Il Vangelo del giorno (Bose)

Prendere dimora

Sorella Silvia - Bose


22 giugno 2019

Venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli:23«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Gv 14,23-26

Amare, osservare, prendere dimora. Ascoltare, essere mandati. Insegnare, ricordare.
Il quarto vangelo ci travolge eppure insieme ci accompagna con il suo susseguirsi di verbi. Ci avvicina al centro, un centro da cui lasciarsi attirare, in cui dimorare. O forse come per le piante: un centro, una fonte di vita, in cui lasciarsi “mettere a dimora”…
Nei pochi versetti che oggi sono offerti alla nostra lettura, Gesù risponde a chi gli domanda conto del suo modo di “manifestarsi”, all’interno di un lungo discorso già imbastito.
Innanzitutto torna l’idea di “osservare le mie parole”. Non si tratta di una esortazione a un’osservanza, a una regolamentazione legalistica. Perché è Gesù stesso la Parola, la Parola del Padre mandata a noi, donata al nostro ascolto nella totalità, nelle fragilità, nelle contraddizioni delle nostre vite. Siamo allora davanti a un invito a metterci in ascolto, un ascolto profondo, viscerale.
“Osservare” in fin dei conti non è altro che “amare”, come prosegue il nostro testo. Amare è cercare di prendersi cura di qualcuno. E, dato sempre più difficile, lasciare che altri si prendano cura di noi…
Ci è chiesto di amare, ma in realtà sembra che il primo passo sia aprire le orecchie, dilatare gli orecchi del nostro cuore per lasciarci raggiungere dalla Parola. Per divenire cassa di risonanza della Parola. Perché sia la Parola stessa a prendere dimora in noi.
Ma noi, ma io sono disposta a lasciarmi raggiungere dalla Parola? Sono pronta a credere che Gesù e il Padre prenderanno dimora in coloro che osservano la Parola?
Che cosa significa questo “prendere dimora”?
E noi sappiamo dimorare, restare, vivere e lasciarci nutrire da legami tenaci e profondi?
Alla prima parola di Gesù nel quarto vangelo – la domanda: “Che cosa cercate?” – avevano risposto: “Maestro, dove dimori?” (Gv 1,38). Da lì aveva preso le mosse la vicenda di Gesù con i suoi, il suo “dimorare” con loro. Da quel desiderio di vita, da quello slancio sorgivo. A questo occorre tornare con la memoria. Una memoria grata e consapevole del passato, adesa al presente, fiduciosa, protesa con coraggio al domani. Anche la memoria crea un modo di presenza.
“Mentre sono ancora presso di voi”, dice qui Gesù. I modi di presenza possono andare al di là del nostro appiattimento nell’immediato voler vedere, sentire, toccare. Nel nostro insaziabile voler sapere.
Gesù è la Parola viva.
Il cristiano lo cerca e si sente cercato dalla sua presenza altra, dal suo decentrarci e rimandarci altrove rispetto ai nostri occhi miopi, alle nostre attese zoppe. Altrove dove lui già ci attende e ha cura di noi prendendoci per mano, come una madre, un padre, come un maestro, un amico; ha cura di noi tenendoci per mano, come un fratello, come l’amato. “In-segnando”, ossia facendo segno alla Parola. “Ri-cordando”, ossia riportando il nostro cuore verso di lui, nostra vera dimora, nostro riposo e nostra pace.
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 1,27): questa la parola che ci attende se solo giriamo pagina, se osiamo lasciarci accogliere nella vita.