Quale prete per una rinnovata pastorale giovanile

Inserito in NPG annata 2015.

Maurizio Gervasoni, vescovo di Vigevano

(NPG 2015-01-09)

Una pastorale giovanile evangelica

Una riflessione teologico-pratica sulla pastorale giovanile esige, proprio perché comporta l’assunzione di linee operative, la condivisione di alcuni riferimenti di fondo su cui essere d’accordo. Infatti non pare essere immediatamente chiaro il riferimento a una pastorale giovanile a partire dal Vangelo. Il testo evangelico sembra prescindere dalle classificazioni sociologiche, se si eccettuano i piccoli, i poveri, i malati. Nel ministero pubblico di Gesù non sembra che ci siano attenzioni esplicite per le donne, per i giovani, per i vecchi. I destinatari della sua predicazione sono gli uomini in modo indistinto e anche l’invito missionario del Risorto dice di andare in tutto il mondo, annunciare il Regno, perdonare i peccati e battezzare.
Se si considera poi che Gesù stesso e i suoi discepoli dovevano essere giovani, dobbiamo osservare che nel Vangelo essi sono trattati e considerati semplicemente come persone adulte.
L’attenzione pastorale esplicita a categorie sociologiche di persone, sembra venire in un secondo momento, soprattutto in relazione all’organizzazione della vita della comunità cristiana ormai consolidata. Non per nulla l’attenzione pastorale, in sede di elaborazione operativa, non sembra riferirsi per prima cosa al compito dell’annuncio del Vangelo; Gesù stesso si preoccupa di dare come criterio di invio le condizioni della testimonianza missionaria dei discepoli e non le condizioni dei riceventi l’annuncio evangelico: non portare denaro, non portare bastone, non salutare nessuno lungo la via, non passare di casa in casa, dare gratuitamente perché ricevuto gratuitamente… In prima percezione sembra che Gesù non sia neppure preoccupato dell’efficacia della predicazione, perché è sicuro dell’efficacia del Regno. Gesù non propone modelli di “marketing”.
Anche per la pastorale giovanile, come per ogni altra forma pastorale, valgono le regole fondamentali della fede cristiana e dell’annuncio del Regno. Siamo di fronte all’opera di Dio e non a un progetto di ingegneria gestionale. L’atteggiamento che Gesù richiede è quello della fede, della conversione e dell’ascolto, perché in gioco non c’è la qualità dei processi sociali, ma l’autenticità del cuore dell’uomo che consiste nell’accogliere l’amore di Dio. La prima caratteristica della pastorale giovanile deve essere quella di creare le condizioni reali dell’incontro con Gesù, come colui che è capace di cambiare la vita, perché fa incontrare con Dio.
L’invito di papa Francesco ad assumere un atteggiamento più coraggiosamente missionario e fiducioso della forza dell’amore di Dio attraverso una più profonda conversione del cuore e una vita di testimonianza caritatevole e povera definisce così il riferimento pastorale più profondo e significativo.
La pastorale giovanile per essere veramente “pastorale” deve essere espressione di autentica fede e perciò di autentica vita cristiana. Deve essere testimonianza del Regno, deve essere evangelica, altrimenti non può essere pastorale, perché sarebbe espressone di capacità umane di governo e di gestione, non incontro con Dio.

Testimonianza ecclesiale e condizioni dell’ascolto

Se ci mettiamo, però, dal punto di vista della vita della comunità chiamata a vivere e ad annunciare il Vangelo attraverso la sua testimonianza, allora l’analisi delle condizioni sociali e culturali della vita della Chiesa e i criteri di coerenza evangelica diventano importanti per la stessa qualità evangelica. L’annuncio del vangelo deve risultare interessante all’ascoltatore, perché possa in libertà giungere all’atto di fede e, una volta diventato discepolo del Regno, deve elaborare i criteri di vita ecclesiale e missionaria che garantiscano la fedeltà alla testimonianza evangelica nella concretezza della vita.
Il problema a cui mi riferisco è definibile schematicamente così. L’efficacia del vangelo non dipende in prima istanza dalle qualità retoriche dell’annuncio stesso o dall’efficacia dell’organizzazione ecclesiale, ma dalla forza del Regno e dalla mozione dello Spirito. Tuttavia occorre valutare in modo corretto che cosa significhi che Gesù non annuncia il Vangelo al di fuori di Israele e che ciò avvenga dopo la Pasqua e la Pentecoste. Questo fatto implica che il nuovo soggetto dell’annuncio, ossia la Chiesa, debba da un lato esibire le note di coerenza con il vangelo di cui essa è padrona (e nello stesso tempo ancella), dall’altro sovvenire ai criteri di inculturazione che superino l’omogeneità culturale ebraica su cui si fondava l’annuncio proposto da Gesù. Significativo al proposito è il discorso di Pietro dopo la Pentecoste: esso è immediatamente compreso da persone di diversa cultura. Questo tipo di evento, simile a quello della Trasfigurazione sul Tabor, non si è poi mai più replicato, se non nel senso che è stata attenzione della Chiesa rendere significativo il linguaggio del messaggio evangelico alle varie culture e situazioni personali. Il contrasto che ha costituito il prodigioso confronto del primo concilio di Gerusalemme, mostra chiaramente la necessità di un’elaborazione critica nella fede di queste problematiche di grande profilo pastorale.
In questo contesto l’attenzione alle condizioni di vita sociale e personale non è irrilevante per la qualità dell’annuncio e della testimonianza cristiani. Chi ha il compito pastorale, allora, non può e non deve ignorare le condizioni effettive in cui la vita delle persone si svolge, perché essa sia permeata dalla fede, sia nel momento dell’ascolto dell’annuncio, perché sia compreso, sia nel momento della proposta ad altri, perché sia correttamente testimoniato. La condizione giovanile risulta essere oggi una di queste situazioni vitali di cui tenere conto anche a livello pastorale.
Considerando la cosa da questo punto di vista, proprio la situazione giovanile in ordine alla fede nella vita della Chiesa attuale suscita preoccupazione, perché sembra che i giovani siano toccati superficialmente dal fenomeno cristiano. Per questo si sente urgente il bisogno di riflettere sulla condizione giovanile e sulla pastorale giovanile. Resta assodato che il richiamo forte di Gesù invita ad avere ancora di più fiducia del Regno e della forza di Dio e a intensificare la qualità testimoniale dell’annuncio e dell’annunciatore, scommettendo di più sulla gioia della fede e della carità.
In questo senso una pastorale giovanile deve essere comunque espressione di una conversione più profonda e di una fiducia più profonda in Dio e nello Spirito Santo. Non c’è pastorale giovanile senza un profondo atto di fede che Dio agisce anche oggi con forza. Non sarà certo una tecnica migliore a garantire il successo dell’annuncio del Vangelo, ma un autentico ritorno alla radice, a Gesù.

La fede cambia la vita individuale e comunitaria: i segni del Regno

L’analisi delle condizioni sociali della vita come elemento indispensabile per elaborare linee pastorali efficaci e opportune trova giustificazione, oltre che per un’esigenza antropologica del fenomeno umano, anche per alcune indicazioni che provengono dal Vangelo stesso. In esso, infatti, sono citate alcune categorie sociali ritenute privilegiate da Gesù stesso e poi dagli apostoli. Mi riferisco ai poveri, ai malati, ai piccoli…, ma anche ai ricchi, ai farisei, ai dottori della Legge…
Queste categorie non sono citate per la loro immediata rilevanza sociale, ma per la forte provocazione messianica e quindi evangelica che esse rivestono. E, tuttavia, di categorie sociali si tratta. Grazie alla citazione evangelica esse diventano categorie simboliche che esprimono situazioni umane sensibili al Regno. In questo senso, nei nostri tempi, occorre individuare chi sono i poveri, gli ultimi, i piccoli di cui parla Gesù.
Non mi stupirei di rilevare che per molti aspetti i giovani di oggi nelle nostre città possano essere ricondotti a categorie care al Vangelo come quelle dei ricchi e dei poveri, dei pubblicani e delle prostitute, ossia di quelle categorie con forte rilevanza e connotazione etica e religiosa su cui la fede agisce con forza e capacità radicale di trasformazione. Potrebbero diventare insieme categorie di privilegiati dal Regno o di esclusi da esso.
Il nesso che tali figurazioni simboliche assumono rispetto alle condizioni dell’accoglienza del Regno costituiscono l’elemento d’attenzione pastorale privilegiato, perché è a partire da queste condizioni che si configura la testimonianza evangelica e l’efficacia della predicazione. La pastorale giovanile non ha lo scopo di aggregare giovani, ma di annunciare il Regno e di guidare la testimonianza alla coerenza evangelica, perciò non si può parlare di pastorale se non verificando le condizioni di coerenza evangelica. Ciò non si riferisce al conseguimento di standard operativi di qualità dichiarata, ma al cammino di conversione e di ascolto dello Spirito che ha caratteristica strutturalmente testimoniale e di fede. Sull’esempio di Maria, non c’è pastorale senza l’ascolto, la meditazione e la custodia nel cuore di ciò che riguarda Gesù.
D’altro lato, però, la determinazione di queste categorie sociologico-simboliche non è specifica della riflessione teologica ed ecclesiale. Essa si riferisce alle configurazioni storiche, sociali e culturali di cui si occupano le scienze umane e la sociologia in specie. La lettura della condizione giovanile odierna permette di rilevare alcuni ambiti di senso e alcune dimensioni antropologiche che stimolano profondamente la riflessione teologica. La lettura della condizione giovanile, infatti, indica che i giovani sono insieme ricchi e poveri, potenti e fragili.

