Il Vangelo del giorno (Bose)

Far fronte al male

Sorella Lisa - Bose


22 agosto 2019

In quel tempo 21Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Mt 18,21-35

“Se mio fratello pecca contro di me, quante volte dovrò perdonargli?”. Sette volte, onestamente, è già molto, moltissimo. Perdonare più di sette volte non significa mostrarsi deboli o, addirittura, invitare a ripetere il gesto cattivo? Gesù insegna – e risponde in primo luogo alla domanda di Pietro – che non ci sono limiti al perdono; del resto, ha già ricordato che ciascuno è giudicato con lo stesso metro con cui giudica gli altri (cf. Mt 7,1-2; 6,12).
La parabola narrata da Gesù sollecita chi ascolta a provare la stessa indignazione del padrone e a far proprie le sue parole: “Non era necessario che anche tu avessi misericordia del tuo compagno, come io ho avuto misericordia di te?” (v. 33).
Alla fine del suo discorso Gesù non parla più di compagni, ma di fratelli e precisa che si deve perdonare con tutto il cuore. È la precedenza del perdono del Padre nei nostri confronti che apre il cuore al perdono dei fratelli. “Siate benevoli, gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonato in Cristo” (Ef 4,32).
Perdonare è qualcosa di gratuito, è un “grandissimo dono” (per-dono dove quel per deriva dal greco ypér = iper, super) che noi facciamo a chi ci ha fatto del male. È un atto “creativo” perché il perdono non è una re-azione, una risposta predeterminata, ma è un atto nuovo, non condizionato da ciò che l’ha provocato; perdonare è spezzare la logica del taglione, il desiderio di vendetta. Il perdono è una risposta a una sofferenza che si subisce per mano di qualcun altro ed esige, dunque, l’onesto riconoscimento che stiamo soffrendo a motivo di un altro dal quale aspettavamo amore. “Proprio da lui! Proprio da lei!”. E, riconosciamolo, ci è più difficile perdonare le persone che amiamo di più. Il perdono è rivolto a coloro che non scusiamo, perché capiamo che in qualche modo sono responsabili dell’offesa che stiamo subendo. Ci attendevamo molto da alcune persone, e invece... Ci sentiamo vittime di gesti di slealtà e di tradimento.
Dobbiamo voler perdonare. Il perdono non è un atto, è un processo, un cammino che richiede ripetuti atti di volontà, che richiede di non ridurre l’altro al male che mi ha fatto, a quelle parole che mi ha detto.
Perdonare è dimenticare? Gesù non chiede di dimenticare, chiede molto di più. Ci sono ferite che non è possibile dimenticare, perché dopo anni sanguinano ancora. C’è il rischio di essere dominati dall’odio, dall’avversione, ma proprio in quest’odio per chi mi ha fatto del male gli consento di diventare signore e padrone della mia vita. La tragedia più grande dell’essere oggetto del male è il fatto che facilmente la vittima viene trasformata in peccatore, e per questa via si accresce la spirale della violenza. Ma come è possibile perdonare? Cessando di guardare a ciò che mi ha fatto l’altro per guardare a ciò che ha fatto per me l’Altro, il Signore. Cristo che abita in me può perdonare, lui che ha concluso la sua vita terrena perdonando (Lc 23,34: “Padre, perdona loro; non sanno quello che fanno”). Hanno ucciso Gesù, ma non il potere dell’amore sconfinato. Gesù non chiede il risarcimento delle offese fatte contro di lui, infrange la legge del taglione e va incontro alla morte liberamente, vivendola non come condanna, ma come dono d’amore. È iniziata una nuova via per far fronte al male. La base del rapporto non è più costituita dalle offese che ci procuriamo reciprocamente, ma dall’amore che è capace di vincere il dolore e l’amarezza delle offese. “L’amore non tiene conto del male ricevuto ... Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,5.7).