Annate NPG

Dalla beatitudine al cuore del Vangelo

Inserito in NPG annata 2015.

La misericordia rivela il volto del Dio di Gesù: aspetti biblici

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2015-05-11)


Misericordia: profezia straniera

In un mondo segnato dalla cultura dell’individualismo, dominato dalla logica del profitto e dell’efficienza, in cui la storia è scritta dai potenti e dai vincitori, la parola «misericordia» sembra definire la condizione di debolezza e di subalternità di chi sperimenta una mortale indigenza e fragilità. Tuttalpiù un atto di misericordia evoca una concessione, un’elargizione dovuta, un’indulgenza a buon mercato. Essa fa problema o semplicemente manca nel vocabolario di coloro che «contano». Secondo alcuni la «misericordia» denota la condizione pietosa dello sventurato. Essa assume le forme dell’elemosina, dell’emergenza umanitaria, della cronaca giornalistica, dell’eroismo spettacolare. Pertanto nel mondo odierno la «beatitudine della misericordia» (Mt 5,7) sembra essere una «profezia straniera». Eppure la lettura dei racconti biblici rivela una prospettiva radicalmente diversa, che si fonda sull’attributo più diffuso con cui i credenti riconoscono e adorano il Signore: egli è il «Dio della misericordia».
Dopo aver delineato il vocabolario biblico della misericordia, proponiamo un percorso in tre tappe: a) La rivelazione di «Dio fedele, misericordioso e santo»; b) Gesù rivelatore della misericordia del Padre; c) Un itinerario nel «cuore» del Vangelo.

Il vocabolario biblico della misericordia

Per esprimere il concetto di «misericordia» [1] nella tradizione ebraica vi sono due parole-chiave: rechem e hesed. In ebraico rahămîm (= viscere) indica l’amore intimo proprio della madre e del padre. Si tratta dell’amore viscerale, che lega le persone allo stesso sangue e permette di vivere sentimenti di appartenenza parentale. Tale misericordia può essere interpretata, in base al secondo contesto, come «compassione» o «perdono». L’analogia è applicata a Dio stesso in relazione al popolo e ai singoli credenti (cf. Sal 106,43; Dn 9,9). Il secondo termine hesed (= amore benevolente) si distingue da rahămîm, perché non designa semplicemente un atteggiamento spontaneo, ma una deliberazione cosciente, un atto positivo di voler amare l’altro. Si tratta di un atteggiamento relazionale che supera la logica del dovere: vivere la misericordia significa costruire relazioni di accoglienza e di gratuità. Questo processo interiore implica un impegno personale verso l’altro e, di conseguenza, una responsabilità sociale. Esercitare misericordia significa decidere di amare con benevolenza e volere il bene di un’altra persona. La misericordia è quindi una condizione che vuole il bene dell’altro e, in quanto tale, essa è oblativa e liberante.
Il termine hesed è reso in greco con éleos, che indica la compassione verso il prossimo e costituisce la radice della parola «elemosina». Tale relazione ci fa comprendere la connessione tra misericordia e pietà. Vi sono ancora altri termini che definiscono la realtà della misericordia come la commiserazione (oiktirmós) e l’intimità (splánchna = la viscera; splanchnízein = amare visceralmente). Riassumendo il senso del vocabolario, si può affermare che la misericordia esprime il mondo dei sentimenti intimi, la dinamica della compassione, la forza dell’amore benevolente, la tenerezza e la simpatia di «colui che ama». Tale linguaggio, che definisce la sfera dei sentimenti, è applicato anzitutto a Dio e descrive la gamma delle espressioni e delle metafore con cui si presenta la figura di Dio «misericordioso» nella Bibbia.

La rivelazione di «Dio fedele, misericordioso e santo»

La rivelazione di Dio come «misericordioso» evoca un attributo non solo della tradizione giudaica e cristiana, ma anche della tradizione islamica [2]. Nell’antichità la «misericordia» è definita come una caratteristica del re, che supera le leggi dello Stato [3]. Nei racconti biblici Dio si rivela come «fedele, misericordioso e santo» [4].

