Il Vangelo del giorno (Bose)

Verso la meta

Sorella Cecilia - Bose


1 luglio 2019

In quel tempo18vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all'altra riva. 19Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». 20Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 21E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 22Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».
Mt 8,18-22

Gesù è chiaro nell’annunciare le esigenze della sequela dietro a lui, e le sue parole non sono tanto un porre delle condizioni, quanto piuttosto, semplicemente, un dire le cose come stanno: Gesù non solo non aveva una casa fissa dove abitare nel suo cammino verso Gerusalemme, ma anche interiormente la sua dimora, il suo luogo dove poggiare il capo non era una casa, né una patria, né altre persone, ma solo il Padre. Tutto il resto poteva mutare, poteva essere lasciato.
Gesù cammina, e ci rivela le condizioni di ogni vero cammino, come lo è quello dello stare dietro a lui, del seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme e, ancora di più, verso la dimora del Padre suo: colui che cammina, per andare avanti, deve lasciare, abbandonare, qualcuno e qualcosa che gli sta dietro, e a volte definitivamente, se vuole portare a termine il suo cammino.
Colui che vuole camminare non può e non deve lasciarsi prendere, trattenere da nostalgie e rimpianti, né di epoche passate, né di persone che ci sono ancora o che non ci sono più, né di cose avute o perse, né di una terra o di una patria lasciata. Colui che vuole camminare non è che un pellegrino che guarda sempre avanti, verso la meta, disposto ad abbandonare tutto e tutti pur di raggiungerla.
Difficile arte: Gesù si era poco prima chinato sulla suocera di Pietro per guarirla dalla febbre (cf. Mt 8,14-15) e su molti altri malati (cf. Mt 8,16-17). Gesù nel suo passare e camminare non ignora gli altri e la loro sofferenza, si lascia fermare, indugia con loro, si china sui loro dolori, li fa propri e li cura, non trascura di amare le persone che incontra, di vivere le vicende dell’affetto umano e dell’amore per gli amici, ma poi va oltre. Nulla e nessuna lo ferma, nulla e nessuno lo trattiene, perché egli sa che deve andare, camminare, “perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,33).
Per questo se qualcuno vuole seguirlo deve sapere che le esigenze sono queste: per lui come lo è stato per Gesù. Se qualcuno vuole mettere i piedi dove lui li ha messi, seguire le sue orme (cf. 1Pt 1,21), deve sapere bene e in modo chiaro dove Gesù le ha poste e dove queste lo hanno portato.
Gesù non incoraggia gli altri alla sua sequela, non cerca candidati per accrescere il gruppo dei suoi discepoli, ma annuncia loro con franchezza tutte le difficoltà con cui si dovranno confrontare se vogliono davvero seguirlo.
Non si tratta né di adempiere o meno una legge, né di essere più o meno radicali nell’esecuzione di un progetto. Si tratta delle esigenze di un itinerario, che è stato quello di Gesù e che non può non essere quello anche del suo discepolo. Altrimenti prima o poi si torna indietro, o ci si ferma, come “la moglie di Lot”, che nell’uscire da Sodoma “guardò indietro e divenne una statua di sale” (Gen 19,23-26): chiunque, intrapreso un cammino, guarda indietro, inevitabilmente si ferma, si blocca, si indurisce di fronte alla novità a cui il cammino lo apre. E anche per intraprendere il cammino della relazione di amore fedele fra un uomo e una donna bisogna che l’uomo lasci suo padre e sua madre (cf. Gen 2,24).
Ma la possibilità di questa relazione con Gesù è da noi percepita come una buona notizia?