I giovani e la società

Tra le diverse modalità di rilettura del fenomeno giovanile nella nostra società, sembra importante soffermare l’attenzione su una dimensione percepita immediatamente come importante e qualificante. La condizione giovanile è interpretata in rapporto alle dinamiche di costruzione della società e quindi dell’identità personale all’interno delle relazioni sociali. Dal punto di vista antropologico questa dimensione si definisce come opportunità e possibilità date ai giovani per impegnarsi a costruire la società. Possiamo definire questa dimensione come vocazionale in ordine alla costruzione della società, intesa come ambiente in cui si determinano le condizioni di vita in cui si elabora l’identità personale e sociale. Ognuno di noi scopre la sua identità personale attraverso il ruolo che egli riesce ad assumere all’interno della società e soprattutto all’interno delle possibilità di potere sociale che gli vengono consegnate o che vengono assunte. E’ la tradizionale questione del “Che cosa farai da grande?”, intendendo con ciò soprattutto la professione che darà il ruolo più cospicuo alla persona nella società.
In questo senso la situazione giovanile odierna relega i giovani in una situazione di precarietà e di debolezza preoccupanti, sia dal punto di vista sociale, sia da quello dell’identità personale, soprattutto perché rende problematico il ruolo dell’assunzione a livello personale di compiti sociali come forte provocazione etica e quindi come indicazione importante per la fede. Spesso si indica la situazione giovanile come una sorta di limbo sociale, in cui i giovani sono collocati in attesa che si liberi per loro qualche posto socialmente rilevante e fortemente identitario per il venire meno di qualche adulto o vecchio. La lentezza della mobilità sociale è una delle caratteristiche che definiscono la situazione giovanile in modo negativo.
Questa condizione, oggi molto diffusa, impedisce a molti giovani di accedere alle esperienze di impegno sociale che richiedono personalità e responsabilità, ma che favoriscono la formazione di una coscienza morale adulta. I giovani rischiano di essere esposti alle etiche regionali d’ambiente, ossia ad adeguarsi alle regole di comportamento frammentato che i vari ambienti si danno. Un’etica nel posto di lavoro A, un’altra nel posto di lavoro B, un’altra tra amici, un’altra all’università, un’altra ancora il sabato sera, un’altra al concerto o allo stadio, un’altra, se capita, alla GMG…
Anche le frequentazioni personali divengono dispersive, perché non coerentemente collegate con il ruolo sociale e con la determinazione delle priorità identitarie personali. I rapporti personali diventano impegnativi e totalizzanti, quando emotivamente sostenuti, ma poi difficili da gestire e noiosi quando riferiti a compiti d’impegno vitale e sociale. Segno di questo è il diffuso senso di sofferenza, d’incertezza per il futuro e di fatica nel descrivere le relazioni tra persone che si amano.
In questo modo il ruolo sociale perde di significato per definire l’impegno morale e religioso dei giovani, proprio perché frammentato e spesso contraddittorio. Il risultato è inevitabilmente una notevole dispersione personale e una frammentazione identitaria, che costringe all’assunzione di comportamenti ondivaghi e di scarsa coerenza etica.
I giovani sentono il bisogno di grandi eventi di forte portata emotiva, sono capaci di esperienze impegnative e profonde, ma sono anche facilmente preda di atteggiamenti oppositivi, dispersivi, incoerenti e fortemente emozionali. Da questo clima culturale discende anche la forte crisi della morale in senso antropologico e religioso, per fare spazio a una condizione morale di adattamento alle condizioni sociali di vita, che si ama definire di “relativismo”.
Questa condizione è molto esasperata nella nostra situazione culturale e ha portato alla frammentazione delle diverse etiche, legate ai vari ambienti in cui le regole di comportamento valgono.