Fedele

L’aggettivo hesed «fedele» riferito a Dio indica fidatezza e sicurezza in genere, qualità essenziali dell’amicizia che intercorre tra Dio e il suo popolo (Dt 7,9; Sal 31,6; Is 49,7). «Fedele» è, nell’AT, l’aggettivo tipico per indicare chi dimostra fedeltà. Nel contesto del popolo d’Israele il concetto Dio-fedele significa la convinzione e la certezza che le Sue promesse si realizzeranno. Il Suo stesso nome indica fiducia, sicurezza e credibilità. Nel titolo «fedele», riferito a Dio, confluisce sia la Sua assoluta lealtà agli impegni dell’alleanza, sia la Sua veracità e autenticità, in contrapposizione all’inconsistenza degli idoli.

Misericordioso

Si tratta di un attributo profondo applicato a Dio. Sia il termine «misericordia» e l’aggettivo «misericordioso» si usano quasi esclusivamente per qualificare l’azione benevola di Dio nei confronti del suo popolo [5]. Con un linguaggio antropomorfico in Ger 31,20 si legge che «le viscere di Dio si commuovono». La commozione è atto di compassione, manifestazione concreta di misericordia e tenerezza. In Dio, nonostante il peccato dell’uomo, la pietà vince sulla giustizia. I profeti riconoscono questa capacità di Dio di saper comprendere il giusto aiuto che ogni essere necessita durante la sua vita. I Salmi 86,15 e 103,8 descrivono Dio come «misericordioso», indicando così la realtà di un Dio indulgente e aperto al perdono e alla grazia; realtà, questa, accentuata dalla sua onnipotenza. Gli elementi essenziali della misericordia sono la compassione e la comprensione per le debolezze o per le infermità dell’uomo. Il Signore non agisce con ira e sdegno, ma s’impietosisce, allontana e perdona i peccati. Dio stesso si presenta a Mosè come «il Signore, il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,6). La stragrande maggioranza dei testi biblici afferma che Dio perdona e «usa misericordia». Il perdono trova la sua vera natura quando è riferito a Colui che, essendo l’origine, conosce perfettamente l’uomo ribelle, debole e meschino e, entrando in relazione di alleanza con lui, prevede in anticipo la possibilità del tradimento e dell’offesa. Il perdono di Dio è sinonimo di clemenza sconfinata e di misericordia nei confronti della controparte con la quale si è stabilito un patto, un contratto.

Santo

Un terzo attributo applicato a Dio è l’essere «santo» (qadôsh). Esso di solito si adopera per dare ad un soggetto o ad un oggetto, un valore particolare col significato di «distinto», «separato», come appunto il sacro opposto al profano. Riferito a Dio, «santo» assume il significato di divino e diventa un Suo attributo costante; è la Sua essenza più intima che è opposta a tutto ciò che è creato e, a maggior ragione, a tutto ciò che è impuro e peccaminoso. Il titolo che definisce Dio «Santo d’Israele» è un’espressione cara ad Isaia e indica l’assoluta trascendenza di Dio [6]. Per quanto Dio si manifesti attraverso eventi naturali (pioggia, rugiada, ecc.) o si occupi dei problemi del creato, Egli è comunque «santo», cioè «separato» e pertanto lontano da ogni razionale comprensione. Il Suo modo di agire è e rimarrà sempre misterioso, al di là della comprensione limitata dell’uomo. Egli si presenta irriducibile a degli schemi umani, come Dio di Israele, rimanendo a fianco del suo popolo. Egli è misericordioso perché accoglie e condivide con esso le sue ansie, le sue speranze e continua a camminare al suo fianco nelle vicende storiche.

