Testimoni – Sulla soglia /11

Giorgio Gaber

Dare fiducia all’amore, il resto è niente

Cristina Mustari

(NPG 2007-09-59)

 

È uno che aveva già capito tutto, il signor G: tutto prima che avvenisse, prima che questo tempo ci deteriorasse, prima che il rumore cancellasse i pensieri.
Il signor G altri non è che «l’alter ego» di Giorgio Gaberscik, cantautore milanese scomparso nel 2003.
Divenuto famoso negli anni ‘60 tra i cantanti che scimmiottavano i rockers americani, si distacca progressivamente da quel genere musicale maturando modalità tutte sue e del tutto nuove. Con una lenta metamorfosi Gaber passa da ragazzino rockettaro a cantante-showman brillante e ironico. Già in questa fase, nei filmati in bianco e nero di una tv che non c’è più, lo vediamo in sketches pungenti e solo apparentemente leggeri.

Il tema politico

Alla fine degli anni ‘60 si avvicina a tematiche nuove. Erano quelli anni di forte impegno. Per Gaber inizia a quel tempo l’amicizia con il pittore-filosofo Luporini che diventerà coautore delle sue canzoni e dei suoi spettacoli. I suoi testi, nel ‘68 in particolare, acquistano una maggiore connotazione politica, ma è una breve parentesi. Si rende infatti ben presto conto che lo slancio rivoluzionario è inutile. La realtà politica si scolla lentamente dai suoi ideali di partenza. Ammettere la sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi «slanci vitali»; per questo, mostrando grande onestà intellettuale, non rimane legato a chimere che ha visto naufragare, non più adatte a una realtà mutata.
Nonostante l’amarezza e il disincanto, tuttavia, egli non rinuncerà mai al coraggio dell’impegno: parla di disillusione, dolore, indignazione, ma i suoi valori di riferimento rimangono gli stessi. Non perde dunque la sua fiducia nell’importanza dell’impegno civile per la società.
Nei testi delle sue canzoni affermerà, ad esempio, che «l’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso di un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Sarei certo di poter cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire: noi». Nella politica sottolinea l’urgenza di un rinnovamento etico, così anche nell’analisi della società cerca di spronare il pubblico ad un risveglio esistenziale. A passare dal fingersi uomini all’essere tali. Dalla delusone politica nasce così il suo interesse per l’uomo.