Alla ricerca dell’unità

Un elemento pastoralmente importante per il mondo giovanile è appunto quello della riscoperta dell’etica in senso antropologico forte e unitario. Per lo più sono le esperienze legate ai passaggi vitali che permettono alle persone di percepire l’istanza etica unitaria di fondo e, grazie a essa, l’appello religioso.
Sono proprio i passaggi di vita; incontrare la compagna e il compagno della vita, avere un figlio, la malattia, la morte, la festa, il lavoro, l’assunzione di responsabilità… ciò che fa diventare adulti e ciò che favorisce la percezione della fragilità dell’esistenza. Di queste cose si è parlato nel convegno ecclesiale di Verona, ma di queste cose occorre sempre parlare ai giovani e con i giovani. L’intento pastorale di questo lavoro non è quello di trovare soluzioni sociali e politiche ai vari problemi, ma quello di far emergere le dimensioni antropologiche non in modo intellettualistico, ma vitale ed esperienziale, per aprirsi all’annuncio del Regno.
Alla luce di quanto fin qui detto si può anche recuperare un altro aspetto che caratterizza significativamente la coscienza giovanile, ossia la capacità di idealità e di assunzione di compiti nel tempo in cui giocare se stessi. Individuare percorsi di vita e di riflessione che consentano al giovane di sentire sulla propria pelle la possibilità di piegare la quotidianità, la ripetitività, la meschinità e la fragilità davanti a progetti che scaldano il cuore e danno direzione di vita costituisce il terreno su cui pensare una pastorale giovanile… Lo smarrimento di fronte al senso antropologico della vita umana e della dimensione biologica è ciò che il giovane tende a non vedere, ma resta sempre sullo sfondo delle sue paure e nel suo desiderio di felicità a ogni costo…
Per questo bisogna, da un lato, trovare forme di esperienza legate al riferimento al ruolo sociale e all’impegno personale, ma, dall’altro, occorre proporre esperienze che permettano di ritirarsi e di trovare percorsi di interiorità e di spiritualità.

Verso un’attenzione pastorale specifica

Queste considerazioni chiedono un’attenzione specifica e una progettualità pastorale condivisa con i giovani stessi che non possono certo cadere nella figura dello schematismo legato ai servizi religiosi.
L’osservazione di alcuni fenomeni religiosi assunti da persone giovani come risolutive della loro domanda di fede pone alcune questioni pastorali importanti. Si assiste al fenomeno di giovani molto dediti a pratiche religiose di tipo devozionale o comunque legate ad ambienti di grande identità religiosa sia estetica che sociale. Il dibattito del rapporto tra fede e religione deve essere considerato in modo importante, anche perché in cultura postmoderna la religione svolge un ruolo simbolico aggregativo molto importante. Il problema è di capire fino a che punto tale forma religiosa è evangelica.
Lo snodo di fondo è relativo alla questione del “lievito dei farisei” e comunque alla questione dei “Guai a voi, scribi e farisei” che Gesù rivolge nel vangelo di Matteo al capitolo 23. Ciò che tocca il cuore dell’uomo è l’oggetto della fede e della verità religiosa. La dialettica tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo diventa così essenziale per elaborare linee di pastorale.
Per fare ciò occorre che ci siano operatori pastorali dedicati ed esperienze specifiche che abbiano come scopo un annuncio per la vita a partire da una testimonianza che si fa carico del peso della vita stessa. In fondo, Gesù invia ad annunciare il Regno, ma anche a guarire i malati. Il resto lo fa lo Spirito, ma il punto di partenza è proprio la qualità fortemente kerigmatica della testimonianza di Gesù stesso e dei discepoli. Poter far percepire che il senso della mia vita è la totale dedizione a Dio, perché la vita degli uomini si renda possibile, costituisce il riferimento inevitabile e forte di ogni pastorale.
E’ l’intreccio tra la dimensione religioso-contemplativa della vita (totale dedizione a Dio) e l’impegno d’amore per gli altri che regola le direttrici di ogni azione pastorale. E’ necessario allora sviluppare linee pastorali che favoriscano l’impegno caritativo e sociale, secondo le linee e le caratteristiche storiche e culturali del tempo, ma insieme avere l’accortezza di non dimenticare che la fede e la carità non si riducono a tale impegno. Il giovane deve essere messo nella condizione di assumere l’impegno caritativo e sociale come qualcosa che decide del senso radicale della sua vita, ma insieme egli deve essere messo nella condizione di rilevare che nessun impegno umano dà salvezza e che egli la trova solo nell’atto di fede con cui egli segue Cristo. Grazie a ciò egli può costantemente convertire le forme di vita alla ricerca della verità.
Impegnarsi per un senso più grande dell’ interesse personale particolare è ciò che la comunità cristiana deve proporre ai giovani come impegno che arricchisce veramente, ma annunciare che tale apertura trova fondamento e realizzazione solo in Gesù Cristo e nella radicale gratuità dello Spirito è ciò che rende vero ed efficace l’annuncio della Chiesa.

I giovani e la comunità ecclesiale

Del resto ciò risulta anche da un’altra osservazione. Molti giovani oggi mostrano una sconcertante fragilità e approssimazione circa le componenti dottrinali e sapienziali del Vangelo, ma sono facilmente esposti al fascino di evocazioni religiose emotive e persino quasi paranormali, che trovano espressione in atteggiamenti di grande coinvolgimento emotivo.
Tutto ciò contrasta con il modello di religione istituzionale e tradizionale come quello della Chiesa Cattolica, ma contrasta anche con il modello culturale occidentale che esalta l’atteggiamento razionale e critico di fronte alla verità e alla vita. Il risultato di queste due esigenze porta a chiedere di insistere su percorsi di approfondimento catechistico e riflessivo. Questa sembra una via obbligata per chi desidera proporre ai giovani un incontro autentico con il Signore e con la fede cristiana.
D’altro canto le varie esperienze provate hanno evidenziato che i giovani non reputano più interessante un modello che troppo risente dell’approccio intellettualistico. L’esperienza dei movimenti ecclesiali ha introdotto nel panorama pastorale di questi decenni l’esigenza di proporre un incontro personale con il Signore, attraverso la condivisione di percorsi personali, insieme esperienziali, vitali, riflessivi e ideali.
Queste proposte indicano che il contesto di identificazione sociale s’individua secondo caratteristiche di prossimità breve, perché quelle di prossimità lunga non risultano efficaci per una cultura individualista e consumista. Il momento affettivo ed emotivo sembra giocare un ruolo importante nel processo identitario, mentre l’idealità dei valori sociali e teorici non riesce più ad aggregare persone e scelte di vita.
Tutto ciò indica un’attenzione pastorale alla dimensione legata a ciò che in termini tecnici si definisce fedeltà alla Tradizione della Chiesa. Essa si esplicita per lo più nell’attenzione alla dimensione istituzionale della Chiesa stessa, che ha in compito di discernere tra le varie forme di espressione della fede al fine di non smarrire l’autenticità della fede stessa.
Occorre perciò proporre una pastorale che garantisca il confronto con la dottrina della Chiesa, con la continuità della sua liturgia, con le disposizioni del Diritto, con la fedeltà alla Scrittura, per evitare l’assunzione di facili mode a criterio di autenticità della fede. Valutare il successo di alcune esperienze religiose non può far dimenticare la profonda esigenza di criticità evangelica che compete appunto all’istituzione cattolica, da un lato, e all’affermazione della libertà personale nello Spirito, dall’altro.
Non si dà perciò figura di pastorale che non comprenda anche l’apertura missionaria all’istituzione ecclesiastica, che garantisca l’unità nella cattolicità, costringendo ad aprire lo schema spesso inconscio che tende a chiudere il gruppo su se stesso. Questa attenzione risulta accentuata dal fenomeno del pentecostalismo, in quanto capace di esasperare in senso individualistico la componente emotiva, affettiva, etnica e, francamente, spesso utilitaristica che può trovare albergo nel gruppo con forte appartenenza emotiva.
Queste ultime osservazioni chiedono che la pastorale giovanile non possa e non debba dimenticare il confronto con la vita della Chiesa nella sua ricchezza spirituale e istituzionale intesa come condizione di una reale apertura missionaria al mondo. L’intento primo non è quindi la salvaguardia della struttura sociale e culturale della Chiesa, ma l’incontro personale e spirituale con il Signore e la testimonianza della carità in una comunità animata dalla carità nello Spirito. Ciò, però, avviene nella memoria di Gesù e nella docilità allo Spirito, mandato per la salvezza di tutti nella confessione di fede in Gesù morto e risorto.

Quale pastorale e quale ruolo del ministero ordinato?

Alla fine di questa chiacchierata, risulta importante rilevare che la pastorale giovanile non può essere ritenuta elemento marginale della vita della Chiesa e perciò del ministero ordinato. La forte provocazione testimoniale e la necessità dell’avvio di percorsi d’ascolto e d’impegno per la vita della comunità e per la realizzazione di percorsi di vita sociale significativi coinvolge l’intero progetto pastorale della comunità cristiana.
Soprattutto l’ultimo punto indicato chiede una particolare attenzione da parte dei ministri ordinati e, in genere, del presbiterio diocesano tutto.
Il discorso qui diventa complesso, ma occorre prestare attenzione ad alcuni fatti importanti. La pastorale non può essere proposta senza la presa in carico delle situazioni personale e sociali. Ciò significa che se c’è una questione giovanile, non può non esserci un impegno pastorale specifico per i giovani. Tuttavia è anche vero che la strutturazione delle parrocchie, il numero dei preti, l’organizzazione della comunità additano una situazione pastorale complessa e variegata che non consente di trovare istituzioni pastorali specifiche per ogni settore d’impegno pastorale. Anche se ci fossero energie all’altezza, resterebbe comunque il compito delicato di riconduzione all’unità nella fede e nella carità. Esso comporterebbe l’individuazione di comportamenti e criteri di non facile assunzione.
Occorre allora assumere alcune figure generali di linea pastorale che permettano l’attenzione ai singoli casi e all’unità ecclesiale, ma insieme valorizzino al meglio gli operatori pastorali e le strutture di cui la comunità cristiana dispone.
Sembra che la valorizzazione della comunità possa favorire la realizzazione di una pastorale unitaria, ma attenta alle diverse situazioni vitali delle persone e dei gruppi. E’ proprio questo riferimento alla figura di comunità nel suo insieme che trova grande provocazione da parte della situazione giovanile. La figura complessiva della Chiesa è messa in gioco in questa sfida e le soluzioni non sono semplici. La tentazione più forte è quella di ridurre il problema semplificando la complessità della realtà e ripetendo, adattandole, soluzioni collaudate o assumendo atteggiamenti emozionali, per lo più di forte connotazione personalistica. Soluzioni di questo tipo contraddicono la fede nella forza dello Spirito e snaturano il senso della testimonianza cristiana.
Occorre lasciarsi provocare dalla realtà profonda della verità della storia, occorre amare le persone e le loro concrete condizioni di vita, occorre lasciarsi contagiare dalla libertà dello Spirito Santo che conduce persone e situazioni a Gesù. Per questo i ministri ordinati devono dedicare tempo e attenzione pastorale ai giovani e alla loro condizione con amore e intelligenza. Ne va della vita stessa e non di dettagli trascurabili.
Non è giusto ritenere che sia tempo perso lasciarsi interrogare dalla condizione giovanile, benché la pastorale finora condotta faccia difficoltà a individuare linee nuove per eventi nuovi. L’indicazione di papa Francesco di andare verso le periferie con amore e missionarietà riguarda anche il mondo dei giovani, per molti versi simile alle periferie del mondo. Accordare privilegio all’aspetto kerigmatico sembra sicuramente necessario, benché non sufficiente. Occorre anche una riflessione e una riorganizzazione pastorale vera propria. Occorre anche favorire la nascita di una nuova figura cdi comunità cristiana.
Questo compito è forte e complesso. Decidere se la proposta giovanile sia di rottura con i parametri di edificazione della società e della comunità o se invece essa debba di fatto identificarsi a forme d’impegno sociale e culturale più forti e coerenti; valutare le forme di ingaggio con i giovani nell’intricato mondo della mobilità sul territorio e negli ambienti sociali; rileggere la proposta vocazionale alla vita matrimoniale, al ministero ordinato e alla vita consacrata come espressione di una forte provocatorietà del vangelo rispetto alla chiusura alla quale il modello culturale odierno costringe i giovani; lasciarsi provocare dalle forti condizioni di testimonianza della radicalità evangelica a cui l’apostolo è invitato dall’invio da parte di Gesù; provvedere all’elaborazione di percorsi di spiritualità e di accompagnamento di conversione significativi ed efficaci; elaborare forme di coinvolgimento e di protagonismo da parte dei giovani in vista della comunione ecclesiale in tutte le sue componenti… Tutte queste problematiche chiedono un impegno profondo e organico di programmazione pastorale e di testimonianza ministeriale che non si possono ricondurre semplicemente ad abilità organizzativa e gestionale, ma che si riferiscono a una profonda spiritualità ministeriale.
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