di certa scienza vivisezionistica ed estremisticamente darwiniana può illuderci di consolarci dicendo che di tratta di una legge di natura; la pietà che proviamo per la preda, al di qua di qualunque considerazione scientifica, è forse il segno dell’umano e deve essere insegnata ai bambini, perché siamo convinti che non si tratti di una emozione innata ma del portato di quanto di meglio è ospitato nel nostro concetto di civiltà. La celebrazione della morte del cane o del gatto si nutre del ricordo dell’amico morto: anche qui non vi sono regole fisse: c’è chi ha bisogno di circondarsi di fotografie dell’animale, chi invece deve bruciarne il collare e la coperta; la cosa essenziale è che ognuno a suo modo - e i bambini guidati dagli adulti - imparino a fare memoria della morte del cane o del gatto, a trasformare questo evento in fin dei conti assurdo in qualcosa di padroneggiabile a livello razionale ed emotivo. Il tutto poi porterà alla difficile decisione di adottare un altro cane: molto spesso abbiamo sentito persone che hanno perso un cane dire “Mai più un altro animale”: reazione del tutto normale soprattutto nei primi tempi, anche se poi fortunatamente si scopre che un altra relazione d’amore con un animale è possibile, purché non si tratti unicamente di tappare un buco affettivo o di pretendere che il nuovo amico sia uguale allo scomparso. Forse dopo aver riallacciato una relazione significativa con il nuovo animale magari adottato dal canile, si potrà comprendere come la morte del precedente sia stata per lui una possibilità di nuova vita.
Infine la morte dell’animale è da narrare: in sé, scientificamente, essa è una questione di errori genetici e di cuori che non pompano, di cellule che non si scindono e di molecole ferme in una eterna fissità. Ma la morte è metamorfosi, cambiamento, dinamismo; e soprattutto è un evento che rientra nell’orizzonte culturale, non è solamente spreco ma produzione di senso. Se da bambini qualcuno ha risposto alla tragica domanda “Dov’è adesso il gatto?” e l’ha fatto mettendo in campo una fantasia affettuosa e turbata, forse da grandi sappiamo affrontare la morte nostra e altrui con uno spirito diverso. Anche perché sapremo cogliere il mondo come una solidale catena di esseri viventi, tutti esposti nella loro nudità al pungiglione della morte, tutti però abbracciati nel progetto forse impossibile di conferire un senso a tutta questa strana avventura.

Esperienze ed esercitazioni

L’animale nel quale mi reincarnerò. Proviamo a disegnare l’animale nel quale vorremmo reincarnarci: gli animali non devono essere disegnati accuratamente dal punto di vista anatomico: è importante come ci si sente, e dunque possono essere disegnati gatti blu o giraffe a pallini. Se l’attività è condotta in gruppo, è poi possibile realizzare il “paradiso” mettendo insieme a gruppi gli animali che condividono lo stesso habitat. È poi interessante se si possono analizzare e confrontare i disegni non solo osservando gli animali scelti, ma anche i particolari (zanne, unghie, artigli, becchi), i colori, i segni grafici ecc.
Non c’è domani. Cosa faremmo se questo fosse l’ultimo giorno della nostra vita? Come impiegheremmo queste ultime 24 ore. Consigliamo di far svolgere questa esercitazione fornendo ai partecipanti una scheda che raggruppi le ore della giornata a gruppi di 3/4, oppure che presenti blocchi del tipo: “alba”, “mattina”, “mezzogiorno”, ecc.
De profundis. Questa attività sembra problematica e difficile e forse lo è, per cui la proponiamo solamente per gruppi di preadolescenti o adolescenti che siano particolarmente affiatati e soprattutto seguiti da educatori/trici di esperienza. Ogni membro del gruppo è invitato a disegnare su un foglio la sua tomba o comunque il suo monumento funebre; è possibile disegnare qualsiasi cosa: tombe vere e proprie, semplici croci, astronavi, urne, contenitori in vetro, ecc. Le tombe o monumenti tombali realizzati vengono raccolti nel cimitero; lo spazio del cimitero è la/le stanza/e nella/e quale/i si svolge l’attività: i partecipanti possono collocare la loro tomba dove vogliono (sulle pareti, per terra, sulla finestra, sulla porta... nei casi limite anche fuori dalla porta; possono inoltre spostare le tombe casomai si realizzassero vicinanze sgradevoli... In seguito i... morituri accompagnano il conduttore in una visita guidata per il cimitero, presentando i propri progetti di tomba e motivandone la struttura e la collocazione nel cimitero (anche qui qualcuno/a potrebbe non volere collocarsi... e ciò ovviamente costituisce un ulteriore stimolo positivo per la discussione!). Una variante può consistere nel realizzare il proprio necrologio per un quotidiano locale; oppure nel fare testamento, scegliendo liberamente le modalità espressive e il “supporto” (incisione su cassetta, disegno, poesia, testamento vero e proprio, ecc.) e soprattutto che cosa “lasciare” (oggetti, soldi, ricordi immateriali, virtù, immagini, ecc.).

