Annate NPG

Il mio impatto con don Bosco

Inserito in NPG annata 2015.


Testimonianze di Salesiani e FMA, e di giovani

(NPG 2015.06-69)


Un impatto "frontale"

Cinzia Arena, Salesiana Cooperatrice *

Sono salesiana cooperatrice dal 6 maggio 2000. Il mio impatto con Don Bosco è stato frontale: come tutte le situazioni, anche questo incontro l’ho preso di petto! Nel 1987, trasferita a Piedimonte Matese, andavo ad ascoltare la Santa Messa nella chiesa vicino casa. Durante le funzioni religiose ero affascinata dalla gioia che traspariva dai volti dei ragazzi del coro, era il sorriso di Don Bosco! E’ così infatti che mi ha conquistata, con la gioia. Una domenica di novembre del 1988 chiesi al gruppo di canto cosa avrei dovuto fare per poter partecipare. Mi risposero: “Intanto vieni sabato alle 16 per le prove di canto, per il resto non ti preoccupare: piano piano imparerai!”. Il sabato seguente, emozionatissima, mi presentai alle prove, puntuale (unica volta nella mia vita, avevo appuntamento con Don Bosco non potevo farlo aspettare ancora!), lì incontrai Tito, restai incantata dalla sua dolcezza e pensai: “Cinzia, oggi il Signore non solo ti sta presentando i tuoi nuovi amici ma anche il tuo futuro marito”. E così è stato! Piano piano ho imparato: sono oratoriana da quel famoso sabato e sono cresciuta nel carisma grazie a Tito, divenuto poi mio marito, agli amici e ai tanti salesiani consacrati che mi hanno trasmesso con la loro testimonianza la passione per i giovani. Poi nel 2009 ho conosciuto Enzo, un salesiano cooperatore il quale, appena mi conobbe, mi disse: “Non perdiamoci più di vista”, e così è stato! Insieme abbiamo organizzato tanti eventi con lo scopo di mantenere viva, nel cuore di tutti, la fiamma del carisma salesiano.
Don Bosco mi parla attraverso le persone che mi pone accanto e mi ha conquistata perché il fulcro della sua spiritualità è l’allegria che ci rende santi e che in me traspare anche nel modo di vestire sempre multicolor. La gioia salesiana è contagiosa e desidero che chi mi sta accanto, o semplicemente con cui entro in contatto durante la mia giornata, possa restare coinvolto dalla mia gioia e dal mio sorriso. Don Bosco ha una personalità dirompente che non lascia spazio ad altro: o gli appartieni o non gli appartieni, e se decidi di appartenergli pervade tutta la tua vita dentro e fuori l’oratorio!
L’importanza della mia vocazione l’ho percepita soprattutto quando l’allora Ispettore chiese a me, a mio marito e ad altri salesiani cooperatori di gestire l’oratorio salesiano, continuando in prima linea l’opera che i salesiani consacrati avevano iniziato a Piedimonte. Fummo in 23 a dire “eccomi” e da allora il mio sì a Don Bosco lo rinnovo tutti i giorni: come vice coordinatrice dell’ASC di Piedimonte Matese, come amministratrice nel Consiglio provinciale dell’ASC Campania Basilicata, come “mamma”, non avendo figli miei, dei ragazzi che, a vario titolo, Don Bosco mi fa incrociare nel mio cammino di vita.

* Nata a Napoli nel 1971, abita a Piedimonte Matese dal 1987. Sposata ma (purtroppo) non mamma. Laureata in Economia e Commercio e diplomata al Conservatorio in flauto traverso. Lavora come libera professionista nel Terzo Settore per associazioni no-profit che si occupano di giovani emarginati, ragazzi diversamente abili, donne vittime di violenza; e consulente per la redazione e gestione di progetti di politiche sociali e giovanili per conto di Enti Pubblici, e nel settore della formazione professionale per enti accreditati alla Regione Campania.

Sempre guidato e accompagnato, fino alla meta
Luigi Bosoni, (anziano) prete salesiano *

Avevo sei anni e già cantavo “O don Bosco, padre buono“. Era la Pasqua dell'Anno Santo 1934 e io ero all'asilo dalle Suore Guanelliane. Il mio parroco novantenne vantava una stola che gli era stata regalata, non so come né quando, da don Bosco.
Il mio don Bosco però era don Domenico, sempre circondato da ragazzi. Gli servivo la messa e, a nove anni, guidavo le preghiere in chiesa, la mia chiesa, vicina a casa e officiata da lui.
Quando avevo terminato le classi elementari, traslocammo al paese vicino. Là, ai piedi della collina c’era un antico castello, abitato allora da una Principessa che aveva contattato don Rua per avere i Salesiani nel paese. Non li ottenne; vi giunsero, per le ragazze, le Suore di don Bosco. Per i ragazzi aveva ceduto e attrezzato un vasto spazio del suo castello e voluto una fondazione che vi assicurasse un prete impegnato a gestirlo “come voleva don Bosco”.
Ancora ragazzo, aiutavo, come potevo, ad assistere i più piccoli. D’estate l’Oratorio si trasferiva in collina, al fresco. Si partiva al mattino cantando, si tornava a sera, stanchi e contenti, contente anche le nostre mamme, che ci sapevano custoditi e impegnati.
Era tempo per me di pensare a continuare gli studi; dove se non dai Salesiani della vicina Milano? Che i salesiani fossero di don Bosco fu una dolce sorpresa per me. E così, anno dopo anno, alla fine del ginnasio, potevo prepararmi “a stare con don Bosco” sempre. L’orientamento al sacerdozio in me era remoto e dichiarato da sempre; perché non avessi mai pensato ad entrare in Seminario, è un mistero.
La mia strada era segnata. Bastava seguirla.
In collegio ebbi occasione di conoscere Mons. Olivares e don Cimatti, oggi Venerabili, e molti missionari. Vescovo di Milano era il Card. Schuster, beato, che amava don Bosco e invitava i salesiani a studiarlo. “Per trovare un fondatore della sua statura, egli diceva, bisogna tornare a San Benedetto”.
Nell’Oratorio attiguo all’Istituto operava, molto noto e sempre presente, Attilio Giordani, oggi Venerabile. Fu con noi per tutti quegli anni. Di lui, noi ragazzi, dicevamo: “Bisognerebbe scriverne la vita!”.
Da giovane prete, per sette anni, fui all’Aspirantanto di Chiari (BS). Erano anni fortunati. A settembre quasi l’intera classe dell’ultimo anno di ginnasio entrava in Noviziato. Non pochi partivano per le missioni. Tra quei ragazzi posso ora contare in lontani paesi del mondo sei Vescovi.
Dopo una breve sosta (due anni) a Treviglio, mi chiedono di iniziare una nuova presenza per ragazzi abbandonati in Val Camonica. Una esperienza che ha segnato la mia vita. Tre anni.
Mi nominarono Maestro di Noviziato. Un solo anno. L’anno successivo, 1969, si chiudeva il Noviziato, rimandando l’ingresso ad età maggiore. Tornai a Treviglio. Altra sosta di due anni.
Mi attende Bologna. Nella periferia est è iniziata una nuova presenza: Parrocchia e Oratorio. Sette anni: era il dopo sessantotto e Bologna era allora più rossa che mai. La chiesa, una delle prime del dopo Concilio, era dedicata a don Bosco.
Mi chiamano a Novara, ispettore. Due anni, e sono a Roma nel Consiglio Generale come Consigliere per l’Italia e il Medio Oriente. Dieci anni, aperti a nuovi e più ampi orizzonti. Sono gli anni del progetto Africa e del Centenario della morte di don Bosco: dal Capitolo XXI al XXIII.
Chiedo di andare a lavorare in Meridione. Sarò parroco e direttore a Salerno per 12 anni.
Ho 74 anni quando raggiungo il Postnoviziato di San Tarcisio a Roma, dove sono ancora con i miei 87 anni compiuti, di cui settanta con don Bosco.
Ho raccontato il percorso della mia vita.
Ho l’impressione di aver camminato ben al di sopra delle mie possibilità, ma guidato, accompagnato.
L’avventura continua. Fino a quando? Fin dove?
Come quando, ragazzo, lasciavo casa per il collegio o per il Noviziato, o quando, mi avventuravo nel Libano in guerra, nella Siria, in Turchia, in Egitto, nell’Iran di Komeini, o nelle nuove missioni africane in Madagascar, Kenia, Etiopia! Sempre guidato e accompagnato, fino alla meta. Don Bosco mi attende.

* Vive e opera nella casa salesiana di San Tarcisio alle catacombe a Roma, casa con i giovani salesiani. Racconta il della sua vita. Un percorso per nulla lineare, che egli vede tracciato per lui da don Bosco, fin dall’infanzia.

Un cammino di santità originale
Franco Corapi, Salesiano Cooperatore *

Frequento i Salesiani sin dai tempi della scuola media, anni nei quali ho potuto sperimentare non solo la scuola ma anche le belle esperienze dei campi scuola estivi.
Ma per quanto belle quelle esperienze, il mio attaccamento a Don Bosco nasce e cresce all’interno degli anni oratoriani, in particolare da quando è iniziato il mio cammino di animatore. I salesiani che si sono succeduti alla guida dell’oratorio, sono riusciti ad entusiasmarmi e coinvolgermi nelle attività e in qualcosa che andava oltre la semplice organizzazione. Mi sentivo parte di qualcosa di veramente più grande, senza magari averne completa coscienza.
Con il passare degli anni le esperienze significative sono state molteplici, ma crescendo vivevo sempre un senso di disagio per non riuscire a conciliare il tempo speso per studio e lavoro con il tempo del cortile e il tempo impegnato a fare/pensare/programmare/partecipare a quelle attività che mi avevano fatto crescere.
Un punto di equilibrio l’avevo trovato nell’associazionismo sportivo, dando per normale un certo distacco dalle realtà del cortile per mancanza di tempo. Per poi scoprire che la strada rispondeva solo parzialmente a quella chiamata di essere al servizio dei più piccoli.
La ricerca di qualcos’altro mi ha portato a fare un cammino di fede più profondo: esercizi spirituali in contesto, l’animazione missionaria; esperienze che mi hanno aperto prospettive mai esplorate.
In tutto questo percorso i contatti con l’associazione dei Cooperatori sono stati solo marginali: sapevo della loro esistenza, conoscevo più di qualcuno che aveva aderito, ma ero ben lontano dal comprendere il tipo di scelta.
Quando mi è stato prospettato il cammino di aspirante cooperatore, l’ho sentita subito come un'ulteriore tappa del mio percorso. Negli incontri che si sono succeduti ho riconosciuto alcuni atteggiamenti che sentivo miei, ai quali non riuscivo a dare una inquadratura. Avevo trovato una risposta alla domanda di come l’adulto che vive nella chiesa può vivere fedelmente il suo essere Cristiano e il suo essere Salesiano.
Ho avuto modo di scoprire Don Bosco, in un modo che andava oltre l’esperienza dell’oratorio, qualcosa di più profondo, sicuramente più adeguato alla mio vissuto di oggi. Ho provato il gusto di approfondire alcune tematiche che altrimenti sarebbero rimaste solo superficiali.
Il cammino di preparazione mi ha aiutato anche ad avere una spinta su altre scelte vocazionali, a dare una direzione alla mia vita che fosse precisa e definitiva: la famiglia da realizzare, il lavoro da svolgere, il dove abitare.
Percepisco che l’essere Salesiano Cooperatore dà un senso diverso alla mia partecipazione ai diversi gruppi ecclesiali e a tutto il mio lavoro, sia quello svolto all’interno della scuola che quello svolto da libero professionista.
La vita giorno dopo giorno mette sui miei passi la possibilità di rendere concreto il carisma: nella famiglia, nei rapporti con chi incontro, con gli alunni che la mattina incontro a scuola, nell’animazione dei servizi che mi sono stati richiesti. La sfida principale è riuscire a distinguere la cosa giusta da fare, il come il Signore mi chiama a intervenire nelle situazioni intorno a me, il tenere a bada l’ambizione di far dipendere tutto da me, la scommessa di mettersi in gioco non solo parzialmente.
Ho fatto esperienza che quando il carisma è vissuto con fedeltà e originalità non è necessario dire molte cose affinché agli altri arrivi un messaggio di fede. Ogni attività a scuola, ogni incontro di gruppo, ogni intervento può diventare modo per diffondere il carisma, e nell’abitudine e nella superficialità si nasconde il rischio di annacquarlo.
Nella mia terra e in questo periodo storico, Don Bosco mi invita sicuramente a seguirlo sulla strada del contrasto alla rassegnazione che nulla può cambiare, che il futuro di ogni giovane dipende dalle esperienze formative che gli vengono offerte, che il ruolo dei laici deve essere di testimoni nel mondo.
La sensazione di cui parlavo all’inizio è diventata ormai certezza, sempre con più coscienza, di appartenere ad una grande famiglia, una famiglia che non si accontenta di aumentare e allargarsi ma richiede cammini di santità per tutti i suoi membri e per i giovani che gli vengono affidati.

* Nato a Catanzaro 38 anni fa. Sposato con Rita e papa di Chiara.
Da una casuale docenza in un centro di formazione professionale nasce la passione per l’insegnamento che oggi esercita nella scuola superiore come docente di informatica.
Dal dicembre 2010 salesiano cooperatore. All’interno dell’associazione dal 2011 gli è stato affidato il servizio di coordinatore provinciale per la Calabria.

