Annate NPG

La «misericordia divina» negli scritti e nella prassi educativa di don Bosco

Inserito in NPG annata 2015.


Una nota storica in margine al giubileo straordinario della Misericordia

Francesco Motto

(NPG 2015-05-30)

Il soggetto Misericordia divina continua ad essere attuale. Papa San Giovanni Paolo II ha dedicato ad essa una delle sue prime encicliche (30 novembre 1989) e poi ha proposto che la si celebrasse espressamente nella prima domenica dopo Pasqua. Il successore, papa Benedetto XVI, a sua volta ne ha evidenziato la centralità durante il 1° Congresso mondiale celebrato appunto sulla divina misericordia (aprile 2008) e in altre occasioni. Papa Francesco, che ha iniziato il suo pontificato raccomandandosi ad essa, per il 2016 ha lanciato l’anno santo giubilare straordinario con la bolla di indizione Misericordiae vultus (11 aprile 2015).
Ci chiediamo: e don Bosco, di cui stiamo per chiudere l’anno bicentenario della nascita, ci ha lasciato qualche riflessione, qualche indicazione al riguardo della misericordia divina? Direi di sì. Anzitutto appena trentunenne ne ha esplicitato e diffuso il significato e il valore dedicando ad essa uno dei suoi primi libretti. Inoltre si fece divulgatore della misericordia divina attraverso le sue pubblicazioni al popolo e alla gioventù e mediante la sua opera di “educatore sul campo giovanile” a Valdocco.

UN'APPOSITA PUBBLICAZIONE

L’occasione

La marchesa Giulia Colbert di Barolo (1785-1864) – appena dichiarata venerabile da papa Francesco (12 maggio 2015) – coltivava personalmente una particolare devozione alla divina misericordia, per cui aveva fatto introdurre nelle comunità religiose da lei fondate e sostenute a Torino l’abitudine di una settimana di meditazioni e preghiere sul tema. Desiderando però che tale pratica si diffondesse anche altrove, soprattutto nelle parrocchie, in mezzo al popolo, chiese il consenso alla Santa Sede, che non solo l’accordò, ma concesse varie indulgenze (7 agosto 1846).
A questo punto s’imponeva la diffusione e dunque si trattava di fare una pubblicazione adeguata allo scopo. Su indicazione del famoso patriota Silvio Pellico – segretario-bibliotecario della marchesa ed estimatore e amico di don Bosco, che ne aveva messo in musica alcune poesie – la marchesa, narrano le memorie salesiane accettò, sia pure non entusiasta. Don Bosco infatti, stimatissimo dalla marchesa, che l’aveva addirittura definito “santo” all’indomani della grave malattia che lo aveva colpito nell’estate 1846, aveva preferito dedicarsi ai suoi ragazzi nella povera casa Pinardi, anziché continuare a fare il cappellano, stipendiato, di una delle istituzioni femminili della ricca marchesa.
Don Bosco accettò la proposta. Il tema della misericordia di Dio non era lontano dai suoi “interessi spirituali”, quelli su cui era stato formato in seminario a Chieri e soprattutto al Convitto di Torino. Solo due anni prima aveva finito di frequentare le lezioni del conterraneo don (san) Giuseppe Cafasso (1811-1860), suo direttore spirituale, di cui seguiva le predicazioni agli esercizi spirituali ai sacerdoti ma anche formatore di una mezza dozzina di altri fondatori, alcuni anche santi. Ebbene il Cafasso, pur figlio della cultura religiosa del suo tempo – fatta di prescrizioni e di messe in guardia, dominata dalla logica del “fare il bene per sfuggire il castigo divino e meritarsi il Paradiso” – non trascurava certo nel suo insegnamento e nella sua predicazione il tema fondamentale della misericordia di Dio. Tanto più che era dedito costantemente al sacramento della Penitenza e all’assistenza ai condannati a morte. Ma su tale devozione in Piemonte dovettero certamente anche aver influito almeno altri tre santi: san Francesco di Sales (1567-1622), sant’Alfonso Maria de' Liguori (1696-1787) e il venerabile Pio Lanteri (1759-1830). L’insistenza su tale devozione nell’ottocento e l’enfatizzazione della pratica delle indulgenze costituiva per altro una reazione pastorale contro il rigorismo giansenismo che sosteneva la predestinazione di coloro che si salvavano.
Don Bosco dunque, seguendo le pratiche di pietà approvate da Roma e diffuse in Piemonte, utilizzando qualche testo che poteva facilmente trovare nella biblioteca del Convitto, nel volgere di pochissimi mesi (fine 1846) era in grado di donare alle singole donne ospiti delle fondazioni della Barolo un libricino (111 pp. formato minuscolo) intitolato Esercizio di divozione alla Misericordia di Dio. Lo editò a spese sue (e di qualche suo benefattore), ma si può stare certi che la marchesa non mancò di fargli pervenire, invero anonimamente come altre volte, un suo contributo alle spese.