La società e i problemi dell’uomo

Al culmine del successo e della popolarità, agli inizi degli anni ‘70, periodo di tensioni e contestazioni sociali, Gaber comincia a sentire il disagio del suo ruolo, avverte il bisogno di un rapporto più diretto col pubblico, unito alla voglia di esprimere liberamente le sue idee senza condizionamenti. Inizia progressivamente una nuova trasformazione. Non solo nei contenuti. In primo luogo, infatti, Gaber si allontanerà dalla TV per dedicarsi al teatro. Parte da qui la seconda parte della sua vita artistica: si allontana definitivamente dal circuito discografico e dà vita al cosiddetto «Teatro Canzone» insieme all’inseparabile amico Luporini. L’originale percorso artistico della «canzone a teatro» prende il via dallo spettacolo «Il signor G» che debutta il 22 ottobre 1970: «Il signor G. – dove quella G voleva anche dire ‘gente’ – era un signore un po’ anonimo, un signore come tutti che però mi assomigliava, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un inserimento nella società perché aveva già una sua vita adulta un po’ lontana da quella dei Sessantottini. Con ‘il signor G’ mi sono acquistato il grande privilegio di dire, di cantare in teatro quello che sono e quello che penso, al di là dei condizionamenti del mestiere dei quali prima risentivo».
In questo modo Gaber abbandona lo schema della canzone tradizionale creando in musica tutto un grande racconto in cui alterna canzoni e monologhi in un percorso di senso compiuto. Dove finisce il monologo inizia la canzone interpretata con teatralità, fra denuncia e accenni di ironia. Si crea così un arco emotivo che coinvolge lo spettatore dall’inizio alla fine. Il linguaggio utilizzato è semplice e colloquiale. Sul palcoscenico Gaber si presenta solo senza alcuna scenografia cantando a volte con basi pre-registrate, altre volte con i musicisti nascosti dietro al sipario. La sua capacità comunicativa conferisce agli spettacoli sfumature ironiche, comiche, surreali, a volte cabarettistiche. Nei suoi spettacoli descrive l’evolversi della società italiana i problemi sociali più «urgenti» di un certo periodo: propone degli interrogativi, smaschera le contraddizioni, denuncia i disagi dell’individuo facendosene carico e raccontando quello che accade, dentro e fuori di noi.
Gaber dimostra dunque di non essere il cantautore tradizionale ma si connota come uno sperimentatore. Il suo linguaggio artistico matura con lui.
L’ironia in particolare diventa un modo per alleggerire la pressione sul pubblico nel corso di spettacoli comunque impegnati e impegnativi, fornendogli però nel contempo spunti di riflessione.
Usa l’invettiva, prende di mira situazioni dell’attualità che ritiene vadano messe a nudo con la massima energia possibile. E il pubblico ricambia con un numero di presenze agli spettacoli senza precedenti nella storia del teatro italiano, pur non essendo sollecitato dalla pubblicità attraverso i canali consueti di diffusione promozionale, di cui Gaber non fa uso.
Occhi all’ingiù, naso alla Cirano, è lui stesso una maschera ora malinconica ora beffarda che smaschera gli altri, e la teatralità conferisce maggiore efficacia alle denunce.
Le sue sono riflessioni sulla realtà che arrivano a trattare i temi della persona e dei valori dell’uomo. Il suo intento non è quello di dare risposte, ma quello di far porre delle domande. Solo il dubbio infatti, è conoscenza e consente un’analisi onesta delle cose.
Uomo libero, il signor G, che si racconta e ci racconta, ad un certo punto della sua vita senza più appartenenze politiche ma con consapevolezza diversa. Nulla è immutabile. Il tempo può portare a cambiamenti di idee o ideologie. Le circostanze cambiano, le persone cambiano e così il modo di pensare, e il dubbio rimane il necessario punto di partenza per stimolare le riflessioni del pubblico.
Nel suo primo spettacolo di teatro canzone, nel 1973, aveva detto: «Vivere non riesco a vivere, ma la mente mi autorizza a credere che una storia mia positiva o no è qualcosa che sta dentro la realtà», esprimendo così un sentire comune a tutti gli uomini, un comune malessere esistenziale, la comune paura dell’esistere, il timore della lotta con la quotidiana realtà.
È infatti anche poesia malinconica della vita, la sua. Con un’ironia triste sbeffeggia noie e paranoie dell’uomo moderno. Come se disponesse di una formidabile lente di ingrandimento della società, ne riconosce tutti i limiti ma senza disfattismo: ci sono ancora cose importanti, ci sono cose da portare avanti. Cose semplici da riscoprire, guardando oltre, forse anche ad un Dio, che per il solo suo essere nella nostra vita conferisce senso.
Provocatore, fuori dai meccanismi della visibilità commerciale ma popolare anche senza volerlo, Gaber è attivo su più fronti espressivi. E l’entusiasmo e il calore del pubblico rimarranno immutati negli anni, anche se lui afferma negli ultimi tempi della sua vita, di non conoscerlo più quel pubblico che prima usciva dallo spettacolo col dubbio, facendosi delle domande, e invece col passare del tempo ha smesso di cercare. Come canta nel Dialogo tra un impegnato e un non so… oggi sono tutti «non so», è condizione umana diffusa. Sui dubbi dell’essere, dell’appartenenza, vince l’indifferenza, il disinteresse. In un passato neanche tanto lontano c’era la voglia di capire, di discutere e partecipare, oggi non c’è neppure la voglia di sapere cosa si è, di avere un opinione propria sulle cose del mondo. Così ecco che la «gente è poco seria anche quando parla di sinistra e destra».
Gaber sente, la crisi della partecipazione politica prima di qualsiasi altro e non rinuncia mai ad esprimere la sua amarezza per il fallimento delle ideologie del passato: «Non è mica facile non andare a votare. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, una proposta, una fede. Al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare ad ‘essere’ politici. In ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e sopratutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere!».
Smaschera tutto, anche la solidarietà fasulla: in un tempo in cui ognuno si fa soltanto i fatti propri anche le notizie più terribili, canta il signor G, ci lasciano sgomenti per 15, 20 secondi e poi ricadiamo nuovamente nell’indifferenza più crudele. Mette alla berlina tutti i nostri atteggiamenti, le nostre manie, le nostre ipocrisie: «Se un giorno noi cercassimo chi siamo veramente ho il sospetto che non troveremmo niente. Solo nonno Ambrogio non ha problemi di comportamento. Io per essere a mio agio ho bisogno di avere una ‘parte’. Se la parte mi viene bene mi sembra di essere una persona».
Guarda le cose senza preconcetti per parlarne con lucida onestà a costo di essere scomodo. La sua riflessione sulla realtà è condotta partendo dall’attualità del momento e guardando però contemporaneamente ai valori forti dell’uomo. L’analisi che ne viene fuori è ironica e satirica ma assolutamente reale. La critica alla società contemporanea è feroce, e l’uomo del nostro tempo è dipinto insieme a tutte le sue bassezze: «Lavoro tutto il giorno non ho tempo libero ma in fondo mi conviene, mi rende di più. Continua, non hai scampo e tira a far quattrini, che importa se da tempo non vedi i tuoi bambini, se più non riconosci un albero in un prato, se per andar più forte investi un disgraziato».
Senza mettersi in cattedra sente di dover denunciare ciò che vede: non si riesce a vivere, canta, e allora fingiamo, comprandoci una bella moto, dedicandoci a cure estetiche, indossando una bella maschera ideologica. Ma si tratta di idoli falsi, la distruzione dei quali porta all’esigenza di cercare qualcos’altro su cui ricostruire l’uomo e all’esigenza di ricostruire un’etica. E tuttavia, nonostante la denuncia sia forte e dura, il signor G non è un disfattista, non è un censore, distrugge per ricostruire.