Gesù Cristo, rivelatore della misericordia del Padre

La forza dirompente della misericordia (eleos) di Dio che perdona e salva si compie nella persona e nella missione di Gesù di Nazaret. È soprattutto l’evangelista Luca a sottolineare la prospettiva della misericordia. In particolare alcuni racconti rivelano la natura della misericordia di Dio Padre verso gli uomini. La misericordia viene evocata nel Magnificat (Lc 1,50.54) e nel Benedictus (Lc 1,72.78). A Nazaret Gesù proclama il progetto della misericordia come segno del compimento messianico (Lc 4,16-30) e in seguito il Signore insegna il valore della misericordia e della solidarietà (Lc 6,36-38). In modo particolare il messaggio teologico sul tema culmina nelle tre «parabole della misericordia» (Lc 15,1-32).
Rileggendo i tre vangeli si può notare sia nei racconti dei miracoli, sia nei suoi insegnamenti, come il Signore rivela la misericordia di Dio che agisce mediante la potente opera liberatrice e risanatrice dell’uomo. Nei racconti di guarigioni, al grido d’aiuto «abbi misericordia», Gesù risponde con l’amore, la rassicurazione, il perdono e la guarigione fisica (cf. Mt 9,27; 15,22; 17,15; Lc 17,13). Nel corso della sua missione il Signore ricorda agli scribi e ai farisei il monito profetico che deve diventare programma di vita: «Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13; cf. 1Sam 15,22). Lo stile della misericordia si traduce in esperienza di compassione e di solidarietà nei riguardi delle folle stanche e sfinite (cf. Mt 9,35; Mc 6,34; 8,2) e dei singoli personaggi che incrociano il suo cammino (cf. Lc 7,13; 19,10; Gv 8,10-11).
L’irruzione della misericordia destruttura la logica della «legge» farisaica a tal punto da diventare un capo di accusa contro Gesù: «costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2). Se la misericordia diventa motivo di scandalo per i legalisti farisei, essa costituisce la strada nuova dell’incontro con Dio per quanti accolgono il Vangelo della salvezza. Guardando a Cristo crocefisso che perdona i suoi carnefici, i credenti scoprono la potenza trasformante del mondo (cf. Lc 23,34). In definitiva, vivere la misericordia è la condizione nuova mediante la quale si scopre la paternità di Dio e si realizza la fraternità universale (cf. Mt 6, 12; 18,12-35) [7].

La misericordia come «beatitudine»

La ricchezza trasformante della misericordia, rivelata pienamente nella missione di Gesù, si traduce in «beatitudine». È centrale il discorso delle Beatitudini, mediante il quale Gesù inaugura il suo ministero pubblico presentando un modello di esistenza «diverso» rispetto al modo di pensare comune della gente. Nelle Beatitudini riportate in Matteo e Luca, il Signore rivela un messaggio liberante perché ciascun uomo possa portare a compimento la propria esistenza. Tale annuncio gratuito e inatteso dona felicità, implica nel cuore umano la ricerca di un senso profondo nel presente e apre al dinamismo di una speranza futura.
Il racconto matteano recita: «Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,1-3). Sulla montagna, dichiarando «beati» gli uomini, il Signore insegna a cercare la felicità piena, a cui ha diritto ogni persona che viene al mondo, in qualunque condizione essa si trovi.
Alla proclamazione della felicità segue la motivazione («perché»), contestualizzata nelle diverse situazioni esistenziali. Il ritmo martellante dell’aggettivo «beati» che inaugura ogni affermazione del discorso del Signore serve a dimostrare che è possibile «riuscire nella vita». Dalla venuta in Cristo in poi, coloro che si pongono con fede in ascolto della Parola di Dio sono in grado di comprendere che è possibile trasformare la prosa mediocre del quotidiano in una poesia che schiude la gioia indefinibile di ogni essere vivente.
In particolare l’evangelista Matteo riporta la beatitudine della misericordia, quando sul monte il Signore afferma solennemente: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). È la quinta beatitudine, che riassume in modo essenziale il progetto di Dio per una nuova umanità. «Essere felici» e realizzare la propria vocazione secondo il Vangelo implica un cammino di fede che apre il cuore alla logica del perdono. Si comprende come il «cuore pulsante» del discorso delle Beatitudine è la «misericordia». Raramente nella Bibbia questa virtù è attribuita a una persona umana, perché è una qualificazione propria di Yhwh. Dio solo è sorgente di perdono, ha «viscere di misericordia» ed è in grado di soccorrere i miseri e di rimettere i peccati. Nondimeno la nostra beatitudine presenta la dinamica della misericordia come un processo generativo del credente, che porta alla felicità e all’interiorizzazione dell’amore di Dio.
La misericordia del Padre è la condizione per vivere la profezia del perdono tra gli uomini (cf. Mt 6,12). L’intera predicazione del Signore e la successiva riflessione ecclesiale evidenzia che non c’è una strada alternativa alla misericordia gratuita e liberante che proviene dal Padre, Dio «ricco di misericordia» (cf. Ef 2,4; Gc 5,11). La beatitudine è ulteriormente spiegata nell’eloquente parabola del «servo spietato» (cf. Mt 18, 23-35). In essa si contrappone la logica utilitaristica di un servitore che utilizza la durezza della legge per ottenere risarcimento, alla logica della misericordia illimitata di Dio che previene e libera da ogni debito. L’esperienza della vita ci insegna come s’impara la misericordia dal perdono ricevuto (cf. 1Tm 1,13.16).

