Annate NPG

Educare secondo l’umanità di Gesù

Inserito in NPG annata 2015.


Una rilettura attualizzata di Juvenum Patris alla luce di EG e del V Convegno nazionale della Chiesa italiana

(NPG 2015-06-41)


Uno dei documenti più preziosi del patrimonio magisteriale ecclesiale della Congregazione Salesiana è stato “donato” da San Giovanni Paolo II in occasione del Centenario della morte di don Bosco, nel 1988: la lettera apostolica Juvenum Patris, che rilegge la vita e l’attività del Santo dei giovani attraverso categorie che fanno ormai parte del patrimonio spirituale e di pensiero salesiano, ed è forse uno dei punti più alti di “comprensione del mistero” di don Bosco: la santità che si esprime nella scelta prioritaria di Dio nel suo amore per i più poveri, soprattutto i giovani (e tra essi i più poveri), la vicinanza empatica ai giovani stessi, il suo sistema educativo.

Volevamo ritornare su questo documento per ricomprenderlo alla luce delle sfide di oggi, che toccano la Chiesa (italiana e non solo), la società e la cultura, i giovani stessi. Una di queste sfide si può esprimere attraverso la cifra della “questione antropologica”: tale nominazione mette in primo piano il problema di una comprensione tendenzialmente riduttiva dell’uomo che oggi viene messa in gioco nella nostra cultura e che corre il rischio di essere, se non direttamente antievangelica, perlomeno estranea e mutilante rispetto all’integralità della visione di uomo e di umanità che l’Evangelo di Gesù propone nel suo insieme (e che si può esprimere nella “vita in pienezza” di Gv 10,10). Abbiamo pensato a questo perché il prossimo V Convegno nazionale ecclesiale di novembre 2015 a Firenze (In Gesù Cristo il nuovo umanesimo), significativamente al centro del decennio dedicato all’educazione, mette a fuoco tale questione, e – per ritrovare e riproporre il «gusto per l’umano» – suggerisce un percorso articolato attraverso cinque verbi ricavati da Evangelii Gaudium (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare).
Ci siamo chiesti se un possibile contributo alla questione e dunque alla integrale e piena educazione dei giovani in una visione antropologica pienamente evangelica non potesse venire dalla Juvenun Patris, opportunamente riletta.
Abbiamo dunque chiesto a degli amici di proporre una loro lettura del documento e della stessa figura di don Bosco e del suo metodo educativo, da vari punti di vista che nell’insieme intreccino una possibile nuova visione antropologica ed educativa, proponibile nel nostro attuale contesto. Potremmo dire quasi una declinazione viva e accattivante dell’«onesto cittadino, buon cristiano e un giorno fortunato abitatore del Cielo», che ha caratterizzato il pensare e l’agire di don Bosco.
I “fuochi” di tale prospettiva di lettura sono i seguenti:
- prospettiva biblica (C. Bissoli)
- prospettiva culturale (M. Pollo)
- prospettiva comunicativa (P. Bignardi)
- prospettiva pedagogica (G. Chiosso)
- prospettiva pastorale (R. Siboldi)
- prospettiva progettuale (M. Falabretti)
- prospettiva ecclesiale (M. Toso)

PROSPETTIVA BIBLICA
L’umanesimo di Don Bosco nella Juvenum Patris
Cesare Bissoli

Il documento pontificio non sviluppa il suo pensiero con uno specifico riferimento esegetico (le citazioni bibliche dirette sono pochissime), ma non si può comprenderne la portata senza lasciarsi illuminare dalla Parola di Dio attinta alla sorgente biblica. Ed infatti in questa prospettiva il testo del Papa riceve un orizzonte di senso che lo rende ancora più vero, convincente e degno di approfondimento. Tutto si può sintetizzare in unico nucleo tematico: L’educazione della gioventù secondo Don Bosco, con una triplice articolazione: l’educazione in se stessa, il mondo giovanile, l’umanesimo salesiano. È evidente che svolgendo queste tematiche è anzitutto la stessa persona di Don Bosco che viene in certo modo biblicamente compresa, entrando nel novero dei grandi personaggi che affollano il Libro Sacro (cfr Sir 44; Ebr 11).
Così il testo papale: “Conviene, perciò, soffermarsi a riflettere brevemente su quello che, per provvidenziale risonanza della Paro¬la di Dio, costituisce (…) la pedagogia del Santo” (n. 8).

Educare è opera di cui “Dio è padre ed educatore”

*“Consapevole di essere il popolo di cui Dio è padre ed educatore, secondo l’esplicito insegnamento della Sa¬cra Scrittura (cf Dt 1,31; 8,5; 32,10-12; Os 11,1-4; Is 1,3; Ger 3,14-15; Prv 3,11-12; Eb 12,5-11; Ap 3,19), la Chiesa, 'esperta in umanità', a buon diritto può an¬che dirsi 'esperta in educazione'. Lo testimonia la lun¬ga e gloriosa storia bimillenaria scritta da genitori e fa¬miglie, sacerdoti, laici, uomini e donne, istituzioni re¬ligiose e movimenti ecclesiali, che nel servizio educati¬vo hanno dato espressione al carisma loro proprio di pro¬lungare l’educazione divina che ha il suo culmine in Cri¬sto” (n. 7).
* La collana di 9 citazioni bibliche sono un piccolo ma sensibile avvio ad affacciarsi sul panorama educativo attestato dal Libro Sacro. Dall’esperienza del popolo di Dio possiamo ricavare alcune affermazioni portanti:
- Israele e la prima comunità cristiana si sono impegnati seriamente nell’educazione dei giovani, con le risorse di scuole, a corte, nelle sinagoghe e nella stessa famiglia, con la convinzione che attraverso la buona conoscenza passava l’eredità dei genitori, quell’impasto di valori morali che assicurava la partecipazione all’alleanza (cfr Sal 78, 3-8; Prov 4).
- Tra i primi cristiani la paideia greca, oltremodo affascinante per la sua completezza di bellezza e di umanità, fu bene accolta e interpretata come pedagogia di Dio, di Colui che determina gli obiettivi educativi ultimi e dona la forza per realizzarli, dando significato costruttivo alla sofferenze della vita (cfr Ebr 12).
- Ma per essere “pienamente uomo” si doveva superare quella crisi tra Vangelo e cultura, di cui il documento papale parla fin dall’inizio (n. 1), e che alle origini era quanto mai vistosa tra mondo semita e mondo greco-romano. La linea di condotta la diede Paolo scrivendo ai cristiani di Efeso cui dava insegnamenti opportuni sulla relazione tra genitori e figli. A questo proposito fissò la perla pedagogica per eccellenza: “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra. E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore” (6,1-4). Dove al posto 'disciplina del Signore', nell’originale greco sta paideia Kyriou, cioè una formazione umana integrale su misura del Signore Gesù e guidata da Lui. Senza dimenticare che quel “non esasperate i vostri figli” suona come esortazione davvero innovativa rispetto alla prassi educativa in Israele incline alla punizione severa (cfr Prov 3,11-12).
* Nel documento del Papa questa visione divina e umana viene affermata come caratteristica di Don Bosco: “Per lui educare comporta uno speciale atteggiamen¬to dell’educatore e un complesso di procedimenti, fon¬dati su convinzioni di ragione e di fede, che guidano l’a¬zione pedagogica. Al centro della sua visione sta la 'ca¬rità pastorale', che egli cosi descrive: «La pratica del sistema preventivo è tutta poggiata sopra le parole di san Paolo che dice: 'La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo'». Essa inclina ad amare il giovane, qualunque sia lo stato in cui si trova, per portarlo alla pienezza di umanità che si è rivelata in Cristo, per dargli la coscienza e la possi¬bilità di vivere da onesto cittadino come figlio di Dio. Essa fa intuire e alimenta le energie che il Santo riassu¬me nel trinomio ormai celebre della formula: ragio¬ne, religione, amorevolezza” (n. 9).

Il mondo giovanile

* “Andiamo ai giovani: ecco la prima e fondamentale urgenza educativa. ‘Il Signore mi ha mandato per i gio¬vani’: in questa affermazione di san Giovanni Bosco scorgiamo la sua opzione apostolica di fondo, che s’in¬dirizza ai giovani poveri, a quelli di estrazione popola¬re, a quelli più esposti ai pericoli” (n. 14).

La cura di Don Bosco per i giovani è vissuta come vocazione, la quale, in quanto vocazione, rimanda di diritto alla sorgente biblica. In essa la vocazione che viene da Dio ha per oggetto delle persone da illuminare per un retto cammino di vita. La vocazione è per la missione a favore della gente. Si pensi ai grandi racconti di Isaia (c. 6), di Geremia (c. 1), di Gesù stesso (cfr Lc 4,18-19).
* Ebbene tra queste persone vi sono i minori, la fascia giovanile. Nel mondo biblico la gioventù non era molto stimata per se stessa (cfr Mt 11, 16-17), ma nella prospettiva dell’età adulta era intesa come detentrice del potere familiare, civile, religioso. Proprio in tale ottica, superando ogni forma di giovanilismo, si nota chiaramente un forte interessamento verso la gioventù perché rappresenta il futuro del popolo, e dunque dell’alleanza con Dio, e l’intervento educativo - come abbiamo notato - era tanto severo perché il soggetto giovanile era tanto prezioso quanto immaturo.
Gesù apporta un notevole cambio. Nel cosiddetto 'Vangelo dei bambini' racchiuso in Mc 9-10, Gesù in persona vuole i bambini accanto a sé, li abbraccia, li benedice, li preconizza modello dei cittadini del Regno, li difende duramente di fronte agli abusi di scandalo nei loro confronti (cfr Mc 9,42). Perché li ama, fa loro proposte grandi, e si rattrista del sopraggiunto rifiuto (cfr Mt 19,16-22). Si possono cogliere tre considerazioni dallo stile di Gesù: egli ama l’elemento giovanile (i bambini) perché sono l’emblema dell’indigenza e innocenza indifesa; riconosce le loro risorse e il loro destino nel popolo di Dio, per cui propone già a loro la responsabilità della scelta della sequela (come del resto aveva fatto Lui stesso a dodici anni a Gerusalemme (cfr Lc 2,41-52); ammonisce severamente chi ne abusa e inversamente elogia chi li cura.
* In tale prospettiva si muove Don Bosco, dando una forte risonanza biblica al suo ministero:
“Egli sentiva di aver ricevuto una speciale voca¬zione e di essere assistito e quasi guidato per mano, nel¬l’attuazione della sua missione, dal Signore e dall’in¬tervento materno della Vergine Maria. Giovannino, orfano di padre in tenera età, educato con profondo intuito umano e cristiano dalla mamma, viene dotato dalla Provvidenza di doni, che lo fanno fin dai primi anni l’amico generoso e diligente dei suoi coe¬tanei. La sua giovinezza è l’anticipo di una straordina¬ria missione educativa. Sacerdote, in una Torino in pieno sviluppo, viene a diretto contatto con i giovani carcera¬ti e con altre drammatiche situazioni umane” (n. 3).
“L’espressione felice: 'Basta che siate giovani perché io vi ami assai', è la parola e, prima ancora, l’op¬zione educativa fondamentale del Santo: ‘Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani', perché nel suo amo¬re di padre i giovani possano cogliere il segno di un amo¬re più alto” (n. 4).
* “In un mondo tanto frammentato e pieno di messaggi contrastanti, è un vero regalo pedagogico of¬frire al giovane la possibilità di conoscere e di elabora¬re il proprio progetto di vita, alla ricerca del tesoro del¬la propria vocazione, dalla quale dipende tutta l’impo¬stazione della vita. Sarebbe incompleta l’opera educati¬va di colui che ritenesse sufficiente soddisfare le neces¬sità pur legittime della professione, della cultura e an¬che del lecito svago, senza proporre al loro interno, co¬me fermento, quelle mete che Cristo stesso presentò al giovane del Vangelo, e sulle quali anzi commisurò la gioia della vita eterna o la tristezza del possesso egoi¬stico (cf Mt 19,21s)” (n. 19).

L’umanesimo di Don Bosco

*  stato osservato che la Bibbia è testimonianza scritta del mistero dell’incarnazione della Parola di Dio, di cui Gesù è la suprema testimonianza vissuta e vivente. Una visione umana dei valori è tanto doverosa quanto la visione divina, dove questa dà alla prima una solida novità e una sicura efficacia, e la prima, genuina espressione umana del divino, fa irradiare sul mondo degli uomini l’umanità di Dio in Cristo (cfr Tit 3,14). La vita di Gesù narrata nei vangeli manifesta che il Regno di Dio, che si compie al di là della storia, mette le radici in questa nostra storia. È un segno costitutivo dello stile di Gesù annunciare il Regno facendo 'miracoli' per le persone.
Proprio il titolo del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel novembre prossimo, In Gesù Cristo un nuovo umanesimo diventa cifra della identità originale dell’essere e agire cristiano.
* Approfondendo questa visione di Dio per l’uomo nella persona di Gesù Cristo, ritroviamo l’esperienza esemplare di Don Bosco. Per lui l’evangelizzazione non è mai disgiunta da un’autentica opera di promozio¬ne umana. “Don Bosco è l’apostolo rea¬listico e pratico, aperto agli apporti delle nuove scoper¬te; l’esempla¬re di un amore preferenziale per i giovani, specialmen¬te per i più bisognosi, a bene della Chiesa e della socie¬tà; è il maestro di un’efficace e geniale prassi pedago¬gica, lasciata come dono prezioso da custodire e svilup¬pare. Realizza la sua personale santità mediante l’impegno educativo vissuto con zelo e cuore apostolico, e che sa proporre, al tempo stesso, la santità quale meta concreta della sua pedagogia” (n. 5).
“Egli esprimeva questi obiettivi con parole incisive e sempli¬ci, quali allegria, studio, pietà, saggezza, la¬voro, umanità. Il suo ideale educativo è caratteriz¬zato da moderazione e realismo. Nella sua proposta pe¬dagogica c’è una unione ben riuscita tra la permanenza dell’essenziale e la contingenza dello storico, tra il tra¬dizionale e il nuovo. Il Santo presenta ai giovani un pro¬gramma semplice e allo stesso tempo impegnativo, sin¬tetizzato in una formula felice e suggestiva: onesto cit¬tadino, perché buon cristiano… Tutto questo, certo, suppone oggi la visione di un’an¬tropologia aggiornata e integrale, libera da riduzionismi ideologici. L’educatore moderno deve saper leggere at¬tentamente i segni dei tempi per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la pro¬mozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le ur¬genze ecologiche (n. 10).
“La sua preoccupazione di evangelizzare i giovani non si riduce alla sola catechesi, o alla sola liturgia, o a quegli atti religiosi che domandano un esplicito esercizio della fede e ad essa conducono, ma spazia in tutto il vasto settore della condizione giovanile. Si situa, dunque, all’interno del processo di formazione umana, consape¬vole delle deficienze, ma anche ottimista circa la pro¬gressiva maturazione, nella convinzione che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vive¬re quotidiano per portare i giovani ad impegnarsi gene¬rosamente nella vita. Poiché essi vivono un’età pecu¬liare per la loro educazione, il messaggio salvifico del Vangelo li dovrà sostenere lungo il processo educativo, e la fede divenire elemento unificante e illuminante della loro personalità” (n. 15).

PROSPETTIVA CULTURALE
La validità del modello antropologico ed educativo di don Bosco
Mario Pollo

Nella lettera Juvenum Patris Giovanni Paolo II evidenzia un parallelo tra gli effetti sulle nuove generazioni delle trasformazioni sociali e culturali del tempo di don Bosco e quelle presenti nella nostra società più di un secolo dopo. Le prime trasformazioni erano figlie del decollo industriale mentre le seconde riguardano l’attuale crisi della modernità.
Per comprendere il parallelo è necessario ricordare, come fa la Juvenum Patris, qual è stata la crisi sociale che il decollo industriale, che ha caratterizzato l’epoca in cui svolse il suo ministero don Bosco, produsse sul tessuto sociale e sulle nuove generazioni in particolare: "moti rivoluzionari, guerre ed esodo della popolazione dalle campagne verso le città, tutti fattori che incisero sulle condizioni di vita della gente, specialmente dei ceti più poveri. Addensati nelle periferie delle città, i poveri in genere e i giovani in particolare diventano oggetto di sfruttamento o vittime della disoccupazione: durante la loro crescita umana, morale, religiosa, professionale sono seguiti in maniera insufficiente e spesso non sono affatto curati" (n. 2).
Nello stesso periodo storico in cui è avvenuta questa crisi sociale, vi è stata, sostenuta dalla rivoluzione industriale, l’affermazione della cultura della modernità. A questo proposito è utile ricordare che questa cultura tendeva ad affermare come proprio valore centrale la razionalità strumentale. Per raggiungere quest’obiettivo la modernità doveva però liberarsi della tradizione e, soprattutto, secolarizzare il sacro aut de-sacralizzarlo.
Di fronte a queste sfide sociali e culturali che tendevano a modificare profondamente l’umano, l’azione di don Bosco è stata volta, da un lato, a mantenere viva la tradizione e la presenza del sacro trascendente nella vita dei giovani e, dall’altro lato, a rendere pienamente protagonisti gli stessi giovani nel nuovo modello di vita economico e sociale che stava emergendo. È questa capacità di coniugare la fedeltà alla Tradizione con l’apertura creativa all’innovazione che rende ancora attuale l’opera educativa di don Bosco, come Giovanni Paolo II nella sua lettera riconosce: "San Giovanni Bosco è attuale anche per un altro motivo: egli insegna a integrare i valori permanenti della Tradizione con le 'nuove soluzioni', per affrontare creativamente le istanze e i problemi emergenti: in questi nostri tempi difficili egli continua ad esser maestro, proponendo una 'nuova educazione' che è insieme creativa e fedele" (n. 13).
E in un altro passo: "Il suo ideale educativo è caratterizzato da moderazione e realismo. Nella sua proposta pedagogica c’è un’unione ben riuscita tra la permanenza dell’essenziale e la contingenza dello storico, tra il tradizionale e il nuovo" (n. 10).