L’uomo nuovo

Sente e denuncia la necessità di dare un senso nuovo a politica, etica, amore, individuo.
Sente l’urgenza di un uomo nuovo. Un uomo con la maiuscola. Gaber ci crede. È una fede laica, la sua, che lascia spazio alla speranza. Il suo realismo non soffoca la fiducia nelle potenziali risorse dell’individuo. La gente è di più, nell’uomo ci può essere dell’altro. È ancora possibile vivere senza maschere, affrontare la realtà, parteciparvi coinvolti, cercare di contribuire con un proprio «qualcosa» ad un miglioramento della società e poi saper tornare ai vantaggi e agli svantaggi di una condizione di uomo normale, senza volere, né cercar, né pretendere di più.
Ecco perché «persona» è la parola più ricorrente nei suoi testi. Una «persona» che deve essere consapevole delle proprie responsabilità verso gli altri: «In un tempo tremendo ti allontani da tutto, come un uomo sconfitto che riesce a vivere solo rifugiandosi nel suo piccolo mondo. Ma la salvezza personale non basta a nessuno».
La sua è una solida certezza: «Io come persona ci sono ancora, con la mia rabbia ci sono, con le mie forze ci sono, con la mia fede ci sono, come uomo o donna ci sono».
Agostinianamente dunque indica una via perché l’individuo rinasca guardando dentro di sé.
Dopo le delusioni politiche il suo punto di partenza diventa l’uomo. Il suo sguardo è sì critico e spietatamente ironico, ma anche comprensivo e fiducioso. Vede nelle spalle di un uomo qualsiasi «tutta la normalità umana», la fatica quotidiana del vivere, «… i piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza… Quello che io provo per quell’uomo – dice – è una comprensione diretta, senza impegno, senza ideologie sociali. Attraverso quell’uomo li posso vedere tutti… quell’uomo è tutto».
L’unico modo per essere veramente uomini è compiere scelte responsabili e coerenti con i propri valori. E i valori di cui parla il signor G sono del tutto analoghi a quelli dell’insegnamento cristiano.
Nell’opera di Gaber c’è una «pars destruens» e una «pars construens». Egli distrugge e ricostruisce. Nonostante tutto, non si sa come, la vita va sempre avanti: «La vita non muore nelle guerre, nelle acque inquinate del mare e i timori, anche giusti, son pretesti per non affrontare la mancanza di una vera coscienza che è la sola ragione della fine di qualsiasi civiltà».
Egli canta la necessità di cambiare la società esistente, l’esigenza di una solidarietà autentica, la ricerca di una libertà effettiva, si accanisce contro i demoni del mercato e del capitalismo. Ma non vuole che la propria rabbia diventi il lamento dell’impotente: «La rabbia che portiamo addosso è la prova che non siamo annientati da un destino così disumano che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti. Mi fa bene l’idea che si trovi una nuova utopia litigando col mondo».
È questo il coraggio gaberiano di guardare le cose dritte negli occhi, contro l’indifferenza e la passività. E se qualche volta si domanda chi glielo fa fare a scrivere cose così importanti invece di canzonette, si dà subito una risposta: «Mi guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione. E mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono».
Le opzioni possibili sono diverse: rassegnarsi, disimpegnarsi, sopravvivere oppure puntare sui valori. E il suo è un invito a ricercare questi valori e a non arrendersi nonostante tutto: «Io vedo un uomo solo e smarrito, come accecato da false paure … E tu mi vieni a dire quasi gridando che non c’è più salvezza, ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade fa parte della vita». È quasi un’esortazione analoga al «non abbiate paura» di Giovanni Paolo II.
Gaber non cerca più un’ideologia, ma un modo per ridare concretezza a slanci che sembrano scomparsi. Sente l’esigenza di un altro orizzonte, l’urgenza di un’etica nuova: «Nonostante tutto ci deve essere un modo per fare l’amore altrimenti non siamo uomini, ma involucri vuoti». «Amore… amare l’altro, l’attività più spontanea e insieme più necessaria del vivere. Stiamo dimenticando come si fa e cosa vuol dire, ci stiamo scordando l’amore».
Gaber porta ai confini più estremi la sua ricerca nella realtà. Si spinge fino ad arrivare all’osservazione della sofferenza. La canzone-storia di Gildo è il punto di arrivo della sua visione: nel dolore l’uomo ritrova la sua umanità più bella e più vera. Di fronte alla malattia e alla sofferenza si fa più forte la consapevolezza della propria umanità. Solo guardando gli occhi dell’uomo che soffre si diventa coscienti della fragilità del vivere e si coglie l’importanza della vita. Nella sofferenza si avverte l’uguaglianza vera tra uomo e uomo. Guardando all’umana sofferenza si capisce che è dall’amore che bisogna ripartire per rinnovare la vita civile, l’etica, la politica, i sentimenti: «Il senso della morte è troppo forte, nessuno lo sa immaginare, ma in ospedale diventa elementare. Lì il senso della vita ti spinge fuori, un senso d’amore che non so dire…» – è questa la sua fede. Fede laica che ritrova l’importanza dell’amore: «L’amore non può essere materia, non può essere cosa».
È una pietas che rende complici, che aiuta a rendersi conto del valore delle piccole cose, del ciclo della vita che continua.

La voglia di credere

Gaber chiama «laicamente» – questo è bene sottolinearlo – Dio più volte. Questa voglia di Dio è soprattutto voglia di avere una morale. Di credere, di esistere. Se non si ha una fede è inutile vivere. In un tempo in cui «tutto si è appiattito ciò che aveva un senso si è deteriorato. No, non fa male credere, fa molto male credere male».
Urla Gaber anche per chi non vuol sentire e cerca il signor G, cerca Dio.
«È meglio tirar fuori una rabbia spudorata di chi è stupido ma crede e urla il suo bisogno disperato di una fede. Perché Dio c’è ancora. Dio c’è ancora, io insisto. È un Dio un po’ strano che ci insegna la follia di ribaltare sempre il piano. È un Dio ancestrale che è l’essenza del pensiero, la forza naturale che mi sospinge verso il vero».
La sua potremmo definirla una ricerca e un dare valore alla spiritualità, una fede nell’etica e nei valori dell’esistenza. Le sue parole come pietre incidono sulla coscienza. Artista libero che costringe a pensare, Gaber è la coscienza dell’uomo, non solo del suo tempo, ma anche del tempo in cui viviamo noi mentre lui non c’è più. Anticipatore di tante cose, cerca di capire e di rappresentare senza falsità la realtà, senza pregiudizi, né paura di affrontare temi scomodi. E alla fine apre anche gli occhi ad una realtà «più alta»: «Sono anni di gente che ha già pensato a tutto senza mai pensare a Dio; serve qualcosa di più alto che dia un senso… che sia Dio o una nuova morale…».
Dal rischio della massificazione, ragione e amore sono i valori da salvare, anche e soprattutto per le generazioni future. Per questo canta: «Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente. Stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente».

