XI Forum giovani

Gioele Anni:

Serve cambiare agenda

Fabio Colagrande – Città del Vaticano


Prosegue a Sassone di Ciampino, vicino Roma, il Forum Internazionale dei Giovani, un incontro promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita per verificare l’attuazione del cammino pastorale aperto dal Sinodo svoltosi in Vaticano dal 3 al 28 ottobre scorso. 246 giovani, tra i 18 e i 29 anni, provenienti da 109 Paesi, delegati delle Conferenze episcopali e dei principali movimenti e comunità ecclesiali si confrontano su cosa è stato fatto dopo il Sinodo, su come approfondire il messaggio della “Christus vivit”, in sintesi su come evitare che le intenzioni sinodali restino sulla carta e non entrino nella vita della Chiesa. Ai microfoni di Radio Vaticana Italia, proprio de “Il cammino sinodale fino alla Christus Vivit” ha parlato nella prima giornata dei lavori Gioele Anni, giovane della diocesi di Lodi in Italia, appartenente al Movimento Studenti dell’Azione cattolica, uditore al Sinodo del 2018.

R. Siamo partiti dal racconto dell’esperienza sinodale e dall’impatto che il processo sinodale sta avendo nei vari territori. Il Sinodo, infatti, non è ancora finito, anzi, la fase attuativa è appena iniziata, quindi possiamo dire che siamo ancora in pieno nell’esperienza sinodale, proprio perché il Sinodo va inteso come un processo. La fase preparatoria è stata lunga, è durata quasi due anni; poi c’è stata la celebrazione dell’assemblea, che è stato un momento di particolare importanza, ma questo processo continua e quindi quello su cui ci siamo focalizzati qui al Forum è stato proprio capire insieme cosa significhi un processo sinodale e come avviare processi, esperienze, dinamiche sinodali anche a livello locale, nelle varie Chiese di tutto il mondo.

D. Non c’è il rischio che il Sinodo resti sulla carta, che resti il documento conclusivo, la “Christus vivit” di Papa Francesco, e non ci sia un vero cambiamento, poi, nel protagonismo anche dei giovani nelle varie Chiese locali?

R. Questo è proprio l’obiettivo del Forum: riuscire a evitare questo pericolo che, lo sappiamo, esiste. Il Papa, all’inizio del Sinodo, disse: “Non siamo qui per fare un documento, perché i documenti li leggono in pochi e li criticano in molti”. Per cui si tratta proprio intanto di capirsi su cosa vuol dire vivere esperienze sinodali, e poi provare a trovare qualche indicazione che però ognuno dovrà calare nella propria realtà: non è possibile pensare che ci siano dei modelli di pastorale giovanile che possano funzionare in tutto il mondo. Lo abbiamo sperimentato al Sinodo, lo stiamo sperimentando anche in questi giorni. La grande diversità delle varie parti del mondo qui rappresentate è la grande ricchezza della nostra Chiesa, che è Chiesa universale e allo stesso tempo chiede a tutti di avviare processi di discernimento adeguati anche alla propria realtà.

D. Tu hai partecipato al Sinodo e alla fase preparatoria, al pre-Sinodo. Se dovessi spiegare ai tuoi coetanei cos’è accaduto a ottobre, quali sono stati i risultati più concreti di quella assemblea: cosa diresti?

R. È stato un po’ il tema dell’intervento che ho fatto nella prima giornata del Forum. Ho provato a riassumere l’esperienza con due parole-chiave, che sono “ascolto” e “affetto”; ascolto, perché nel processo sinodale la Chiesa tutta e anche i Padri sinodali hanno fatto lo sforzo di ascoltare i giovani, ascoltando anche le forme espressive un po’ fuori dagli schemi, perché l’ascolto dei giovani non può essere sempre codificato, non può avvenire solo tramite riunioni, incontri formali … c’è una vitalità, un’inquietudine dei giovani che si esprime in tante forme e anche grazie alla presenza, forse, degli uditori in Aula sinodale è stato possibile vivere questo incontro e ascolto. E poi ho utilizzato la parola “affetto” perché il Sinodo di ottobre e tutto il processo, anche la riunione pre-sinodale, hanno mosso fortemente l’affetto della Chiesa verso i giovani. Papa Francesco, quando ha indetto questo Sinodo, ha detto: “Metto al centro i giovani perché vi porto nel cuore, perché vi voglio bene”. Tanti giovani forse faticano a sentire l’affetto della Chiesa: a volte sentono più il giudizio, magari una lontananza … Ecco, nel Sinodo invece si è vissuto l’incontro che ha mosso gli affetti, con tante dinamiche, nell’informalità, nell’incontro semplice, anche nella testimonianza di giovani che provenivano da realtà di forte difficoltà come le terre di persecuzione … Quindi, ascolto e affetto. È uno stile di Chiesa, è uno stile che pian piano – seguendo un po’ lo stimolo di Papa Francesco – si sta provando a mettere in atto …

D. Secondo te, come si può fare perché questo atteggiamento di ascolto che ha caratterizzato le settimane del Sinodo qui, in Vaticano, ovvero l’ascolto degli adulti, dei vescovi, dei cardinali, dei religiosi nei confronti dei giovani possa oggi continuare e non sia ridotto a un’occasione?

R. Innanzitutto, credo sia una questione di disposizione d’animo, di disposizione all’ascolto. In questi giorni, nei gruppi di lavoro, un ragazzo diceva: “Sì, nella mia parrocchia, nel mio gruppo mi sento ascoltato ma solo se dico le cose che gli adulti si aspettano che dica”, quindi è come se ci fosse un ascolto solo entro certi parametri; mentre invece la disposizione all’ascolto va oltre, significa proprio ascoltare anche le voci – magari – critiche, le voci che chiedono spazio. E poi c’è una questione concreta, che tocca il fatto di sapersi ricavare degli spazi per ascoltare i giovani: anche di questo si è parlato molto. Se ne è parlato, se ne sta parlando qui al Forum, se n’è parlato prima al Sinodo … per esempio quelle situazioni per cui per un giovane è difficile incontrare un sacerdote che sia disponibile alla confessione perché magari ha sempre tante cose da fare; così gli educatori, così le altre persone che possono accompagnare. Scegliere l’ascolto dei giovani come una delle missioni prioritarie del servizio all’interno della Chiesa significa fare qualche piccolo cambiamento, magari di agenda, magari di priorità, per dare spazio a momenti di incontro, di ascolto che magari vanno anche fuori, magari, dagli incontri formali e passano per la condivisione, la convivialità che va un po’ suscitata. Però bisogna esserci, essere presenti, essere a disposizione.