La pratica settimanale

Dopo aver esposto le suppliche della marchesa alla S. Sede e le Concessioni Pontificie – in qualche modo si potrebbero porre in relazione con la Bolla papale – don Bosco sotto il titolo Nella Vigilia dei sei giorni della pia pratica afferma subito il principio di fondo: “ciascuno deve invocare la Misericordia di Dio per se stesso e per tutti gli uomini, perché siamo tutti peccatori […] tutti bisognosi di perdono e di grazia […] tutti chiamati all’eterna salvezza”. Se papa Francesco tende teologicamente a sottolineare la misericordia gratuita di Dio, don Bosco tende pedagogicamente a esplicitare la richiesta umana di tale misericordia.
Passa poi a spiegare al lettore che cosa siano i “celesti tesori” delle indulgenze concesse a questa pratica. Lo fa sulla base della dottrina del concilio di Trento. Distingue bene fra indulgenze parziali e plenaria, l’applicabilità a se stessi o a un defunto e indica le precise condizioni per cui si possono lucrare: anzitutto i sacramenti della Confessione e Comunione, poi la pratica richiesta con la preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice, infine “che si detestino gli stessi peccati, anche veniali, e di più, si deponga l’affetto a tutti, e a ciascheduno dei medesimi”. Don Bosco è in perfetta linea con la bolla pontificia.
Seguono poi le meditazioni dei primi tre giorni, ricche di citazioni bibliche, per altro non sempre indicate e facili da trovare (come invece nella lettera papale): “Particolari tratti di misericordia usati dal Divin Salvatore nella sua dolorosissima passione verso i peccatori”.
La prima meditazione dal lungo titolo “Iddio usa continuamente misericordia ai giusti ed ai peccatori. Tutto è misericordia quanto Dio elargisce agli uomini nell'ordine spirituale e temporale”, elenca molti tratti di questa misericordia: elementi naturali, elementi spirituali, sacramenti, a servizio di “buoni, cattivi e anche peccatori incalliti”. Al termine suggerisce una preghiera: “diciamo a Dio così: ah! mio Signore io intendo che a quest’ora mi toccherebbe stare nell'inferno, e per la vostra misericordia mi è ancor dato questo giorno di gettarmi a' vostri piedi e sentire che voi mi volete usare misericordia […] E voi, o amorosa Madre delle misericordie, dolcezza e conforto de' peccatori, fate ch'io sia esaudito”. Segue infine l’indicazione di una pratica e la proposta della recita o canto del Miserere.
La seconda meditazione, “Tratti particolari della Sacra Scrittura usati da Dio verso i peccatori”, riflette sulle figure di Adamo, Eva, Noé, sul viaggio degli ebrei nel deserto, su espressioni dei profeti e poi su parabole del Vangelo (dramma smarrita, pecorella smarrita, la Maddalena…). Si cita espressamente il secondo libro dei Re, il Cantico dei Cantici, Santa Teresa, per finire con il suggerimento di una preghiera di supplica alla misericordia di Dio e l’invito a recitare il Miserere.
Il terzo giorno si medita sui “Particolari tratti di misericordia usati dal Divin Salvatore nella sua dolorosissima passione verso i peccatori”. E qui si ricorda il perdono all’apostolo Pietro e ai carnefici, la salvezza del buon ladrone… Non diversamente fa papa Francesco che cita continuamente la Sacra Scrittura e anche suoi predecessori.
Per gli altri tre giorni della pratica don Bosco espone tre motivi per cui si deve ringraziare il Signore: per “l'amorevolezza con cui accoglie il peccatore”, per “il beneficio del Sacramento della penitenza”, per “i mezzi di salute eterna procurati da Dio nella nostra Santa Religione”. Tutte le meditazioni si concludono con l’indicazione della bontà misericordiosa di Dio e la richiesta di perdono e di aiuto alla conversione. Come preghiera per il quarto giorno indica il cantico di Zaccaria e alcune espressioni bibliche o liturgiche; il Benedictus per il quinto giorno, nessuna per l’ultimo giorno.
Significativo e interessante è poi il fatto che a conclusione di ciascun giorno don Bosco, nella logica del titolo “esercizi di divozione”, assegni una pratica di pietà. Nell’ordine: invitare parenti e amici ad intervenire, perdonare chi ci ha offesi, fare subito una mortificazione per ottenere da Dio misericordia a tutti i peccatori, ma specialmente ai moribondi, fare qualche elemosina secondo le proprie possibilità e non potendola fare, sostituirla con la recita di cinque Pater, Ave e Gloria e la giaculatoria: Gesù mio, misericordia, considerare i peccati della vita passata per prepararsi a fare una santa confessione, recitare sette Ave e sette Gloria ai dolori di Maria SS. per ottenere un vero dolore dei peccati. L’ultimo giorno la pratica è sostituita da un simpatico e commovente invito, forse anche allusivo alla marchesa Barolo, di recitare “Almeno un'Ave Maria per la persona che ha promosso questa divozione!”.
Analogamente dal canto suo, papa Francesco invita i fedeli ad un intero anno di giubileo, scandito da particolari momenti forti (8 dicembre, terza domenica di avvento, quaresima, “24 ore per il Signore”…), da particolari luoghi (Roma, cattedrali e con cattedrali, diocesi…), da particolari pratiche (entrata per la Porta Santa, pellegrinaggi, acquisto delle indulgenze, accoglienza di missionari…).

Concetti di dottrina comune

Nel suo scritto don Bosco non si discosta dalla dottrina comune del suo tempo: sia per le componenti (esame di coscienza, dolore e proposito, accusa e soddisfazione), sia per le quattro qualità del confessore (giudice, maestro, medico, padre) sia nei riguardi delle disposizioni del penitente e del comportamento durante e dopo la Confessione (umiltà, sincerità, fermezza di propositi, verifiche con esami di coscienza quotidiani, preghiera). Non ha alcuna intenzione di combattere il predestinazionismo giansenismo e neppure di fare profonde considerazioni in merito a particolari controversie filosofico-teologiche sul tema. Sacerdote zelante, don Bosco intende solo indurre i lettori, credenti o non credenti, a confidare nella misericordia di Dio, di cui offre prove, documenti, testimonianze. Il suo è uno scopo pastorale, esattamente quello di papa Francesco: la conversio ad Deum di ogni persona. In un ambiente ancora imbevuto di giansenismo, don Bosco coglie l’occasione per esaltare la bontà di Dio verso i peccatori; in una società costellata da gruppi criminali con tanti complici papa Francesco afferma che Dio non ha mai rifiutato nessuno e che nessuno potrà sfuggire alla giustizia divina.
Nel volumetto del 1846 don Bosco anticipa quanto scriverà poi in successivi volumi o volumetti di catechesi e di istruzione religiosa. Ne tratterà ad es. in diversi punti nel noto manuale di pietà "Il giovane provveduto per la pratica de’ suoi doveri degli esercizi di cristiana pietà per la recita dell’ufficio della beata Vergine e dei principali vespri dell’anno..." (1847). Particolarmente le meditazioni sul fine dell’uomo, sul peccato mortale, sulla morte (pp. 33-43), le istruzioni sulla confessione e comunione (pp. 93-103) si prestavano a sottolineare il tema della misericordia divina. Altrettanto farà una decina di anni dopo (1868), rivolgendosi però ad un pubblico adulto con il volume “Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà con analoghe istruzioni secondo il bisogno dei tempi” (pp. 371-462, 518-551). Ma il tema della misericordia di Dio ritornerà anche nelle biografie di Domenico Savio, di Francesco Besucco e ovviamente di Michele Magone, il ragazzo che più degli altri due aveva bisogno di confidare nella bontà del Signore.
Nei suoi scritti don Bosco innesca per altro sovente il meccanismo della confidenza e conversione alla misericordia di Dio attraverso il senso di un’urgenza, qual è quella della morte improvvisa con una condanna eterna per chi si è ostinatamente rifiutato di approfittare del tempo della misericordia e del perdono, vale a dire quello della vita terrena. Ad es. ne “Il mese di maggio” (1858, p. 31) con grande equilibrio fa sentire al lettore la misericordia di Dio e, allo stesso tempo, un acuto e vivo senso del peccato: “Dio è misericordioso e giusto. È misericordioso con chi vuole approfittare della sua misericordia, ma usa il rigore della sua giustizia verso chi non vuole approfittare della sua misericordia”. Lo stesso male che colpisce l’uomo, la sofferenza, le disgrazie in terra hanno un valore medicinale in quanto costituiscono un invito alla conversione e al perdono, che Dio concede di sicuro a chi, sinceramente pentito, si rivolge a lui.