Un itinerario nel «cuore» del Vangelo

La missione di Cristo rivela il volto misericordioso del Padre. Evidenziamo sei tappe evangeliche che ci consentono di andare al «cuore» del Vangelo: a) il paralitico guarito (Mc 2,1-12); b) la peccatrice perdonata (Lc 7,36-50); la parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32); d) l’insegnamento sul perdono (Mt 18,22); e) il buon ladrone (Lc 23,43); f) legare e sciogliere.

Figlio, ti sono perdonati i peccati (Mc 2,5)
Fin dai primi atti del suo ministero Gesù annuncia l’essenza del Regno dei cieli nella linea giubilare della misericordia (cf. Lc 4,16-22). È soprattutto l’episodio del paralitico guarito nella casa di Cafarnao (Mc 2,1-12) a rivelare il motivo messianico del perdono dei peccati. La scena marciana assume un valore programmatico per la rivelazione di Gesù e la novità del suo messaggio rispetto all’insegnamento farisaico. La guarigione del paralitico non indica solo un prodigio fisico, ma una trasformazione interiore. Di fronte ai farisei che lo giudicavano per l’autorità che egli esprimeva, Gesù afferma: «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua» (Mc 2,10-11). Il potere di perdonare i peccati viene da Dio. Gesù è venuto sulla terra per chiamare i peccatori alla conversione (Mc 2,17; Lc 5,32) e per rinnovare l’uomo, a partire dal suo cuore malvagio (Mc 7,20-23).

La tua fede ti ha salvata (Lc 7,50)
Possiamo affermare che la missione di Cristo è segnata dalla “strada del perdono”. In questa strada s’incrociano le figure più diverse, poveri e ricchi, uomini e donne, ebrei e pagani, giovani e anziani. Tutti trovano nel Cristo accoglienza e misericordia. Tra i vari episodi, il racconto lucano della peccatrice perdonata (Lc 7,36-50) è particolarmente significativo. Invitato da Simone il fariseo, Gesù sta consumando il pasto insieme ai commensali, mentre una peccatrice di quella città lo raggiunge e stando dietro, rannicchiata e umiliata dagli sguardi della gente, compie un gesto di profonda tenerezza. L’evangelista annota: «Stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7,38). Lo stupore invade gli astanti, mentre Simone giudica nel suo cuore il Maestro, perché si lascia toccare da una donna peccatrice (Lc 7,39). La scena è dominata dalla figura autorevole del Signore, che cerca di far riflettere Simone sul rapporto tra giustizia e misericordia (vv. 40-43). Con il suo gesto estremo la donna anonima ha voluto significare il desiderio di conversione e di rinnovamento del suo cuore. Non per mezzo della legge, ma attraverso la strada dell’ascolto e del pentimento sincero si può ottenere la remissione delle proprie colpe. Due visioni si contrappongono: il fariseo resta nel suo pregiudizio legalistico, sentendosi giusto davanti agli altri, mentre Gesù proclama il perdono dei peccati che è conseguenza della fede e dell’amore di Dio. Perciò può dire alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace» (Lc 7,50). Il cuore della Legge è l’amore misericordioso di Dio, pienamente rivelato nella missione del Figlio.

