Il Vangelo del giorno (Bose)

Chiamati alla gioia

Fratel Daniel - Bose


11 settembre 2019

In quei giorni Gesù 20alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
21Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell'uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
24Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
25Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.
Lc 6,20-26

Il discorso della pianura, versione lucana del discorso sul monte che leggiamo nell’Evangelo secondo Matteo, inizia anch’esso con un invito alla gioia: “Beati”. Ma già questa sola parola suscita difficoltà. È un aggettivo un po’ desueto che utilizziamo raramente nel linguaggio corrente e se lo usiamo designa una realtà che non corrisponde né a ciò che indica l’aggettivo greco né, meno ancora, all’equivalente ebraico.
Nell’AT, questa parola apre il libro dei Salmi (che in ebraico è il libro delle Lodi): “Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi…” (Sal 1,1) e evoca un movimento, uno slancio a tal punto che André Chouraqui, nella sua originalissima traduzione della Bibbia in francese, non ha esitato a renderla con: “En marche!” (più o meno: “Avanti!”). Allo stesso modo, questo discorso di Gesù è un grande invito – “allegro con moto”, sono tentato di dire – alla gioia, alla piena felicità.
Ma l’entusiasmo si raffredda subito dopo, perché la condizione di quelli che sono invitati alla gioia è tutt’altro che felice: poveri che hanno fame e piangono, senza parlare dei perseguitati. Stiamo attenti però a non dichiarare felici quelli che stanno in quelle situazioni, perché la loro felicità non deriva da questo stato di disagio e di sofferenza. Sarebbe cadere nel controsenso.
Sarebbe dimenticare che Luca ha premesso una parola importante a questo discorso: “alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva…”. È dunque una parola indirizzata a un “voi” che sono i discepoli di Gesù, quelli che lo seguono e credono in lui.
La loro gioia, il loro entusiasmo, non nasce dalla loro povertà, dalla loro fame o dalle persecuzioni che subiscono, ma dal loro camminare (il movimento contenuto nel “beati voi”) dietro a Gesù, il re del regno messianico. Poiché lo seguono, sono – come dice la prima beatitudine – già ora nel regno di Dio! E questo regno si esprimerà in futuro come sazietà e grande allegria, come la “ricompensa” di cui parla la quarta beatitudine, ricompensa data però non ora, ma “nel cielo”.
Si capisce allora il senso di queste beatitudini: la gioia sta nell’essere con il Cristo, “il più bello tra i figli di Dio” (Sal 45,3); ma essere suoi discepoli implica la conformazione a lui e a ciò che ha vissuto, fino alla morte in croce. Tuttavia, condividendo con il Cristo qualcosa della sua sorte, il credente non è solo: il Cristo gli sta vicino, come avvenne al brigante che moriva accanto a Gesù il quale sentì la meravigliosa promessa: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).
Solo Luca ha aggiunto i “guai a voi!”. Anche qui l’abitudine ci inganna: pensiamo subito che si tratti di maledizioni. No! Sono lamenti, canti funebri. Se i discepoli di Gesù, i “voi”, sono ricchi, felici e sazi, se tutti dicono bene di loro, ciò è prova che non sono seguaci di Gesù; si ingannano e si illudono di essere vivi… In realtà sono morti ambulanti. Gesù non li maledice, proclama invece su di loro un “ohimè” profetico, pronunciato appunto perché tale non sia la loro fine.