La trasformazione culturale di oggi

Anche nell’attuale epoca storica, pur così diversa da quella in cui visse don Bosco, è in atto una profonda trasformazione culturale accompagnata da una crisi sociale, in cui le situazioni di vita marginali nelle città non vedono più protagoniste le persone inurbate dalla campagna, bensì gli immigrati provenienti dal sud del mondo.
La trasformazione della cultura sociale è prodotta, invece, da una crisi profonda della modernità, che alcuni studiosi descrivono utilizzando la metafora della liquefazione, altri con quella della polverizzazione, altri ancora dell’eccesso e così via. Di là dei nomi che a questa crisi sono assegnati, è evidente che la cultura della modernità sta per lasciare il posto a una nuova cultura, di cui però non si intravedono ancora i tratti. Per ora, infatti, sono leggibili solo gli effetti della crisi cui sono soggetti i modelli culturali della modernità. Effetti che spesso producono in chi li osserva la sensazione della fine di un mondo che, a volte, è accompagnata da un vero e proprio senso di smarrimento: "La civiltà contemporanea tenta di imporre all’uomo [...] una serie di imperativi apparenti, che i loro portavoce giustificano ricorrendo al principio dello sviluppo e del progresso. Così, per esempio, al posto del rispetto per la vita, l'“imperativo” di sbarazzarsi della vita e di distruggerla; al posto dell’amore, che è comunione responsabile di persone, l’“imperativo” del massimo di godimento sessuale, al di fuori da ogni senso di responsabilità; al posto del primato della verità nell’azione, il “primato” del comportamento di moda, del soggettivo e del successo immediato" (n. 16).
A questi aspetti della cultura contemporanea, denunciati con vigore a suo tempo da Giovanni Paolo II, occorre aggiungere quelli che pongono l’individuo come unica fonte del giudizio etico, pur a fronte - e questo ne è l’aspetto paradossale - della negazione del primato della coscienza nella sua vita. Quest’essere umano, infatti, è descritto dalla cultura dominante in balia dei condizionamenti del suo organismo, della sua psiche profonda e dell’ambiente sociale. Nello stesso tempo è però ritenuto l’esclusivo titolare del giudizio sul suo modo di essere e di agire.
Non solo. A quest’essere umano si negano anche l’unitarietà e la coerenza del suo essere, poiché si sostiene che la poliedricità della sua identità, che la plasticità e flessibilità del suo modo di essere sono necessarie per consentirgli di abitare con successo ed efficacia la complessità sociale e di cogliere tutte le occasioni favorevoli che la vita gli offre.
Gli effetti di questa crisi sull’umano e sui suoi percorsi di formazione sono ben visibili, come d’altronde lo erano quelli dei tempi di don Bosco, e interpellano, come già accadeva allora, chi ha a cuore l’educazione delle nuove generazioni. "La situazione giovanile nel mondo d’oggi - a un secolo dalla morte del Santo - è molto cambiata e presenta condizioni e aspetti multiformi, come ben sanno gli educatori e i pastori. Eppure, anche oggi permangono quelle stesse domande, che il sacerdote Giovanni Bosco meditava sin dall’inizio del suo ministero, desideroso di capire e determinato ad operare. Chi sono i giovani? Che cosa vogliono? A che cosa tendono? Di che cosa hanno bisogno? Questi, allora come oggi, sono gli interrogativi difficili, ma ineludibili che ogni educatore deve affrontare" (n. 6).

Per una coscienza critica e una pedagogia della santità

Una delle urgenze per affrontare la crisi della modernità in atto è certamente quella di sostenere nelle nuove generazioni un’educazione e una socializzazione finalizzate a sviluppare in loro una coscienza critica, capace di orientare, nell’esercizio di un’autentica libertà personale, le scelte e le opportunità che incontrano nella loro vita, sottraendosi, da un lato, al dominio delle pulsioni istintuali e, dall’altro lato, alle mode e ai condizionamenti dell’ambiente sociale e culturale.
La formazione della coscienza è il cuore di ogni educazione che voglia aiutare la persona a progettare e costruire la propria vita secondo un senso non contingente ma trascendente. "Si tratta di percepire l’urgenza della formazione della coscienza, del senso familiare, sociale e politico, della maturazione nell’amore e nella visione cristiana della sessualità, della capacità critica e della giusta duttilità nell’evolversi dell’età e della mentalità, avendo sempre ben chiaro che la giovinezza non è solo un momento di transito, ma un tempo reale di grazia per la costruzione della personalità" (n. 12).
La centralità della coscienza è anche necessaria affinché i giovani possano scoprire che l’età che stanno vivendo è anche il luogo della ricerca di quella meta, ritenuta dai più obsoleta, costituita dalla santità. A questo punto è necessario precisare che sebbene nel mondo giovanile non si parli molto del tema della santità essa è, di fatto, comunque perseguita da una parte dei giovani anche se sotto altri nomi.
Riprendendo il tema dell’educazione alla coscienza è interessante rilevare come anche per quanto riguarda il cammino verso la santità, per Giovanni Paolo II, essa rappresenti un momento indispensabile e insostituibile.
"Nella Chiesa e nel mondo la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in Giovanni Bosco, è una pedagogia realista della santità. Urge ricuperare il vero concetto di 'santità', come componente della vita di ogni credente. L’originalità e l’audacia della proposta di una 'santità giovanile' è intrinseca all’arte educativa di questo grande Santo, che può essere giustamente definito 'maestro di spiritualità giovanile'. Il suo particolare segreto fu quello di non deludere le aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di amore, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro), e insieme di portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella 'vita di grazia', cioè nell’amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici" (n. 16).
"Una simile educazione esige oggi che i giovani siano forniti di una coscienza critica che sappia percepire i valori autentici e smascherare le egemonie ideologiche che, servendosi dei mezzi della comunicazione sociale, catturano l’opinione pubblica e plagiano le menti" (n. 16).
Concludendo queste brevi notazioni si può affermare che la lettera Juvenum Patris, lungi dall’essere stata solo un riconoscimento formale della santità dell’opera di don Bosco in occasione del centenario della sua morte, è stata invece un pieno riconoscimento della validità del suo modello antropologico e educativo, valido non solo per l’epoca in cui si è svolta la sua vita, ma anche per la formazione delle nuove generazioni attuali.
Anche se sono passati oramai diciassette anni da quando è stata stilata, la Juvenum Patris continua a essere più che mai attuale.

PROSPETTIVA COMUNICATIVA
Educare al tempo di Facebook
Paola Bignardi

Sono detti nativi digitali: sono i ragazzi e i giovani che hanno un blog e una pagina facebook, che usano twitter, che sono sempre connessi, che sono in comunicazione in contemporanea con tutto il loro universo relazionale, e anche oltre. Per loro, tutto questo è naturale come usare il telefono e la macchina da scrivere per i loro padri e madri, o intingere il pennino nel calamaio per i loro nonni.
E ci viene spontaneo domandarci: se Don Bosco vivesse oggi, che cosa farebbe? Come valuterebbe la rete? Che cosa inventerebbe, lui educatore appassionato e creativo? Che cosa riuscirebbe ad escogitare? per entrare in comunicazione con questo mondo giovanile che ha una tale abilità nel comunicare da rendere quasi impossibile - ad un interlocutore estraneo a questa logica - stabilire una comunicazione. Oggi stiamo assistendo a questo paradosso: noi adulti non riusciamo a comunicare con i giovani perché loro sono troppo esperti nel comunicare! O meglio: perché il loro modo di comunicare è troppo diverso da quello della generazione che li ha preceduti: è veloce, essenziale, osa inventare una nuova grammatica e quasi esclude la sintassi, è contemporaneo di ciò che succede, è allusivo: basta una faccina sorridente o triste per dire sentimenti che chiederebbero tante parole...
I nativi digitali sono una grande sfida per gli adulti di oggi, e non tanto per l’uso che fanno delle nuove tecnologie, quanto piuttosto perché l’uso di esse esprime un modo d’essere. Vi è un modo di comunicare che esprime la mentalità tipica di una generazione e che al tempo stesso contribuisce a plasmarla.
I nuovi mezzi di comunicazione hanno tra gli adulti molti oppositori; sono soprattutto coloro che hanno responsabilità educative e che spesso finiscono con l’attribuire ai nuovi strumenti tecnologici la fatica a mettersi in relazione e in dialogo con i ragazzi e i giovani.
Ma, se non vi fossero altre ragioni per prendere in seria considerazione la rete, rimarrebbe questa: i social fanno parte della realtà di oggi e i giovani sono i più esperti nell’utilizzarli. Se la comunità cristiana e gli adulti in genere vogliono comunicare con loro, non possono non fare i conti con questa realtà che è fatta di nuovi strumenti ma ancor più di un nuovo modo di articolare il pensiero e il linguaggio, di un modo diverso di entrare in relazione con gli altri e con la realtà nel suo insieme.

Uscire dalla fissità, entrare nei nuovi mondi

Alla Chiesa [1] e agli educatori che in essa operano è chiesto di USCIRE, come dice spesso Papa Francesco. La missione al tempo di internet chiede alle comunità cristiane di uscire dalle loro abitudini e dalla fissità del loro modo di guardare la vita. Il messaggio che esse hanno per il mondo non può essere identificato con le forme culturali con cui si è espresso nel passato. Se i giovani avranno il sospetto che noi vogliamo educarli ad essere giovani di 50 anni fa, gireranno al largo e noi perderemo la possibilità di assolvere alla nostra responsabilità verso di loro e verso il Vangelo: far loro intravedere la bellezza della vita cristiana! Uscire per la comunità significa consentire ai giovani di inventare le forme con cui intendere, comprendere, vivere oggi le dimensioni perenni del messaggio cristiano, sapendo discernere tra ciò che è eterno e ciò che è frutto del tempo. E se uscire significherà abbandonare i nostri discorsi troppo astratti, le nostre argomentazioni troppo autoreferenziali, per acquisire un linguaggio veloce, capace di andare al ritmo della vita di oggi, capace di cogliere anche le emozioni, che problema c’è? L’importante è che il Vangelo sia annunciato! – direbbe l’apostolo Paolo. Del resto è il Vangelo stesso che ci parla di semplicità, di aderenza alla vita ordinaria e quotidiana, capace di far stare l’annuncio del Regno dentro le parole pronunciate presso un pozzo in un mezzogiorno assolato. Uscire è liberarsi dal fascino degli incensi e delle penombre del tempio e affrontare senza timore la piazza, anche quella dei nuovi social.
ANNUNCIARE è portare una bella notizia: sappiamo bene che questo è il senso e la logica del Vangelo. Il problema oggi è comunicare che la notizia che la Chiesa e i cristiani hanno per giovani e meno giovani è BELLA! Cioè interessante, conveniente, capace di far intravedere nuovi orizzonti, ricca di consolazione e di speranza. La logica della comunicazione ci dice che esiste un nesso inscindibile tra ciò che si comunica e il modo con cui lo si fa. La bellezza del Vangelo va annunciata non solo con le parole del Vangelo ma con lo stile di vita di chi annuncia, che deve far vedere che il Vangelo porta ad una considerazione positiva della vita, della realtà, della nostra umanità, di tutto ciò che ci sta a cuore. “Dio vide che era cosa bella”, leggiamo nelle prime pagine della Scrittura. La Chiesa oggi può annunciare il Vangelo solo se riesce a mostrare che i cristiani vivono interpretando lo spirito delle prime pagine della Scrittura. Ed è bella anche l’opera dell’uomo, il frutto della sua intelligenza e del suo lavoro. Anche la tecnologia, anche tutto ciò che di nuovo lo studio e la ricerca e il vivere insieme introducono nella storia umana; senza ingenuità, ma anche senza quel sospetto continuo verso la novità che spesso caratterizza l’atteggiamento dei cristiani. Educare al tempo di internet non significa semplicemente conoscere i rischi connessi all’uso delle tecnologie e cercare di porre ad essi un argine; significa piuttosto imparare a comunicare con ragazzi e giovani abituati a farlo perché possano farlo sempre meglio.
ABITARE anche il mondo dei social con naturalezza, cioè riconoscendone il valore, cercando di capirne il potere, sforzandosi di imparare ad usarli ma soprattutto ascoltando quelli che questi linguaggi li sanno usare, cioè i giovani. Per gli adulti, a volte insuperbiti nella loro convinzione di appartenere ad una cultura più nobile rispetto a quella dei giovani, significa imparare a superare diffidenza e sospetto, senza trasformare questi strumenti in idoli. Ma significa anche accettare come naturale la nostra irriducibile distanza da una cultura che non è nostra; potremo tornare a comunicare con la generazione giovanile, in autenticità, facendo valere non una innaturale familiarità con le nuove tecnologie, ma l’autorevolezza di chi ha costruito senza complessi e in modo serio e vero la propria vita. Solo a questa condizione gli adulti potranno tornare ad educare anche i giovani della generazione dei tablet, dei cellulari, dei computer.

Ancora oggi, educare

EDUCARE è il verbo nel quale si riassume tutto, perché l’educazione è comunicazione, è relazione. Forse è tempo di decidersi a fare per i social ciò che si fa per la lingua. I bambini apprendono a parlare in famiglia e il loro linguaggio riflette il clima e la cultura del contesto familiare. Poi vanno a scuola, e progressivamente imparano le regole della lingua, ne apprendono un uso sempre più competente fino a farne uno strumento raffinato di espressione di sé, di comunicazione delle profondità del pensiero e dell’animo umano. Oggi servirebbe per i nuovi linguaggi ciò che già avviene per quelli tradizionali. I giovani li hanno imparati da autodidatti, talvolta guidati dalle malizie del mercato e dalle logiche consumistiche. Ora serve chi sappia educarli a fare un uso libero, critico e sensibile di strumenti potenti e per ciò stesso anche rischiosi.
TRASFIGURARE è forse la parola più difficile. La trasfigurazione è l’evento in cui il Signore Gesù ha lasciato intravedere la sua vera identità di Figlio. Trasfigurare non è cambiare natura ma lasciar intravedere quella vera, profonda, che talvolta appare nascosta sotto una parvenza superficiale. Nel nostro caso, è rendere trasparente la natura strumentale che i nuovi media hanno, per vedere e assumere la loro realtà di strumenti funzionali ad una vita relazionale più intensa e più stretta. I giovani che sono sempre connessi forse esprimono la sofferenza di non riuscire a sperimentare relazioni appaganti; scrivono con una ortografia e una sintassi “semplificate” pensando che la cosa che più conta è far sentire all’altro la propria presenza, stabilire un contatto per dire: “ci sono!”, e allargare così le possibilità di relazione al di là dei confini dello spazio e del tempo. È questo il messaggio che va assunto dagli educatori, che sono chiamati a partire da lì per educare un desiderio di relazione che deve diventare sempre meno narcisistico, sempre meno banale e superficiale, sempre più responsabile e maturo. Agli educatori il compito di vedere al di là dei comportamenti che sembrano dire una volontà di estraniarsi dal contesto, per leggervi il desiderio di una comunicazione più vasta e ricca. Giovani che sono sempre connessi dicono molto spesso il desiderio di restare in relazione e di essere presenti e contemporanei ad eventi e fatti che accadono nella cerchia degli amici, del territorio, del mondo. In fondo, è una reinterpretazione di un’istanza partecipativa che altre generazioni hanno espresso in forme diverse.
Qualche catechista o animatore di percorsi di fede potrebbe obiettare che le considerazioni svolte non hanno a che fare con l’annuncio del Vangelo. Ma forse tanti insuccessi nella catechesi o nell’educazione alla fede non nascono proprio dall’aver dato troppo scarsa considerazione alle dimensioni dell’umanità dei giovani? Dal non aver dato valore al tempo in cui vivono e alle caratteristiche di esso? Nella comunità cristiana occorre ricordare più spesso che crediamo in un Signore che è entrato nella storia umana rivelandoci così di essa il valore, la bellezza, l’importanza. Ai giovani occorre che la Chiesa testimoni che nulla di ciò che attiene alla vita è estraneo al Vangelo, ma che anzi questa è la via obbligata da cui passare per intravedere la bellezza del Regno, che non è al termine della strada, ma che all’occhio acuto si manifesta, pur nel frammento, lungo la strada stessa.

[1] Nel seguito della riflessione, vengono usati i cinque verbi assunti nella bozza preparatoria al Convegno Ecclesiale di Firenze. Inoltre si cerca di svolgere nella concretezza di un tema attuale lo spirito dell’educazione secondo l’evocazione che ne fa la Iuvenum patris.

PROSPETTIVA PEDAGOGICA
Tornare al "dover essere"
Giorgio Chiosso

Anche chi dispone di modeste conoscenze pedagogiche ha ben presente come in tempi passati e anche più recenti non sia mai mancato il confronto e anche lo scontro tra modelli educativi molto diversi e addirittura antagonisti: pedagogie autoritarie e pedagogie libertarie, pratiche educative finalizzate a formare il cittadino e il lavoratore e pedagogie a forte densità spirituale, modelli scolastici imperniati sullo studio della cultura classica e tipologie scolastiche a base tecnico scientifica, pedagogie ideologiche e totalitarie e pedagogie centrate invece sulla libertà personale.
Oggi siamo oltre tutto questo: gran parte della cultura contemporanea, specialmente quella ispirata al credo tecno-nichilista, pone in discussione la nozione stessa di educazione e concepisce la pedagogia come un sapere residuale. All’espressione “educazione” troppo condizionata – si dice – da regole normative si oppone la “formazione” intesa come un farsi e rifarsi continuo dell’essere umano a seconda delle sue propensioni e dei suoi desideri, dei contesti nei quali è attivo, delle diverse età della vita. Alle letture pedagogiche del fenomeno educativo si preferiscono quelle psicologiche e socio-economiche.
Nell’età delle infinite possibilità di gestire la propria vita non ci sarebbe più bisogno di un “dover essere” legittimato non si sa da quale autorità. In primo piano andrebbe posto il “poter essere” misurato sulla immediatezza del vantaggio o della soddisfazione personale.
Torna il richiamo a quel “vivere alla giornata” denunciato 2600 anni orsono nel celebre passo del libro biblico della Sapienza: “La nostra esistenza è il passare di un’ombra/ e non c’è ritorno alla nostra morte./Godiamoci i beni presenti,/facciamo uso delle creature con ardore giovanile!/Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,/coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;/nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza” (Sapienza 2, 5-9).
Non esisterebbe più, in altre parole, un senso da conquistare per dare stabilità e significato alla propria esistenza e neppure sarebbero più necessari adulti “maestri”. A cosa servirebbero se ciascuno è “maestro di se stesso” e la fluidità dei tempi post moderni richiede flessibilità, adattamento, rinuncia a qualsiasi certezza?
Restano utili soltanto gli adulti “addestratori” per l’apprendimento delle competenze lavorative e gli adulti “consolatori” per sorreggere l’individuo nei momenti di incertezza, di difficoltà, di bisogno. L’utile si sostituisce agli ideali e la cura emotiva all’educazione.

Ancora capaci di "essere" di più?

Questa realtà educativa ci pone di fronte a un interrogativo radicale: l’uomo è in grado di diventare sempre più uomo, capace di “essere” di più e non solamente a desiderare e “avere” di più senza disporre di un esempio, di un accompagnamento, di un altro che si prende a cuore qualcuno, senza cioè chi gli testimoni la comune umanità?
E ancora: il modello educativo oggi prevalente incentrato sull’indebolimento del rapporto vitale tra le generazioni all’insegna di un individualismo molto marcato e sull’appannamento della nozione della responsabilità personale (il sentimento del “dovere”), costituisce la soluzione più adatta per far fronte alla complessità dell’esistenza e, dunque, a una vita più difficile da gestire di ieri?
La risposta cristiana che giunge da don Bosco e che la Juvenum Patris rilancia con l’autorevolezza della voce di Giovanni Paolo II non si presta ad equivoci: l’educazione costituisce un’esperienza che si costruisce nella relazione interpersonale – la relazione definita “generativa” – e l’introduzione all’ “umano” (perché questo è in via definitiva lo scopo dell’educazione) è un evento intergenerazionale. Gli adulti vi partecipano non solo come attori responsabili di assistenza, ma come attori esistenziali e soprattutto come introduttori allo “stare al mondo”.
Contrariamente a quanto spesso riteniamo le difficoltà educative che travagliano il nostro tempo non sono riconducibili soltanto a una generazione di giovani forse più riottosi di fronte a obblighi e norme o troppo immersi in una virtualità che fa loro perdere i contatti con gli altri. É invece soprattutto una questione del mondo adulto che ha abdicato in molti casi alle proprie responsabilità, avvolto in quell’egocentrismo che Cristopher Lasch in un celebre volume del 1978 (La cultura del narcisismo) ha denunciato come il male più insidioso della post modernità.
Quando il narcisismo diventa un fenomeno di massa, i risultati sono “l’ossessione per la celebrità, l’incapacità di provare dei dubbi, delle relazioni interpersonali vuote ed effimere”. Ne conseguono “la diffusa caduta della tensione politica, l’esasperata pratica dell’autocoscienza, il culto del corpo, l’ossessione della vecchiaia e della morte, la liberalizzazione sessuale”. La vittima principale del narcisismo adulto è la famiglia, centrata più sui bisogni dei genitori che su quelli dei figli e portata a delegare a medici, psicologi, educatori, assistenti sociali l’educazione dei figli. Gli attori naturalmente educativi, conclude Lasch, si dileguano forzosamente sostituiti – fin dove è possibile – da figure professionali.

Educazione come pratica preventiva

La proposta di don Bosco di affidare l’educazione alla pratica preventiva costituisce un forte richiamo alle responsabilità del mondo adulto e a contrastare l’eclisse dell’educazione. Il sistema preventivo messo in campo dal sacerdote dei Becchi a Valdocco 170 anni orsono non è un’esperienza ormai consegnata alla storia e sepolta nei testi eruditi. Esso è tuttora vivo perché centrato, ieri come oggi, sulla forza dell’amore educativo (la carità paolina declinata in forma pedagogica) e costituisce anche per il nostro tempo una proposta solida, concreta, sperimentata.
Cosa c’è alla base della prevenzione educativa? Non c’è soltanto la preoccupazione di tenere lontane le esperienze negative. C’è soprattutto un adulto che si prende carico di chi non può crescere se viene lasciato solo.
Non si può infatti diventare adulti se non c’è qualcuno che “parla al cuore” dell’altro “proponendo il bene in esperien¬ze adeguate e coinvolgenti capaci di attrarre per la loro nobiltà e bellezza”; che esercita l’arte di far crescere i giovani “dal¬l’interno, facendo leva sulla libertà interiore, contrastando i condizionamenti e i formalismi esteriori”; che sa coinvolgere e invogliare i giovani verso il bene, correggendo le deviazioni e preparandoli al domani attraverso una so¬lida formazione del carattere (n. 8).
Nella lettera così viene descritto il “vero educatore”: è colui che “partecipa alla vita dei gio¬vani, si interessa ai loro problemi, cerca di rendersi conto di come essi vedono le cose, prende parte alle loro atti¬vità sportive e culturali, alle loro conversazioni; come amico maturo e responsabile, prospetta itinerari e mete di bene, è pronto a intervenire per chiarire problemi, per indicare criteri, per correggere con prudenza e amo¬revole fermezza valutazioni e comportamenti biasime¬voli” (n. 12).
In altre parole: affermare la validità pedagogica del sistema preventivo significa sostenere la superiore efficacia educativa attribuita a una pedagogia della libertà personale affidata alla forza della relazione interpersonale garantita dalla valorizzazione della componente affettiva rispetto a una pedagogia dell’autorità e della separazione del ruolo magistrale da quello discepolare e consegnata più a regole impersonali che al rapporto vivo.
Anche oggi – certo in un contesto del tutto diverso rispetto ai tempi di Valdocco – l’insegnamento di don Bosco sulla formazione di un uomo libero basato sul confronto con l’adulto costituisce un passaggio irrinunciabile.

Il trinomio di don Bosco

La parola di Giovanni Paolo II ci aiuta anche a contestualizzare il celebre trinomio boschiano “ragione, religione e amorevolezza” e, attraverso la contestualizzazione a decifrare a quali condizioni – oggi più di ieri – il futuro può essere visto alla luce della speranza. I giovani hanno bisogno del futuro e senza futuro si arrendono al presente e smarriscono le ragioni per le quali merita guardare alla vita al di là del ritmo breve del momento.
L’espressione “ragione” rinvia all’insieme dei requisiti necessari per vivere nel consorzio umano e partecipare attivamente alla realizzazione del Bene comune: l’esercizio della libertà personale, la preparazione alla vita e ad una professione, ¬l’assunzione delle responsabilità civili, in un clima che don Bosco voleva connotato dalla gioia e dal generoso impegno verso il prossimo. Nella sua proposta pe¬dagogica c’è l’unione tra la permanenza dell’essenziale e la contingenza dello storico, tra il tradizionale e il nuovo.
Ogni intento educativo anche ispirato alla “ragione” rischia tuttavia di essere vanificato se le azioni educative restano in un orizzonte soltanto pragmatico senza accedere alla autentica sorgente della comprensione dell’“umano”: per don Bosco “l’uomo for¬mato e maturo è il cittadino che ha fede, che mette al centro della sua vita l’ideale dell’uomo nuovo procla¬mato da Gesù Cristo e che è coraggioso testimone delle proprie convinzioni religiose” (n. 11). La religiosità proposta da don Bosco non è rituale e neppure intimistica: è la manifestazione di una fede nella quale preghiera e vita sacramentale si congiungono all’esercizio dello “stare nel mondo” e allo sforzo per migliorarlo.
L’amorevolezza, infine, è la manifestazione più specifica della capacità di “parlare al cuore” che costituisce la cifra peculiare non solo del sistema preventivo di don Bosco, ma più in generale la bussola della proposta educativa cristiana, da Filippo Neri a Rosmini, da Francesco di Sales a Edith Stein.
Lo stile amorevole si svolge in un contesto che don Bosco qualifica con il termine “familiarità”. Senza familiarità e cioè l’intimità tipica del rapporto genitori-figli “non si può dimostrare l’amore, e senza tale dimostrazione non può nascere quella confidenza, che è condizione indispensabile per la riuscita dell’azione educativa. Il quadro delle finalità da raggiungere, il pro¬gramma, gli orientamenti metodologici acquistano con¬cretezza ed efficacia, se improntati a schietto «spirito di famiglia», cioè se vissuti in ambienti sereni, gioiosi, stimolanti” (n. 12).
La speranza nel futuro di cui i giovani hanno bisogno non è solo una questione di posti di lavoro o di prospettive economiche. Essa è infatti costituita anche da capacità immateriali come la costruzione di una mentalità positiva e non rinunciataria, la convinzione che il lavoro ben fatto porta grandi frutti, la disponibilità a stabilire buone relazioni interpersonali e a sperimentare forme di solidarietà reciproca.
Questi valori possono essere rafforzati se gli adulti sanno essere testimoni attivi del trinomio boschiano e presentare l’esperienza della propria vita come meritevole di essere pienamente vissuta.

PROSPETTIVA PASTORALE
“Ritorno” a don Bosco percorrendo con i giovani vie di umanizzazione
Rosangela Siboldi

La lettera Iuvenum Patris (IP) chiede di operare «un ritorno» a san Giovanni Bosco per ritrovare le premesse adatte a rispondere alle difficoltà delle nuove generazioni (cf n. 13). Conferma l’attualità della missione del padre e maestro dei giovani, riconoscendola capace di assicurare la stretta relazione tra prospettiva culturale e missionaria. Invita a confrontarsi con «l’esemplare di un amore preferenziale per i giovani» (n. 5) e con la sua proposta “geniale”: il sistema preventivo, uno degli aspetti più caratteristici della sua pedagogia, condensato di saggezza pedagogica e messaggio profetico (cf n. 8). Il bicentenario della nascita di don Bosco è occasione per rilanciare la sua missione per il mondo giovanile.
La lettera Iuvenum Patris rinvia a don Bosco perché, come «grande figlio della Chiesa», si è sentito invitato dal Signore a guardare ai giovani «con speciale amore e speranza» (n. 1) ed esprime uno stile ecclesiale veicolato da “vie di umanizzazione” che restano imperativi per incontrare le nuove generazioni nelle periferie esistenziali e geografiche: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare. Si tratta di “movimenti esistenziali” prioritari identificati dal Convegno ecclesiale di Firenze per la conversione pastorale auspicata dall’Evangelii gaudium (EG). [2]

“Uscire” incontro ai giovani allargando lo sguardo

Don Bosco assume la sfida di “uscire” dal modo di fare della maggioranza del clero e dei “benpensanti” del tempo per allargare lo sguardo alle nuove generazioni, disperse e in difficoltà. Ha così riconosciuto «la prima e fondamentale urgenza educativa» (n. 14). In tempi di complessi mutamenti, si identifica con la felice espressione: «Basta che siate giovani perché io vi ami assai» (n. 4), rivelando l’opzione che lo spinge a trovare strade per andare incontro ai bisogni dei giovani con determinazione e creatività (n. 1-2).
Egli resta ispiratore della testimonianza di amore ai giovani vissuta con impegno esistenziale e culturale. È divenuto adulto dotato di una felice intuizione del reale e profondo conoscitore della storia (cf n. 3); si è formato “amico dei giovani” (cf n. 2) e “padre” capace di incidere nelle loro esistenze grazie all’esperienza acquisita vivendo con loro (cf n. 9).
Il “ritorno” a lui sollecita a rendersi conto della condizione giovanile per «intervenire con sicura competenza e lungimirante saggezza» (n. 6). Stimola ad affrontare interrogativi fondamentali come: «Chi sono i giovani? Che cosa vogliono? A che cosa tendono? Di che cosa hanno bisogno?» (n. 6). Ripropone parole incisive quali “allegria”, “studio”, “pietà”, “saggezza”, “lavoro”, “umanità”, che insegnano a dare importanza agli aspetti umani e alla condizione storica dei giovani; alla loro libertà, alla loro preparazione alla vita e all’assunzione delle responsabilità civili, in un clima di gioia e di generoso impegno verso gli altri (cf n. 20).
In don Bosco, l’opzione di “uscire” si connota di realismo e apertura di orizzonti e rende effettiva la natura missionaria della Chiesa per la capacità di compassione e promozione (cf EG 179).
La dinamica missionaria interpella, oggi, a una visione antropologica libera da riduzionismi ideologici e a una lettura attenta dei segni dei tempi «per individuarne i valori emergenti che attraggono i giovani: la pace, la libertà, la giustizia, la comunione e la partecipazione, la promozione della donna, la solidarietà, lo sviluppo, le urgenze ecologiche» (n. 10).
La scelta di “uscire” è capacità di suscitare interesse e di coinvolgere nell’arte educativa per «dotare le giovani generazioni di una competenza professionale e tecnica adeguata» e per una «più incisiva educazione alla responsabilità sociale, sulla base di una accresciuta dignità personale» (n. 18).
Don Bosco insegna un “uscire” coraggioso nella fede che permette di divenire “padre, maestro e amico”, fa sentire a proprio agio quando si cerca il bene degli altri (cf EG 272), e dinamizza un’impressionante attività, come ammette: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita» (n. 14).