Un ambiente semplice e ricco, con uno che ti prende per mano
Emanuele De Maria, (giovane) prete salesiano *

Ogni volta che passo di fronte al cancello dell’oratorio di Capocroce, a Frascati, scorgo in lontananza la statua di Don Bosco che vigila, dall’alto delle gradinate, sul cortile adiacente alla chiesa. E ogni volta mi viene da sorridere, con il cuore colmo di gratitudine, ritornando con la mente a quando, per la prima volta, entrai in quel cortile.
Avevo quasi sei anni e il cuore era pieno di gelosia: perché mia sorella, più grande di me di cinque anni, poteva iscriversi al centro estivo e andare al mare con tanti altri bambini e io no? Allora non mi restava che godermi le “briciole” della giornata estiva, attendendo che il salesiano di turno finisse la preghiera e la “buonanotte”, mentre io giocando e correndo su e giù per quel cortile, con la mamma aspettavo mia sorella.
Poi, finalmente, dopo un paio di anni anch’io superai la soglia minima di età e fui iscritto al centro estivo! Mi sentivo a casa, mi attirava la gioia che faceva da linfa alle giornate passate al mare e la confidenza tra noi bambini, gli animatori, i salesiani. Ricordo alcuni particolari di quelle giornate come se fosse ieri… il megafono, i giochi sulla sabbia bollente, il “cordone” degli animatori al momento del bagno in acqua, le buone parole e le preghiere semplici “disseminate” nel corso di tutta la giornata. Tutto quello che oggi chiamerei “spirito di famiglia”.
Tanti anni sono passati da allora, i Salesiani hanno lasciato alla diocesi quella parrocchia e quell’oratorio, ma la statua di Don Bosco continua a sorridere dall’alto delle gradinate…
E soprattutto Don Bosco ha continuato ad accompagnare le mie giornate. All’inizio della prima media ho infatti cominciato a frequentare la scuola salesiana di Villa Sora, a Frascati, dove sono rimasto come allievo per otto anni, fino alla maturità classica, per poi continuare a frequentare la scuola come animatore dei ragazzi più piccoli.
Sono stati anni in cui, con tutti gli alti e bassi del caso, sono cresciuto come uomo e come cristiano. Don Bosco è rimasto una costante negli anni, attraverso i salesiani che con pazienza mi sono stati vicini, condividendo tanta strada con me. La loro testimonianza, il loro modo di stare con noi, sono stati il “libro” più importante per conoscere meglio Don Bosco.
Nell’ordinario quotidiano, giorno dopo giorno, respiravo lo stile salesiano e mi sentivo a casa. Non solo negli aspetti più visibili, quali la gioia, l’allegria, lo spirito di famiglia, ma anche e soprattutto in quelli più profondi: la preghiera fatta in semplicità, lo zelo per il bene dei giovani, la passione per Gesù…
È stato questo insieme che mi ha conquistato, è stata la bellezza dell’ambiente salesiano. E in tale ambiente, semplice e ricco allo stesso tempo, Don Bosco mi ha preso per mano e mi ha condotto a Gesù: il regalo più bello e più prezioso che mi potesse fare.

* Nato nel 1981 a Rocca Priora; salesiano dal settembre 2006 e sacerdote dal giugno 2014; dal settembre 2014 al Sacro Cuore di Roma incaricato dei servizi pastorali con i gruppi giovanili e i rifugiati politici. Ho avuto la fortuna di compiere gli studi di teologia a Gerusalemme

Dai torni in laboratorio riempire la vita di Dio
Matteo Grigoli, Salesiano Coadiutore *

Il nome di don Bosco mi è sempre suonato familiare, fin dalla prima infanzia. Sia a casa che all’oratorio ero abituato a vedere appeso sui muri il quadro del suo bel faccione sorridente (quello dipinto da Caffaro Rore), così che il giocare, cantare, scherzare, anche il piangere per qualche sgridata era cosa naturale da farsi sotto il suo sguardo. Ricordo che un giorno, da piccolo, in oratorio una suora FMA mi fece notare una particolarità del quadro: “Vedi? In qualunque punto tu ti metta, sembra sempre che don Bosco abbia lo sguardo rivolto verso di te!”. Non sapevo (e tuttora non so!) come funzionassero le leggi della prospettiva geometrica, ma allora mi parve proprio vero: don Bosco mi guardava sempre!
Quello sul muro era solo un dipinto, ma don Bosco vegliava veramente su di me attraverso gli sguardi benevoli e accoglienti delle Figlie di Maria Ausiliatrice del mio oratorio e del mio parroco che, pur essendo un prete diocesano, di don Bosco era profondamente innamorato.
Fu allora che forse per la prima volta mi feci questa domanda: ma perché, caro don Bosco, te la prendi tanto per uno come me? La domanda divenne ancora più pungente quando vidi inscenato in oratorio dagli animatori più grandi l’incontro di don Bosco con Michele Magone. “Carmagnola, stazione di Carmagnola!” – urlava uno per iniziare. E poi don Bosco che si avvicina gagliardo al “generale della ricreazione” per invitarlo da lui a Torino… a quel punto ebbi un’intuizione folgorante: non c’era affatto bisogno di dimostrarsi dei “bravi bambini” agli occhi del buon don Bosco per essere da lui avvicinati, anzi! Non c’era affatto bisogno – lo capii dopo – di mettere in mostra la propria “mercanzia migliore” per diventare amici di don Bosco e per essere contati nel numero dei suoi figli! Era semplicissimo: la domanda “vuoi essere mio amico?” non presupponeva per nulla che io avessi qualcosa da dare in cambio, era semplicemente un dono gratuito!
Ero solo un ragazzino, ma questa piccola consapevolezza mi segnò indelebilmente. “Vuoi essere mio amico?”: era, quella di don Bosco, la promessa di una vita libera e piena, distante mille miglia – nel suo compimento – dagli angusti compressi del mondo. Una vita che a sua volta poteva addirittura essere donata, ma solo perché era già stata sovrabbondantemente riempita!
È ciò che ho ritrovato una volta entrato in noviziato, leggendo con il Maestro le nostre Costituzioni:
In un mondo tentato dall’ateismo e dall’idolatria del piacere, del possesso e del potere, il nostro modo di vivere testimonia, specialmente ai giovani, che Dio esiste e il suo amore può colmare una vita; e che il bisogno di amare, la spinta a possedere e la libertà di decidere della propria esistenza acquistano il loro senso supremo in Cristo salvatore (art. 62).
“Il nostro modo di vivere”, quello dei voti di povertà, castità e obbedienza, che viene ancor prima della forma propria della missione – sacerdotale o laicale – in cui si specifica la vocazione salesiana di ciascuno.
Ciò che mi ha conquistato della vita salesiana è stato proprio questo “modo di vivere” che ho visto incarnato in tutti i confratelli, ma specialmente in quelli che, non essendo preti, hanno solo la loro vita e il loro lavoro quotidiano per irradiarne tutto il fascino.
“Perché non ti fai prete?” è la domanda che mi sento talvolta rivolgere… Il cuore della vocazione di ciascuno resta un mistero, che a parole risulta in fondo incomunicabile. Esiste però il contagio della vita: nella mia storia è stata proprio la disarmante semplicità di chi non dall’altare ma dai torni in laboratorio riempie la sua vita di Dio e la consuma per i giovani a conquistare il cuore di questo imberbe coadiutore.

*31 anni, salesiano da 10. Nato e cresciuto a Gallarate (Va), fin da piccolo ha frequentato l’oratorio diocesano della parrocchia e lì ha anche iniziato l’avventura dell’animazione che lo ha portato a conoscere il Movimento Giovanile Salesiano dell'Ispettoria e i Salesiani. Attratto da don Bosco che essi così serenamente testimoniavano e dal clima di famiglia che sapevano generare, dopo la scuola superiore ha iniziato il cammino della Comunità Proposta a Milano, che lo ha portato ad entrare nel Noviziato di Pinerolo. Diventato salesiano l’8 settembre 2005, ha vissuto il cammino ordinario di formazione (due anni di studio di filosofia a Nave e alcuni anni di tirocinio pratico a Sondrio e Treviglio). In questo periodo ha maturato la consapevolezza della vocazione laicale all’interno dell’unica vocazione salesiana. Ha poi proseguito gli studi di filosofia presso l'Università di Roma che sta tuttora portando avanti nella comunità di Nave.

Vocazione exallievo (giovane, almeno per ora)
Matteo Lai *

Non ricordo il giorno nel quale ho iniziato il mio viaggio con don Bosco, ero piccolo e i ricordi sono confusi; ho frequentato però la scuola salesiana da sempre e qui ho avuto la possibilità di formarmi e crescere così da essere, bene o male, la persona che sono.
Non sempre il percorso è stato facile, qualche volta accidentato e faticoso, devo però riconoscere che tre persone, tre salesiani hanno guidato la mia esperienza.
Io studente distratto e confusionario ho imparato il rigore e la precisione da don Natale, che con costanza e attenzione, tipica di un contadino, raddrizza il germoglio di una pianta che tendeva a svergolare sotto i vari venti.
Il momento di maggiore entusiasmo e divertimento è stato durante il liceo scientifico nel quale sono davvero umanamente cresciuto. Don Gianni mi coinvolse nell’animazione delle attività della scuola, cogliendo probabilmente (come don Bosco insegnava) il punto su cui far leva e mettere me stesso in moto; ricordo delle belle estati passate con i miei amici a sistemare il caotico gabinetto scientifico, gli strani attrezzi dei laboratori di chimica e la polverosa biblioteca. Concluso il liceo, mi sono iscritto al corso di laurea in ingegneria civile, un mondo tutto nuovo, diverso e poco “salesiano”.
Mi sono allora posto la domanda se fosse possibile vivere salesianamente usciti dalle mura della casa di don Bosco. Molti non ne vogliono più sapere nulla (anche tanti miei compagni), altri diventano animatori negli oratori, nel servizio civile, diventano cooperatori e altro. Non lo sapevo ancora, ma non era quella la mia strada. Ricevetti un sussurro all’orecchio da un salesiano che conoscevo poco, don Angelo, che insistette: “vieni a vedere gli exallievi”. Non avevo alcuna idea di cosa fossero e cosa facessero, certamente non sembravano le alumni association anglosassoni. Il “vieni e vedi” mi ha incuriosito e sono andato a vedere. Le persone e le età sono completamente differenti, mi ha però colpito il fatto che persone non più giovani si sforzino di lavorare per i giovani e con i giovani: sembrava effettivamente un forte controsenso. Ho sperimentato che non lo è!
All’interno dell’unione di Cagliari ho maturato la mia vocazione (sì, vocazione: non è un dato di fatto che mi è "successo", ma una scelta perché mi sono sentito chiamato) di exallievo, semplice e riconoscente, consapevole che quanto ricevuto fosse un dono da testimoniare e "offrire" nella vita civile.
Che intuizione geniale quella di don Bosco: far lievitare nella società e nella chiesa i ragazzi da lui cresciuti e testimoniare cosa vuol dire essere buoni cristiani e onesti cittadini.
Ho lavorato nel settore giovanile dell’associazione, nella pastorale universitaria e nelle attività unionali, reinventando, cercando nuove strade di coinvolgimento. La formazione è stata fondamentale, non vi è nulla di meglio per un exallievo giovane che confrontarsi con le altre realtà d’Europa, e così è stato negli Eurogex di Malaga (2010), Scuole di leaders di Venezia (2012) e Bratislava (2013); in questi incontri si sono stretti legami di amicizia che superano i confini nazionali.
Oggi mi ritrovo a curare le attività giovanili degli exallievi d’Italia, un’esperienza che mi fa "tremare le vene e i polsi": 16 realtà ispettoriali, oltre 200 unioni. Richiede davvero un grande impegno, che mi porta a incontrare gli exallievi nel loro territorio, in uno scambio fruttuoso e creativo, che deriva sempre dalla fedelità al carisma di don Bosco, nostro vero punto di incontro. Il compito che mi è stato assegnato è l’animazione (e qualche volta la “rianimazione”) dei giovani nelle unioni. Potrei raccontare tante esperienze che ci hanno coinvolti ed entusiasmati: i forum socio-politici, il workshop di Roma (2014) e certamente quella che faremo con tutti i giovani d’italia riunendoci in Expo per discutere dell’impegno dei giovani per la tutela del Creato.
Ho citato tre salesiani che hanno inciso nel mio percorso, ci sarebbero tanti altri nomi. Mi basta dire che in ognuno di loro ho trovato un poco di don Bosco, e dunque sono stati tasselli fondamentali per cercare di essere un buon exallievo.

* 25 anni, frequenta il ciclo scolastico presso i Salesiani di Cagliari, si laurea in ingegneria civile, ora è studente magistrale in ingegneria strutturale.
Ha avuto l’incarico di animazione dei giovani exallievi della sua unione, poi per la Sardegna e ora la Federazione lo ha chiamato come vicepresidente nazionale con delega alle attività giovanili.

