Annate NPG

Le qualità dell’educatore oggi. Suggestioni per un modello

Inserito in NPG annata 2015.


Rilettura ermeneutica del sogno dei diamanti di Don Bosco

Mario Delpiano


(NPG 2015-06-59)

UN DOCUMENTO PARTICOLARE E INTERESSANTE

Il sogno dei dieci diamanti è un documento particolarmente interessante e curioso, che don Bosco ha narrato e scritto di proprio pugno nella prima stesura, cosa che rivela quanto gli stava a cuore e quanto lo ritenesse importante. E’ un documento narrato e curato negli ultimi anni della propria vita, al termine di una esistenza dedicata e logorata per la gioventù del proprio tempo, con uno sguardo di prospettiva rivolto al passato del suo drappello di compagni di avventura educativa, diventati “moltitudine”, per coglierne forse anche la lontananza dalla freschezza delle origini. Ma è anche uno sguardo lanciato sul futuro lontano con quel carico di ansia e di preoccupazione, che investono un formatore e fondatore storico, preoccupato che non venga sperperata la sua preziosa eredità, ma venga custodita, implementata e trasferita in altri tempi con fedeltà e creatività.
In questo senso colgo una profonda continuità e un forte richiamo con quell’ultimo documento storico, che potremmo chiamare il suo “poema o sogno pedagogico” quale è la Lettera da Roma dell’ 84 nella sua doppia versione: rivolta ai giovani e, soprattutto, rivolta agli educatori salesiani, per farli riflettere sulla necessità di non allontanarsi da quello stile di stare insieme, quel modo di rapportarsi tra giovani e adulti, quello “spirito di famiglia” che aveva fatto fiorire l’oratorio alle sue origini e che doveva essere custodito come la sua “eredità pedagogica” più preziosa e originale, il suo “Sistema preventivo di educazione della gioventù”. Nella narrazione di quel sogno, come di quello che andiamo ad analizzare e “interpretare”, si poteva raccogliere tra le righe una venatura di amarezza e di nostalgia per i “bei tempi passati” e affiorava al contempo l’ansia e il presentimento, o forse il timore che, per il futuro, i suoi discepoli si allontanassero dalle sorgenti autentiche di quel tesoro e di quel successo che aveva avuto il suo carisma educativo e missionario.

Una contestualizzazione del sogno dei diamanti

Questo “sogno” (don Bosco è l’uomo dei sogni) fu fatto - così lui racconta - nella notte tra il 10 e l'11 settembre 1881 a San Benigno Canavese, dove si trovava per un corso di esercizi spirituali da lui predicato ai direttore delle diverse opere della congregazione salesiana. Si trattava di offrire degli spunti e dei messaggi densi di spiritualità, nutriti di impegno, quasi un richiamo alla responsabilità della “consegna”, per coloro che dovevano prendere le redini della Società da Lui e con loro fondata, e che si era nel frattempo estesa oltre le Alpi e oltre l’Oceano; e pertanto dovevano essere pronti ad assumere il ruolo di guida e “modello salesiano” per le generazioni future di seguaci e di discepoli.

La collocazione temporale del sogno

Narrando il sogno, Don Bosco fa rimarcare due dati: il primo, che il 10 settembre era «giorno che la Santa Chiesa consacra al glorioso Nome di Maria»; il secondo, che i Salesiani riuniti a S. Benigno Canavese «facevano gli Esercizi Spirituali», e a lui sembrava «di passeggiare coi Direttori» come con i suoi ragazzi cresciuti nei tempi passati. Sono due osservazioni che hanno un loro valore suggestivo per la nostra riflessione: quanto Don Bosco sta narrando è un approfondimento, come per i direttori delle opere durante gli Esercizi Spirituali, anche per tutti gli animatori particolarmente responsabili, come sono i Superiori della comunità. E’ dunque un tema di spiritualità prettamente salesiana, l’antropologia salesiana vissuta alla luce della fede e della sequela di Gesù, secondo le categorie di quel tempo.
È un messaggio di spiritualità salesiana nel genere letterario del “sogno” offerto al salesiano in quanto tale. In esso non si parla direttamente dei giovani, anche se tutto, evidentemente, è orientato a loro favore.

«Il modello del vero educatore-pastore»

Il sogno infatti delinea, attraverso il suo proprio genere letterario, e utilizzando la metafora del “Principe con il mantello trapuntato di diamanti” (“augusto personaggio” ricoperto di un mantello incastonato di diamanti davanti e dietro), il profilo del salesiano modello delle origini, così come lo era stato il fondatore per i giovanotti che, con coraggio e forse anche con una certa dose di incoscienza, avevano deciso di seguirlo, abbandonando ciascuno il proprio piccolo progetto personale di vita, per assumere anche con temerarietà un progetto grande, immenso, condiviso, vissuto in compagnia, come si trattasse della realizzazione di un unico grande sogno, per la salvezza dei giovani, soprattutto di quelli più abbandonati e pericolanti, come piaceva dire a don Bosco.
Il sogno si svolge in tre scene. Nella prima scena il Personaggio incarna il profilo positivo e ideale del salesiano, dell’educatore secondo don Bosco: sul lato anteriore del mantello brillano cinque diamanti, tre sul petto: fede, speranza, carità, e due sulle spalle: lavoro e temperanza. Sul lato posteriore il mantello presenta altri cinque diamanti: obbedienza, povertà e castità, quindi i due restanti: premio e digiuno.
Nella seconda scena il personaggio mostra invece l’adulterazione e la decadenza del modello di salesiano: l’anti-salesiano, l’anti-educatore, il mercenario anziché il pastore, rappresentato da una persona con il mantello tarlato, scolorito e sdruscito, e su di esso, al posto dei diamanti, squarci e tarli come dei buchi neri.
Nella terza scena invece compare un giovane in veste bianca ricamata d’oro e d’argento, dall’aspetto maestoso e amabile, che lascia don Bosco pieno di esortazioni da impartire ai suoi salesiani, al fine di assicurare un futuro alla nuova società da lui fondata con i suoi giovani più vicini e affascinati. Attraverso questo personaggio don Bosco esorta i salesiani ad «ascoltare», a «intendere», a mantenersi «forti e animosi», a «testimoniare» con le parole e con la vita, ad «essere oculati» nell’accettazione e nella formazione delle nuove generazioni, a far crescere sanamente le loro comunità.
Le tre scene del Sogno sono vivaci e provocanti; ci presentano una sintesi agile, personalizzata e drammatizzata, della spiritualità salesiana, cioè di una spiritualità dell’educatore consacrato.

Rilievo e importanza attribuita al sogno nella tradizione salesiana

La rilevanza di questo massaggio per garantire un futuro certo alla missione salesiana è dato anzitutto dal fatto che, diversamente da altri sogni, don Bosco non solo si accontentò di esporlo ai suoi primi uditori, ma lo mise “subito” per iscritto, appena sveglio, al punto che negli archivi è presente il suo testo autografo, curato successivamente anche in edizione critica. Da questa «tormentata» minuta don Berto trasse una bella copia, riveduta poi da Don Bosco stesso; vi aggiunse ancora una postilla o «promemoria», in cui don Bosco annota: «Questo sogno mi durò quasi l’intera notte, e sul mattino mi trovai stremato di forze. Tuttavia pel timore di dimenticarmene mi sono levato in fretta e presi alcuni appunti».
L’importanza attribuita all’intento e al contenuto di questo messaggio dalla tradizione salesiana è tale che tutti successori di don Bosco lo hanno citato e analizzato, come un documento fondamentale per la formazione dell’identità autentica dal salesiano di tutti i tempi e in particolare del futuro. Furono don Rinaldi quindi don Zigiotti e poi don Vigano, ad attribuirgli quella centralità e importanza rilanciata di tanto in tanto anche in seguito.
E proprio i successori alla guida del mondo salesiano furono coloro che diedero il via ad una molteplicità di approfondimenti e di scavo nelle interpretazioni, progressivamente omogenee, pur nella discontinuità dell’orizzonte culturale tra tradizione e modernità.
Don Rinaldi ne tentò una riespressione e un rilancio del profilo quarant’anni dopo, in un contesto (il 1924 e il 30) ormai lontano della situazione in cui don Bosco lo lanciò; don Viganò nel centenario dalla promulgazione, in un clima post-conciliare burrascoso e innovativo (1981), dentro una modernità ormai esplosa e in piena secolarizzazione, lo riprese con le nuove precomprensioni del nuovo Concilio e della pedagogia contemporanea.

