Il Vangelo del giorno (Bose)

Impotenza e responsabilità

Fratel Guido - Bose

16 agosto 2019

In quel tempo14si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio 15e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell'acqua. 16L'ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». 17E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». 18Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
19Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 20Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».[21]
Matteo 17,14-21

“Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?”. Può apparire paradossale, eppure i discepoli stanno chiedendo conto al Signore del fallimento della loro missione, quasi che la responsabilità ricadesse su di lui che non li avrebbe dotati di poteri o di mezzi sufficienti per prendersi cura dei bisognosi. La risposta del Signore, tagliente come una spada a doppio taglio, ristabilisce la prospettiva corretta: “Per la vostra poca fede!”. È in realtà questo il perno attorno al quale ruota tutto l’episodio: avere o non avere fede in qualcuno, aderire o non aderire a chi può dare salvezza e vita piena.
C’è un padre affranto per la situazione disperata del figlio: sa per tragica esperienza che lui da solo non può far nulla contro quella malattia, ma sa anche che di quel figlio è e rimane responsabile, sa che è suo dovere ineludibile fare qualcosa per liberarlo dal male che lo affligge. Allora si rivolge fiducioso a chi pensa che possa aiutarlo nel far fronte a questa responsabilità: va dai discepoli di Gesù, si affida a loro, forse non osando disturbare direttamente il maestro, come fece Giairo, il capo della sinagoga (cf. Lc 8,49).
Ma i discepoli – a loro volta impotenti a sanare – non si fanno carico dell’angoscia di quel padre e della sofferenza di quel figlio, non chiedono aiuto a Gesù, si sottraggono all’assunzione di qualsiasi responsabilità e abbandonano il padre alla sua impotenza, che in realtà è anche la loro stessa impotenza. Così questi, sempre più consapevole della piccolezza e fragilità sua e del figlio, per non abdicare alla propria responsabilità si rivolge, si affida al Signore: abbandonato nella sua miseria, si abbandona alla misericordia. E dalla misericordia ottiene ascolto per sé e guarigione per il figlio: il suo essere tenacemente responsabile, pur nell’impotenza, ha ottenuto il miracolo. Ha avuto fede, ha aderito, si è fidato di quell’uomo che aveva narrato in parole e gesti la verità che “nulla è impossibile a Dio” e così anche per lui, padre responsabile che non si rassegna alla disperazione, nulla è rimasto impossibile.
Allora viene da chiederci quale sia la “razza dei demoni” che si può scacciare solo con la preghiera e il digiuno. È quel demonio all’origine del racconto che si accanisce sul bambino facendo del fuoco e dell’acqua dei nemici mortali che bruciano e affogano anziché riscaldare e dissetare? O non è forse il demonio della non-fede, l’ostinato orgoglio che impedisce di affidarsi al Signore della vita? Preghiera e digiuno, disciplina nel dialogo con Dio e disciplina nel rapporto con il proprio corpo scacciano il demonio dell’orgoglio perché svelano la nostra impotenza e provocano la nostra responsabilità. Solo così, portando al Signore i nostri fallimenti di cui restiamo tuttavia responsabili, potremo trovare comprensione e liberazione, per noi stessi e per quanti dal Signore ci sono stati affidati come figli, fratelli, sorelle di cui essere custodi.