La pace umana è spesso

un disordine costruito

XX Domenica (C)

a cura di Franco Galeone *

flames

1. La domenica “di Gesù segno di contraddizione”. Il brano del Vangelo di Luca ci presenta un dittico: due quadri legati da un filo comune, quello della vigilanza. Il primo quadro potrebbe avere al centro l’immagine di una fiamma guizzante; sembra esserci un contrasto perché Gesù parla anche di battesimo e di acqua; ma noi sappiamo che Cristo per battesimo intende il fuoco: battesimo di fuoco, di passione, di passaggio oscuro e drammatico dalla morte alla vita; e poi, il fuoco non è solo distruttore, è anche purificatore, come le lingue di fuoco della Pentecoste. Il secondo quadro, invece, rappresenta il cielo, le nubi, il vento caldo di scirocco. Si tratta di simboli meteorologici, con i quali la sapienza degli antichi ha tentato sempre di decifrare le evoluzioni del clima. La frase importante è questa: “Come mai non sapete giudicare questo tempo?”. Alla curiosità degli apocalittici, Gesù oppone questo tempo, con i suoi quotidiani impegni. È pericoloso lasciar scorrere il tempo, senza comprenderlo, perché attraverso il tempo Dio ci parla, ci comunica la sua volontà. Attenzione vigile, quindi, soprattutto in questi tempi di superficialità. Per timore di comprometterci, rifiutiamo di prendere posizione, e invece dobbiamo affrontare con coraggio le sfide che la vita ci pone davanti ogni giorno.

 

2. “Non sono venuto a portare la pace sulla terra ma la divisione”. Queste parole di Gesù sono parole che dividono. Lo aveva già previsto il vecchio Simeone quando disse a Maria: “Questo figlio tuo sarà segno di contraddizione”. Perciò imitare Gesù non vuol dire la pace in qualsiasi modo e prezzo, mantenere la calma con qualsiasi compromesso, rispettare la disciplina a tutti i costi. Per una religione simile non occorreva il maestro di Nazaret. La novità di Gesù è che egli è venuto a portare una pace che non è di questo mondo, e non va equiparata alla pace della caserma, all’ordine della scuola, al silenzio del convento. Queste immagini dolcemente devozionali hanno svuotato il Vangelo della sua funzione di “sale” di questa terra. Sale che brucia, sale che taglia! La pace del Signore non è di questo mondo, ma è per questo mondo. Se in una nazione tutto è calmo, possiamo anche essere contenti, ma dobbiamo anche chiederci se per caso il peso di questa calma non ricada sulle spalle degli ultimi, che non sono in grado di gridare e di ribellarsi. Così come in un organismo disciplinato, non è detto che l’obbedienza sia sempre un sicuro segno di vitalità; potrebbe essere anche segno di decomposizione definitiva. Obbedire sempre non è sempre una virtù. Ecco perché E. Fromm, in un libro prezioso e dimenticato, riflette sull’obbedienza come problema morale e psicologico, e sostiene che il mondo avrà fine con l’apocalisse atomica, perché vi saranno sempre utili imbecilli pronti a schiacciare i fatali bottoni.

3. La nostra pace, anche in famiglia, spesso è fatta di autoritarismo; quanti genitori sono violenti e non lo sanno. Genitori e politici si vantano di questa pace, fondata sull’annientamento dell’altro. Dobbiamo essere sempre diffidenti di tutte le “paci” che si propongono come esemplari, perché esse possono nascondere l’ingiustizia stabilizzata e legalizzata. La pace che il Signore porta è una pace i cui primi destinatari sono i poveri, i pacifici, i perseguitati; cioè coloro che spesso portano, come cariatidi, il peso dell’ingiustizia della tranquillità. Allora, chi predica il Vangelo, come può essere un uomo pacifico? Denunciando tutte le ingiustizie che impediscono la pace. Questo è l’uomo pacifico del Vangelo, che è tutto il contrario dell’uomo pacifico per temperamento, che è un così bravo cristiano, che non disturba nessuno. Gesù disturbò tutti, tanto che lo appesero ad una croce. Per fare questo, non dobbiamo aspettare che i superiori ci dicano ciò che è giusto e ciò che è ingiusto: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”. Noi siamo abilitati, e per natura (in quanto dotati di intelletto e coscienza), e per grazia (in quanto dotati dello Spirito), a saper discernere. Non occorrono maestri o catechismi a insegnarci cosa è buono o cattivo!

4. La nostra coscienza ci abilita a giudicare da noi stessi ciò che è giusto. Quello che ci fa difetto non è la verità ma il coraggio. E per questo giudichiamo in rapporto ai nostri interessi, ai successi della nostra chiesa istituzionale, alla tranquillità della nostra nazione. Se siamo preoccupati di non disturbare, di recitare le paroline funzionali all’establishment, siamo in peccato! I nostri peccati, sovente, prendono sostanza nel silenzio. Il peccato della maggioranza silenziosa. E il silenzio viene remunerato bene in questo mondo. Un uomo “prudente” piace, può anche fare molta carriera. Il profeta Geremia, al contrario, scoraggiava il popolo che si preparava a combattere. Immaginate uno che condanna la guerra, mentre tutta la nazione si prepara alla guerra? Costui è pericoloso, viene messo in prigione come disfattista. Di noi chi lo ha fatto?

5. Non dobbiamo dimenticare che spesso abbiamo taciuto. Noi cattolici siamo stati zitti; c’era chi incitava a non parlare perché il nemico ascoltava. Certo, non è un mestiere facile parlare; si intralcia il cammino a molte comparse, che amano pavoneggiarsi sul palcoscenico della vita. La verità, dicevano gli antichi, genera odio; e un proverbio cinese consiglia a chi dice la verità di tenere pronto un veloce cavallo per fuggire. Può sorgere anche il dubbio: ma sono sulla strada giusta? Don Mazzolari, un prete che ha saputo fare fino in fondo il mestiere di profeta, ci ha lasciato una regola giusta per accertare che ci troviamo sulla strada giusta: “Quando non si guadagna niente altro che sofferenze, quando si paga di persona, la strada è giusta”. Lo ha sperimentato sulla propria pelle una famiglia di amici. Era una bella e buona famiglia, come si dice. Madre, padre, figlio: affiatati e stimati. Anche con Dio c’era un buon rapporto: messa la domenica, rispetto del prossimo, opere di carità. Il futuro anche programmato: la laurea in ingegneria per il figlio. Poi, i sogni infranti per questa famiglia “religiosa”. Un giorno il figlio dice ai genitori: “Appena laureato, andrò a lavorare lontano, in un paese sottosviluppato. Il Dio che mi avete insegnato ad amare e a pregare in chiesa non mi basta. Voglio scoprirlo più da vicino, tra gli ultimi della terra”. Un fulmine improvviso, la guerra in casa, pianti, ricatti: “Non puoi farci questo! Dio non può chiedercelo!”. Vanno anche compresi questi genitori, ma il figlio va lasciato libero, dove lo porta lo Spirito. Nascondersi dietro ad una religiosità tradizionale o scenografica, che non divide, significa meritarsi il giudizio di Cristo: “Ipocriti!”.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano