La scommessa cattolica:

Dio fa festa per chi torna

Chiara Giaccardi

La scommessa cattolica (il Mulino 2019), scritto a quattro mani con Mauro Magatti e frutto di un cammino condiviso con tanti, cerca di sparigliare le categorie rigide che hanno ingabbiato il dibattito, rendendolo a nostro avviso sterile: una battaglia che finisce col diventare ideologica e si aggiunge alle tante che alimentano il clima di generalizzata ostilità. È davvero impressionante constatare il livore con cui tanti cattolici entrano nel dibattito pubblico attraverso i social, su temi cruciali quali l’immigrazione, per esempio.
La scommessa non è identitaria, ma antropologica. Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo che ne è la sua anima maggioritaria (in alleanza, e non in competizione con le altre), ha da dire qualcosa a questo tempo: una parola che fa bene a tutti, e non solo ai credenti, perché porta un contributo senza il quale si rischia di venire risucchiati, paradossalmente in nome della libertà, in un sistema tecnocratico che ci rende irrilevanti e disumani. A patto, però, che all’interno del cattolicesimo ci sia il coraggio di purificarsi dall’inessenziale e ritrovare, nell’infinita ricchezza della tradizione, ciò che può parlare al mondo di oggi e aiutarlo a non restare vittima dei suoi stessi successi. Dentro una unità che non è uniformità (a volte si ha quasi l’impressione che il “pensiero unico” tanto attaccato sia un sogno recondito di omogeneità senza dissensi anche dentro la Chiesa!), ma che è ricca proprio perché comunione di differenze. Come la Trinità – troppo spesso ce lo dimentichiamo.
Il tema della libertà è cruciale, almeno in due sensi. Il primo riguarda il rapporto con una verità che non può essere dimostrata, ma solo cercata, ascoltata, cercata di nuovo e continuamente. La fede non è un possesso né una certezza. Al massimo, con le parole di Guardini, è una “combattuta fiducia”, sempre da alimentare. Si può solo scommettere, nel senso pascaliano, che vale la pena “puntare” la propria vita sulla buona notizia di un Dio che ci ama, perché questo rende il nostro esistere più intenso e più pieno da subito. Un Dio che è padre e quindi ci vuole liberi, ci invita con discrezione, come un vento leggero e non come un tuono, e non impone la sua volontà. Non saremmo a immagine di Dio se non fossimo liberi.
E qui viene il secondo significato, illustrato dalla parabola del figliol prodigo, che nel libro abbiamo letto in chiave escatologica: noi moderni siamo il figlio là fuori, che si è preso la responsabilità di uscire da casa e di vivere autodeterminandosi, nell’illusione di bastare a se stesso. Siamo stati audaci, ma forse ci siamo accorti che il nostro desiderio non ha trovato la risposta che cercava. Che gli effetti dell’autodeterminazione sono solitudine, logica dello scarto, disuguaglianza, distruzione della natura…
Se ci ricordassimo che il padre non solo ci ha lasciati andare, ma ci ha dato la nostra parte di eredità perché seguissimo i nostri sogni anche su una strada lontana dalla sua, forse sapremmo ricostruire un’alleanza nuova, su nuove basi. Il padre che ama non è colui che desidera che il figlio faccia tutto quello che vuole lui, ma colui che desidera che il figlio sia libero, anche a costo di sbagliare. E che lo aspetta con le braccia aperte, pregando. Se il figlio non fosse uscito di casa, avrebbe subìto il comportamento del padre.
Troppo spesso la Chiesa tiene le parti del fratello maggiore che mormora parole di risentimento, quasi utilizzando la sventura di chi è uscito come prova della propria integrità. Ma Dio, che ama tutti, fa festa per chi torna. Con consapevolezza, come scelta libera, non per paura. Il ritorno è una festa, un’alleanza rinnovata e feconda, basata non sulla paura, ma sul desiderio.
La Chiesa non deve avere paura della libertà! È ciò che rende unico l’uomo tra tutti i viventi. Oggi c’è l’occasione per ripensare, anche partendo dai fallimenti della modernità, come giocare questa libertà. Un’occasione che non va persa, tornando alla morale del primo figlio della parabola. Il ruolo della Chiesa è oggi piuttosto quello di essere la voce che ricorda l’amore del padre, facendo maturare il desiderio del ritorno.
È poi ora di uscire dallo sterile dibattito tra progressisti e conservatori, che paralizza il cammino della Chiesa creando divisioni “diaboliche” e neutralizza il ruolo potenziale del cattolicesimo, ideologizzandolo. La scommessa è anche quella di archiviare finalmente questo schematismo. Noi non siamo né progressisti né conservatori: sosteniamo che la modernità ha prodotto cose buone, ma anche enormi distorsioni. Serve uscire da questo schema e assumere un ruolo fedele al messaggio evangelico: essere capaci di farsi lievito in un mondo che ha necessità di cambiare e di restare umano. Senza difese, steccati, dogane. Perché non sono le idee chiare e distinte che ci salvano, ma il movimento paradossale predicato da Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita la perderà, chi è disposto a perderla, la trova”. Non si può “mettere in sicurezza” la verità e definirla in maniera esaustiva, circoscrivendola come possesso di qualcuno e come qualcosa a cui bisogna sforzarsi di aderire. Sognare il “rischio zero” dentro la Chiesa è snaturare la buona notizia. Gesù ci offre un metodo (da odos, via), più che un “contenuto” di verità: amare Dio e amare il prossimo. Il resto è camminare dietro di lui, fidandosi e affidandosi. Questa è la via su cui scommettere oggi. Non come “adesione” a qualcosa di esteriore, dalla dottrina ai precetti, ai quali ci si sforza di conformarsi, ma, appunto, come “affidamento” (parola che ha la stessa etimologia di fede, da fides: corda, legame). È un movimento che parte da dentro e trasforma la persona.
Quando Gesù proclama di essere “la via, la verità e la vita” mette, non a caso, la via al primo posto. La verità non è lì bella pronta da predicare, ma bisogna mettersi lungo quel cammino: “la fede vede nella misura in cui cammina” (Lumen fidei 9).
La fede è relazione, non adesione a un contenuto. La fede come affidamento non è un’indicazione morale, ma antropologica che può capire chiunque, anche un non cristiano. Sono due vie molto diverse. La Chiesa ha privilegiato la prima strada anche nella formazione, fissando contenuti semplici, chiari e distinti da trasmettere. Adesso invece, è necessario percorrere la via dell’affidarsi, del camminare dentro l’orizzonte tracciato da Gesù, dell’avviare processi senza avere già chiaro il punto di arrivo, ma con la pazienza del discernimento comunitario.
Non si tratta di un dualismo, ma di una tensione, dove finora è stata privilegiata la via dell’adesione, mentre oggi va coltivata quella dell’affidamento: in un mondo apparentemente sempre più social, che ha sete di legami anche se ne ha paura, questo è un messaggio che può parlare a tutti.
Anche perché affidarci ci aiuta ad andare oltre noi stessi, e il movimento dell’autotrascendimento è potentissimo nell’uomo (l’unico animale, come scriveva Camus, che non si accontenta di essere ciò che è). È la tecnica che intercetta oggi questo desiderio, con le derive che conosciamo. Oggi il desiderio di salvezza è riposto nella tecnica, che può offrire tutt’al più delle sicurezze. La Chiesa ha il compito di re-intercettare questo desiderio. Come far comprendere che quello che noi desideriamo non è la sicurezza (il controllo, l’azzeramento del rischio), ma la salvezza (la pienezza)? Perché “salvo” non vuol dire solo “vivo”, ma “integro”, “felice” e “fecondo”.
È la via, entusiasmante anche per i giovani, di una ad-ventura, di un andare incontro a un futuro che non è già scritto, a un a-venire che introduce l’elemento della libertà nel determinismo del divenire.
Un futuro dove la logica del paradosso consente di superare una volta per tutte il dualismo che ha caratterizzato molto del pensiero della Chiesa, che si è innestato sul pensiero greco. Un dualismo che ha fatto tanti danni, mettendo in contrapposizione ciò che è inseparabile (per esempio, dottrina e pastorale, o unità e pluralità) e ha allontanato le giovani generazioni. Una proposta integrale, di concretezza vivente, non solo è più fedele al Vangelo, ma può essere affascinante anche per loro. Allora l’impasse in cui si trova il cattolicesimo nel mondo occidentale può diventare kairòs di rigenerazione.
In un tempo in cui la Chiesa stessa soffre di individualismo e astrazione e rischia la deriva intellettualistica, che paradossalmente (ma non troppo) si sposa con le spinte populiste, la scommessa può essere vinta se si torna alla concretezza, nel senso in cui ne parla Romano Guardini: se si abbracciano tutte le dimensioni dell’umano a partire dalla relazionalità, filiale e fraterna. La scommessa cattolica è che il Vangelo abbia moltissimo da dire a questo tempo. Non si tratta di ripetere ciò che è stato detto in passato, di tornare a un’età dell’oro che non è mai esistita, ma di scrivere una nuova pagina nella storia della Chiesa.

(Il Sussidiario - 22 agosto 2019)