 
Testimoni – Sulla soglia /11
Cristina Mustari
(NPG 2007-09-59)
 
 
È uno che aveva già capito tutto, il signor G: tutto prima che avvenisse, prima che questo tempo ci deteriorasse, prima che il rumore cancellasse i pensieri.
Il signor G altri non è che «l’alter ego» di Giorgio Gaberscik, cantautore milanese scomparso nel 2003.
Divenuto famoso negli anni ‘60 tra i cantanti che scimmiottavano i rockers americani, si distacca progressivamente da quel genere musicale maturando modalità tutte sue e del tutto nuove. Con una lenta metamorfosi Gaber passa da ragazzino rockettaro a cantante-showman brillante e ironico. Già in questa fase, nei filmati in bianco e nero di una tv che non c’è più, lo vediamo in sketches pungenti e solo apparentemente leggeri.
 
Il tema politico
 
Alla fine degli anni ‘60 si avvicina a tematiche nuove. Erano quelli anni di forte impegno. Per Gaber inizia a quel tempo l’amicizia con il pittore-filosofo Luporini che diventerà coautore delle sue canzoni e dei suoi spettacoli. I suoi testi, nel ‘68 in particolare, acquistano una maggiore connotazione politica, ma è una breve parentesi. Si rende infatti ben presto conto che lo slancio rivoluzionario è inutile. La realtà politica si scolla lentamente dai suoi ideali di partenza. Ammettere la sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi «slanci vitali»; per questo, mostrando grande onestà intellettuale, non rimane legato a chimere che ha visto naufragare, non più adatte a una realtà mutata.
Nonostante l’amarezza e il disincanto, tuttavia, egli non rinuncerà mai al coraggio dell’impegno: parla di disillusione, dolore, indignazione, ma i suoi valori di riferimento rimangono gli stessi. Non perde dunque la sua fiducia nell’importanza dell’impegno civile per la società.
Nei testi delle sue canzoni affermerà, ad esempio, che «l’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso di un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Sarei certo di poter cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire: noi». Nella politica sottolinea l’urgenza di un rinnovamento etico, così anche nell’analisi della società cerca di spronare il pubblico ad un risveglio esistenziale. A passare dal fingersi uomini all’essere tali. Dalla delusone politica nasce così il suo interesse per l’uomo.
 