Testi

Epitaffio egizio sulla tomba di una bambina

La mia vita mi fu spezzata quand’ero ancora una bimba innocente
Vi dico ciò che mi è successo: io dormo nella valle dell’Occidente pur essendo ancora una bimba
E non riesco a dissetarmi pur avendo l’acqua a portata di mano
Fui strappata via dall’infanzia prima del tempo
Mi sono lasciata la casa alle spalle come piccola cosa senza che me ne fossi saziata
L’oscurità, l’orrore di un bimbo, è venuta sopra di me
quando ancora il seno materno stava nella mia bocca
perché io ero una bimba innocente

Canto funebre maya

Non esistono i miei parenti
Tanto solo
Così solo soffro
Qui sulla terra
Giorno e notte
Pianto soltanto e pianto
consumano i miei occhi
e ciò consuma il mio animo
sotto un dolore così forte
Ahi mio signore! Abbi
Compassione di me,
metti fine a questa dolorosa sofferenza
Concedimi il traguardo della morte

Donna del Paradiso
Iacopone da Todi

Figlio, l'alma t'è uscita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossicato !
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio
figlio a chi m'appiglio ?
figlio, pur m'hai lassato.
Figlio bianco e biondo,
figlio, volto iocondo,
figlio, perché t'ha el mondo,
figlio, così sprezato ?
Figlio, dolce e piacente,
figlio de la dolente,
figlio, hatte la gente
malamente treattato !
O Joanne, figlio novello,
morto è lo tuo fratello,
sentito aggio 'l coltello
che fo profetizzato.
Che morto ha figlio e mate
de dura morte afferrate,
trovarse abracciate
mate e figlio a un cruciato.

Secondo canto per i bambini morti
Friedrick Ruckert

Ora vedo bene perché fiamme così cupebalenavate a me in certi momenti.O occhi! Come in un solo sguardoa concentrare tutta la vostra forza.Ma non capivo, sommerso dalle nebbie,avvolto da un accecante destino,che il raggio si preparava al ritorno,là dove trae origine ogni luce.Volevate dirmi col vostro splendore: vorremmo restarti vicino,ma il destino ce lo nega,guardaci ora, ché presto saremo lontani da te!Ciò che adesso sono per te soltanto occhi,nelle notti future sono soltanto stelle!”


10. Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate:

educare alla lode

Ringraziare, rendere grazie: un gesto difficile, spesso retorico, spesso ignorato. Ringraziare significa anzitutto mettere in campo un atteggiamento anti-arrogante e anti-prometeico: significa dimostrare che non tutto quanto accade al mondo è causato dall’uomo, e soprattutto che nessun essere umano può vivere in uno stato di completo isolamento. Rendere grazie significa sottolineare la propria dipendenza, la follia di una posizione che vorrebbe ogni individuo come monade chiusa e non comunicante con gli altri soggetti. Anche la preghiera è una forma di lode, un rendere grazie, e forse le preghiere più belle, quelle più poetiche, sono proprio le lodi disinteressate, quelle nelle quali non si chiede nulla alla divinità ma semplicemente la si ringrazia per il dono della bellezza della natura, come in questo inno vedico: “Lode al respiro della vita/Egli governa questo mondo/Padrone di tutte le cose/E fondamento di tutte le cose”; o in quest’altro, nel quale ci si preoccupa di non ferire la terra che tanti doni ci offre: “qualunque cosa io scavi fuori da te o Terra/possa tu venir subito rifornito/o purificatrice, possano i miei colpi non raggiungere mai/i tuoi punti vitali, il tuo cuore”.
Ringraziare la natura o ringraziare Qualcuno per il dono della natura (le due posizioni non sono così lontane come pensiamo) significa porsi la questione dell’origine degli oggetti dei quali l’uomo e la donna fanno esperienza concreta e diretta, ma che preesistono loro e che essi trovano già fatti sul loro cammino; si tratta di tutti gli oggetti naturali le cui origini risalgono a un’era precedente la comparsa della razza umana sulla Terra: dalle stelle alle catene montuose, allo stesso pianeta che ci ospita. Se le cose (alcune cose) non sono state fatte dall’uomo o dalla donna, nel momento in cui egli/ella si rende conto della loro fatticità, del loro esserci-già, scatta la domanda circa l’origine: e quando queste cose sono belle e portano gioia, scatta anche la possibilità di un rendere grazie. La natura nella quale viviamo è allora anche natura addomesticata (o violentata, annichilita, portata all’estinzione) dall’uomo e dalla donna, nel senso che egli/ella fa entrare in una dimensione domestica (e per l’uomo e la donna la storicità è la vera “domus” ritagliata nell’ordine naturale) gli oggetti che trova già-fatti sulla sua strada; e questo portare a casa propria le montagne e i fiumi porta anche al lodarli o a lodare chi li ha creati. Le colline, i mari e la luna preesistono all’uomo e alla donna: ma non le colline amorevolmente coltivate piuttosto che deturpate dagli abusi edilizi, i mari solcati dalle navi ovvero avvelenati dalle petroliere. In questo caso il rendimento di grazie è stato sostituito dal mero utilizzo o dal possesso egoistico. Ma basta riflettere sul fatto che gli oggetti che hanno visto nascere l’essere umano gli sopravvivranno, recando nelle pieghe della loro trasformata materialità ogni anche minima traccia che l’uomo e la donna avranno scelto di lasciarvi, per capire che occorre “vivere in questo mondo come se fosse la casa di nostro padre” come afferma il poeta turco Nazim Hikhmet.
Una educazione ecologica ed ecologista deve sforzarsi di trasmettere alle giovani generazioni il carattere di irreversibilità delle azioni compiute nei confronti del mondo già-dato, sottolineando il fatto che se le stelle e gli oceani hanno atteso una eternità per poter vedere l’origine dell’uomo e della donna, ogni traccia del passaggio dell’uomo e della donna saranno da essi conservate per l’eternità. Il nostro passaggio sulla Terra e nell’Universo è transitorio, ma i segni che vi lasciamo ci sopravvivranno. Pronunciare parole di lode e di gratitudine nei confronti del cosmo, dunque, è importante, ma è altrettanto importante che questa loda si trasformi in comportamenti, in gesti responsabili, in atteggiamento di cura nei confronti della natura. Dire “grazie” a un amico significa prendersi cura di una relazione: lo si può fare anche offrendogli una pizza o aiutandolo in un compito difficile. La stessa cosa vale per la natura: rendere grazie significa occuparsi della natura, apportarle il dono umano della nostra cura, modificarla con un gesto lieve e delicato rinunciando a qualsiasi gesto arrogante e violento. In questo modo la parola di lode diventa cambiamento concreto; e il grazie pronunciato dalle labbra diventa commento musicale a uno stile di vita veramente in armonia con il cosmo e con la natura.

Esperienze ed esercitazioni

Tanti auguri a te… La festa, intesa come gioia condivisa, è un modo di rendere grazie. L’attività che proponiamo riguarda la festa di compleanno. Ogni partecipante compila in questa fase una scheda anonima sulla quale sono riportate le seguenti domande: Indica la tua data di nascita, scrivi un breve racconto che narri la tua nascita, attingendo dai racconti che ti hanno fatto i tuoi genitori e integrandoli con la tua fantasia, ricorda un compleanno che hai festeggiato in modo particolare, diverso, più significativo, descrivi come dovrebbe essere il tuo compleanno ideale... Le schede vengono piegate e raccolte; successivamente si formano sottogruppi di 4/5 persone; ogni sottogruppo pesca a caso una scheda e la legge; il compito di ogni sottogruppo è quello di preparare una festa di compleanno per la persona sorteggiata (che rimane anonima); il sottogruppo, a seconda delle indicazioni della scheda, deve indicare dove ambientare la festa di compleanno, chi invitarvi, quali giochi e attività proporre, quale menu proporre, quali regali fare al/alla festeggiato/a. Alla fine dell’attività ogni sottogruppo presenta la sua festa e solo allora il/la festeggiato/a manifesta il suo gradimento (o meno) per quanto preparato.
Oremus… La preghiera è rendimento di grazie e di lode. Ma la preghiera non è solo parole. Èpossibile pregare con la musica, con la danza, con la pittura. Proviamo a immaginare una preghiera sotto forma di canzone, di fumetto, di graffito…

Testi

Preghiera al dio sconosciuto

L’ira del mio dio verso di me si posi
Il dio, che non conosco, si calmi verso di me
La dea, che non conosco, si calmi verso di me
Il dio, che conosco o che non conosco, si calmi verso di me
La dea, che conosco o che non conosco, si calmi verso di me
Ciò che per il mio dio è abominevole io l’ho mangiato inavvertitamente
Ciò che per la mia dea è abominevole io l’ho mangiato inavvertitamente

Se questo è un uomo
Primo Levi

A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato "scelto". Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent'anni, e dopodomani andrà al gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell'uomo di fare, potrà risanare mai più? Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.