“Annunciare” la predilezione del Signore Gesù per i poveri

Tanto spirito d’iniziativa «è frutto di una profonda interiorità» (n. 5) e di chiara ispirazione cristiana. Don Bosco «sentiva di aver ricevuto una speciale vocazione» (n. 3) espressa con l’opzione educativa fondamentale: «Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani» (n. 4).
Egli rivela un’autentica visione dell’umanesimo cristiano. Come la Iuvenum Patris evoca, «Gesù Cristo è la via principale della Chiesa; questa via conduce da Cristo all’uomo» (n. 10). Il riferimento a Gesù Cristo, dalla prospettiva del mistero dell’Incarnazione, si esplicita in Giovanni Bosco come opzione di prossimità e tipica spiritualità. Tale principio ispiratore mette in luce il dono della dignità di figli di Dio chiamati a condividere la gloria del Cristo risorto e interpella alla solidarietà concreta di chi riconosce il valore della fraternità.
La pastorale giovanile è chiamata a mediare la prossimità di Dio. L’impegno di avere occhi per riconoscere ogni giovane nella sua originalità, illumina progressivamente la fede per riconoscere Dio (cf EG 272). La prossimità è «salutare», perché è «capace di iscrivere nel mondo il segno dell’amore che salva» (In Gesù Cristo 49-50). In questa logica, il giovane povero «“è considerato di grande valore”» e «questo differenzia l’opzione per i poveri da qualunque strumentalizzazione personale o politica» (ib. n. 50). Va detto che «senza l’opzione preferenziale per i più poveri, “l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso”» (ib. n. 50). Ciò sfida a ripartire dalla domanda: le comunità cristiane «sanno vivere e trasmettere una predilezione naturale per i poveri e gli esclusi, e una passione per le giovani generazioni e per la loro educazione?» (ib. n. 48).
Al centro della visione educativa di don Bosco sta la carità pastorale che si condensa nel sistema preventivo con l’obiettivo della formazione del cittadino capace di praticare una fede radicata nella realtà (cf IP 11). Essa attualizza l’inno di san Paolo alla carità (cf n. 9). Don Bosco voleva che nei suoi gesti i giovani potessero «cogliere il segno di un amore più alto»n. 4). Secondo lui «“l’educazione è cosa di cuore”» e «bisogna “far passare Iddio nel cuore dei giovani non solo per la porta della chiesa, ma della scuola o dell’officina”» (n. 20). Anche oggi i giovani hanno bisogno di parole e gesti che indirizzino lo sguardo e i desideri a Dio (cf In Gesù Cristo 48). Necessitano «evangelizzatori con Spirito», persone aperte all’azione dello Spirito Santo che fa uscire da schemi limitati e orienta verso orizzonti di evangelizzazione capaci di arricchire la mente e il cuore e sono una risposta vocazionale innovativa a Dio (cf EG 259 e 272).

“Abitare” la vita dei giovani

Al centro della vita di don Bosco ci sono i giovani e l’incontro è qualificato da un dinamismo di reciprocità. “Stare con don Bosco” per i giovani ha assunto il significato di “abitare” la “seconda casa”. Allo stesso tempo essi diventano “casa” per il grande educatore, secondo l’espressione «Qui con voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi» (IP 12).
Nella consapevolezza che la giovinezza è «un tempo reale di grazia per la costruzione della personalità» (n. 12), don Bosco rilancia la formula educativa dell’“Oratorio” modellandola secondo una sua originale prospettiva, adatta all’ambiente, ai suoi giovani e ai loro bisogni (cf n. 3). Crea «ambienti di vita, di buon uso del tempo libero, di apostolato, di studio, di preghiera, di gioia, di gioco e di cultura» (n. 18). Dà ampio spazio e dignità al momento ricreativo, allo sport, alla musica, al teatro, alle espressioni tipiche dei giovani e ai loro interessi (cf n. 12). Cura così le esperienze ordinarie dei giovani trasformandole in esperienze incisive per il futuro.
La scelta di “abitare” la vita dei giovani si connota per l’ascolto profondo e attivo dei giovani e delle loro situazioni e si trasforma in partecipazione alla loro vita, in interessamento ai loro problemi e al loro modo di vedere le cose, in prendere parte alle loro attività e conversazioni. Diventa un clima di “presenza pedagogica” in cui l’educatore prospetta percorsi di bene, e interviene a chiarire problemi, indicare criteri, correggere con prudente e amorevole fermezza (cf n. 12).
Nell’“Oratorio” si respira un’«attraente spiritualità» (n. 5), una presenza pedagogica connotata dall’amorevolezza, «che non è semplice amore umano né sola carità soprannaturale» (n. 12) e che si traduce nel dedicarsi pienamente al bene dei giovani e nell’essere presente in mezzo a loro con simpatia profonda e capacità di dialogo. Don Bosco esplicita: «Quello che importa è che “i giovani non siano solo amati, ma che essi conoscano di essere amati”» (n. 12), e favorisce un clima relazionale qualificato da familiarità e confidenza, in un ambiente ospitale e stimolante.
La pastorale giovanile è chiamata oggi a verificare l’adeguatezza delle strutture ecclesiali abituali per una risposta alla realtà dei giovani. È chiamata ad «ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono» (EG 105). Deve impegnarsi a dare «il necessario spazio allo spirito di creatività tipico dei giovani» (IP 18) tenendo conto delle situazioni e condizioni di vita odierne.
Il compito di “abitare” la vita dei giovani chiede di riconoscere e potenziare i progressi fatti in due ambiti: «La consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo»; comporta inoltre la valorizzazione del loro aiuto solidale nel volontariato e delle loro iniziative missionarie come «“viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!» (EG 106).

“Educare” uomini nuovi per un mondo nuovo

Il “ritorno” a don Bosco è un contribuito al fatto culturale primo e fondamentale: «“l’uomo spiritualmente maturo, cioè l’uomo pienamente educato, l’uomo capace di educare se stesso e di educare gli altri”» (IP 1). L’educazione è compito primario di ogni cultura, e attualmente è un grande imperativo che rimanda alla responsabilità di accogliere e sviluppare il dono della geniale prassi pedagogica del grande educatore (cf n. 5) al fine di educare «uomini nuovi per un mondo nuovo» (n. 20).
La qualifica di “preventivo” data al suo sistema educativo dice il bisogno di prevenire esperienze negative, che potrebbero compromettere le risorse della persona (cf n. 8). Ciò sottende intuizioni, opzioni e criteri metodologici come l’arte di educare in positivo facendo leva sulla libertà interiore (cf n. 8).
La formula “ragione, religione, amorevolezza” si rivolge a tutta la vita del giovane e non disgiunge l’evangelizzazione dall’opera di promozione umana (cf nn. 4. 17). Mira a incrementare un processo perché diventi sempre più uomo e possa “essere” di più, e non solamente “avere” di più (cf n. 1).
Tale arte educativa fa leva sul “regalo pedagogico” dell’incontro personale come tipico momento educativo che porta a «conoscere i singoli personalmente e insieme le componenti di quella condizione culturale che è loro comune» (n. 12) e accompagna nella maturazione e nella ricerca della propria vocazione (cf n. 19).
Nel metodo di don Bosco, il riferimento alla “ragionevolezza” addita il compito di indicare i valori del bene, di assicurare lo spazio di comprensione, di dialogo in cui attuare l’esercizio della razionalità (n. 10). Focalizza il ruolo fondamentale della coscienza e dell’interiorità nella costruzione dell’identità. Attualmente, davanti a prospettive inedite globalizzate dal mondo digitalizzato, capaci di modificare progressivamente le abitudini quotidiane, educare alla coscienza critica è un’urgenza, un compito da assolvere in vista di scelte responsabili per la capacità di «percepire i valori autentici e smascherare le egemonie ideologiche che, servendosi dei mezzi della comunicazione sociale, catturano l’opinione pubblica e plagiano le menti» (n. 16).
Nell’attuale trapasso culturale, la Chiesa deve riscoprire l’educazione come primaria responsabilità (cf n. 1), «ministero di collaborazione con Dio» (n. 20), «esercizio di maternità» perché «“la via della Chiesa passa attraverso il cuore dell’uomo”; anzi essa “è il cuore dell’umanità”» (n. 20). È chiamata a considerarla via privilegiata dell’amore, da percorrere senza scoraggiamenti e con fede contribuendo alla trasformazione della società (cf n. 20).
L’atteggiamento pedagogico di don Bosco contagia e crea alleanze educative, suscita altri collaboratori e coinvolge gli “ex-allievi” (cf n. 4); valorizza lo straordinario potenziale educativo della “famiglia”, della “scuola”, del “lavoro” e delle varie “forme associative” e di gruppo (cf n. 18). Il nuovo scenario culturale «chiede la ricostruzione delle grammatiche educative, ma anche la capacità di immaginare nuove ‘sintassi’, nuove forme di alleanza che superino una frammentazione ormai insostenibile e consentano di unire le forze, per educare all’unità della persona e della famiglia umana» (In Gesù Cristo 52).