La società e i problemi dell’uomo
 
Al culmine del successo e della popolarità, agli inizi degli anni ‘70, periodo di tensioni e contestazioni sociali, Gaber comincia a sentire il disagio del suo ruolo, avverte il bisogno di un rapporto più diretto col pubblico, unito alla voglia di esprimere liberamente le sue idee senza condizionamenti. Inizia progressivamente una nuova trasformazione. Non solo nei contenuti. In primo luogo, infatti, Gaber si allontanerà dalla TV per dedicarsi al teatro. Parte da qui la seconda parte della sua vita artistica: si allontana definitivamente dal circuito discografico e dà vita al cosiddetto «Teatro Canzone» insieme all’inseparabile amico Luporini. L’originale percorso artistico della «canzone a teatro» prende il via dallo spettacolo «Il signor G» che debutta il 22 ottobre 1970: «Il signor G. – dove quella G voleva anche dire ‘gente’ – era un signore un po’ anonimo, un signore come tutti che però mi assomigliava, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un inserimento nella società perché aveva già una sua vita adulta un po’ lontana da quella dei Sessantottini. Con ‘il signor G’ mi sono acquistato il grande privilegio di dire, di cantare in teatro quello che sono e quello che penso, al di là dei condizionamenti del mestiere dei quali prima risentivo».
In questo modo Gaber abbandona lo schema della canzone tradizionale creando in musica tutto un grande racconto in cui alterna canzoni e monologhi in un percorso di senso compiuto. Dove finisce il monologo inizia la canzone interpretata con teatralità, fra denuncia e accenni di ironia. Si crea così un arco emotivo che coinvolge lo spettatore dall’inizio alla fine. Il linguaggio utilizzato è semplice e colloquiale. Sul palcoscenico Gaber si presenta solo senza alcuna scenografia cantando a volte con basi pre-registrate, altre volte con i musicisti nascosti dietro al sipario. La sua capacità comunicativa conferisce agli spettacoli sfumature ironiche, comiche, surreali, a volte cabarettistiche. Nei suoi spettacoli descrive l’evolversi della società italiana i problemi sociali più «urgenti» di un certo periodo: propone degli interrogativi, smaschera le contraddizioni, denuncia i disagi dell’individuo facendosene carico e raccontando quello che accade, dentro e fuori di noi.
Gaber dimostra dunque di non essere il cantautore tradizionale ma si connota come uno sperimentatore. Il suo linguaggio artistico matura con lui.
L’ironia in particolare diventa un modo per alleggerire la pressione sul pubblico nel corso di spettacoli comunque impegnati e impegnativi, fornendogli però nel contempo spunti di riflessione.
Usa l’invettiva, prende di mira situazioni dell’attualità che ritiene vadano messe a nudo con la massima energia possibile. E il pubblico ricambia con un numero di presenze agli spettacoli senza precedenti nella storia del teatro italiano, pur non essendo sollecitato dalla pubblicità attraverso i canali consueti di diffusione promozionale, di cui Gaber non fa uso.
Occhi all’ingiù, naso alla Cirano, è lui stesso una maschera ora malinconica ora beffarda che smaschera gli altri, e la teatralità conferisce maggiore efficacia alle denunce.
Le sue sono riflessioni sulla realtà che arrivano a trattare i temi della persona e dei valori dell’uomo. Il suo intento non è quello di dare risposte, ma quello di far porre delle domande. Solo il dubbio infatti, è conoscenza e consente un’analisi onesta delle cose.
Uomo libero, il signor G, che si racconta e ci racconta, ad un certo punto della sua vita senza più appartenenze politiche ma con consapevolezza diversa. Nulla è immutabile. Il tempo può portare a cambiamenti di idee o ideologie. Le circostanze cambiano, le persone cambiano e così il modo di pensare, e il dubbio rimane il necessario punto di partenza per stimolare le riflessioni del pubblico.
Nel suo primo spettacolo di teatro canzone, nel 1973, aveva detto: «Vivere non riesco a vivere, ma la mente mi autorizza a credere che una storia mia positiva o no è qualcosa che sta dentro la realtà», esprimendo così un sentire comune a tutti gli uomini, un comune malessere esistenziale, la comune paura dell’esistere, il timore della lotta con la quotidiana realtà.
È infatti anche poesia malinconica della vita, la sua. Con un’ironia triste sbeffeggia noie e paranoie dell’uomo moderno. Come se disponesse di una formidabile lente di ingrandimento della società, ne riconosce tutti i limiti ma senza disfattismo: ci sono ancora cose importanti, ci sono cose da portare avanti. Cose semplici da riscoprire, guardando oltre, forse anche ad un Dio, che per il solo suo essere nella nostra vita conferisce senso.
Provocatore, fuori dai meccanismi della visibilità commerciale ma popolare anche senza volerlo, Gaber è attivo su più fronti espressivi. E l’entusiasmo e il calore del pubblico rimarranno immutati negli anni, anche se lui afferma negli ultimi tempi della sua vita, di non conoscerlo più quel pubblico che prima usciva dallo spettacolo col dubbio, facendosi delle domande, e invece col passare del tempo ha smesso di cercare. Come canta nel Dialogo tra un impegnato e un non so… oggi sono tutti «non so», è condizione umana diffusa. Sui dubbi dell’essere, dell’appartenenza, vince l’indifferenza, il disinteresse. In un passato neanche tanto lontano c’era la voglia di capire, di discutere e partecipare, oggi non c’è neppure la voglia di sapere cosa si è, di avere un opinione propria sulle cose del mondo. Così ecco che la «gente è poco seria anche quando parla di sinistra e destra».
Gaber sente, la crisi della partecipazione politica prima di qualsiasi altro e non rinuncia mai ad esprimere la sua amarezza per il fallimento delle ideologie del passato: «Non è mica facile non andare a votare. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, una proposta, una fede. Al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare ad ‘essere’ politici. In ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e sopratutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere!».
Smaschera tutto, anche la solidarietà fasulla: in un tempo in cui ognuno si fa soltanto i fatti propri anche le notizie più terribili, canta il signor G, ci lasciano sgomenti per 15, 20 secondi e poi ricadiamo nuovamente nell’indifferenza più crudele. Mette alla berlina tutti i nostri atteggiamenti, le nostre manie, le nostre ipocrisie: «Se un giorno noi cercassimo chi siamo veramente ho il sospetto che non troveremmo niente. Solo nonno Ambrogio non ha problemi di comportamento. Io per essere a mio agio ho bisogno di avere una ‘parte’. Se la parte mi viene bene mi sembra di essere una persona».
Guarda le cose senza preconcetti per parlarne con lucida onestà a costo di essere scomodo. La sua riflessione sulla realtà è condotta partendo dall’attualità del momento e guardando però contemporaneamente ai valori forti dell’uomo. L’analisi che ne viene fuori è ironica e satirica ma assolutamente reale. La critica alla società contemporanea è feroce, e l’uomo del nostro tempo è dipinto insieme a tutte le sue bassezze: «Lavoro tutto il giorno non ho tempo libero ma in fondo mi conviene, mi rende di più. Continua, non hai scampo e tira a far quattrini, che importa se da tempo non vedi i tuoi bambini, se più non riconosci un albero in un prato, se per andar più forte investi un disgraziato».
Senza mettersi in cattedra sente di dover denunciare ciò che vede: non si riesce a vivere, canta, e allora fingiamo, comprandoci una bella moto, dedicandoci a cure estetiche, indossando una bella maschera ideologica. Ma si tratta di idoli falsi, la distruzione dei quali porta all’esigenza di cercare qualcos’altro su cui ricostruire l’uomo e all’esigenza di ricostruire un’etica. E tuttavia, nonostante la denuncia sia forte e dura, il signor G non è un disfattista, non è un censore, distrugge per ricostruire. 
 