Smisurata preghiera
Fabrizio de Andrè

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al di sopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta

come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere


NOTE

[23] “E ad un’uscita di galleria/col cuore in gola/ti trovi in faccia il sole”, recita l’inizio della canzone Viaggio di Claudio Lolli.
[24] Virginia Woolf, Al faro, Milano, Feltrinelli, 1992, pagg. 33-34.
[25] Qo, 1,4.
[26] Giacomo Leopardi, Il tramonto della luna.
[27] Ricordiamo i versi della famosissima canzone dei Pink Floyd Brain Damage, “The lunatic is on the grass”, il folle è sull’erba.
[28] Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, XXXIV, 75, Milano, Feltrinelli, 1995, vol. II, pag. 870.
[29] Il brano dei Pink Floyd citato precedentemente è tratto dall’album The Dark Side of the Moon.
[30] Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Prefazione a Il passo dell’ignoto, Milano, Mondadori, 1972, pag. IX.
[31] Ibidem.
[32] Cfr. Ivano Fossati, Lindbergh: “È che so staccarmi da terra e alzarmi in volo/come voi altri stare su un piede solo”.
[33] Cfr. Pierre-Antoine Bernheim e Guy Stavrides, Paradiso Paradisi, Torino, Einaudi, 1994 e Colleen McDannell e Bernhard Lang, Storia del Paradiso, Milano, Garzanti, 1991.
[34] Antico detto sioux.
[35] Wassily Kandinsky, Punto e linea su piano in Tutti gli scritti, Milano, Feltrinelli, 1973, vol. I pag. 11.
[36] Lev Tolstoj, Anna Karenina, Garzanti, Milano, 1981, vol. II, pag. 771.
[37] Hans Magnus Enzensberger, La fine del Titanic, Torino, Einaudi, 1990, pag. 79.
[38] Cfr. Raffaello Brignetti, Morte per acqua, Sansoni, 1966.
[39] Cfr. Arnold van Gennep, I riti di passaggio, Torino, Boringhieri, 1988.
[40] Cfr. Louis Vincent Thomas, op. cit.; Michel Vovelle, La Morte e l’Occidente, Roma-Bari, Laterza, 1986.
[41] Cfr. Carola Lipp, La fontana, in Heinz-Gerhard Haupt (a cura di), Luoghi quotidiani nella storia d’Europa, Bari-Roma, Laterza, 1993, pagg. 223-240.
[42] I marinai morti in mare erano in passato “restituiti” alle acque; cfr. il bel romanzo di Raffaello Brignetti La riva di Charleston, Torino, Einaudi, 1977 o anche, dello stesso autore, il racconto Meta casuale in Il gabbiano azzurro, idem, 1974; d’altro canto anche nel finale del film Lezioni di piano la protagonista sceglie l’alterità dell’elemento acquatico per il suo tentato (e riuscito?) suicidio.
[43] Federico Garcia Lorca, Favola e girotondo dei tre amici.
[44] È l’epitaffio scritto sulla tomba del poeta romantico inglese John Keats: “Here lies one whose name was written in water”.
[45] Cfr. Arnold Van Gennep, op. cit.
[46] Max Horkheimer e Theodor Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Torino, Einaudi, 1982 pag. 274.
[47] Rimandiamo qui al bel libro di Ray Bradbury Fahrenheit 451. Gli anni della Fenice, Milano, Mondadori.
[48] Walter Benjamin, Strada a senso unico, Torino, Einaudi 1980, pag. 20.
[49] Ernesto de Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Milano, Feltrinelli, 2000. pag. 215.
[50] Walter Benjamin, Strada..., cit. pag. 21.
[51] Giordano Bruno, De l’infinito universo e mondi, in Opere italiane, Torino, Utet, 2006, Vol. I.
[52] Vladimir Jankelevitch, Perdonare?, Firenze, Giuntina, 1980.