LA PRASSI EDUCATIVA

Ma al di là degli scritti con finalità edificanti e formative, ci si può chiedere come don Bosco abbia in concreto educato i suoi giovani a confidare nella misericordia divina. La risposta non è difficile e si potrebbe documentarla in tanti modi. Ci limitiamo a tre esperienze vitali vissute a Valdocco: i sacramenti della Confessione e Comunione e la sua figura di “padre pieno di bontà e amore”.

La Confessione

Don Bosco ha avviato alla vita cristiana adulta centinaia di giovani di Valdocco. Ma con quali mezzi? Due in particolare: la Confessione e la Comunione.
Don Bosco, si sa, è uno dei grandi apostoli della Confessione, e questo anzitutto perché ha esercitato a fondo tale ministero, così come, per altro, il già citato suo maestro e direttore spirituale Cafasso e l’ammiratissima figura del quasi coetaneo il santo curato d’Ars (1876-1859). Se la vita di quest’ultimo, come è stato scritto, “è trascorsa in confessionale” e quella del primo ha saputo offrire molte ore della giornata (“il tempo necessario”) per ascoltare in confessione “vescovi, sacerdoti, religiosi, laici eminenti e gente semplice che accorrevano a lui”, quella di don Bosco non poté fare altrettanto per le tante occupazioni in cui era immerso. Ciononostante egli si è messo in confessionale a disposizione dei giovani (e dei salesiani) tutti i giorni in cui a Valdocco o in case salesiane si celebravano le funzioni religiose o vi erano occasioni speciali.
Aveva per altro incominciato a farlo appena finito di “imparare a fare il prete” al Convitto (1841-1844), quando di domenica radunava i giovani nell’oratorio itinerante del biennio successivo, quando si recava a confessare al santuario della Consolata o nelle parrocchie piemontesi in cui era invitato, quando approfittava dei viaggi in carrozza o in treno per confessare vetturino o passeggeri. Non smise mai di farlo fino all’ultimo, allorché invitato a non stancarsi con le confessioni, rispondeva che ormai era l’unica cosa che ormai poteva fare per i suoi giovani. E quale non è stato il suo dolore quando, per motivi burocratici e di malintesi, non gli era stata rinnovata dall’arcivescovo la patente di confessione! Le testimonianze al riguardo di don Bosco confessore sono innumerevoli e del resto la famosa fotografia, che lo ritrae nell’atto di confessare un ragazzino circondato da tanti altri in attesa di farlo, dovette piacere molto allo stesso santo che forse ne ebbe l’idea e che comunque rimane tuttora un’icona significativa e indelebile della sua figura nell’immaginario collettivo.
Ma al di là della sua esperienza di confessore, don Bosco si è fatto promotore instancabile del sacramento della Riconciliazione, ne ha divulgato la necessità, l’importanza, l’utilità della frequenza, ha indicato i pericoli di una celebrazione priva delle necessarie condizioni, ha illustrato le classiche modalità, il modo di accostarvisi con frutto. Lo ha fatto attraverso conferenze, buone notti, motti arguti e paroline all’orecchio, lettere circolari ai giovani dei collegi, lettere personali, narrazione di numerosi sogni che avevano come oggetto proprio la confessione, bene o male fatta. Secondo poi la sua intelligente prassi catechistica narrava loro episodi di conversioni di grandi peccatori, e anche sue personali esperienze al riguardo.