PERCHÉ UNA RIESPRESSIONE NELL’OGGI?

Proprio sulla scia di queste operazioni di reinterpretazione, oggi, in un contesto di post-modernità, o di sur-modernità che ne segna la distanza culturale, affinché il “sogno-testamento” acquisti ancora un significato vitale e possa apparire con tutta la sua forza provocatrice e profetica, ritengo sia quanto mai urgente il tentativo di rilettura, di interpretazione nella prospettiva ermeneutica, all’interno di un nuovo clima culturale in cui siamo collocati, e dento un linguaggio sensato, cioè fedele all’incarnazione nel nostro tempo, che sia significativo e dono di senso per chi educa alla fede.
Troppe volte ci si illude di ripetere le stesse parole e si crede che esse possano risuonare al cuore delle persone, senza tuttavia preoccuparsi della lontananza culturale, linguistica, che spesso allontana anziché avvicinare, o rende banale, superato, privo di senso il messaggio che ne scaturisce.
Dunque colgo la necessità di una reinterpretazione ermeneutica per due motivi: primo perché nella espressione di don Bosco si incrociano atteggiamenti/virtù e azioni/cose/ che richiedono per noi, in chiave formativa, una traduzione delle virtù (i diamanti) in termini di atteggiamento globale (conoscenze, emozioni, comportamenti) entro uno schema di elementi che siano coerenti con l’attuale impostazione pedagogica: cioè una costellazione, o sistema, di atteggiamenti molteplici che concorrono a qualificare oggi “uno stile di vita e di relazione da educatore alla fede ” (e pertanto da salesiano doc!).
Il secondo motivo di questa operazione ermeneutica è dovuto al fatto che la configurazione delle virtù e dei vizi nella cultura e nella teologia dell’Ottocento esigono, per noi del post-moderno, una ri-espressione, e non solo una riproposizione tout court, nel linguaggio della cultura di oggi, e ciò affinché risultino significativi e rilevanti anche oggi. E questo per dare forma ad una nuova costellazione di atteggiamenti, nuove virtù, oggi “qualità della vita”, che parlino all’uomo di oggi, che siano anche capaci di recepire la conquista di centocinquant’anni di storia vissuta dalla gente, dalla chiesa, dai salesiani nel tempo, e che ci conduce fino ad oggi. Pertanto una riscrittura capace di ri-esprimere anche sensibilità valoriale nuova in atteggiamenti nuovi, sia in riferimento al mondo della fede (dire fede oggi non significa più la stessa cosa che dire fede nell’ottocento), sia riguardo ai nuovi stili di vita che sono frutto di almeno tre rivoluzioni antropologiche.
Ci separano, dai tempi del sogno, orizzonti culturali diversi, segnati da trasformazioni profonde della cultura, da eventi segnati col sangue della tragedia delle guerre mondiali, delle culture impazzite (perché totalitarie) del nazismo, del fascismo, del comunismo; e poi dalla esplosione della modernità, col suo sviluppo tecnologico dominante, e dalla cultura della democrazia, del capitalismo, del liberalismo e del socialismo, dell’europeismo, fino a giungere all’orizzonte che si è aperto delle varie crisi, da quella della modernità, alla crisi della economia globale con tutte le sue ricadute, dal superamento delle egemonie culturali delle grandi ideologie e delle superpotenze, alla sempre più consapevole uscita critica dalla modernità nelle varie sue ramificazioni: il pluralismo culturale della post-modernità, il relativismo, il sempre più dominante peso del mondo virtuale e della cultura liquida.
Ancora una nota prima della proposta. Sono convinto che tale operazione non resti utile solamente per il mondo salesiano e pertanto che vada svolta all’interno di recinti istituzionali interessati alla rivitalizzazione e alla incarnazione del carisma educativo di don Bosco nell’oggi del mondo e della cultura.
Questa operazione ermeneutica può essere un confronto utile per qualsiasi educatore di oggi, e ha da dire qualcosa all’educatore errante del post-moderno, in particolare educatore alla fede dei giovani di questo tempo, perché ci sollecita a ricostruire per l’uomo di oggi, per l’educatore ma anche e soprattutto per il giovane, un “profilo di maturità umana e cristiana” e un “modello di adulto in relazione con l’altro” che aiuti a superare il rischio del qualunquismo, del sincretismo acritico, senza permettere di individuare quel profilo di stile del “sistema uomo”, che sappia tener conto di tutte le dimensioni della persona e soprattutto che possa essere una risposta unitaria di identità personale, non semplificata e riduzionistica, in grado di superare la frammentazione identitaria attuale, propria delle nuove generazioni, oltre che radicare l’impegno educativo in un terreno di senso (una simbolica dell’educazione). Per questo più che al solo “salesiano educatore” mi piace ripensare il messaggio di ieri in compagnia di qualsiasi educatore di oggi.

PROFILO DI UNO STILE DI VITA DELL’EDUCATORE ALLA FEDE DEI GIOVANI

Quando don Bosco diceva che l’educatore dei giovani (e lui pensava al salesiano) deve essere una persona nella quale brillano, come diamanti, i tesori della fede, della speranza, della carità … e così via, cosa intendeva dire ai suoi? e che cosa significa per noi oggi l’atteggiamento radicale della fede, come di ogni altro atteggiamento del credente (virtù per i suoi tempi e il suo linguaggio)?
Sono consapevole della lontananza del mondo culturale di don Bosco da quello di oggi, e che pertanto ciascuno di questi atteggiamenti indicati ha significato, senso e contenuto diverso per ciascun tempo storico che tale messaggio ha attraversato.
Leggendo o ascoltando il racconto di questo sogno ne cogliamo la lontananza e la distanza, insieme ad una sintonia che, nonostante tutto, ce lo avvicina, mentre affiora un profilo di uomo, di credente educatore, che risulta alquanto distante per chi vuole essere uomo, cittadino, educatore e evangelizzatore del proprio tempo, in quella prospettiva dell’incarnazione che abbiamo imparato ad abitare.
Sono tra quelli che rifuggono dal piacere di ripetere le stesse, identiche parole, in contesti diversi e a destinatari diversi, che abitano davvero un mondo altro. Perciò mi accingo in questo tentativo di rilettura e di riscrittura del profilo, non per lasciar perduto il “messaggio vitale che proviene dal passato” e nel contempo compiere lo sforzo di una interpretazione per ri-esprimere il contenuto del messaggio nell’oggi. Sono infatti consapevole che dentro quelle parole caratterizzate da quel lontano linguaggio, attraverso la metafora del personaggio col manto del sogno, giunga a noi oggi ancora qualcosa di prezioso, un dono da non perdere, una eredità da custodire e da rilanciare, perché vibra in esso, ieri come oggi, la passione educativa come declinazione della passione per la vita.
Presento dunque sinteticamente lo schema di raccolta del profilo in positivo, comparando quello che don Bosco ci ha donato.

Il profilo in positivo dell’ educatore alla fede “modello” secondo il carisma di don Bosco

diamanti 1
I diamanti/virtù che don Bosco collocava sul mantello nella parte frontale, rappresentavano, nella sua visione, le qualità immediatamente riconoscibili che caratterizzano subito il salesiano educatore agli occhi di chi lo vede all’opera o ha imparato a conoscerlo.Fede, speranza e carità, sono le tre virtù teologali che qualificano la vita di ogni credente e dunque il volto riconoscibile dell’educatore che è consapevole e impegnato nell’educazione alla fede. Queste tre virtù teologali di sempre come possono essere risignificate per noi oggi, anche dentro una visione secolarizzata di chi fa educazione e non esclude a priori la dimensione di mistero?