Era perduto ed è stato ritrovato (Lc 15,24)
Nella sezione lucana delle parabole della misericordia (cf. Lc 15), la storia del «Padre misericordioso» assume un rilievo particolare e progettuale per il nostro tema. Gesù narra la parabola al cospetto dei pubblicani, mentre i farisei e gli scribi mormoravano contro Gesù e la sua consuetudine di stare con i peccatori (cf. Lc 15,1-2). È Dio che desidera la conversione dei peccatori e che va in cerca di coloro che si sono perduti (cf. le due parabole in Lc 15,3-7; 8-10). Chi è Dio? Dio è “padre” e vive la paternità nella continua cura per i suoi figli. Chi siamo noi? Noi siamo ora il figlio minore che “rompe” le relazioni con il Padre e si allontana dalla sua casa, perdendosi; oppure siamo il “figlio maggiore” che giudica il padre stando nella sua casa e pretendendo di escludere gli altri per avere potere su ogni bene. La logica del “perdono di Dio” si cala nelle due prospettive e le supera, rivelando la novità del messaggio evangelico. Nella parabola si impone l’immagine autorevole e dinamica del padre “che esce” per andare incontro ai due figli (vv. 19.28) e che trasforma il fallimento in festa, il peccato in amicizia, la lontananza in prossimità. Il perdono è un “tornare a vivere” nell’affetto del padre, nella sicurezza della casa che accoglie. Il perdono s’interpreta solo nel progetto salvifico della Pasqua di Cristo, evocata dal messaggio straordinario che fuoriesce dalle labbra del Padre: «questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,24.32).

Fino a settanta volte sette (Mt 18,22)
È la comunità dei credenti che raccoglie la sfida del perdono ed è chiamata a viverla nella quotidianità. Segno di questa fatica è il “discorso ecclesiale” di Matteo (Mt 18,1-35), che insiste sul motivo del “perdono” come dono di Dio e conseguentemente, impegno ecclesiale (cf. l’uso insistente del “voi”). Nel discorso della montagna Gesù aveva annunciato il tema del perdono, insegnando la preghiera del Padre Nostro e la logica della remissione dei debiti (Mt 6,12). Così concludeva il brano: “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15). Riproponendo la priorità del perdono, Gesù chiede ai discepoli di farsi “piccoli” per entrare nel Regno e di costruire relazioni di comunione per edificare la Chiesa. La domanda rivolta da Simon Pietro al Signore diventa un'occasione per puntualizzare la prassi del perdono: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” Mt 18,21-22). La misura prevista per il perdono del fratello era di tre volte secondo la prassi rabbinica. Simone vuole proporre a Gesù una misura maggiore, più tollerante: perdonare “fino a sette volte”. La risposta del Signore è ancora una volta imprevedibile e liberante: come il perdono di Dio è senza misura, così la comunità deve tendere a vivere il perdono nella pienezza (il numero “7”) e verso tutti, senza distinzioni (il numero “70”). Solo una comunità fondata sulla prassi del perdono e della cura verso l’altro potrà avere futuro nel cammino verso il Regno.

Oggi sarai con me nel paradiso (Lc 23,43)
L’ultimo atto di Gesù sulla croce fu l’accoglienza e il perdono verso il buon ladrone. È in questa immagine finale della passione del Cristo che si racchiude tutto il messaggio evangelico del perdono. Si tratta del dialogo struggente del Cristo appeso alla croce tra i due ladroni. Solo l’evangelista Luca racconta l’episodio del perdono finale. Il primo malfattore malediceva Dio e insultava Gesù (Lc 23,39) che stava perdonando ai suoi crocifissori (Lc 23,34), mentre il secondo inplorava la misericordia celeste, dopo aver riconosciuto la giustizia della sua punizione. Si tratta di un episodio che conferma la prospettiva del perdono evangelico. Nessun uomo può ergersi a giudice dell’altro, ma tutti possono aprirsi alla misericordia divina e ricevere il perdono. Anche se le nostre colpe fossero tanto gravi, non vi sarà mai peccato che ostacoli l’intervento misericordioso di Dio, perché Dio è più grande del nostro cuore e conosce il nostro intimo. Nell’immagine dell’ultimo malfattore possiamo riconoscerci tutti: gli errori della vita, i progetti sbagliati, le conseguenze della nostra solitudine, la giustizia umana e l’emarginazione. Salire sulla croce e vivere l’ultimo atto della nostra vicenda terrena, potrebbe sembrare l’inevitabile strada senza uscita! Ma è proprio su quella croce che si apre la strada, per la forza della fede che non deve mai cessare di cercare e di scoprire. In quest’ultimo dialogo avviene il miracolo del perdono, che ogni giorno si rinnova per l’amore crocifisso di Dio: “«Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,42-43).