Don Bosco, profondo conoscitore dell'anima giovanile, per indurre tutti i giovani al pentimento sincero, fa leva sull'amore e riconoscenza verso Dio, presentato nella sua infinita bontà, generosità e misericordia. Per scuotere invece i cuori più freddi e induriti, descrive i possibili castighi del peccato e impressiona salutarmente le loro menti con la viva descrizione del giudizio divino e dell'Inferno. Anche in questi casi tuttavia, non soddisfatto di aver spinto i ragazzi al dolore del peccato commesso, cerca di portarli al bisogno della misericordia divina, disposizione importante per anticipare loro il perdono ancora prima della confessione sacramentale. Don Bosco, al solito, non entra in disquisizioni dottrinali, gli interessa solo una confessione sincera, che terapeuticamente cicatrizzi la ferita del passato, ricomponga il tessuto spirituale del presente per un futuro di “vita di grazia”.
Don Bosco crede al peccato, crede al peccato grave, crede all’inferno e della loro esistenza parla a lettori e uditori. Ma di riflesso è anche convinto che Dio è la misericordia in persona, per cui ha dato all’uomo il sacramento della Riconciliazione. Ed eccolo allora insistere sulle condizioni per riceverlo bene e soprattutto sul confessore “padre” e “medico” e non tanto “dottore e giudice”: “Il confessore sa quanto sia ancora maggiore delle vostre colpe la misericordia di Dio che vi concederà il perdono mediante il suo intervento” (Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele…, 1861, pp. 24-25).
Stando anche alle memorie salesiane, suggeriva sovente ai suoi ragazzi d'invocare la divina misericordia, di non scoraggiarsi dopo il peccato, ma di ritornare a confessarsi senza aver paura, confidando nella bontà del Signore e facendo poi fermi propositi di bene.
Da “educatore sul campo giovanile” don Bosco sente l’esigenza di insistere di meno sull’ex opere operato e di più sull’ ex opere operantis, vale dire sulle disposizioni del penitente. A Valdocco tutti si giovani si sentivano invitati a confessarsi bene, tutti avvertivano il rischio di confessioni cattive e l’importanza di confessarsi bene; molti di loro poi sentivano di vivere in una terra benedetta dal Signore. Non per nulla la misericordia divina aveva fatto sì che un giovane defunto si risvegliasse dopo che si erano esposti i drappi funebri perché potesse confessare (a don Bosco) i suoi peccati.
Insomma il sacramento della confessione, ben spiegato nei suoi tratti specifici e celebrato di frequente, è stato il mezzo forse più efficace attraverso il quale il santo piemontese ha portato i suoi giovani a confidare nella immensa misericordia di Dio.

La Comunione

Ma anche la Comunione, il secondo pilastro della pedagogia religiosa di don Bosco, servì allo scopo.
Don Bosco è certamente uno dei massimi promotori della pratica sacramentale della Comunione frequente. La sua dottrina, modellata sul modo di pensare della controriforma, più che alla celebrazione liturgica Eucaristica, dava importanza alla Comunione, anche se nella sua frequenza vi è stata un’evoluzione. Nei primi vent’anni della sua vita sacerdotale, sulla scia di Sant'Alfonso, ma anche del Concilio di Trento e prima ancora di Tertulliano e S. Agostino, suggeriva la comunione settimanale, o più volte alla settimana o anche tutti i giorni a seconda della perfezione delle disposizioni corrispondenti alle grazie del sacramento. Domenico Savio, che a Valdocco aveva cominciato a confessarsi e comunicarsi ogni quindici giorni, passò poi a farlo ogni settimana, indi tre volte alla settimana, infine, dopo un anno di intensa crescita spirituale, ogni giorno, ovviamente sempre seguendo l’avviso del confessore, lo stesso don Bosco.
Successivamente nei secondi anni sessanta don Bosco, sulla base delle sue esperienze pedagogiche e di una forte corrente teologica favorevole alla comunione frequente, che vedeva come capofila il francese mons. de Ségur e il priore di Genova don Giuseppe Frassinetti, passò ad invitare i suoi giovani ad una maggior frequenza, convinto che essa permetteva passi decisivi nella vita spirituale e favoriva la loro crescita nell’amore di Dio. E nel caso di impossibilità di Comunione Sacramentale quotidiana, suggeriva quella spirituale, magari nel corso di una visita al Santissimo Sacramento, tanto apprezzata da Sant’Alfonso. Comunque l’importante era tenere la coscienza in stato da poter fare la comunione tutti i giorni: la decisione spettava in un certo modo al confessore.
Per don Bosco ogni Comunione degnamente ricevuta – digiuno prescritto, stato di grazia, volontà di staccarsi dal peccato, un bel ringraziamento dopo di essa – cancella i difetti quotidiani, rafforza l’anima per evitarli in futuro, aumenta la confidenza in Dio e nella sua infinita bontà e misericordia; inoltre è fonte di grazia per riuscire nella scuola e nella vita, è aiuto nel sopportare le sofferenze e nel vincere le tentazioni.
Don Bosco crede che la Comunione sia una necessità per i “buoni” per mantenersi tali e per i “cattivi” per diventare “buoni”. Essa è per chi vuol farsi santo, non per i santi, come le medicine si danno ai malati. Ovviamente sa che la sola frequenza non è sicuro indizio di bontà, in quanto c’è chi la riceve con molta tiepidezza e per abitudine, tanto più che la stessa superficialità dei giovani sovente non permette loro di capire tutta l'importanza di quello che fanno.
Con la Comunione poi si possono impetrare dal Signore particolari grazie per sé e per altri. Le lettere di don Bosco sono colme di richieste ai suoi giovani di pregare e di ricevere la Comunione secondo la sua intenzione, perché il Signore gli conceda la buona riuscita negli “affari” di ogni ordine in cui si trova immerso. E lo stesso fa con tutti i suoi corrispondenti, invitati ad accostarsi a tale sacramento per ottenere le grazie richieste, mentre lui avrebbe fatto altrettanto nella celebrazione della santa Messa.
Don Bosco ci tiene tanto che i suoi ragazzi crescano nutriti dai sacramenti, ma vuole anche il massimo rispetto della loro libertà. E ha lasciato disposizioni precise ai suoi educatori nel suo trattatello sul Sistema Preventivo: “Non mai obbligare i giovani alla frequenza dei santi sacramenti ma soltanto incoraggiarli, e porgere loro comodità di approfittarne”.
Nel tempo stesso però rimane irremovibile nella sua convinzione che i sacramenti hanno un'importanza capitale. Ha scritto perentoriamente: “Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione, ma io non trovo alcuna base sicura se non nella frequenza della Confessione e della Comunione” (Il pastorello delle Alpi, ovvero vita del giovane Besucco Francesco d’Argentera…, 1864, p. 100).

Paternità e misericordia fatta persona

La misericordia di Dio, operante particolarmente nel momento dei sacramenti della Confessione e della Comunione, trovava poi la sua espressione esterna non solo in un don Bosco “confessore padre”, ma anche “padre, fratello, amico” dei giovani nella vita ordinaria di tutti i giorni. Con qualche esagerazione si potrebbe dire che la loro confidenza con don Bosco era tale che tanti di loro quasi non facevano distinzione fra don Bosco “confessore” e don Bosco “amico” e “fratello”; altri poi potevano talora scambiare l’accusa sacramentale con le sincere effusioni di un figlio verso il padre; di converso la conoscenza dei giovani da parte di don Bosco era tale che con domande sobrie ispirava loro estrema confidenza e non di rado sapeva fare l’accusa al loro posto.
La figura di Dio padre, misericordioso e provvidente, che lungo tutta la storia ha dimostrato la sua bontà da Adamo in poi verso gli uomini, giusti o peccatori, ma tutti bisognosi di aiuto e oggetto di cure paterne, e comunque tutti chiamati alla salvezza in Gesù Cristo, si viene così a modulare e a riflettere sulla bontà di don Bosco “Padre dei suoi giovani”, che vuole solo il loro bene, che non li abbandona, sempre pronto a comprenderli, compatirli, perdonarli. Per molti di loro, orfani, poveri e abbandonati, adusi fin da piccoli ad un duro lavoro quotidiano, oggetto di manifestazioni molto contenute di tenerezza, figli di un’epoca in cui ciò che prevaleva era la decisa sottomissione e l’obbedienza assoluta a qualunque autorità costituita, don Bosco è stato forse la carezza mai sperimentata di un padre, la “tenerezza” di cui parla papa Francesco.
Commuove tuttora la lettera ai giovani della casa di Mirabello sul finire del 1864: “Quelle voci, quegli evviva, quel baciare e stringere la mano, quel sorriso cordiale, quel parlarci dell’anima, quell’incoraggiarci reciprocamente al bene sono cose che mi imbalsamarono il cuore, e per ciò non ci posso pensare senza sentirmi commosso fino alle lagrime. Vi dirò […] che voi siete la pupilla dell’occhio mio” (Epistolario II, 1996, a cura di F. Motto II, lett. n. 792).
Ancor più commovente la lettera ai giovani di Lanzo il 3 gennaio 1876: “Lasciate che ve lo dica e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto. Quando fui a Lanzo, mi avete incantato con la vostra benevolenza e amorevolezza, mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore, di cui già mi avevate rubati gli affetti per intiero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime hanno preso possesso di tutto questo cuore, cui nulla più è rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene e salvare l’anima di tutti" (Epistolario III, 1999, lett. n. 1389).
L’amorevolezza con cui trattava e voleva che i salesiani trattassero i ragazzi aveva un fondamento divino. Lo affermava citando un’espressione di s. Paolo: “La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo”.
L’amorevolezza era dunque un segno della misericordia e dell’amore divino che sfuggiva al sentimentalismo e a forme di sensualità in ragione della carità teologica che ne era la sorgente. Don Bosco comunicava tale amore ai singoli ragazzi e anche a gruppi di loro: “Che io vi porti molta affezione, non occorre che ve lo dica, ve ne ho date chiare prove. Che poi voi mi vogliate bene, non ho bisogno che lo diciate, perché me lo avete costantemente dimostrato. Ma questa nostra reciproca affezione sopra cosa è fondata? […] Dunque il bene delle anime nostre è il fondamento della nostra affezione” (Epistolario II, lett. n. 1148). L’amore di Dio, il primum teologico, è dunque il fondamento del primum pedagogico.
L’amorevolezza era anche la traduzione dell’amore divino in amore realmente umano, fatto di giusta sensibilità, amabile cordialità, affetto benevolo e paziente che tende alla comunione profonda del cuore. Insomma quell’amore effettivo e affettivo che si sperimenta in forma privilegiata nella relazione fra educando ed educatore, allorquando gesti di amicizia e di perdono da parte dell’educatore inducono il giovane, in forza dell’amore che guida l’educatore, ad aprirsi alla confidenza, a sentirsi sostenuto nel suo sforzo di superarsi e di impegnarsi, a dare il consenso e ad aderire in profondità ai valori che l’educatore vive personalmente e gli propone. Il giovane capisce che questa relazione lo ricostruisce e lo ristruttura come uomo. L’impresa più ardua del Sistema preventivo è proprio quella di conquistare il cuore del giovane, di goderne la stima, la fiducia, di farselo amico. Se un giovane non ama l’educatore, questi può fare ben poco del giovane e per il giovane.

Le opere di misericordia

Si potrebbe ora continuare con le opere di misericordia, citate da papa Francesco e che il catechismo distingue tra quelle corporali e quelle spirituali, fissando due gruppi di sette. Non sarebbe difficile documentare sia come don Bosco abbia vissuto, praticato e incentivato la pratica di tali opere di misericordia sia come con il suo “essere e operare” abbia di fatto costituito un segno e testimonianza visibile, con fatti e parole, dell'amore di Dio verso gli uomini. Per limiti di spazio ci limitiamo ad indicare la possibilità della ricerca. Resta però fermo che oggi esse sembrano abbandonate anche per la falsa contrapposizione fra misericordia e giustizia, come se la misericordia non fosse un modo tipico di esprimere quell’amore che, in quanto tale, non può mai contraddire la giustizia. Parola di papa Francesco e convinzione profonda di don Bosco.
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L’Anno giubilare straordinario dedicato alla misericordia divina costituisca un’occasione di riflessione e conversione a Dio per la Famiglia salesiana. Don Bosco ha scritto belle pagine sulla misericordia di Dio (e anche sui giubilei), ma soprattutto ha educato i giovani ad sperimentarla per la propria crescita spirituale.