“Trasfigurare” la vita per trasformare la storia

La visione educativa incarnata da don Bosco mira a trasfigurare un umanesimo fatto di interiorità e trascendenza. È una pedagogia realista della santità che non delude le aspirazioni profonde dei giovani e addita l’amicizia con Cristo come la condizione per l’attuazione dei loro stessi desideri (cf IP 16). Don Bosco, che «realizza la sua personale santità mediante l’impegno educativo», propone «la santità quale meta concreta della sua pedagogia» (n. 5) e vuole educatori che – come dice Papa Francesco - «annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio» (EG 259). Il suo instancabile donarsi viene da «un’energia interiore, che unisce inseparabilmente in lui l’amore di Dio e l’amore del prossimo» (IP 15).
Egli vuole che l’impegno di evangelizzare raggiunga tutti i settori della condizione giovanile situandosi all’interno del processo di formazione umana. Considera la fede come elemento unificante e illuminante la personalità dei giovani, buona notizia che aiuta ad assumere la vita con responsabile generosità e sostiene nel processo educativo (cf n. 15).
Chi segue la via della pienezza umana inaugurata da Gesù Cristo si lascia guidare dal suo Spirito che trasforma la storia e trasfigura uomini e donne secondo lo spirito delle beatitudini (cf In Gesù Cristo 53). Per don Bosco, l’educazione ha come “colonne”: «l’Eucaristia, la Penitenza, la devozione alla Madonna, l’amore alla Chiesa e ai suoi pastori»; è «un “itinerario” di preghiera, di liturgia, di vita sacramentale, di direzione spirituale» (IP 11). Come credente, egli sa che «la potenza dei sacramenti assume la nostra condizione umana e la presenta come offerta gradita a Dio, restituendocela trasfigurata e capace di condivisione e di solidarietà» (In Gesù Cristo 54), cioè di uno stile di vita alternativo che rende possibile un cambiamento rilevante nella società.

Un “ritorno” a don Bosco chiede di moltiplicare il suo cuore per connettersi con tutti i giovani e non escludere nessuno nell’incoraggiamento a vivere secondo la vita buona del Vangelo.

[2] Cf Papa Francesco, Esortazione apostolica: Evangelii Gaudium (EG), 24 novembre 2013, Città del Vaticano, LEV 2013; Conferenza Episcopale Italiana – Comitato preparatorio del 5° Convegno Ecclesiale Nazionale Firenze, 9-13 novembre 2015, In Gesù Cristo un nuovo umanesimo. Una traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale 2015, 9 novembre 2014 (indico nel testo con l’abbreviazione In Gesù Cristo seguita dal numero di pagina).

PROSPETTIVA PROGETTUALE
Dal sogno al progetto. La dimensione progettuale nella figura di san Giovanni Bosco
Michele Falabretti

Ai più potrebbe sembrare una forzatura: è tipico del nostro tempo non muovere un passo senza avere presentato un progetto, un’idea; persino i software più diffusi prevedono strumenti che ne facilitino la presentazione. Pensare a don Bosco, piuttosto, ci rimanda a un mondo che – complice una certa iconografia ottocentesca – è fondamentalmente bucolico: l’alberello, la strada in terra battuta, san Domenico Savio con il cravattino in ordine. In realtà la Torino nel boom della rivoluzione industriale doveva essere un brulicare di persone che andavano e venivano alla ricerca di un lavoro o nel pieno del suo svolgersi. Basta fare quattro passi in centro città per rendersi conto di quanto fossero alti e imponenti i palazzi e stupisce pensare che la Basilica di Maria Ausiliatrice sia costruita nel giro di dieci anni (quanti ce ne vorrebbero oggi?). Dunque non solo il viavai di qualche carretto tirato dal cavallo, ma anche un (probabile) assordante rumore di ferri e strumenti, il cigolare di carrucole, le urla di operai nei cantieri o nelle officine che davano sulla strada. È la Torino delle industrie che nascono e dei palazzi che crescono. Ovvio, no? È anche la Torino delle periferie.

Una bussola per l'agire

Ancora: quando si parla di don Bosco, viene in mente il “sistema preventivo”, cioè un sistema educativo che aveva una sua organizzazione, ma soprattutto – e forse troppo superficialmente – rimanda a un’idea di un cuore che si intenerisce. Quando noi pensiamo oggi all’organizzazione del nostro agire, non possiamo che prevedere una certa capacità progettuale. Questo non perché il progetto ci possa mettere al sicuro da errori e imprevisti, ma perché esso appare come l’unica possibilità di affrontare una realtà complessa e frammentata: proprio quando la strada sembra non essere tracciata, si ha il bisogno di avere una bussola.
Ebbene: l’azione di don Bosco non è stata solo un buon cuore all’opera e non è stata solo caratterizzata da alcuni elementi che possono essere studiati dentro le discipline pedagogiche. Nella sua opera si ritrovano i tratti fondamentali di quello che noi oggi definiremmo un vero e proprio progetto pastorale.

A partire da un sogno

Il punto di partenza è decisamente originale: il sogno. Tutti sappiamo quanto la dimensione dei sogni sia decisiva nella vita di don Bosco: quelli che faceva da bambino (mai sottovalutare i pensieri dei piccoli!) e quelli che ha continuato a fare da grande. Erano così importanti che li ha raccontati e li ha scritti, mostrandone la forza rispetto a quello che poi avrebbe fatto. I sogni di don Bosco hanno molto a che fare con la sua vita: con quello che avrebbe dovuto essere, con il modo con cui avrebbe dovuto farlo e diventano persino racconti che coinvolgono i suoi ragazzi e l’opera dell’oratorio. Don Bosco non era uno di quei sognatori “dell’impossibile”: anche se i suoi sogni potevano rivelare qualcosa di grande, di difficile da raggiungere, erano il suo punto di partenza e contemporaneamente di arrivo; a cui riferirsi con ostinazione.
Il sogno, però, non è in lui una costante onirica e distante dalla realtà: perché una volta sveglio, don Bosco si mette all’opera attraversando le strade di Torino con uno sguardo attento e completamente focalizzato sulla realtà in cui vive. Bartolomeo Garelli, i ragazzi in carcere, gli orfani per le strade abbandonati a se stessi… Don Bosco riconosce i bisogni che stavano sotto gli occhi di tutti e nel cuore di pochi e li trasforma in preoccupazione quotidiana e continua: il bisogno di famiglia e di relazioni, il bisogno di una casa e di un cortile, il bisogno di avere gli strumenti necessari per essere “buoni cristiani e onesti cittadini”.

Con adeguati strumenti

E qui va riconosciuto il vero genio di don Bosco. L’oratorio non è una sua invenzione: tre secoli prima se lo era inventato san Filippo Neri. Attraverso san Carlo Borromeo era giunto a Milano e si era diffuso in Lombardia. Don Bosco, attraverso più visite nelle diocesi lombarde, ne viene a contatto e lo riconosce come lo strumento ideale per rispondere ai bisogni che ha saputo individuare. Ma lo riconosce proprio come “strumento”, dunque flessibile, in grado di essere utilizzato in contesti diversi e in modi diversi. Lo porta a Torino e fa sorridere che quello che i salesiani oggi chiamano “la loro Porziuncola”: è una tettoia che noi oggi a malapena definiremmo come un garage. Perché l’oratorio non è una struttura organizzata secondo criteri predefiniti, ma nasce dove capita – potremmo dire “dove si può e con quello che si ha”. Il genio di don Bosco sta proprio nel trovare uno strumento e di saperlo adattare per rispondere ai bisogni più importanti che già definivano degli obiettivi: le relazioni, la vita fraterna, la percezione di casa e famiglia che permettesse ai ragazzi di crescere e di strutturarsi.

Una volta individuato l’obiettivo fondamentale (un luogo di cura educativa che assomigliasse il più possibile ad una casa), non è stato difficile per don Bosco definire meglio gli strumenti da utilizzare in educazione: la vita spirituale (con la preghiera e l’istruzione religiosa), il gioco nel cortile che più tardi diventerà anche attività sportiva, la scuola e l’istruzione, i laboratori per apprendere un mestiere, la valorizzazione delle possibilità espressive dei ragazzi con il teatro e la musica. Tutte queste cose noi oggi le definiamo come “linguaggi”: sono i registri, le dimensioni dell’umano che cerca di aprirsi alle sue possibilità. Tutti sappiamo come proprio attraverso queste cose don Bosco non solo guidava la comunità dei suoi ragazzi, ma osservandoli all’opera ne riconosceva le capacità di ciascuno e le rivelava loro con la famosa “parolina all’orecchio”, cioè mantenendo costante un rapporto personale. Così è stato abbastanza facile parlare di Michele Rua o Domenico Savio, ma non dovremmo dimenticare la schiera infinita di ragazzi oggi senza nome che avranno potuto avere un lavoro, avranno potuto essere in grado di leggere un contratto di lavoro o il giornale almeno prima di andare a votare, saranno stati in grado di orientarsi durante una celebrazione liturgica. Insomma, da Valdocco uscirono un buon numero di grandi educatori e una grande schiera di “buoni cristiani e onesti cittadini”. Come dire che la vita di ciascuno ha trovato possibilità di esprimersi e di compiersi.

Sogno e progetto

Un progetto attualissimo che si forma poco per volta. Che, forse, don Bosco non ha mai pensato dentro una strutturazione rigorosa (e necessariamente doveva procedere un passo dopo l’altro), ma che a un certo punto si è rivelato essere un vero e proprio metodo educativo in grado di essere utilizzato anche in contesti molto diversi. A tal punto che – anni dopo – proprio le diocesi che avevano ispirato a don Bosco l’idea di oratorio, lo riconosceranno universalmente come il maestro e il patrono di ogni loro oratorio. A tal punto che non stupisce che la scuola salesiana (a partire dagli anni settanta del Novecento, e cioè cento anni dopo) sarà la prima a riorganizzare l’azione educativa ecclesiale attorno alla capacità progettuale dell’oratorio definendo un metodo come quello dell’animazione in un tempo delicato come quello del post-concilio prima e del passaggio di millennio poi.
Ciò che poteva sembrare un’idea peregrina (la dimensione progettuale di don Bosco), si rivela così come qualcosa di forte sin dagli inizi della sua azione. Purché non si dimentichi questa circolarità fra sogno e progetto: cioè fra la dimensione di fede che fa nascere la vita dal dono di un Altro e la realizza attraverso gli occhi, le mani, il cuore di chi – testardamente – non smette di credere che il sigillo della creazione abita anche il cuore della vita più scalcinata.

PROSPETTIVA ECCLESIALE
Un carisma riletto alla luce di Evangelii Gaudium
Mario Toso

L’educazione oggi appare desemantizzata, bisognosa di redenzione, di una nuova evangelizzazione. L’educazione è chiamata a ricentrarsi su una visione antropologica integrale, sociale, aperta alla Trascendenza; deve recuperare gli strumenti gnoseologici e interpretativi della vita buona. Come mostra la ricca esperienza pedagogica di don Bosco l’educazione in genere, e l’educazione cristiana in specie, possono essere risemantizzate vivendo l’esperienza educativa che si attua mentre si dimora comunitariamente in Cristo e si vivono la sua Carità e la sua Verità. È la stessa struttura intellegibile e pratica di una tale esperienza ecclesiale a suggerire il metodo cognitivo e interpretativo di essa che sostiene progetti educativi che puntano alla vita buona del Vangelo, quale viene prefigurata nella Juvenum Patris di Giovanni Paolo II.
Ciò premesso vale la spesa enucleare sinteticamente alcuni tratti ecclesiali dell’educazione di don Bosco trovando consonanza con le linee pastorali suggerite da papa Francesco nella Evangelii Gaudium. Esse, fra l’altro, consentono di rivivere i contenuti della Juvenum Patris che sono oggetto di attenzione in questo forum.
La situazione giovanile nel mondo d’oggi - a molti anni dalla morte del Santo - è molto cambiata e pre¬senta condizioni e aspetti multiformi, come ben sanno gli educatori e i pastori. Eppure, ancora oggi i giovani sono in ricerca di un senso da dare alla loro vita. Soffrono disorientamento, perché non li si aiuta a fare l’esperienza di un Dio che è Padre. Spesso i nostri giovani vivono in un mondo virtuale, quello di Internet, che, pur offrendo mille informazioni e infinite possibilità di comunicazione, in realtà è asetticamente impersonale, non elargisce vero affetto, tenerezza, il contatto caldo di un abbraccio, come avviene nelle famiglie normali e nella comunità ecclesiale.
Impariamo, allora, da don Bosco a essere Chiesa che accoglie e si prende cura dei giovani.

Imparare da don Bosco a essere Chiesa che accoglie e si prende cura dei giovani

Don Bosco è Chiesa «in uscita da sé», che va incontro ai giovani ovunque si trovino: agli incroci delle strade, nelle piazze, e li raduna e li invita «a casa». Noi, spesso, lasciamo che vivano nel loro mondo, senza preoccuparci di intavolare un dialogo franco e utile sui problemi che li preoccupano, sulle visioni di vita che assorbono dai mass-media, proiettati, come sono, in un mondo per molti versi artificiale che avvolge e penetra.
Don Bosco è Chiesa che «si coinvolge». Come Gesù vive con i suoi discepoli, così don Bosco vive con i suoi giovani, prodigandosi senza risparmio di fatiche: gioca con loro nei cortili, li affianca, trova sempre le parole adatte, sa essere fratello e, soprattutto, sa essere «padre». Lo udivano spesso affermare: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi sono disposto anche a dare la vita». Dobbiamo, allora, essere convinti che stare con i giovani non è tempo sprecato, ma è un momento privilegiato per dimostrare il nostro affetto, la nostra simpatia e la nostra disponibilità ad ascoltarli facendoci partecipi dei loro problemi.
Don Bosco è Chiesa «samaritana», una Chiesa che non sta lontana, ma si abbassa, si mette in ginocchio per lavare i piedi affaticati, impolverati, quando non infangati. Accorcia le distanze, si prende cura di questi figli di Dio, della loro umanità, «carne» sofferente di Cristo.
Don Bosco, per usare le parole di papa Francesco, va verso le «periferie» dei giovani della società della prima rivoluzione industriale, che scendevano dalle valli verso Torino in cerca di lavoro e spesso erano vittime dello sfruttamento da parte di padroni senza scrupoli. Costruisce per loro oratori, laboratori, scuole, collegi. Per proteggerli, redige un contratto di lavoro. Riforma la pastorale e l’azione apostolica della Chiesa del suo tempo: a fronte di chierici e sacerdoti che si tenevano a distanza dai giovani, perché ritenevano sconveniente stare in mezzo a loro, in cuor suo si propone di comportarsi esattamente nel modo opposto. Senza dubbio anche noi, sia che siamo salesiani o no, siamo chiamati a riformare la nostra pastorale giovanile, a commisurare il nostro linguaggio a quello dei giovani delle varie periferie, non per diminuire il dono della fede ma per renderlo più accessibile.
Don Bosco ha creato un imponente movimento di educazione e di emancipazione, ridonando alla Chiesa quel contatto con le masse che era venuta perdendo, e del quale parla il gentiliano, laicista, pedagogista catanese, Giuseppe Lombardo Radice. San Giovanni Bosco intese formare «buoni cristiani» e «onesti cittadini»: pertanto riteneva che il loro impegno nei compiti ecclesiali non dovesse avvenire a scapito della testimonianza dei valori cristiani nel sociale e nelle istituzioni pubbliche. Oltre che dal punto di vista religioso, li preparò intellettualmente e professionalmente, affinché potessero accedere a un lavoro che consentisse il proprio mantenimento e la formazione di una famiglia, mettendoli così in grado di dare un apporto efficace al bene comune. Come già detto, si impegnò a stipulare i primi contratti di lavoro, facendo in certo modo le veci di un «sindacato», preoccupandosi di verificare non solo il comportamento dei dipendenti, ma anche quello dei datori di lavoro, e incoraggiò la costituzione di Casse di Mutuo Soccorso.
Don Bosco, in definitiva, è Chiesa che accompagna i giovani lungo i faticosi processi di crescita integrale, di umanizzazione e di divinizzazione a un tempo. Ma non solo. Giunge a farne evangelizzatori, ossia a formare una chiesa di giovani, capaci a loro volta di essere «in uscita da sé», disposti a dare la vita, sino al dono totale.
Domenico Savio, autentico emblema del metodo educativo e preventivo donboschiano, fu apostolo tra i suoi compagni, specie i più piccoli, ed ebbe l’occasione di vivere concretamente l’amore di Cristo assistendo a Torino le vittime del colera.
Don Bosco è stato Chiesa sempre attenta ai frutti di vita nuova: con i suoi giovani celebrava e festeggiava ogni piccola vittoria sul male, mediante una liturgia gioiosa, che offre e rilancia l’impegno di progredire nel bene mediante una più intima comunione con Dio.
Guardò in profondità, come già accennato, la realtà umana, cogliendola con gli occhi della fede come la grande famiglia di Dio Padre, ove tutti sono fratelli e sorelle, e nessuno può essere una «vita da scarto», un essere inutile. Tutti debbono avere la possibilità di una crescita in pienezza, crescita in Dio. La vita delle sue case, lo stesso metodo educativo erano contrassegnati da uno stile di esistenza familiare, dove si sperimentava la paternità di Dio e quella fraternità mistica, che papa Francesco descrive come un vivere insieme, un mescolarsi, un incontrarsi, un prendersi in braccio, un appoggiarsi, un partecipare ad una carovana solidale, a un santo pellegrinaggio (cf Evangelii gaudium n. 87).

Generare giovani trasfigurati

Don Bosco ha generato nella Chiesa un popolo di giovani fraterni, gioiosi, trasfigurati, perché la sua vita era colma di Dio. Riempiva il loro cuore di Gesù, di quel Gesù che libera dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Ne fa fede una commovente pagina che il Santo don Orione scrive ai suoi chierici nel 1934, l’anno della canonizzazione di don Bosco: «Ora vi dirò la ragione, il motivo, la causa per cui don Bosco si è fatto santo. Don Bosco si è fatto santo perché nutrì la sua vita di Dio. Alla sua scuola imparai che quel santo non ci riempiva la testa di sciocchezze, o di altro, ma ci nutriva di Dio, e nutriva se stesso di Dio, dello Spirito di Dio. Come la madre nutre se stessa per poi nutrire il proprio figliolo, così don Bosco nutrì se stesso di Dio per nutrire di Dio anche noi» (Strenna 2014, pp. 12-13).
Oggi, Congregazione e Famiglia salesiane, e tutti coloro che sentono il fascino di don Bosco, a fronte di una cultura chiusa alla Trascendenza la quale, in forza dell’assolutizzazione del profitto a breve termine, svaluta ed emargina il lavoro e l’economia reale, hanno fondamentalmente due compiti: sono chiamati a favorire l’incontro dei giovani con Gesù Cristo, mediante una nuova tappa evangelizzatrice; e a promuovere case-famiglia, scuole e centri di formazione professionale, nonostante le difficoltà di finanziamento da parte delle istituzioni pubbliche. L’obiettivo di ogni Paese civile dev’essere quello di una economia inclusiva, dove c’è spazio anche per coloro che cadono e rimangono feriti a causa di eventi estranei alla loro volontà, come la crisi economico-finanziaria, in cui purtroppo siamo ancora immersi. Mentre persiste il dramma lacerante della droga, sulla quale si intende lucrare in spregio a leggi morali e civili sino a volerla liberalizzare, a danno specialmente delle nuove generazioni, dobbiamo credere nella formazione di persone aperte e scommettere sulle potenzialità positive dei giovani.
In un momento in cui gli Stati sembrano offrire diritto di cittadinanza persino all’omologazione dell’arbitrio, don Bosco sollecita oggi a investire su un amore di tenerezza, sull’amicizia con Dio, su una retta ragione.