Un (altro) cuore rubato
Silvia Lancerotto *

Io e don Bosco…

Don Bosco nella mia vita è entrato grazie ai miei genitori che mi hanno mandata all'asilo e alle elementari dalle Figlie di Maria Ausiliatrice nel mio paese. La presenza materna, competente delle suore ha messo le radici nella mia vita facendomi sperimentare l’accoglienza, l’amorevolezza, un sistema preventivo di cui non sapevo l’esistenza, ma che mi ha come "avvolta". A 13 anni sono entrata nei vari cammini spirituali dell’Ispettoria: un mondo che ho trovato congeniale, ricco, colorato, diverso, aperto oltre i confini parrocchiali.
Da li fino ad oggi, don Bosco non è più andato via dalla mia vita, e come un filo rosso ha tracciato il cammino, giorno dopo giorno. Ricordo il volto di tante Suore e Salesiani che mi hanno dato fiducia, senso di responsabilità, mi hanno fatto sentire giovane protagonista (io, "protagonista") al servizio di altri giovani. Nella famiglia salesiana, ho appreso ancor di più l’arte dell’accoglienza, del far sentire a casa e in famiglia, in breve l’arte di amare, o forse l’arte di poter essere Amore per quanti incontro lungo il cammino: pur nei miei difetti, nella mia piccolezza. Ogni esperienza è stata una possibilità di comprendere cosa significhi vivere nella gioia del Vangelo, nella radicalità e nella essenzialità. Durante un corso di esercizi spirituali in Polonia con altri giovani amici, ho sentito forte dentro di me la le bella impetuosa e impegnativa risposta che avevano dato i primi giovani quando don Bosco li aveva chiamati a qualcosa di più grande: "Frate o non frate io sto con don Bosco". E stando con don Bosco, camminando con lui, la strada passo passo si è aperta!
Non sono certo una persona che ama stare ferma (il che non significa che non abbia anche scoperto il silenzio, che è ascoltarmi dentro e ascoltare Dio), ma quando vado a letto stanca ho il cuore felice!
L’università mi ha dato l’opportunità di formarmi professionalmente, ma tutto il contorno di esperienze in contemporanea ad essa mi ha fatto crescere e maturare, mi ha resa essenziale, mi ha fatto capire che le vere radici sono in Cielo, da dove attingo linfa vitale. In particolare un mese in Africa, a Goma, quasi due anni nella casa del Sacro Cuore di Roma, e l’esperienza al Borgo Ragazzi don Bosco mi hanno letteralmente trasformata: tante vite, tanti bambini, giovani, sono entrati nel mio cuore, li ho messi al centro del cuore, spesso non facendomi dormire le notti. Molte scelte di vita sono partite (o stanno iniziando) proprio da qui.
Dopo questo cammino (o proprio in ragione di questo cammino) ho sentito più vera la risposta "si" alla chiamata di essere Salesiana Cooperatrice. Farò la promessa il prossimo settembre e vorrei così portare don Bosco e la gioia del Vangelo in ogni realtà di vita, con ogni persona che incontrerò, come propone tale vocazione.
È una vita piccola, la mia, ancora giovane, con tante cose da imparare, lo so, ma ha la concretezza di tanti incontri ed esperienze con persone, ragazzi, giovani, adulti... che il Signore – attraverso la guida forte e sicura di don Bosco – mi ha messo accanto. Certo, non mi sono state risparmiate anche sofferenze, fatiche e difficoltà, ma ho imparato a leggerle con uno sguardo diverso, come tappe di un cammino di Amore.
Un amico missionario in Etiopia sempre ci dice di cercare il posto in cui il nostro - il mio cuore - ama di più. Forse non ho ancora ben capito quale sia il mio posto, ma di certo ho compreso che il mio cuore batte, arde proprio nello spendere la vita per e con i giovani a partire dagli ultimi, querlli che davvero vivono nelle periferie!
Posso fare un augurio in questo bicentenario? Lo vorrei fare specialmente ai giovani, perché possano incontrare nella loro vita almeno una persona che non solo li ami e si interessi di loro, ma perché essi stessi - come ci ha detto don Bosco insegnandoci il segreto della arte educativa – "conoscano di essere amati!

* Silvia, presentati!
Ciao a tutti! Sono Silvia, nata il 6789, a Lendinara, un piccolo paesino della provincia di Rovigo, a sud del Veneto, e abito a Roma da quasi due anni. Sono laureata in psicologia, sto studiando per l’abilitazione e ho terminato da poco di lavorare presso il Centro Accoglienza Minori del Borgo Ragazzi don Bosco di Roma… Mi definirei come un tipo piuttosto colorato (ma non chiedetemi quali colori...)!

«D’ora in poi la mia vita tutta per voi!»
Giuliana Luongo, suora salesiana (FMA) *

“A 9 anni ho fatto un sogno che mi rimase profondamente impresso nella mente tutta la vita…”: così inizia l’avventura della Famiglia Salesiana!
“A 9 anni è iniziato un sogno che mi ha cambiato profondamente tutta la vita…”: così, timidamente, inizia la mia avventura salesiana!
Eh sì, in quel giorni di ottobre, all’età di 9 anni, su invito – allegramente insistente e amichevolmente coinvolgente – di due compagni di scuola, entravo nell’oratorio salesiano per far parte, come molti di noi ragazzini/e, del gruppo degli Amici Domenico Savio.
L’entrata in oratorio è coincisa con la mia conoscenza di don Bosco: la sua immagine mi si presentava spesso, nella statua posta nella piazza antistante l’oratorio, in quella campeggiante sulla parete frontale della chiesa, in quella nel cortile attorniato da alcuni ragazzini, sul grande quadro nella sala delle riunioni… Insomma, la frequenza di un ambiente fisico prima, e l’inserimento in una comunità poi, mi hanno permesso di entrare in contatto con un grande uomo, un educatore eccezionale, un amico dei giovani, un santo… “insuperabile”!
Crescendo, il volto paterno di don Bosco ha attratto tanto più la mia attenzione, quanto più mi sono accorta di sentirlo familiare, visibilmente presente in buona parte delle mie giornate, dei miei pensieri, quando il riferimento sempre più costante al suo modo di stare con i giovani, di volerli felici (e quindi santi), di avviarli alla vita portando in cuore un ideale grande di amicizia con Gesù, stava diventando sempre più impellente in me…
Così, da oratoriana ad animatrice, da animatrice a salesiana cooperatrice, da salesiana cooperatrice a Figlia di Maria Ausiliatrice, il passo sembrerebbe quasi facile e scontato… In effetti non fu così. Sono passati anni tra una tappa e l’altra, vissute con la consapevolezza di “abitare” profondamente ciascuno di questi “stati”, e con la trepidazione di pensare al passo successivo, quasi tremante dinanzi ad un “per sempre” che la vita con don Bosco mi chiedeva… Un’intensità crescente di appartenenza sempre più radicale ad una famiglia che aveva inglobato la mia, e soprattutto a Colui che aveva suscitato don Bosco e ne costituiva il suo segreto più vero e profondo!
L’operosità instancabile del santo dei giovani e la sua dedizione sconfinata alla “porzione più delicata dell’umana società”, mi hanno affascinata in un primo momento perché mi sono sentita pienamente parte della categoria a cui don Bosco ha donato “fin l’ultimo suo respiro”, ma poi anche perché mi sono riconosciuta destinataria diretta, in modo non più generico, ma personalizzato, del suo sguardo e della sua cura, mediazione di un Altro sguardo che, evidentemente, già mi aveva conquistata!
Nella vita salesiana, allora, prima laicale e poi consacrata, ho trovato una risposta sempre più confacente a quel modo di vivere che forse non avevo mai neanche sognato, ma che certo appagava e continua ad appagare quel mio forte desiderio di radicalità, di donazione ai giovani al punto da poter dire, come don Bosco: «È proprio la mia vita stare con voi! D’ora in poi la spenderò tutta per voi!».

* Originaria di Potenza, 44 anni, Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1999.
Docente di inglese e di religione nella scuola secondaria di primo e secondo grado; attualmente consigliera di Pastorale Giovanile nell’Ispettoria Meridionale “Madonna del Buon Consiglio”.

Profondamente Uomo
Sebastiano Manzella *

L’incontro con Don Bosco è avvenuto quando avevo 5 anni poiché mia madre seguiva un corso di cucito dalle Figlie di Maria Ausiliatrice della mia città. Ma poi, a causa della distanza tra l’istituto e la mia parrocchia, non ho frequentato l’oratorio fino ai 15 anni.
Come sono ritornato? Ero stato invitato a giocare a calcio nel cortile delle suore da una ragazza. Come rifiutare un invito del genere? Così, partita dopo partita, riunione dopo riunione, decido di essere un animatore: da allora, ho portato sempre con me Don Bosco, vivendo esperienze indelebili nella mente, e soprattutto nel cuore, come la GMG di Madrid o l’esperienza missionaria in Madagascar, e tantissime altre vissute in questi anni.
Ciò che mi ha sempre attratto di Don Bosco, oltre all’essere un grande Santo, è il suo tratto profondamente umano. Un uomo che ha deciso di donare la sua vita a Dio e ai ragazzi, seguendo tre pilastri di vita come la ragione, la religione e l’amorevolezza; facendo una promessa: donare la sua vita a Dio e ai giovani fino all’ultimo suo respiro; desiderando per loro nient’altro che la felicità. Esempio di vita chiaro, netto e soprattutto forte, disegnato dall’Alto!
Quest’uomo, proveniente da un piccolo paesino di campagna, ha conquistato giovani di una città industriale, di una nazione, di un continente, e in 200 anni ha raggiunto tutto il mondo, e in ciascuno luogo ci si sente come a casa, con lo stesso calore e sensazione di casa, come è nel carisma che contraddistingue Don Bosco e i suoi figli.
Per questo è un grande Uomo, un grande Santo, che guardo come un grande Esempio!
Oggi, però, tocca a ciascuno di noi, continuare a realizzare i suoi sogni e la sua missione. Come? Attraverso i segni propri del suo DNA: la capacità di saper attirare, attrarre, coinvolgere e anche di sconvolgere i giovani. Così è stato anche per me. Quasi come una magia, ti senti avvolto in una trama particolare, che sa del divino, e ti rendi conto che la tua vita è frutto di un capolavoro di un grande Artista, che va spesa per gli altri.
Nel mio essere animatore ho cercato di portare Don Bosco nei luoghi a me più comuni: in famiglia, all'università, ai più piccoli in oratorio, e così facendo ho potuto leggere, approfondire e capire davvero di che pasta era fatto; perché è un Santo così moderno, così sconvolgente e affascinante allo stesso tempo, che con i suoi insegnamenti e la sua dedizione conduce a Cristo con semplicità e gioia. Il suo modo di coinvolgere e raggiungere i giovani è diventato per me una calamita, un sostegno sempre sicuro, il modello di vita cristiana da seguire, il Santo a cui mi affido e affido i ragazzi della mia realtà oratoriana e quelli che, grazie a Don Bosco, ho il modo di conoscere, in giro per la Sicilia e per l'Italia.
Il mio domani, sono certo, che sarà sempre con Don Bosco nel cuore.
Vivendo il quotidiano con operosità, essere vicini a quanti hanno bisogno: ognuno col proprio progetto di vita, secondo la sua vocazione, ed essere così speranza e gioia per coloro che soffrono e che sono meno fortunati. Portando sempre Gesù dentro, come ha insegnato un grande Uomo, un grande Santo, semplicemente Don Bosco.

* 25 anni, nato a Siracusa, per motivi di studio e di lavoro trasferito a Catania. Laureato in Ingegneria Informatica, al momento si occupa di ricerca nel campo delle reti di sensori: tanta bella roba.

Don Bosco nei volti di chi mi ha accolta e accompagnata
Valentina Mazzer *

Mentre racconto “il mio impatto con don Bosco”, mi sento come uno di quei ragazzi che Lui incontrava nel suo oratorio, e di questo incontro sono ancora profondamente grata.
Ho 25 anni e abito a Codognè, un piccolo paese in provincia di Treviso.
Dopo cinque allegri anni di liceo scientifico, mi sono laureata in giurisprudenza e al momento sono un’entusiasta e curiosa praticante avvocato, con qualche ambizione verso magistratura (ma tutto ancora molto “work in progress”!).
Sono un’animatrice di vecchia data ormai, in un piccolo oratorio di un paese vicino, Conegliano, con attività di animazione di gruppo, tra cui gli Amici di Domenico Savio (di cui faccio parte), e da un paio d’anni ho ripreso a dedicare qualche oretta nella mia parrocchia di origine, come catechista.
Sono entrata a far parte della famiglia salesiana attraverso l’incontro con le Figlie di Maria Ausiliatrice che ho conosciuto prima nell’asilo vicino casa e poi al Collegio Immacolata a Conegliano, ed è proprio questa la realtà salesiana a cui tutt’ora faccio riferimento e che per me rappresenta un pezzetto di “casa mia”.
Quando ancora andavo alle medie, i miei genitori, per necessità lavorative, iniziarono a portare mio fratello e me al Grest estivo gestito dalle Suore. Tutto ha dunque avuto inizio da un atto di fiducia dei miei genitori, che pur non conoscendo a fondo l’ambiente salesiano, lo hanno scelto perché sapevano che lì saremmo stati allegri, al sicuro e avremmo fatto un’esperienza di crescita positiva. Mi colpisce sempre pensare che questa scelta semplice abbia poi significato tanto per la mia vita! La Provvidenza?
Da quell’estate lo stile salesiano (il suo "carisma"), mostratomi da tante persone incontrate lì, animati e animatori, salesiani e salesiane, è diventato via via qualcosa di sempre più caro al mio cuore. Con il tempo ho iniziato a scoprire che anch'io potevo assomigliare sempre più a quelle persone tanto luminose e belle che incontravo.
Solo ora, a distanza di anni, posso dire che don Bosco si è per me davvero incarnato in tutti quei volti che si sono rivolti a me con amicizia, che con gentilezza e delicatezza mi hanno condotta dentro il mio cuore, mostrandomi quanto di bello il Signore vi aveva dipinto; don Bosco è nei compagni di cammino con cui sono cresciuta, che tutt’ora sono gli amici più cari che ho; don Bosco è negli incontri con la mia guida, che si prende cura della mia anima; don Bosco è in quell’allegria e attenzione al prossimo che cerco di portare ovunque vada.
Gentilezza, attenzione, delicatezza e allegria sono i doni di don Bosco che ho colto in questi anni, quelli che mi sono “rimasti attaccati” e che desidererei mostrare ad ogni persona che incontro nella vita. Negli studi, nel lavoro in pizzeria il sabato sera, nella pratica da avvocato ora, cerco di essere figlia di don Bosco nei piccoli gesti quotidiani (anche se non è sempre facile!)
Ma il regalo più grande che ho ricevuto dall’incontro con don Bosco è stato l’incontro col Signore!
Il mio cammino di fede ha avuto inizio in una casa salesiana, dove ho iniziato a pregare, a parlare a Dio, a scoprire che Qualcuno mi amava da sempre!
E’ con tanta gratitudine nel cuore che vivo ora e penso al futuro: sogno di lavorare mettendo a frutto appieno quanto ricevuto in questi anni e di poter un giorno formare una nuova famiglia in cui si respiri “aria salesiana”.

* 25 anni, laureata in giurisprudenza, praticante avvocato, attività dio animazione di gruppo in oratorio

Catturata da un amore forte e sincero
Linda Pocher, suora salesiana (FMA)

Non potrò mai dimenticare il mio primo incontro con Don Bosco. Avevo 8 anni, era il 1988. Un cugino che frequentava i Salesiani dell’Isitituto Bearzi di Udine invitò la mia famiglia ad un recital su Don Bosco, il famoso “C’è da non crederci”. Accettammo l’invito e io rimasi letteralmente incantata dalla vicenda di questo prete, donato fino all’ultimo respiro per riscattare i giovani dalla strada e offrire loro un pezzo di Cielo. All’epoca non avrei saputo spiegarlo, eppure sentivo intensamente che avrei voluto vivere anch'io così: volevo essere catturata dall’amore forte e sincero di Don Bosco e, coinvolta nella sua stessa missione, partire, come i lupi diventati agnelli, per portare quell’Amore ai confini del mondo.
Al termine dello spettacolo, la mamma acquistò per me l’audiocassetta del recital. Inutile dire che in seguito il salotto di casa si trasformò in un palcoscenico, sul quale Don Bosco, Mamma Margherita e i giovani poveri di Torino continuavano a ballare all’infinito. Finché un giorno, la sorellina di due anni riuscì ad afferrare la cassetta e decise di tirarne fuori il nastro e aggrovigliarlo per bene. L’evento segnò la fine della mia tournèe casalinga del recital, con sollievo dei miei cari, ormai stanchi di sentire sempre la stessa musica. Finita la musica, anche Don Bosco scivolò lentamente nel dimenticatoio…
Nel 1989, però, le FMA aprirono un oratorio interparrocchiale a Pavia di Udine, 3 Km da casa mia. Io cominciai a frequentarlo, attratta soprattutto dalla simpatia e dall’affetto delle suore e dei giovani animatori. Quando finalmente, nell’estate del 1995, potei cominciare a fare l’animatrice e a frequentare il MGS, improvvisamente l’atmosfera del “C’è da non crederci” invase di nuovo la mia vita ed ebbi la chiara sensazione di aver finalmente trovato il luogo in cui poter vivere ciò che mi aveva affascinato di Don Bosco! Iniziava a farsi sentire, nel profondo del cuore, il desiderio concreto di diventare come le mie suore, totalmente dedicate al bene dei giovani. L’idea mi faceva tremare le gambe (avevo 15 anni!), eppure dicevo a me stessa: se Gesù si è scomodato per me, per farmi conoscere il sogno di Don Bosco e invitarmi a farne parte, come posso dirgli di no? Come posso dire no a Dio?
Sono passati 12 anni dalla mia prima professione come FMA. Da allora ad oggi mi sono sentita accompagnare in modo costante dall’affetto vivo di Don Bosco e devo confessare che molte volte ho pensato che egli, in uno dei suoi sogni sul futuro dell’Oratorio, deve aver visto anche me! Ciò che in me è cresciuto e continua a crescere, insieme alla fede nella potenza dello Spirito Santo e di Maria Ausiliatrice, è la consapevolezza di quanto sia urgente andare ai giovani come lo faceva lui, con lo spirito del DA MIHI ANIMAS COETERA TOLLE: desiderando cioè in modo particolare che essi possano incontrare Gesù Vivo e fare di tutto perché questo accada.
E più il cammino della vita e della missione si fa esigente, più possiamo stare sicuri che sarà grande per noi la festa in Cielo!

* 35 anni, nata e cresciuta in provincia di Udine, fin da bambina ha frequentato l'oratorio Don Bosco di Pavia di Udine. Nel 2003 ha fatto la prima professione come FMA. Dopo la professione ha studiato filosofia e teologia e contemporaneamente ha lavorato nell'oratorio del Bearzi di Udine per tre anni e a Pavia di Udine per sei anni, come catechista, animatrice di gruppi ed educatrice del doposcuola, in particolare con preadolescenti, adolescenti e giovani. Attualmente fa parte della comunità FMA di Casa Generalizia a Roma e sta facendo il dottorato in teologia dogmatica alla Gregoriana.

Aspettavo senza sapere di essere atteso
Federico Rocca *

Fine ottobre 2004, oratorio san Bernardino di Chiari (BS).
Mi ritrovo ad un evento MGS della mia ispettoria "Lombardia Emilia" a causa di un raggiro di una suora salesiana della casa di Lecco (delle quali sono onoratissimo ex-allievo).
Prima di quel momento non avevo mai incontrato un salesiano e di Don Bosco ne sentivo parlare ogni tanto durante il “buongiorno”: momento iniziale di ogni giornata che, insieme alla “buonanotte”, è caro a tutta la famiglia salesiana.
L’accoglienza che i salesiani hanno riservato a tutti i ragazzi venuti all'evento mi ha colpito a tal punto da volerne conoscere uno da vicino.
Allora mi sono informato con chi potessi fare una chiacchierata. Mi dicono di aspettare fino alla fine delle attività. OK, aspetto. Verso mezzanotte un tizio mi accompagna al bar dell’oratorio e mi dice che di lì a un po' arriverà don Erino. Che nome strano…
Ormai sono in ballo e aspetto!
Ed ecco che entra un giovane prete tutto trafelato, con una lunga sciarpa che gli arriva fino a terra. Posa i fogli su un tavolino, si avvicina e mi fa: “Sei Federico?” “Sì.” “Vieni, facciamo due passi in cortile…”.
Una volta fuori, mi prende sottobraccio: “Dai, raccontami!”.
Per un momento mi sento spaesato, poi mi faccio coraggio e: “Scusi, ma lei chi è?”.
“Ah già, scusa! Mi sono dimenticato di presentarmi… sono don Erino! Mi hanno detto che mi cercavi e mi sa che ti ho fatto aspettare un bel po'…”.
Il mio incontro, il mio vero incontro con Don Bosco è andato proprio così…
Attendere qualcuno, per poi scoprire, durante l’incontro, di essere atteso. Da quella volta in poi Don Bosco è il mio santo. È entrato nella mia vita come un treno in corsa, mi ha letteralmente smontato in modo che potessi vedermi per quello che sono, mi ha posto davanti una meta che mai mi ero immaginato di desiderare davvero, mi ha fatto capire che io, proprio io, potevo o dovevo vivere "alla grande", cioè essere felice, essere santo.
Potrei dire adesso, come ho poi scoperto in una pagina della Bibbia: “mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre”.
E questa seduzione ha portato a scelte concrete nella mia vita. Innanzitutto il vivere la Spiritualità Giovanile Salesiana nel quotidiano e col quotidiano: lavoro, fidanzamento, relazioni amicali, disponibilità ordinaria (e qualche volta anche straordinaria, come dicono i miei... beh, a dire il vero loro dicono "troppo") a livello territoriale nel MGS.
Ma la scelta più grande e più bella è stata quella di abbracciare totalmente lo stile salesiano di vivere la vita, di affrontare le gioie e le sofferenze di ogni giorno. Saper meditare su ciò che accade nella mia esistenza ma anche mettersi in gioco e darsi da fare.
In ogni posto in cui vado Don Bosco è con me e nel mio piccolo cerco sempre di lasciare un pezzo di Paradiso a tutti: non fa male, anzi aggiusta tutto!
Con la donna che Dio mi ha posto accanto abbiamo deciso che tutta la nostra vita sarà all’insegna dell’amore di Dio ai giovani e che la nostra via per la santità passerà proprio attraverso lo stile salesiano: con la promessa di "felici nel tempo e nell’eternità"! (ecco, attraverso la foto dichiaro che noi due siamo una sola scelta).
Di padre in figlio (o di coppia in figli), se Dio vorrà.
Don Bosco per me è vivo, davvero vivo, perché l’ho incontrato. Gesù è davvero vivo perché Don Bosco me lo ha mostrato!

* 29 anni, laureato in ingegneria matematica, lavora come programmatore industriale.
E' membro uscente della consulta nazionale MGS e attivissimo - per quello che lavoro e preparazione al matrimonio permettono - nelle attività territoriali del MGS.

Rivedo al rallentatore la mia vita, e sono piena di gioia
Emilia Sperandio, suora salesiana (FMA) *

Ho conosciuto Don Bosco fin dall’infanzia, quando i miei mi hanno portato in chiesa e sono stata in grado di guardarmi attorno.
Nella larga cupola del presbiterio vi sono affreschi di più Santi: uno ritrae il monumento di Don Bosco davanti alla Basilica di Maria Ausiliatrice.
Mi attirava la sua figura che guarda con tanta dolcezza i due ragazzi tenuti vicini.
In casa, la mamma che era stata in collegio a Biella, a contatto con le FMA, aveva appreso tante cose e soprattutto lo spirito di Don Bosco e ce lo trasmetteva nell’educazione: eravamo in nove fratelli. In particolare cantava spesso la lode “Lodate Maria, o lingue fedeli” affermando che era la prima insegnata da Don Bosco ai suoi ragazzi; così l’abbiamo subito imparata.
Tra i 9 e gli 11 anni poi, in chiesa, anziché seguire la santa Messa, io mi isolavo in fondo al primo banco dei ragazzi e leggevo la sua biografia, che sentivo ispirata all’affresco, trovata nel libro delle “Massime Eterne” della nonna.
A scuola, come testo di Religione, avevamo la “Storia Sacra” di D. Bosco e il parroco ci raccontava con entusiasmo le sue singolari vicende, Più avanti furono adottati altri suoi due testi: “La Storia sella Chiesa” e “Il giovane provveduto”.
Più avanti ancora, da preadolescente, quando scoprii
- la stupenda grandezza di Dio, nelle albe e nei tramonti delle mie Dolomiti,
- l’attrattiva di Gesù Eucaristia, tramite la mamma,
- l’amore di Don Bosco per i suoi ragazzi e la sua vita tutta dedicata a loro...
si fece viva in me, a poco a poco, la convinzione che era bello e grande dare la vita per i giovani, anziché invischiarmi nelle vicissitudini amorose dei miei fratelli, o “filare” con un compagno di scuola, che in fondo mi piaceva.
Una zia FMA, direttrice a vita, mi propose di provare la vita salesiana e mi portò a Corticella (BO) tra le Aspiranti. Ma la nostalgia di casa e dei monti mi divorava e stavo male.
La Madre Maestra, una cara santa donna, capiva, e un giorno mi suggerì una specie di sfida: “Facciamo una fervente novena davanti al Sacro Cuore, scolpito nel legno dei tuoi boschi e digli: Se mi vuoi FMA fammi passare la nostalgia, se no, vuol dire che devo tornare a casa”.
La nostalgia svanì, con mia profonda sorpresa, prima ancora del termine della novena e non riapparve mai più.
Rimase l’amore tenace per la mia famiglia, per le montagne e per la missione, specie in Oratorio.
Posso dire di aver molto amato i giovani e di averne avuto tanta corrispondenza, nonché la fioritura di buone vocazioni.
Una cara FMA innamorata di Don Bosco, già in cielo, Madre Rosetta Marchese, fu il modello a cui mi sono sempre ispirata, fin dalla prima professione: lei ha saputo comunicare la grande fede di Don Bosco, il suo abbandono a Maria Ausiliatrice e la sua arguzia…
Intanto cresceva in me la coscienza d’essere avvolta da un amore che non viene mai meno, e questa certezza diveniva consapevolezza profonda di appartenere a Qualcuno che completava la mia vita. La meditazione di Gv 12-17 era (ed è) linfa insostituibile che mi moltiplicava la forza, il coraggio alimentava una gioiosa libertà interiore, nonché l’entusiasmo e l’orgoglio d’appartenere all’Istituto voluto da Don Bosco.
Leggevo con grande interesse la vita delle prime suore: quando Madre Mazzarello non “moveva dito” (così si diceva) senza consultare Don Bosco; così pure le lettere, le esortazioni e la sue espressioni d’apprezzamento per quanto era la Madre: i loro dialoghi erano “oro salesiano”- si diceva.
Nella preghiera con i ragazzi ho sempre invocato il loro aiuto.
Forti scosse di dolore e poi di ripresa furono la morte di mamma, papà e di tre fratelli.
Ringrazio spesso il Signore d’aver ereditato dalla mamma la passione per la lettura e la soddisfazione di raccontare: quanto mi sono valse nella mia missione educativa!
Più leggevo (e leggo) Don Bosco, più trovavo ciò che cercavo; così anch’io tentavo di trasmettere ai ragazzi la gioia di vivere, il coraggio di far fatica, la scoperta delle loro capacità, valorizzando i mezzi migliori: la preghiera, la catechesi, la scuola, il teatro, la musica, il balletto, nei campeggi e nei Grest, ma soprattutto negli incontri personali (la parolina all’orecchio).
Non mi hanno mai fatto paura i sacrifici: Gesù c’era sempre e dovunque.
Ho toccato con mano la presenza materna e potente di Maria Ausiliatrice.
Sono sempre stata una FMA felice e lo sono.
Ho avvertito sempre con profonda gratitudine la bellezza della maternità spirituale, la meraviglia del ragazzo che cresce, il calore della comunità nello spirito di famiglia, aspetto specifico nostro, che, insieme alla mia ostinazione innata di portare in fondo le cose e il rifiuto di quelle sbagliate o disattese, mi ha permesso di vivere la missione educativa con passione mai venuta meno.
Infine un dono grande è sempre stato per me il Gruppo degli animatori in Oratorio, come a Bibbiano, a Formigine, a Livorno, a Montecatini e ora a Parma.
Con loro ho condiviso la gioia della vocazione, la fede, la preghiera, l’impegno della formazione, successi e delusioni, discussioni e decisioni…
Ora, in cui gli anni segnano un nuovo passo, al rallentatore, non mi manca la possibilità di comunicare ogni giorno la gioia della vita ad ogni incontro.
Prego molto per le FMA e per gli SDB giovani, chiedo al Signore e a Maria Ausiliatrice di renderli sempre più consapevoli del grande dono che tengono in mano: la vocazione e lo spirito del sistema preventivo da realizzare.
“Ho dato la vita per i miei poveri giovani”

* Nata a Canale San Bovo (TN) nel 1933, ha professato nel 1954. Diplomata a Torino in scuola dell'infanzia e scuola elementere, a Roma ha conseguito la qualifica dell'ISEF per l'insegnamento dell'educazione fisica, insegnando fino al 1982. Ha seguito sempre l'oratorio soprattutto nella catechesi, nel teatro e nella formazione degli animatori, nei campegggi, estate ragazzi e doposcuola. E' stata assistente delle convittrici nel collegio di Reggio Emilia e ha prestato servizio eductivo in tante opere dell'Emilia Romagna e Toscana.