Legare e sciogliere
Affidando la responsabilità della comunità dei credenti a Simon Pietro, il Signore conferma l’autorità di legare e di sciogliere (cf. Mt 16, 19-20). Nella tradizione rabbinica si tratta dell’autorità di liberare i credenti dai vincoli della Legge. In questa prospettiva l’autorità affidata alla Chiesa e ai suoi ministri consiste nel rendere presente l’azione misericordiosa di Dio nei riguardi dei peccatori che implorano per se stessi e per le loro famiglie il perdono e la remissione dei peccati. Tale autorevole mandato si conferma nel discorso ecclesiale (Mt 18,18) e nell’apparizione del Risorto agli apostoli nel cenacolo: «“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20,21-23). Accogliendo questo mandato, la Chiesa fin dall’inizio ha esercitato il ministero della misericordia mediante il sacramento della Riconciliazione. In esso si rivela il volto del Padre misericordioso, sempre pronto a perdonare e ad accogliere i suoi figli.

Perdonando si è perdonati

Rileggendo la testimonianza evangelica sulla misericordia osserviamo come il giovane del nostro tempo ha bisogno di riscoprire e vivere la beatitudine della misericordia e di lasciarsi riconciliare con Dio (cf. 2Cor 5,20). Resta fondamentale la testimonianza del poverello d’Assisi, che ha sintetizzato il messaggio della misericordia evangelica in una memorabile preghiera, che deve diventare progetto di vita: «Oh Signore, fa' di me uno strumento della tua pace dove è odio, fa' che io porti l'amore dove è offesa, che io porti il perdono, dove è discordia, che io porti l'unione, dove è dubbio, che io porti la fede, dove è errore, che io porti la verità, dove è disperazione, che io porti la speranza, dove è tristezza, che io porti la gioia, dove sono le tenebre, che io porti la luce. Maestro, fa' che io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare, di essere compreso, quanto di comprendere, di essere amato, quanto di amare. Perché è dando che si riceve, perdonando che si è perdonati, morendo che si resuscita a vita eterna».


NOTE

[1] Cf. B. M. Ferry, «Misericordia», in Dizionario Enciclopedico della Bibbia, Città Nuova, Roma 1995, 875-876; R. Rodriguez Da Silva, «Misericordia», in Temi teologici della Bibbia (Dizionari San Paolo), a cura di R. Penna, G. Perego, G. Ravasi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010, 857-863; J. Cambier – X. Léon-Dufour, «Misericordia», in Dizionario di Teologia Biblica, a cura di X. Léon-Dufour, Marietti, Torino 1976, 699-705; «Peccato e misericordia» (numero monografico) di Parola Spirito e Vita 29 (1994/1); K. Romaniuk, Il grembo di Dio. La misericordia nella Bibbia, Ancora, Milano 1999.
[2] A eccezione di uno, ciascuno dei 114 capitoli del Corano comincia con il versetto: «In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso»; in uno dei detti (hadith) del Profeta Muhammad (pbsl) ci dice: “Dio è più Misericordioso verso i Suoi servitori come una madre verso l’amato figlio».
[3] Il riferimento alla letteratura dei tragici greci costituisce un esempio tipico di questa interpretazione (cf. le opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide). Per l’approfondimento del tema cf. C. Moeller, Saggezza greca e paradosso cristiano, Morcelliana, Brescia 1951.
[4] Cf. A. Linder, «Dio (AT)», in Dizionario Biblico della Vocazione, a cura di G. De Virgilio, Rogate, Roma 2007, 233-237.
[5] Cf. Os 1,16; Zac 7,9-10; Mi 7,19; Is 27,11; Sal 102,14.
[6] Cf. Is 1,4; 5,19.24; 6,3; 10,20; 12,6; 17,7; 30,11-12; 37,23; 40,25; 41,14; 43,3; 45,11; 47,4; 48,17; 54,5; cfr. anche Os 11,9; Ez 36,20; Sal 33,21.
[7] Cf. S. Grasso, Gesù e i suoi fratelli. Contributo allo studio della cristologia e dell’antropologia nel Vangelo di Matteo (SRB 29), Dehoniane, Bologna 1994; Idem, Ricominciare dalla fraternità (Teologia viva), Dehoniane, Bologna 1995.