Il Vangelo del giorno (Bose)

Imparare da una tempesta

Fratel Daniel - Bose


2 luglio 2019

In quel tempo 23Gesù salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. 24Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. 25Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». 26Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. 27Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».
Mt 8,23-27

“Perché avete paura, nani di fede?”; così traduce André Chouraqui. Nel pensiero ebraico la relazione con Dio, la fede, non è compresa come l’adesione a verità dottrinali ma come un fare, un mettere in pratica. Allora cosa intende Gesù, che era ebreo e si nutriva dell’insegnamento dell’Antico Testamento, quando parla di fede? Il breve episodio della tempesta sedata ci può aiutare a capire.
Il termine ebraico emunà, utilizzato oggi per parlare della “fede”, non ha mai questo senso nel Primo Testamento. Significa invece “fedeltà”. È in particolare una qualità di Dio: “Farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà … I cieli cantano le tue meraviglie, Signore, la tua fedeltà nell’assemblea dei santi” (Sal 89,2.6). L’idea è essenzialmente quella della “solidità” e della “fermezza”: tali furono le braccia di Mosè durante il combattimento dei figli d’Israele contro Amaleq (Es 17,12).
Anche nel nostro episodio la “poca fede” non allude a un’adesione debole a dottrine su Dio o sul Cristo, ma a una mancanza di fiducia. Senza fiducia si è privi di fondamento. È ciò che avvenne a Pietro in un altro episodio evangelico, vicino al nostro, quando, camminando come Gesù sul mare, fu preso dal panico e divenne un “nano di fede”; poco mancò che non affondasse (cf. Mt 14,31). Così pure i discepoli in mezzo alla tempesta: presi dal panico, sono “nani di fede”.
Ma come potrebbero avere fiducia in Gesù se egli dorme, tranquillo nonostante la tempesta? Notiamo un dettaglio: Matteo non parla di “tempesta” ma di seismòs, di “sconvolgimento”, parola da cui deriva “sismo”, cioè terremoto, che, in Matteo come nel Nuovo Testamento, designa gli sconvolgimenti della fine dei tempi (Mt 24,7) e quelli che accompagnano la morte e la risurrezione di Gesù (Mt 27,54; 28,2). Ciò ci deve rendere attenti al vocabolario impiegato dall’evangelista: ha menzionato la barca, i discepoli che hanno “seguito” Gesù, gli sconvolgimenti apocalittici e Gesù che dorme. Sono tutte espressioni che evocano, al di là del lago di Tiberiade, la vita della chiesa negli scombussolamenti della storia, mentre Gesù sembra assente.
Ad un tratto allora i “tutti” che sono stupiti (v. 27, ma il greco dice “gli uomini”), non sono più solo i discepoli, ma i cristiani di tutti i tempi e di tutti i luoghi, tutti saliti dietro a Cristo sulla barca di Pietro; siamo noi che, nelle nostre chiese, gridiamo: “Signore, salva!”, forse però senza crederci troppo, perché anche noi siamo “nani di fede”.
Siamo così invitati a imparare dai venti e dalla burrasca: essi hanno obbedito alla parola del Signore, e noi? Desideriamo veramente ascoltare la sua parola? Se questo è il nostro desiderio, possiamo fargli fiducia: troverà il modo di farcela conoscere, anzi di farcela fare, magari anche senza che ce ne accorgiamo, come ha promesso nel libro di Ezechiele: “Porrò il mio Spirito dentro di voi e farò che camminiate secondo le mie leggi e che osserviate e mettiate in pratica i miei precetti” (Ez 36,27). Questa davvero è “fede”.