L’uomo nuovo
 
Sente e denuncia la necessità di dare un senso nuovo a politica, etica, amore, individuo.
Sente l’urgenza di un uomo nuovo. Un uomo con la maiuscola. Gaber ci crede. È una fede laica, la sua, che lascia spazio alla speranza. Il suo realismo non soffoca la fiducia nelle potenziali risorse dell’individuo. La gente è di più, nell’uomo ci può essere dell’altro. È ancora possibile vivere senza maschere, affrontare la realtà, parteciparvi coinvolti, cercare di contribuire con un proprio «qualcosa» ad un miglioramento della società e poi saper tornare ai vantaggi e agli svantaggi di una condizione di uomo normale, senza volere, né cercar, né pretendere di più.
Ecco perché «persona» è la parola più ricorrente nei suoi testi. Una «persona» che deve essere consapevole delle proprie responsabilità verso gli altri: «In un tempo tremendo ti allontani da tutto, come un uomo sconfitto che riesce a vivere solo rifugiandosi nel suo piccolo mondo. Ma la salvezza personale non basta a nessuno».
La sua è una solida certezza: «Io come persona ci sono ancora, con la mia rabbia ci sono, con le mie forze ci sono, con la mia fede ci sono, come uomo o donna ci sono».
Agostinianamente dunque indica una via perché l’individuo rinasca guardando dentro di sé.
Dopo le delusioni politiche il suo punto di partenza diventa l’uomo. Il suo sguardo è sì critico e spietatamente ironico, ma anche comprensivo e fiducioso. Vede nelle spalle di un uomo qualsiasi «tutta la normalità umana», la fatica quotidiana del vivere, «… i piaceri di cui è fatta la sua precaria esistenza… Quello che io provo per quell’uomo – dice – è una comprensione diretta, senza impegno, senza ideologie sociali. Attraverso quell’uomo li posso vedere tutti… quell’uomo è tutto».
L’unico modo per essere veramente uomini è compiere scelte responsabili e coerenti con i propri valori. E i valori di cui parla il signor G sono del tutto analoghi a quelli dell’insegnamento cristiano.
Nell’opera di Gaber c’è una «pars destruens» e una «pars construens». Egli distrugge e ricostruisce. Nonostante tutto, non si sa come, la vita va sempre avanti: «La vita non muore nelle guerre, nelle acque inquinate del mare e i timori, anche giusti, son pretesti per non affrontare la mancanza di una vera coscienza che è la sola ragione della fine di qualsiasi civiltà».
Egli canta la necessità di cambiare la società esistente, l’esigenza di una solidarietà autentica, la ricerca di una libertà effettiva, si accanisce contro i demoni del mercato e del capitalismo. Ma non vuole che la propria rabbia diventi il lamento dell’impotente: «La rabbia che portiamo addosso è la prova che non siamo annientati da un destino così disumano che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti. Mi fa bene l’idea che si trovi una nuova utopia litigando col mondo».
È questo il coraggio gaberiano di guardare le cose dritte negli occhi, contro l’indifferenza e la passività. E se qualche volta si domanda chi glielo fa fare a scrivere cose così importanti invece di canzonette, si dà subito una risposta: «Mi guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione. E mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono».
Le opzioni possibili sono diverse: rassegnarsi, disimpegnarsi, sopravvivere oppure puntare sui valori. E il suo è un invito a ricercare questi valori e a non arrendersi nonostante tutto: «Io vedo un uomo solo e smarrito, come accecato da false paure … E tu mi vieni a dire quasi gridando che non c’è più salvezza, ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade fa parte della vita». È quasi un’esortazione analoga al «non abbiate paura» di Giovanni Paolo II.
Gaber non cerca più un’ideologia, ma un modo per ridare concretezza a slanci che sembrano scomparsi. Sente l’esigenza di un altro orizzonte, l’urgenza di un’etica nuova: «Nonostante tutto ci deve essere un modo per fare l’amore altrimenti non siamo uomini, ma involucri vuoti». «Amore… amare l’altro, l’attività più spontanea e insieme più necessaria del vivere. Stiamo dimenticando come si fa e cosa vuol dire, ci stiamo scordando l’amore».
Gaber porta ai confini più estremi la sua ricerca nella realtà. Si spinge fino ad arrivare all’osservazione della sofferenza. La canzone-storia di Gildo è il punto di arrivo della sua visione: nel dolore l’uomo ritrova la sua umanità più bella e più vera. Di fronte alla malattia e alla sofferenza si fa più forte la consapevolezza della propria umanità. Solo guardando gli occhi dell’uomo che soffre si diventa coscienti della fragilità del vivere e si coglie l’importanza della vita. Nella sofferenza si avverte l’uguaglianza vera tra uomo e uomo. Guardando all’umana sofferenza si capisce che è dall’amore che bisogna ripartire per rinnovare la vita civile, l’etica, la politica, i sentimenti: «Il senso della morte è troppo forte, nessuno lo sa immaginare, ma in ospedale diventa elementare. Lì il senso della vita ti spinge fuori, un senso d’amore che non so dire…» – è questa la sua fede. Fede laica che ritrova l’importanza dell’amore: «L’amore non può essere materia, non può essere cosa».
È una pietas che rende complici, che aiuta a rendersi conto del valore delle piccole cose, del ciclo della vita che continua. 
 
La voglia di credere
 
Gaber chiama «laicamente» – questo è bene sottolinearlo – Dio più volte. Questa voglia di Dio è soprattutto voglia di avere una morale. Di credere, di esistere. Se non si ha una fede è inutile vivere. In un tempo in cui «tutto si è appiattito ciò che aveva un senso si è deteriorato. No, non fa male credere, fa molto male credere male».
Urla Gaber anche per chi non vuol sentire e cerca il signor G, cerca Dio.
«È meglio tirar fuori una rabbia spudorata di chi è stupido ma crede e urla il suo bisogno disperato di una fede. Perché Dio c’è ancora. Dio c’è ancora, io insisto. È un Dio un po’ strano che ci insegna la follia di ribaltare sempre il piano. È un Dio ancestrale che è l’essenza del pensiero, la forza naturale che mi sospinge verso il vero».
La sua potremmo definirla una ricerca e un dare valore alla spiritualità, una fede nell’etica e nei valori dell’esistenza. Le sue parole come pietre incidono sulla coscienza. Artista libero che costringe a pensare, Gaber è la coscienza dell’uomo, non solo del suo tempo, ma anche del tempo in cui viviamo noi mentre lui non c’è più. Anticipatore di tante cose, cerca di capire e di rappresentare senza falsità la realtà, senza pregiudizi, né paura di affrontare temi scomodi. E alla fine apre anche gli occhi ad una realtà «più alta»: «Sono anni di gente che ha già pensato a tutto senza mai pensare a Dio; serve qualcosa di più alto che dia un senso… che sia Dio o una nuova morale…».
Dal rischio della massificazione, ragione e amore sono i valori da salvare, anche e soprattutto per le generazioni future. Per questo canta: «Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente. Stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente».