Il Vangelo del giorno (Bose)

La luce del vangelo

Fratel Adalberto - Bose


27 giugno 2019

In quel tempo12quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
16Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
Mt 4,12-16

“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”! Le prime parole pubbliche di Gesù nel Vangelo di Matteo sono le stesse del Battista (cf. Mt 3,2; 4,17). Ma tra la predicazione dell’uno e dell’altro sta l’arresto di Giovanni: la sua morte segnerà una svolta anche nella vicenda di Gesù.
Non solo Giovanni con la sua predicazione aveva preparato il ministero di Gesù; non solo l’aveva battezzato al Giordano (cf. Mc 1,9; Mt 3,13) e secondo il quarto vangelo era stato suo maestro (cf. Gv 1,15); ma con la sua morte Giovanni aveva indicato chiaramente a Gesù l’esito cui anche lui sarebbe andato incontro nel suo cammino verso Gerusalemme (cf. Mt 17,13). Giovanni non cessa di essere presente nella missione del Cristo, come Gesù stesso riconosce (cf. Mt 11,7.11-12; 21, 25-26.32). Ma al tempo stesso Giovanni esce di scena, si fa piccolo, diminuisce, affinché il Cristo cresca (cf. Gv 3,30).
La notizia del suo arresto inaugura il ministero pubblico di Gesù: fino ad allora, nella rappresentazione di Matteo, era stato Giovanni il protagonista del dramma salvifico di Israele. Ora è Gesù al centro della scena.
È la Scrittura a indicare il cammino a Gesù, che lasciando Nazaret, si stabilisce a Kfar Nahum, Cafarnao, in riva al mare di Galilea, postazione militare romana e crocevia lungo la strada che collegava Damasco alla Galilea, la Transgiordania e la Giudea. Matteo vi legge l’adempimento della profezia di Isaia (cf. 8,23-9,1): le terre di Zabulon e di Neftali, settecento anni prima di Gesù, erano state umiliate dagli assiri e i loro abitanti deportati. Agli esiliati si rivolge l’oracolo del profeta, annunciando il riscatto, la speranza dell’adempimento delle promesse messianiche. Il passo di Isaia (9,1-6) è stato letto dai cristiani come un testo messianico, soprattutto in riferimento al v. 5 (“per noi è nato un bambino”), che indica la nascita di un successore degno di sedersi sul trono di Davide.
Isaia parla a chi vive in una situazione di morte spirituale. La luce che si leva per loro è adempimento della promessa della Scrittura. “Manda la tua luce e la tua verità, siano esse a guidarmi”, aveva cantato il salmista (Sal 43,3). Secondo il commento ebraico, “luce” e “verità” indicano qui, rispettivamente, Elia e Mosè, i redentori di Israele (cf. Midrash Shohar Tov a Sal 43,3). Matteo riferisce ora che con il passaggio di Gesù questa luce brilla sulla “Galilea delle genti”: la salvezza promessa a Israele si realizza per tutti i popoli.
Questa luce risplende anche nell’oscurità delle nostre vite: il regno di Dio che Gesù annuncia si è fatto vicino a noi nella vita stessa di Gesù, spesa per gli altri, risanando le ferite e i mali nel corpo e nello spirito, donando speranza ai senza speranza, ridando vigore agli oppressi e agli sfiduciati. La luce del vangelo illumina il nostro quotidiano, se non restiamo attaccati a un’immagine idolatrica di Dio, per difenderci dagli altri e mascherare le nostre paure; se apriamo gli occhi e il cuore per fare spazio alla novità di Gesù Cristo, che dilata e fa splendere ciò che era stato scritto nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi; se riconosciamo il grande invito alla conversione, al cambiamento, che apre il vangelo: Dio è vicino, è con te!