La fede fiducia è quell’atteggiamento del credente da conquistare, che permette di essere contemplativi nel quotidiano, mentre si vive la missione per il Regno di Dio. Facciamo esperienza, nella nostra vita di educatori alla scuola di Gesù, come diventa fondamentale oggi vivere l’atteggiamento di “fiducia radicale” come la capacità, da accogliere e da coltivare perché di dono si tratta, di leggere in profondità con lo sguardo di fede la vita, gli avvenimenti, soprattutto le relazioni e ancor più i “volti” che incontriamo, sapendo riconoscere nella vita quotidiana la presenza, la vicinanza del Signore risorto, e anche l’appello che attraverso la vita ci rivolge. Certo essa è opera dello Spirito, come le altre virtù teologali e come ogni atteggiamento positivo, da accogliere e da acconsentire, ma che accomuna, credenti e non credenti o diversamente credenti, intorno alla scommessa di fiducia nella vita e nell’educazione come via di liberazione. Nel mistero dei volti, tutti, dichiaratamente o meno credenti, si incontrano col mistero della vita.
Un secondo atteggiamento da riscrivere nell’oggi è la speranza, cioè la fiducia e la capacità di cogliere Dio all’opera, attraverso lo Spirito del Risorto, nella vita delle persone e nella lievitazione della storia e delle comunità. Questo atteggiamento diventa ottimismo nella vita proiettata nel futuro, cioè verso la crescita della vita nelle persone, nonostante tutto. La speranza allora diventa per noi oggi l’atteggiamento e la capaci di guardare “oltre” il presente, per cogliere il futuro che ci è donato nei segni del presente, e ciò nella nostra vita, nella vicenda della vita degli altri e dei giovani in particolare, fino a contemplarne l’esito futuro di vita e di felicità piena, consapevoli che Dio sta lievitando la vita e la storia di ciascuno. Anche l’educatore che non si riconosce credente, ha la necessità di una buona dose di fiducia rivolta la futuro, cioè di speranza.
La “carità” è vissuta nella prospettiva di un Amore che ci anticipa e ci supera, quale quello testimoniato dal Signore che si pone esclusivamente come “colui che serve”; essa diventa allora atteggiamento di consapevolezza di sentirsi amati incondizionatamente, di un amore messo alla prova dalla sofferenza e dalla fragilità, e che diventa capacità e impegno di vivere la restituzione dell’Amore accolto e sperimentano nella gratuità, a servizio di un Amore verso i giovani e i fratelli della comunità, vissuto come risposta anticipante al bisogno di amore dell’altro. Chi si scopre incondizionatamente amato, prima o poi nel cammino della vita sente in ciò la ragione della restituzione verso le nuove generazioni.
Ci rendiamo conto che questi tre atteggiamenti di radicalizzazione dell’esperienza di fede nella vita quotidiana diventano l’esperienza fondante e la sorgente viva delle ragioni di ogni avventura educativa. La fiducia nella vita radicalizzata nel presente e proiettata nel futuro, insieme all’esperienza dell’amore incondizionato che si fa “prendersi cura dell’altro) per l’educatore credente, costituiscono davvero la sorgente inesauribile dell’impegno educativo, e ne sono insieme il cammino, mai compiuto, e al contempo, la meta finale, l’obiettivo di chi, appassionato alla vita, vuole accompagnare a vivere l’esperienza di vita piena e abbondante.
E poi come dire oggi le due “qualità umane” che caratterizzano, per chi incontra il volto del salesiano e dell’educatore alla fede oggi, il binomio inscindibile per don Bosco di “lavoro e temperanza”? Qui siamo proprio dentro lo stile salesiano di vivere, attraverso l’educazione, il servizio al regno di Dio. Ma ci troviamo anche sul terreno assai comune, della pratica educativa stessa.
Da un lato l’operosità infaticabile nella mission educativa e pastorale (lavoro,servizio) che però non può scadere in attivismo, proprio perché collocato nella costellazione delle virtù teologali, e dall’altro il senso della misura, la moderazione, il non strafare (temperanza). Mi sembra che oggi potrebbero apparire atteggiamenti qualificanti l’educatore dal punto di vista antropologico, non solo metodologico: anzitutto la laboriosità creativa e la dedizione totale all’impegno educativo che tuttavia declinerei come capacità di iniziativa competente, creativa e instancabile nella realizzazione della missione tra i giovani vissuta a tempo pieno come modalità concreta e specifica di servizio al Regno. E’ la professione del salesiano trasfigurata in militanza, in dedizione totale accompagnata tuttavia dall’atteggiamento assolutamente bilanciato della moderazione, di chi ha ben sperimentato ed è consapevole del senso del limite, della personale fragilità, ed elabora in sé gli anticorpi al senso dell’onnipotenza, sia essa soggettiva che istituzionale, imparando ad accettare i limiti posti dalla fragilità delle persone, la propria anzitutto, e dalla realtà come l’insuccesso educativo, i condizionamenti e le esigenze stesse della vita comunitaria e sociale (l’ “onesto cittadino” è anche questo!).

Le qualità nascoste che qualificano davvero l’educatore salesiano

Non sono tuttei qui le “virtù” del salesiano, quelle che costituiscono la costellazione di atteggiamenti che delineano il profilo dell’educatore, secondo don Bosco. Ci sono un’altra serie di atteggiamenti, poco conosciuti da chi lo osserva all’opera, quasi invisibili dall’esterno, ma che vanno vissuti anzitutto nell’interiorità della persona e, tuttavia, qualificano l’educatore, anche se non saltano subito all’occhio attento dell’osservatore critico. Don Bosco indica i 5 diamanti sul resto del mantello con queste da lui chiamate “virtù”: obbedienza, povertà a castità, i tre voti dei religiosi consacrati, insieme a premio e digiuno. Ci si potrebbe chiedere, sono ciò che costituisce lo specifico del salesiano educatore, oppure si tratta di una ulteriore costellazione di atteggiamenti assolutamente necessari per chi fa educazione? Vediamoli.

diamanti 2

Veniamo ai primi tre: si tratta di cogliere in essi degli atteggiamenti estremamente liberanti e costruttivi: il primo, che don Bosco chiamava obbedienza come voto, la chiamo la libertà interiore per la missione, e consiste nell’atteggiamento interiore che si fa capacità di orientare tutte le risorse ed energie personali, al punto da mettere in gioco anche la propria identità come progetto di vita al servizio dei giovani, e questo accettando di mettersi in gioco nella sinergia delle differenti responsabilità della missione educativa (non si educata da soli ma in comunità, e dunque con le necessarie mediazioni e differenti responsabilità). Si tratta di andare ben oltre l’obbedienza anche creativa al superiore, o la dirigente o al capo di turno, perché implica la capacità adulta di entrare nel gioco delle responsabilità personali e comunitarie.
Il secondo atteggiamento, che vuole ri-esprimere nell’oggi il corrispondente atteggiamento del voto di povertà è la sobrietà, come atteggiamento sostenuto dalla capacità di accogliere la provocazione che oggi giunge drammaticamente dal sud del mondo, per ispirare il nostro stile di vita alla sobrietà attraverso la condivisione con i più poveri.
Infine la terza virtù che, brillando maggiormente al centro del retro del mantello per don Bosco rappresenta il cuore delle due virtù precedenti e alla quale sono relativizzate: la castità, che a me piace oggi esprimere come l’atteggiamento dell’Amore nel segno della gratuità e liberato dall’interesse. Questo atteggiamento diventa per il salesiano la declinazione relazionale ed educativa dall’Amore di Dio, accolto e incarnato nella relazione. Diviene pertanto atteggiamento di “Amorevolezza” vissuta come relazione libera e liberante verso il giovane povero, decentrandosi sul bisogno dell’altro e la sua crescita in umanità. Essa costituisce il vissuto quotidiano dell’esperienza incondizionata dell’essere amati nella gratuità e costituisce la carta vincente del Sistema Preventivo e il segreto di ogni successo educativo: solo quanto un giovane si scopre amato e accolto incondizionatamente da qualcuno che si prende cura di lui e si allea sulla strada della ricerca della felicità, si fa breccia nel cuore. E l’educazione è questione di cuore, solo che del cuore solo Dio ne possiede le chiavi (don Bosco). Ecco perché questo amore oblativo non orienta a sé ma deve divenire evento simbolico dell’amore del Padre in Gesù. Il giovane deve poter scoprire che Dio lo ama attraverso la per fragile, ma trasparente e autentica relazione dell’educatore (la simbolica dell’educazione).
La altre due virtù sono un po’ difficili già da essere comprese, perché non facilmente identificabili come atteggiamenti o virtù tout court. Il senso del “premio”, cioè “l’attesa di un pezzo di paradiso che aggiusta tutto”, lo tradurrei come vivere il senso della sofferenza che attraversa ogni servizio educativo entro una prospettiva di speranza, cioè come capacità di posporre le gratificazioni, accettare e accogliere le rinunce, le sofferenze dei fallimenti, i conflitti che ci giungono dalla relazione e dall’azione, come occasione che generano vita per l’altro e per sè.
Il digiuno poi non è una virtù né un atteggiamento, ma una pratica di rinuncia e di mortificazione (così nella prospettiva del tempo), non è facile da tradurre oggi in atteggiamento. Ho pensato al senso della rinuncia e della restituzione. Mi sembra di poterlo riconoscere in un atteggiamento di capacità di privarsi anche di cose necessarie per sé, in vista della condivisione e della solidarietà con l’altro, come soggetto di bisogno.

LO STILE DI VITA ANTISALESIANO COME STILE ANTIEDUCATIVO

Nella seconda fase del sogno, come abbiamo richiamato all’inizio, don Bosco rivede il personaggio, ma questa volta come se fosse reduce perdente di una battaglia. E sul grande mantello davanti e dietro ci sono dei fori provocati dalle tarme, come dei grandi “buchi neri”. Con questa costellazione di buchi neri il santo dei giovani cerca di descrivere la degenerazione dell’educativo e il fallimento della figura dell’educatore salesiano che ha smarrito prospettiva e fondamento della propria identità di educatore. Al posto delle virtù compaiono dei vizi, comunque riferiti ad atteggiamenti di immaturità e di irresponsabilità, tipici di chi fugge dalla fatica e dal conflitto che la relazione educativa comporta.
Anche qui tentiamo di immaginare questa costellazione di atteggiamenti di ordine negativo che, anziché essere costruttivi delle persone, le rendono dipendenti, prigioniere del proprio egoismo e della cultura edonistica e irresponsabile di buon mercato.
Affrontiamo quelli più visibili e appariscenti collocati sul lato anteriore del personaggio.
Li ho chiamati così: superficialità, presentismo, disamore, sregolatezza, passività e in un certo senso rappresentano gli aspetti più evidenti dalla cultura dell’effimero dell’attuale contesto culturale. Il primo è la superficialità, come riformulazione del binomio sonno-accidia, secondo don Bosco. Rappresenta l’atteggiamento di smarrimento del senso della dimensione “profonda” della vita (e quindi dello sguardo di fede sulla realtà e del senso della “presenza/compagnia” del Signore nel quotidiano) per cui esso diventa vuoto a perdere, vita insensata, abbandonata sul binario morto.
L’altro atteggiamento che riformulo al posto del “riso e scurrilità”, volgarità, è il presentismo, l’atteggiamento di fissazione sull’attimo fuggente che rappresenta una chiusura nel presente immediato, consumo del presente, perdita della dimensione di utopia e di futuro, cioè la prospettiva della propria vita e della propria missione educativa.
Il terzo atteggiamento della costellazione anteriore lo identifico col disamore e la perdita della motivazione profonda al servizio; esso diviene chiusura nella prigione del bisogno personale e dei propri interessi immediati. Infine sregolatezza e passività, l’una, la sregolatezza come atteggiamento di chiusura di sè nell’autofruizione dei bisogni in forma narcisistica e nevrotica, proprio di chi è prigioniero della cultura dell’eccesso; l’altro, sostitutivo di “sonno, furto, ozio”, sembrerebbe oggi più comprensibile come passività, l’atteggiamento di chi si chiude verso una posizione di tipo depressivo, di inattività, di passività, di perdita dell’entusiasmo, rinuncia alla azione che realizza la missione nel quotidiano. Come si vede gli atteggiamenti negativi risultano prevalentemente speculari rispetto a quelli anteriori positivi.diamanti 3I buchi neri del mantello nella sua seconda faccia sono infatti la spiegazione dei “buchi neri” della parte più visibile dell’educatore fallito e inconcludente. Infatti ne incarnano le ragioni e gli atteggiamenti più profondi che oggi configurerei così in una costellazione di atteggiamenti emergenti dal profondo: il vuoto dell’autorealizzazione, il narcisismo imperante, il consumismo incosciente, il dominio dell’ autogratificazione e la assenza dell’altro dalla propria prospettiva esistenziale. Mi accingo a commentarli.Il vuoto dell’autorealizzazione: appare come atteggiamento di ricerca esasperata della propria autorealizzazione e perdita della identità autentica come servizio, come identità decentrata sull’altro. E’ l’inizio del tarlo nella relazione. A questo segue il narcisismo imperante, come atteggiamento di ricerca esasperata di sé anche nella relazione con gli altri e di perdita della presenza dell’ altro dal proprio orizzonte di vita. Si tratta di un educatore che lavora per sé.A ciò si aggiunge l’atteggiamento di consumismo incosciente, l’atteggiamento di chi ha perso il senso vero delle cose come dono e caduta nella logica del “possesso, dell’arraffamento, del consumo nevrotico” di cose, di relazioni, di esperienze. Gli ultimi buchi neri del modello antropologico bandito sono due ultimi atteggiamenti: il predominio dell’autogratificazione e la cancellazione dell’altro (del giovane) dalla propria prospettiva esistenziale. Il predominio dell’autogratificazione rappresenta l’atteggiamento che possiamo definire regressivo, che consiste nella perdita della capacità di rinuncia o di posporre la propria gratificazione anzitutto negli esiti del lavoro educativo, bensì la ricerca di gratificazioni immediate a tutti i costi, soprattutto a spese degli altri con la perdita del significato del dono. Infine il buco nero più drammatico per l’educatore consiste nella esclusione dell’altro dal proprio orizzonte di vita, il che significa la incapacità di cogliere la presenza dell’altro, di ciascuna altro, e del povero in particolare, come appello alla propria responsabilità di condivisione e di servizio.

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A mo’ di conclusione

Forse a molti apparirà un elenco sterile per poter riflettere sull’educatore oggi, il suo profilo, le sue qualità umane in prospettiva di fede, e il modello antropologico dell’oggi. La struttura stessa del mio tentativo è stata vincolante per la raccolta di alcuni stimoli e idee. Credo tuttavia che, in un tempo di frettolose riflessioni, l’occasione del documento ci abbia sollecitato ad una urgenza: ripensare un profilo globale di uomo/donna del post-moderno che è sfidato ad incarnare e a tradurre le qualità umane riscoperte dalla nuova antropologia emergente. Ed insieme a ritrovare le qualità dell’uomo credente che ritrova, all’interno del proprio cammino di fede, i fondamenti e le radici delle nuove qualità dell’uomo che il post-moderno fa emergere. E’ la novità antropologica che emerge nella storia di oggi: mi riferisco al valore della differenza, dopo ubriacature di culture dell’identità, ai valori post-moderni delle qualità della vita, dopo tanto incantamento sul quantitativo, al valore della pluralità, al senso della fragilità dopo ubriacature di onnipotenza, il valore sempre più emergente dalla relazione con l’alterità, di sé, degli altri, delle cose, del mondo; al senso del limite e del mistero, ad una nuova solidarietà, alle qualità nuove nella relazionalità come non-violenza, gratuità. Sembrerebbe di trovarsi quasi di dover a che fare con un nuovo alfabeto per una nuova spiritualità dell’uomo e dell’educatore post-moderno? Anche perché pensare ad un profilo di uomo e di educatore del nostro tempo, significa anche poter offrire un modello vivibile e incarnato alle nuove generazioni caratterizzate sempre più da nomadismo e da erranza.
Qualcuno potrebbe pensare alla fine che un modello di educatore del genere possa solo essere frutto di un modo di pensare fondamentalista ed esclusivamente dettato dalla fede. Penso invece, come ho provato a suggerire, che pur in una prospettiva di radicalizzazione di atteggiamenti umani in prospettiva di fede, come era proprio del tempo di don Bosco, sia invece oggi possibile ricuperare la verità liberante di tanti atteggiamenti fondamentali che sono necessari e fondanti per la cultura educativa dell’oggi, senza alcuna radicalizzazione forzata. Anche oggi l’educazione, come in tutte le stagioni, necessità di solide radici e di un fondamento di speranza e di fiducia. Il percorso indicato e il profilo, seppur tratteggiato solo a tratti, può mettere in evidenza invece quella che è sempre “la profezia” dell’educazione, cioè la sua scommessa nel futuro.